lunedì 1 aprile 2013

Ottobre Parte 4

Addio all’editore Arthur Sulzberger fece grande il New York Times Disse no a Kennedy e Nixon, svelando il disa stro del Vietnam

WASHINGTON — L’uomo che
disse di “no” a Kennedy e sbatté
la Costituzione in faccia a Nixon,
cominciò malissimo il proprio
viaggio nell’informazione, con
un annuncio funebre che il capo
servizio disgustato gli fece ri-scrivere. Arthur Ochs Sulzber-ger, il patriarca della “Signora in
Grigio”, del New York Times, è
morto ieri a 86 anni dopo «una
lunga malattia», ha annunciato
il suo giornale. Precisamente
una di quelle espressioni vuote e
logore che gli valsero il cazziato-ne del suo primo caposervizio,
in un giornale di Milwaukee, do-ve era andato a fare gavetta.
Non che quel primo scivolo-ne da redattore avrebbe cam-biato molto nella sua vita di ere-de della famiglia Ochs Sulzber-ger. Figlio di Ifigene Ochs e di
Arthur Sulzberger, era destinato
per nascita a diventare ad appe-na 37 anni proprietario del quo-tidiano newyorchese, nel 1962.
“Punch” come era stato sopran-nominato da bambino perché la
sorella si chiamava Judy, e “Pun-ch and Judy” erano due mario-nette popolarissime coi bambi-ni quando era nato nel 1926, si
trovò al timone di un giornale
che dovette immediatamente
incrociare i ferri con John Ken-nedy.
JFK era furioso con “Punch”
per i servizi che nel 1963 il corri-spondente da Saigon, David
Halberstam inviava, profetiz-zando disastri. Sulzberger pro-tesse Halberstam, destinato a
vincere il Pulitzer, e ignorò Ken-nedy. «Io dovevo difendere il
mio giornale e la sua credibilità,
non la politica del governo»
avrebbe spiegato decenni più
tardi ad Abe Rosenthal, uno dei
direttori da lui scelti. Fu allora
che i dipendenti, i giornalisti, gli
impiegati, gli operai assunsero
quel senso orgoglioso della pro-pria importanza che avrebbe
fatto il brand , il marchio del New
York Times .
Sulzberger era prima di tutto
un giornalista, anche se pro-prietario. Lo dimostrò la scelta
che ne avrebbe fatto il giornale
più influente del mondo nella
seconda metà del ’900, Fu lo
scontro con un altro presidente
di segno opposto a quello di
Kennedy, Richard Nixon. Quan-do “Punch” decise di pubblica-re, contro il parere dei suoi lega-li, i “Pentagon Papers” segreti
che nel 1971 rivelarono l’enor-mità del disastro in Vietnam, la
Casa Bianca portò il caso davan-ti alla Corte Suprema, che riaf-fermò il diritto della stampa a
diffondere anche documenti
segreti. Quella decisione sca-tenò la paranoia del presidente
e lo condusse diritto allo scan-dalo Watergate. Ma subito do-po, ingaggiò proprio uno dei
collaboratori più stretti e ghost
writerdi Nixon, Wlliam Safire, in
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Addio all’editore Arthur Sulzberger
fece grande il New York Times
Disse no a Kennedy e Nixon, svelando il disastro del Vietnam
IN UFFICIO
Arthur Ochs
Sulzberger
(a lato, nel
suo ufficio
nel 1973 ), è
morto ieri
all’età di 86
anni nella
sua casa di
Southampton
vicino
New York
L’OMAGGIO
“L’editore che ha
rivoluzionato il Times
per la nuova era” titolava
ieri l’edizione online
un gesto di equità verso i lettori
e di ironia verso Nixon.
Aveva capito che il coraggio e
l’indipendenza alla fine pagano
in soldi, oltre che in prestigio.
