l 20 febbraio scorso ho preso il treno per Menlo Park e di lì un
taxi per il quartier generale di Facebook nella famosa Silicon
Valley. Sheryl Sandberg, la numero due del gigante dei social
network, presentava un suo libro, in uscita internazionale il
12 marzo, a una ventina di giornalisti non americani. Consegnate le
bozze, previo “giuramento” di rispettare l’embargo, segue confe-renza stampa, poi intervista one to onee infine visita al campus di Fa-cebook. Tutto mi immaginavo, tranne che di diventare testimone di
un clamoroso caso politico-culturale-editoriale-filosofico-monda-no che si sta sviluppando in questi giorni intorno al libro. Nessuno
lo ha ancora letto, ma sui giornali e sui blog americani sono ormai
dozzine gli interventi. Sheryl Sandberg è l’autrice del “manifesto
femminista” del Ventunesimo secolo o l’ultima arrivata donna in
carriera che straparla dall’alto di un paio di scarpe Prada? La paladi-na delle donne che lavorano o la privilegiata imboccata alla nascita
ENRICO DEAGLIO
con un cucchiaio d’oro? L’iniziatrice di un movimento mezzo seco-lo dopo la Mistica della femminilità, il libro di Betty Friedan che se-gnò la fine della supremazia maschile in Occidente?
Edito da Knopf, il libro si chiama Lean in, Women, Work and the
Will to Lead. Tradotto in italiano per Mondadori: Facciamoci avan-ti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire,oltre duecento pagine di
cui una cinquantina di dettagliatissime note sulla discriminazione,
degne di una ricerca accademica. L’autrice ha una biografia da urlo.
Newyorchese, quarantaquattro anni, laurea in economia ad Har-vard, capo gabinetto del ministro del tesoro di Clinton, Larry Sum-mers (che sarà il suo mentore); è stata alla Banca Mondiale, nel ri-stretto cerchio di persone che trattò il salvataggio finanziario della
Russia di Boris Eltsin (all’epoca il suo ufficio — per un gioco di simu-lazione — calcolò anche quanto si sarebbe dovuto sborsare per te-nere in vita lo zar nel 1917 ed evitare così settant’anni di comunismo,
concludendo che forse ne sarebbe valsa la pena).
(segue nelle pheryl Sandberg passa dal settore pubblico a quello privato
e nella transizione — la ragazza sa quando bisogna essere
choosye quando no — lavora come istruttrice di aerobica
nelle palestre di Jane Fonda, con tanto di tutina luccican-te; poi entra a Google e ne diventa la principale dirigente e
la prima produttrice di utili della società. Passa da questa a
Facebook (assunta nel 2008 da un ventitreenne Mark Zuckerberg che,
per età, potrebbe essere suo figlio), porta via a Google i migliori diri-genti, rimodella la società come responsabile dello sviluppo econo-mico finanziario e gestisce la storica (e controversa) quotazione in
borsa della società. Stipendio attuale: trenta milioni di dollari l’anno.
Benefit: un cospicuo pacchetto di azioni della società. Effetto della sua
presenza ai vertici dell’industria elettronica: clamoroso.
È la prima donna ad avere potere in un mondo strutturalmente ma-schile. Vita privata: nata in una famiglia di ebrei russi newyorchesi con
l’adorazione per lo studio, padre chirurgo, madre insegnante e attivi-sta dei diritti umani; marito medico, due figli di sette e cinque anni.
Quinta donna più potente del mondo secondo la rivista Forbes, dietro
a Hillary Clinton, Angela Merkel, Dilma Roussef, Sonia Gandhi, ma
prima di Michelle Obama. (La madre però le telefonò: «Io credo che
Michelle Obama sia sopra di te…»).
