S
ono invecchiato,
eh?», si scusa
mentre scroscia
ancora l’applau-so alla fine de Il grande silenzio, we-stern di Sergio Corbucci del ’68, quan-do, a trentotto anni, continuava ad ave-re l’aria di ragazzo schivo e intimidito
del Sorpasso. Adesso che Amourcopre,
imperioso macigno rugoso, il suo cine-ma, da cui s’era allontanato dieci anni
fa, pare difficile agli spettatori della
personale a lui dedicata a Parigi fare il
legame tra il prima e il dopo di Jean-Louis Trintignant. Tra Amour e gli altri
centotrenta film girati in un’eterna gio-vinezza, prima dello stop, prima della
diga: la morte tragica, appunto dieci
anni fa, dell’adorata figlia Marie.
Con l’abituale ritrosia, l’attore fran-cese, a ottantatré anni il più vezzeggia-to e premiato del cinema europeo,
smonta come un castello di carte il suo
passato in pellicola: «Su centotrenta ti-toli, di cui un quarto italiani, non più di
trenta sono da salvare», e quasi si scu-sa di nuovo. Affabile, all’uscita si lascia
prendere sottobraccio da chi l’aveva a
lungo intervistato quasi quarant’anni
fa sul set torinese di La donna della do-menica: «Luigì Comencinì?», s’illumi-na il suo sguardo di spillo. «Che bei mo-menti, anche con Marcello Mastroian-ni. Dei quattro “colonnelli” della com-media all’italiana, era il più simpatico.
Molto intelligente, non intellettuale.
Gran seduttore, una bomba. Spariva
dopo due bisbigli con una bellona e, in
nemmeno un’ora, impresa compiuta.
Eravamo due cocciuti sul set, entram-bi a ronzare attorno a Jacqueline Bis-set, che però s’eclissava subito a fine ri-prese: “Dopo le dieci di sera non m’è
mai successo nulla di interessante”.
Forse una maliziosa provocazione».
Trintignant era allora nel pieno del
successo: dal film-Oscar Un uomo e
una donnadi Claude Lelouch a Z-L’or-gia del poteredi Costa-Gavras («Era l’a-mante di mia moglie, ma non gliene ho
mai voluto, perché è una bella perso-na») a Il conformistadi Bernardo Ber-tolucci («Il ruolo più bello della mia vi-ta»). Ma già tentennava per un’altra
passione, le corse automobilistiche,
cui l’avevano soggiogato fin da picco-lo gli exploit dello zio pilota Maurice. Si
abbandonerà ai circuiti, alternandoli
ai set, nella prima metà degli anni Ot-tanta: ulteriore sballottamento d’una
vita a strappi, scoscesa, interrotta. Gli
studi di giurisprudenza lasciati da un
giorno all’altro per buttarsi nel teatro,
folgorato da L’avarodiretto da Charles
Dullin. Il flirt rovente, nel ’56, sotto le
occhiate gelose di Roger Vadim, con
Brigitte Bardot — esordiente come lui
in E Dio creò la donna— crudelmente
spento da un interminabile servizio di
leva in Germania e un reclutamento
odioso nella guerra d’Algeria. Tre anni
dopo, ritorno agli schermi, che l’ave-vano già dimenticato, con la prima,
grande affermazione in Italia: Estate
violentadi Valerio Zurlini. Poi, cinema
e cinema, anche la peggiore serie B, ita-liana e francese, ma con ripetute fughe
nel teatro di qualità: «Negli intervalli
del Sorpasso, Vittorio Gassman e io tra-scorrevamo ore a parlare di Shake-speare: io recitavo l’Amletoin Francia,
lui lo stava mettendo in scena in Italia».
Anche i matrimoni a singhiozzo: l’am-maliante Stéphane Audran, poi mo-glie di Claude Chabrol; Nadine, poi sua
regista e madre di Marie; e, dai tempi
delle corse, la pilota Mariane Hoepf-ner. E poi vuoti improvvisi, incolmabi-li: il primo, la morte in culla a nove me-si della figlia Paulette, l’anno del
Conformista. Infine, l’ultimo strappo.
L’addio a un cinema divenuto seriale,
sostituito — fino alla riapparizione-evento in Amour— dall’amore di sem-pre, sempre più esclusivo, il teatro.