L’azienda che lui aveva eredita-to nel 1962 dal matrimonio di-nastico fra gli Ochs e i Sulzberger
vivacchiava produceva un di-gnitoso profitto di 101 milioni di
dollari. Nel 1997, quando lasciò
la presidenza al proprio figlio, la
cifra era salita a due miliardi e
mezzo di dollari con una diffu-sione di tre milioni di copie per
la leggendaria e gigantesca edi-zione della domenica e 108 pre-mi Pulitzer, l’Oscar del giornali-smo, in bacheca.
Non sarebbe toccato a lui, ri-tiratosi nella propria grande vil-la sull’oceano negli Hamptons a
est di Manhattan, seguire il de-clino, le difficoltà e soprattutto
la durissima transizione dal do-minio della carta alla conviven-za con la Rete, che oggi ha porta-to il New York Timesa perdere
soldi e rosicchiare abbonamen-ti per l’edizione online, divenu-ta a pagamento. Negli Anni ’90,
quando i primi segni della crisi
che avrebbe colpito tutti i gior-nali tradizionali si avvertirono,
“Punch” prese la decisione non
di licenziare, ma di assumere.
«Anziché annacquare la mine-stra — dirà sempre l’ex direttore
Abe Rosenthal — scelse di met-terci dentro più pomodori». Ma
non impedì il declino e la transi-zione tecnologica. Si dice che
abbia sorriso alla la decisione di
cambiare il famoso motto del
Times , “Tutte le notizie che me-ritano di essere stampate”, nel
nuovo “Tutte le notizi


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Geppi Cucciari

genitori la volevano magistrato,
lei ha cercato di fare il notaio
ma alla fine ha ceduto al richiamo
della comicità. “Zelig” l’ha lanciata,
Sanremo l’ha consacrata e oggi
che è la vera star de La7
vuole essere attrice
a tutto tondo:
“Cinema, teatro
e tv appagano tre parti
diverse del condominio
che è in me. Sì, lo so: il mio
mestiere è sintomo
di squilibrio”

gli occhi neri e profon-di da sarda vera. Comi-ca, conduttrice e attrice
dalla battuta veloce e lo
sguardo tagliente. Rivelazione della te-levisione italiana, Geppi Cucciari met-te d’accordo intellettuali e telespettato-ri intorpiditi da anni di telecomando
senza emozioni. La nuova più amata
dagli italiani arriva all’appuntamento
in un albergo romano con abito a fiori e
golf leggero sulle spalle. Puntualissima,
nonostante i ritmi frenetici del pro-gramma G’ Day su La7, rete di cui è la
star di punta, e femminile come non si
direbbe. Riempie lo spazio con un sor-riso dolce sotto lo sguardo carbone. E,
di fronte a una colazione mattutina,
mentre oscilla tra il rigore della dieta e le
tentazioni della gola, smentisce un pre-sente, e un passato, da pestifera.
«Sono stata una bambina divertente.
Essere divertenti è possedere una sfu-matura della simpatia, in modo più o
meno conscio. Tendevo a dire quello
che pensavo, perché a una bambina era
concesso, e tento di farlo ancora oggi. Il
mio nome, come si usa in Sardegna, era
Maria Giuseppina con la “Madonna”
davanti. Mio padre e i miei fratelli, a
quattro anni, hanno cominciato a chia-marmi Geppi che non è un nome d’ar-te come Sting». In famiglia tornava Ma-ria Giuseppina solo quando la rimpro-veravano: «Era difficile urlare “Geppi”,
che sembrava un vezzeggiativo, e non
riuscivano a sgridare una bimba con un
nome che faceva tenerezza».
Maria Giuseppina a diciotto anni si
diploma a Macomer, Sardegna
profonda, con la stessa idea fissa nella
testa da quando di anni ne aveva solo
sei: studiare teatro. «I miei mi chiesero
di laurearmi in giurisprudenza e così
mi trasferii a Cagliari. Peccato che, pro-prio in quell’anno, c’era stato il boom
delle matricole iscritte». Era il momen-to di Mani pulite e, da quattrocento, i
sardi che sognavano di diventare Di
Pietro, erano diventati tremila.