Il terzo elemento dell’evento è quella strana cosa che si chiama Fa-cebook. Ci stanno attaccati un miliardo di persone, che ogni giorno si
scambiano 250 milioni di fotografie e 2,7 miliardi di commenti su
quello che cliccano (il famoso “mi piace”). Facebook è la più grande
banca dati per l’industria pubblicitaria e la politica. Ha fatto scoppia-re la primavera araba? Dicono di sì. Ha deciso la rielezione di Obama?
Sicuramente sì.
A Menlo Park, il nuovo quartier generale dove lavorano duemila im-piegati, lo stile è da campus sessantottino. Niente orari fissi, molti bar e
caffè, biciclette che girano, manifesti appesi sui muri (“non siamo con-sumatori, ma il popolo”; “la connessione è un diritto umano”, “l’im-portante è sbagliare”). C’è anche un muro dove tutti possono scrivere
quello che vogliono e, in cima, verso il soffitto, compare anche un
“Sheryl Sandberg sei il mio eroe!” ( mi giurerà che non l’ha scritto lei).
Lean inè al crocevia tra un libro di memorie di una donna di suc-cesso, un manifesto per l’emancipazione delle donne che lavorano e
una miniera di dati sulla discriminazione contro le donne: in casa, sul
lavoro, nella politica. Il “farsi avanti” del titolo si riferisce a una situa-zione che Sandberg ha visto mille volte. Sala riunioni di una grossa so-cietà, grande tavolo. «Prego, prendete posto» dice il padrone di casa.
Ed ecco che gli uomini si siedono al tavolo e le donne tendono ad ac-comodarsi sulle sedie accanto. Immagine-metafora di una disegua-glianza, ma anche di una paura introiettata dalle donne stesse. Quan-do si faranno avanti e si sederanno, con naturalezza, al centro del ta-volo, allora si sarà abbattuto quell’invisibile soffitto di cristallo della di-scriminazione. Batterla, superarla, ottenere insieme migliori salari,
potere aziendale e una più giusta organizzazione dei diritti e doveri
nella vita famigliare è lo scopo del pamphlet che Sheryl Sandberg (in-sieme alle cinque giovani donne della neonata fondazione Lean in)
presenta in una sala riunioni gentilmente concessa da Facebook, di
cui lei è praticamente il capo supremo. Conversatrice brillante ed
esplicita, l’autrice indossa un tubino bianco e nero senza maniche su
scarpe tacco dodici. I capelli neri sono pettinati a caschetto ed è nota
una sua forte somiglianza con l’attrice Patricia Neal, quando era gio-vane. Il libro uscirà contemporaneamente in venti paesi («Non in
quelli islamici», precisa Sandberg. «È un libro adatto a situazioni in cui
i diritti di base delle donne sono già stati conquistati. Ma non dove non
si può votare o non si può guidare l’automobile»).
La mia prima domanda in privato è sull’impatto che pensa di otte-nere con il suo libro.
Intende creare un movimento?
«La premessa è questa: le donne sono molto — moltissimo — esclu-se dalle posizioni di potere aziendale e io voglio fare qualcosa perché
questo finisca. Non penso che l’impatto possa avvenire con soluzioni
individuali; piuttosto sarà dovuto a tutte le donne che sono venute pri-ma di me e alle donne e gli uomini che faranno dei cambiamenti reali
nelle loro vite. Io cerco di aumentare il dialogo e di cambiare obiettivo
del dibattito sulle donne. Basta discutere su quello che le donne non
possono fare. Parliamo invece di quello che possono fare».
Come spiega la discriminazione attuale?
«Le donne hanno sicuramente conquistato molto, i diritti di base,
quelli ottenuti dalle nostre madri. Ma poi si sono adattate. Non abbia-mo più osato. In futuro, quando gli storici guarderanno gli ultimi
vent’anni, si chiederanno: come mai la marcia si è fermata? E non sa-pranno dare una spiegazione. Persino il salario-orario minimo per le
donne è aumentato di pochissimo. Nei consigli di amministrazione,
come alla guida dei governi, il numero di donne è ridicolo. Ma quello
che è più grave è che le donne hanno perso la voglia di arrivare in cima».