In quest’aspro groviglio d’abban-doni e ripensamenti, d’addii e ritorni,
numerosi gli appuntamenti mancati,
non solo nel cinema: «È vero, quando
Coppola mi cercò per Apocalypse Now,
che mi avrebbe forse aperto una car-riera in Usa, non avevo voglia di muo-vermi dalla Francia. E nemmeno
quando Spielberg mi volle per Incontri
ravvicinati del terzo tipo, nel ruolo che
poi è andato a François Truffaut. Pro-vo più rimorsi, ma la scelta di Marlon
Brando è stata ottima, per Ultimo tan-go a Parigi, dove avevo anche dato una
mano a Bertolucci nella sceneggiatu-ra. Ma mia figlia Marie, allora bambina
e già attenta lettrice degli script che ri-cevevo, mi aveva scongiurato: “Papà, a
scuola le mie compagne non finiranno
mai di prendermi in giro”. E io non ho
mai fatto nulla nella vita che potesse
dispiacere a mia figlia». Pure l’Italia,
che l’ha a lungo adottato (Trintignant
l’italienè il bel documentario presen-tato in suo onore al Festival d’Annecy
nell’ottobre scorso), è stata talvolta
un’occasione persa: «Con il vostro
Paese ho avuto un rapporto privilegia-to. Zurlini è stato per me un fratello
maggiore: a Roma abitavo da lui. La
mia Dolce Vita non è stata però Via Ve-neto, ma la trattoria “Da Otello”, dove
ci si ritrovava tutti, attori, registi, sce-neggiatori. Spesso i film nascevano co-sì, dalle battute, dalle chiacchiere. Una
volta, mentre si scherzava sul colpo fi-nito male nel Rififi di Dassin, al com-mento “Noi ci saremmo fatti una spa-ghettata!”, Monicelli s’alzò di botto:
“La prendo io!”. Era l’idea dei Soliti
ignoti. Purtroppo tra i molti film che ho
girato da voi ho dovuto rinunciare a
C’eravamo tanto amatidi Ettore Scola,
dove sarei stato il professore intellet-tuale, e a Casanova, non tra i migliori
Fellini: non potevo impegnarmi per
un anno o più, senza sapere quando e
se l’avremmo girato. Ma lo sa che an-che nel Sorpasso, diventato il mio logo
italiano, sono stato preso per puro ca-so? Doveva interpretarlo Jacques Per-rin, altro francese allora onnipresente
nel vostro cinema. Le prime riprese,
nelle strade vuote di Roma a Ferrago-sto, furono effettuate con la sua con-trofigura. Quando lui dovette rinun-ciare chiamarono me, semplicemente
perché ero il più somigliante alla sua
controfigura».
Nei cinque anni in cui si dedicò pro-fessionalmente alle corse, girò tra
Francia e Italia ventitré film, quasi cin-que all’anno (una media da Totò): tre
di Scola, tra cui La terrazza, l’ultimo
Truffaut di Finalmente domenica!e il
suo ultimo italiano, lo stupendo Colpi-re al cuoredi Gianni Amelio con Laura
Morante. Una schermata trionfale al
confronto dei vergognosi piazzamen-ti su pista: settimo nell’81 alla 24 ore di
Spa Francorchamps, cinquantunesi-mo nell’82 al Rally di Montecarlo, qua-rantasettesimo nell’84... Masochismo
d’attore o sadismo di pilota? «E pensi
che ho anche rischiato di morire, in
due incidenti, di cui uno molto grave:
nell’80 alla 24 ore di Le Mans sono usci-to di pista a 325 chilometri all’ora. For-tunatamente in un rettilineo. Scoppiò
la ruota posteriore sinistra. Sono rim-balzato sei volte sulle barriere di sicu-rezza, senza mai colpirle frontalmen-te. Ma è questo che mi è sempre pia-ciuto delle gare: è una guerra di nervi,
affronti una curva a tale o tal’altra ve-locità sapendo che è l’acceleratore a
guidare la macchina e non tu, tu non
puoi rallentare sennò è testacoda. Il
brivido è tutto lì. Ciò detto, non è che
fossi molto dotato per le corse. E poi ho
cominciato tardi, dopo i quaranta,
quando i piloti in genere smettono».
Profetico, dunque, il film di Dino Risi.
La vita come sorpasso, sempre defini-tivo quando è sfida con se stessi: un po’
come l’attore? «Essere attore significa
conservare un’anima infantile, conti-nuare a entusiasmarsi, a meravigliarsi:
dunque, a superarsi. In questo, sono
sempre stato e sono rimasto, nono-stante tutti gli strappi e i cambi di mar-cia, un attore». Talora, e lei l’ha capito
presto, sorpassarsi è fare marcia indie-tro? «Alla fine della mia vita sono tor-nato alle mie origini: i campi, le vigne.
Da una trentina d’anni vivo nella mia
casa a Uzès, nei dintorni di Avignone.
Nella mia famiglia, nessuno prima di
me era mai salito fino a Parigi. Era lon-tana, Parigi. Ci ho vissuto venticinque
anni. E poi ho rimesso radici nella mia
campagna, dove sono cresciuto e dove
mi sento meglio. Nipote e figlio di vi-gnaioli, anch’io produco vino. Mi ci so-no messo tardi, ma mi piace. Lo bevo,
anche, il vino: come il teatro, mi ha aiu-tato a vincere la timidezza. E poi: una
sana sbornia non è meglio d’una me-diocre lucidità?»
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