mercoledì 3 aprile 2013

L’imprenditore “indignado” che fa tremare la ricca Svizzera

diventato lo svizzero
più famoso del mo-mento, dopo Roger
Federer ovviamente.
La sua legge di inizia-tiva popolare contro le “remu-nerazioni abusive” dei top ma-nager è stata votata da due citta-dini su tre, mandando in crisi l’e-stablishment economico e poli-tico, e ora potrebbe servire da
esempio per altri governi euro-pei. Al contrario del tennista, no-to per la sua propensione al si-lenzio, Thomas Minder parla
moltissimo, un fiume in piena.
Occhi azzurri, eleganza formale
d’altri tempi, non sembra uno
dei tanti indignados che strepi-tano contro la finanza mondiale
e le disuguaglianze. «È solo l’ini-zio», gongola l’imprenditore
cinquantaduenne, portatore di
uno strano paradosso: la Svizze-ra, paese tra i meno toccati dalla
crisi, sarà la prima nazione al
mondo a varare una normativa
severissima contro gli eccessi di
un certo capitalismo.
“L’iniziativa Minder”, il testo
sottoposto a consultazione po-polare e approvato dal 67,9% de-gli elettori, record storico, preve-de fino a tre anni di carcere e una
multa pari a 6 anni di stipendio
per i dirigenti di aziende quotate
che non rispetteranno certi pa-rametri. I livelli di remunerazio-ne, così come bonus e premi va-ri, dovranno essere stabiliti dagli
azionisti e non più dal manage-ment. Qualche esperto prevede
già un compromesso, se non ad-dirittura una parziale marcia in-dietro, nella fase in cui governo
dovrà tradurre la proposta in
legge, entro un anno. Ma intan-to sulla placida e benestante
confederazione elvetica spirano
nuovi venti di indignazione con-tro i più ricchi che, proprio qui,
hanno storicamente trovato ri-fugio sicuro.
Dopo il successo del voto a ini-zio marzo, Minder ha già inco-minciato a promettere una nuo-va iniziativa sulle liquidazioni
elargite ai dirigenti pubblici. I
socialisti adesso cercano di su-perarlo a sinistra, la loro propo-sta di legge “1: 12” stabilisce che
il salario più alto di un’impresa
non potrà essere oltre dodici vol-te quello più basso. «Sono con-trario al dirigismo o all’interfe-renza dello Stato nell’econo-mia» ribatte Minder, eletto nel-l’Udc, il partito populista di de-stra. Erede di una dinastia che
fabbrica cosmetici da oltre un
secolo, l’imprenditore rischiava
di chiudere per il fallimento im-provviso di Swissair, di cui era
e poi demonizzato. Il suo partito
non lo ha mai apertamente ap-poggiato. Economiesuisse, la
confindustria elvetica, ha speso
quasi 8 milioni di euro per
diffondere video e comunicati
contro di lui, sostenendo che
avrebbe provocato la fuga delle
multinazionali e dei migliori
manager. Tutto inutile. Anzi,
proprio perché descritto come
un “cavaliere solitario” un po’
pazzoide, Minder ha trionfato.
«La mia vittoria è avvenuta pochi
giorni dopo quella di Grillo in
Italia ma non abbiamo niente in
comune. Io — osserva — parlo
con i giornalisti».
L’esempio svizzero ora po-trebbe essere seguito da altri
paesi europei. «Dopo la grovie-ra, è il nostro nuovo prodotto di
esportazione» ironizza l’im-prenditore. La sua prima vittima
simbolica è stato Daniel Vasella,
ex presidente di Novartis, che ha
appena trasferito la residenza
negli Stati Uniti dopo che la sua
buonuscita (60 milioni di euro) è
stata usata in campagna eletto-rale da Minder. «Se ne va perché
ha capito che alcuni eccessi non
sono più tollerabili in Svizzera».
Lo “schiaffo” all’establishment
economico, come ha titolato  Le
Temps , è forte. Mentre Minder è
balzato tra le dieci personalità
più popolari della Svizzera.
«Non facciamone un eroe na-zionale». Lo scrittore ginevrino
Daniel de Roulet è scettico su
questo outsider della politica,
conosciuto per i suoi proclami
xenofobi. «È un populista che ha
saputo intercettare un malcon-tento» racconta l’autore del ro-manzo La linea blu, già militan-te in alcuni gruppi radicali du-rante gli anni Settanta. La figura
di Minder, prevede lo scrittore, è
destinata a ridimensionarsi. Il
successo della sua proposta in-vece rappresenta un sintomo. È
la reazione ad un “cambio cultu-rale” in Svizzera che si è verifica-to dall’inizio degli anni Duemila.
«L’arrivo degli oligarchi russi e i
comportamenti spregiudicati di
certe multinazionali — racconta
Roulet — non corrispondono al-la vecchia tradizione calvinista
di questo paese». Oltre a un dato
etico ed estetico, c’è anche un ri-schio tangibile. «La classe media
— aggiunge lo scrittore — sente
di non avere più margini di pro-gressione e, anzi, teme di regre-dire». È quel che conferma uno
studio pubblicato dal think tank
Avenir Suisse che ha fatto molto
discutere. Nel 1984 la differenza
tra massimo e minimo salariale
nelle imprese era di 1 a 6. Nel
1998 era già di 1 a 14 e oggi è di 1
a 93, con alcuni picchi di 1 a 720.
Certo, i confronti internazionali
dovrebbero ancora far sentire gli
svizzeri al riparo dall’Europa in
tempesta. La paura del declino
non risparmia neanche quest’i-sola felice.

Nessun commento:

Posta un commento