La vita a Cagliari la travolge: il mare,
le amiche, la squadra. «Con il basket ero
appagata: giocavo in A2 però continua-vo a sognare di far ridere la gente e di di-ventare attrice. Così, a otto esami dal
traguardo, ho chiesto ai miei di man-darmi a Milano, giurando che mi sarei
comunque laureata». Per Geppi co-mincia la vita vera: «Il cabaret, e soprat-tutto Zelig, mi sembravano la scorcia-toia per salire sul palco davanti al pub-blico». Dopo la laurea però insiste e
prova il tirocinio in uno studio notari-le: «Anche in questo caso ho agito più
da figlia che da amministratrice di me
stessa perché mio padre, il grande
pragmatico, ci teneva troppo. Mia ma-dre mi ha trasmesso invece un grande
senso del dovere e dell’equilibrio». Co-se che l’hanno aiutata quando ha do-vuto scegliere. Nel lavoro e non solo.
Dello sconosciuto mondo dello spetta-colo temeva la sfida continua: «E inve-ce l’ho trovato simile a tanti altri. C’è
quella fatica, tutta femminile, di conci-liare la vita reale con la carriera».
Il primo palcoscenico è stato quello
del laboratorio Scaldasole. Quindi, fi-nalmente, Zelig. Ma senza mollare i fal-doni del notaio: «Facevo una gran con-fusione tra la vita diurna meticolosa e
quella notturna da comica, così, dopo
quasi un anno, mi sono licenziata. A
quel punto in famiglia mi hanno ap-poggiata perché ero una dottoressa di
studio troppo triste e imprecisa. Il no-taio è diventato un mio ammiratore e io
ho cominciato a fare quello che deside-ravo, senza compromessi».
La prima volta che si è trovata da-vanti al pubblico le tremavano le gam-be. E confessa che le tremano ancora:
«Ho una debolezza che esplode e che
non riesco a controllare. Mi è successo
a Sanremo. Però, persino nei momenti
difficili, non ho ripensamenti perché
ho la fortuna di fare quello che ho sem-pre sognato. Quando ho avuto proble-mi, ho conosciuto il lusso di potermi
fermare e stare in casa mia, l’unico po-sto dove volevo e dovevo stare». Della
pallacanestro le è rimasto lo spirito di
gruppo: «Dietro ogni lavoro ci sono io
con i miei autori, ho un forte senso cor-porativo e tendo a lavorare a lungo con
le stesse persone anche perché nella vi-ta si trascorre più tempo con chi si la-vora che con chi si ama. Voler bene al
proprio vicino di scrivania rende tutto
più semplice».
Il rigore non le manca: «Pur essendo
l’ultima figlia, sono stata educata in
una bolla di attenzioni e severità. Non
mi è mai stato permesso di studiare un
giorno tanto e quello dopo niente, la re-gola era mai restare indietro. Anche nel
basket, quando volevo mollare, me lo
hanno impedito. L’allenamento aiuta,
la preparazione anche, quando non
hai nessun altro talento che non essere
te stessa il controllo sulle cose ti dà se-renità. E lo eserciti provando, discu-tendo e cambiando idea sino allo sfini-mento».
La giornata di Geppi Cucciari non è
mai oziosa. Anzi. «Vivo correndo, ora
che tutti i giorni sono su La7 con G’ Day
leggo qualsiasi quotidiano e ho sempre
un libro aperto. La diretta mi costringe
a tentare di sapere tutto. In principio
ero aiutata dall’inconsapevolezza. La
televisione s’impara giorno per giorno
confrontandosi con i propri limiti e
unendo l’esercizio con un folle istinto».
In questo il teatro le ha fatto da scuola,
ma la televisione è un’altra cosa: «Arri-va un momento in cui dimentichi la te-lecamera e può capitare di essere più ir-riverente, più cattiva o più disinforma-ta del lecito». Un grande dono è saper
ascoltare. «Cosa che aiuta anche nella
vita, dove bisogna ascoltare ma anche
ricordare».