Lei sostiene che la radice è culturale…
«Sì, gli esempi sono infiniti. Una donna che ha una buona carriera
viene definitiva “troppo aggressiva”, o “troppo ambiziosa” mentre di
un uomo questo non si dice. Le donne sono indotte a rinunciare ai po-sti migliori perché devono tornare a casa ad accudire i figli. (A propo-sito: sarebbe bene che le aziende mettessero a disposizione delle don-ne incinte i parcheggi più vicini all’entrata, tanto per cominciare). Al-le elementari i bambini maschi dicono “voglio diventare presidente”,
le bambine lo dicono assai meno. I giochi elettronici stessi sono con-cepiti per una visione maschile del potere. Ancora? Nella fase di docu-mentazione per il libro abbiamo cercato un film con una protagonista
femminile che comandi e che abbia una normale vita familiare. Eb-bene, non lo abbiamo trovato. Ho una figlia piccola che ha un ami-chetto. Un giorno era triste perché tutti e due vogliono fare gli astro-nauti e però si vogliono anche sposare, e quindi lei ha dovuto rinun-ciare. “Perché proprio tu?” le ho chiesto. E lei mi ha detto: “Qualcuno
deve stare a casa con i bambini, e mi sa che quella sono io”. Io credo
che occorra riaprire il discorso su tutto ciò… A partire dal linguaggio.
Se una donna comanda, è bossy, prepotente. Se a comandare è un uo-mo, è un leader. Non va bene».
Effettivamente dico sempre a mia moglie che tende a essere un po’
bossyquando siamo in cucina…
«Lei si sbaglia, e farebbe bene a cambiare linguaggio. Sua moglie è
leader in cucina. Gli uomini dovranno abituarsi a tante cose; per
esempio al fatto che le mogli guadagnino più dei mariti. Negli Stati
Uniti succede nel trenta per cento delle famiglie, in Italia è già il di-ciotto. Dovranno abituarsi a una diversa divisione dei compiti. Cu-riosamente, oggi il tipo di famiglia che ha la più giusta ripartizione del-le mansioni famigliari, soprattutto per quanto riguarda i figli, è la fa-miglia omosessuale, sia quella formata da due maschi, sia quella for-mata da due femmine. Nella famiglia tradizionale invece la donna la-vora molto più dell’uomo».
Lei a che ora esce dall’ufficio?
(Ride).«Alle 17,30. In effetti quando l’ho detto in un’intervista, non
mi aspettavo di creare uno sconquasso, e invece sulla Rete se ne è di-scusso per settimane. “Sandberg fa bene o fa male a uscire alle 17,30?”,
“Che coraggio! Se ne va alle 17,30!” Io esco alle 17,30 perché voglio an-dare a casa e stare un po’ con i miei figli; e non credo che la politica degli straordinari obbligatori (specie se applicata alla donne) sia saggia.
Penso che le persone dovrebbero essere pagate per la qualità del lavo-ro, non per la quantità. Peraltro lo diceva anche Colin Powell, che era
il nostro segretario di Stato».
Lei ha esperienza di comando e di gestione sia nel pubblico che nel
privato. La leadership femminile a che cosa porta?
«Oh, su questo abbiamo parecchi dati. In generale si può davvero
dire: women do it better, le donne lo sanno fare meglio. I programmi
gestiti da donne funzionano meglio, sia in termini di risultati che di
tempo per raggiungerli. Le donne nei posti di comando ottengono mi-gliori condizioni di flessibilità sul lavoro. Vengono assunte e valoriz-zate più donne nel management intermedio e infine, in generale, di-minuisce il gap salariale tra uomo e donna. Tutto questo, secondo me,
non solo è molto buono per le donne, ma è molto buono per le azien-de. Aziende che, peraltro, conoscono già il potere delle donne come
consumatrici. Per esempio, già oggi il parere delle donne è determi-nante nella scelta dell’acquisto di una certa automobile o di un certo
computer. Le donne hanno un grande potere sugli strumenti che ven-gono prodotti e su come questi possono essere usati. Altro esempio: le
donne, che sono la maggioranza degli utenti di Facebook, lo usano in
maniera differente dagli uomini».