Geppi vive a Milano. Città che ama e
che l’ha accolta con affetto, ma che
non le impedisce di tornare nella sua
Sardegna. Il sorriso diventa più inten-so: «La Sardegna è un’isola e questo
non fa che esaltare gli aspetti negativi e
positivi del suo popolo. La “sardità” si
esprime in un forte senso del territorio,
della provenienza, del riconoscimen-to. La memoria felice si trasforma in ri-conoscenza profonda, quella infausta
tende a sfociare nel rancore». Nei suoi
primi trentanove anni, l’indaffarata
Geppi, ha trovato anche il tempo per
scrivere due libri: «È stato liberatorio.
Per me che sono un’istintiva era im-portante potersi isolare e capire le co-se». La dedica è stata l’unica cosa su cui
non ha avuto dubbi: «Ai miei genitori,
con i miei genitori, nonostante i miei
genitori». Nella vita si definisce «tradi-zionalista con un filo di progressismo
controllato». Quando è arrivata la pro-posta di Sanremo, ha avuto solo due
settimane per prepararsi: «La prima
preoccupazione è stata cosa dico, poi
con chi ci vado, infine come mi vesto».
Alla fine è andata con i suoi autori e si è
fatta vestire da Antonio Marras. Sardo
anche lui. Al fianco di tante bellissime
non si è sentita a disagio ma, del con-fronto estetico tra le donne, c’è qual-cosa che la innervosisce nel profondo:
«Soffro quel ragionamento che presu-me un contrasto tra bellezza e intelli-genza. Un tempo c’era un maschili-smo che portava a discriminare tra uo-mini e donne, ora c’è quello più sub-dolo che divide le donne capaci e le
donne di altro tipo. Io non mi ritengo
in contrasto con ciò che è diverso da
me, casomai in illuminante e lecita di-sarmonia».
È stata premiata come miglior per-sonaggio televisivo dell’anno ma non
le basta. C’è ancora un sogno: «Essere
attrice. Quest’estate ero sul set di una
commedia di Marco Ponti e di un film
in bianco e nero di Paolo Zucca. Nel ci-nema il risultato è dilazionato nel tem-po. Non sai quello che hai fatto, finché
non vedi il film finito. È come se tv, tea-tro e cinema appagassero tre parti di-verse del condominio che è in me». Su
chi, come lei, ha scelto questo mestie-re scherza: «È sintomo di squilibrio».
Quando non lavora il tempo libero lo
passa a modo suo: «Divento metodica,
quasi noiosa. La sera mi alleno a basket
e, due volte a settimana, ceno con le
mie amiche storiche, sarde come me.
Ho scelto di ricominciare ad allenarmi
perché mi piace e mi addolora che,
aver perso qualche chilo, abbia rap-presentato per molti una scelta di vi-ta». Gli amici sono selezionati. «La mia
realtà ruota attorno a tre o quattro per-sone che hanno scelto di frequentar-mi, l’uomo che amo, le amiche di sem-pre, la mia famiglia. Ogni tanto mi uni-sco ad altri ma non credo nell’alchimia
dei gruppi che non si conoscono, mes-si insieme a tutti i costi».
La tostissima Geppi, a sorpresa, non
disdegna il lettino dell’analista. Anche
quello a modo suo: «Alcuni vanno in
analisi per sfogarsi, io non ne ho biso-gno perché ho amiche preziose. Riten-go però che se l’analista in un’ora ti di-ce anche solo una cosa, con la giusta di-stanza, ne sia valsa comunque la pe-na». Si avvicina un cameriere per por-tare via il caffè e lei lo sorprende con
una battuta. Una risata e subito lui la
guarda con adorazione. Ecco il segreto
per conquistare gli uomin


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Apple, una filosofia tradita Steve Jobs sarebbe furioso”

e Steve Jobs
fosse ancora vi-vo, ora sarebbe
furibondo.
Questa storia
delle mappe sballate dell’iPhone
5 è un errore imperdonabile. E le
scuse pubbliche che Tim Cook
ha presentato non sono soddi-sfacenti, non foss’altro perché
non sono accompagnate dalla
data in cui il problema verrà su-perato. Può sembrare una cosa
piccola, viste le file che ci sono
state comunque per comprare
l’ultimo modello del telefonino
della Apple, ma si tratta di un tra-dimento della filosofia di mana-gement di Jobs. Se Steve fosse
ancora vivo, sono sicuro che
qualche testa sarebbe rotolata”.