Con il suo libro, lei, esattamente, che cosa vuole ottenere?
«Lo scopo è di provocare un’azione, sì, un movimento. Su due fron-ti: il primo è il recupero dell’autostima delle donne, della loro ambi-zione, che le porti a non rinunciare in partenza a ottenere dei ruoli di
comando. Il secondo è il cambiamento dell’establishment aziendale.
Quando Mark mi assunse (Mark Zuckerberg, il capo di Facebook ndr),
glielo dissi chiaramente: “Tu lo sai che stai accettando una sfida, vero?
Tu lo sai che molta gente non gradirà affatto, vero?”. E anche adesso
sono sicura che l’iniziativa di Lean inprovocherà delle resistenze. Ma
cosa possono fare? Non possono mica spararci…».
“Farsi avanti” diventerà una parola d’ordine, un nuovo sindacato?
«Per adesso diventa una fondazione, contattabile all’indirizzo
press@leanin.org. Immagino proprio che i social network le daranno
una grande spinta. Lo scopo è di
raccogliere dati, storie e condi-videre esperienze utili all’avan-zamento delle donne. Non solo
storie aziendali. Le prime che
diffonderemo saranno storie di
donne che ce l’hanno fatta, co-me Ursula Burns, amministra-tore delegato di Xerox, nata in
una casa popolare con tre svan-taggi: “nera, povera e bambi-na”. O storie di coraggio: una
donna ventenne che ha avuto il
coraggio di far arrestare il suo
stupratore. Poi storie di verten-ze concluse bene; esempi di
successo: vogliamo dare stru-menti, notizie utili alle donne
per negoziare meglio la propria
posizione e per vincere. Questo
vale sia sul posto di lavoro che in
casa. L’anno scorso ho tenuto
una conferenza su questi temi
alla Ted University: ebbe un
successo straordinario. E forse
la cosa che mi fece più piacere fu
la mail di una dottoressa di Bo-ston cui avevano offerto una
bella opportunità di lavoro ed
era indecisa, per via dei bambini. Mi scrisse che l’avevo convinta, ave-va accettato e aveva scritto una lista della spesa per il marito: le cose che
d’ora in poi avrebbe dovuto fare lui».
Lei si definisce una femminista?
«Adesso sì, e con orgoglio. Ma se me lo avessero chiesto vent’anni fa
avrei detto di no, come credo molte altre giovani donne americane che
godevano dei diritti conquistati, ma allo stesso tempo non volevano
essere etichettate con lo stereotipo della donna arrabbiata che brucia
il reggiseno. Credo di non essere stata abbastanza coraggiosa. Credo
anche però che quindici anni di osservazione della realtà del lavoro mi
abbiano reso consapevole della verità del femminismo tradizionale:
le donne non godono di una reale uguaglianza, e non godono di reali
pari opportunità».
Sono ormai passati venti giorni dalla presentazione di Lean in, l’em-bargo è stato rispettato, ma il “caso Sheryl Sandberg” è già scoppiato.
Il dibattito sul femminismo ha ricevuto una improvvisa fiammata. La
signora Sandberg è al centro dell’attenzione, e così i suoi progetti. È in-dicata alternativamente come la nuova Betty Friedan o come una Pa-ris Hilton che gioca sulla pelle delle donne per la sua personale carrie-ra. Credo che, per una volta, il merito del successo mediatico del libro
sia da dividere, perlomeno a metà, tra l’ufficio stampa e il contenuto.
Il nervo era sensibile: una donna, un libretto e un social network l’han-no toccato, provocando un grande urlo
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