Jay Elliot lo conosceva bene
Steve Jobs. Dopo averlo incontra-to per caso in un ristorante in Sili-con Valley, venne assunto ed è
stato per sette anni vice presiden-te esecutivo Apple: “Allora Steve
aveva 27 anni e io 39. Quando c’e-rano delle riunioni, lui diceva
sempre la stessa frase: non fidate-vi mai di chi ha più di 30 anni! Poi
mi guardava e aggiungeva: eccet-to Jay”. Quando Steve Jobs venne
licenziato dalla “sua” Apple, nel
1986, Elliot si vanta di essere stato
l’unico a difenderlo in consiglio di
amministrazione: “E così venni
licenziato anche io”.
Com’è noto molti anni dopo
Jobs tornò in Apple, trovandola
sull’orlo della chiusura e trasfor-mandola in quello che è oggi:
l’azienda più capitalizzata di
Wall Street ed una delle più am-mirate del mondo. Ed Elliot, che
nonostante gli anni è ancora in
pista con una piccola azienda di
software, ha scritto un libro di
notevole successo sul suo ex ca-po sebbene non lo abbia prati-camente più visto da allora:
L’uomo che ha inventato il futu-ro . Ora ne ha scritto un secondo:
La storia continuache è uscito
per Hoepli proprio nei giorni in
cui nel mondo è scoppiato il
Mapplegate, lo scandalo delle
mappe sbagliate di Apple.
Si tratta di questo: nell’ambito
della sfida con Google, dall’ulti-ma versione del sistema operati-vo Apple (iOS6), le ottime e con-solidate mappe di Google sono
state sostituite dalle nuovissime
mappe che Apple ha confeziona-to. Solo che il prodotto non fun-ziona, molti indirizzi sono sballa-ti, intere città sono in mare e mo-numenti con la Torre Eiffel risul-tano schiacciati come se fosse ca-duto un meteorite. Cose che capi-tano con il software: per questo
spesso basta avvertire che il pro-dotto è ancora “in beta”, ovvero in
fase di test. Ma Tim Cook non lo
ha fatto: anzi le ha presentate di-cendo che erano le migliori map-pe che avessimo mai visto.
Un semplice incidente di per-corso? Non si direbbe. Il 24 agosto
scorso, ad un anno esatto dal pas-saggio di consegne con Steve
Jobs, tutti erano d’accordo nel
lodare il nuovo capo, forte dei
successi di vendite, in Borsa e
anche della vittoriosa guerra dei
brevetti con i rivali. Sono passa-ti appena quaranta giorni e nel
primo anniversario della morte
di Jobs, è tutto cambiato: “La
magia è finita” “Cook sta lenta-mente distruggendo la Apple”
“Steve Jobs lo avrebbe licenzia-to” sono solo alcuni dei titoli che
si leggono in rete in questi giorni
anche su testate autorevoli.
“Molte critiche sono davvero
immotivate” secondo Elliot.
“Tutti dimenticano che Tim
Cook era il primo collaboratore
di Steve Jobs e che è stato Steve
stesso a sceglierlo come succes-sore. La morte di Steve non è sta-to un fatto improvviso e gli ha da-to il tempo di costruire un team
che potesse gestire la Apple dopo
di lui. Accanto a Cook, ci metto
anche Jonathan Ive, al quale si
deve il magnifico design dei pro-dotti. Ovviamente come perso-na, come leader, Jobs resta inso-stituibile, ma la sua speranza era
che un iTeam potesse prendere
il suo posto. Come dimostra la
presentazione dell’iPhone 5, il
12 settembre: quel giorno sul
palco non c’era un unico prota-gonista ma un gruppo. La Apple
oggi è una squadra”.
Un anno dopo la morte del
fondatore, qual è l’eredità che
Jobs ha lasciato? Su questo Elliot
non ha dubbi: “Il fatto che una
azienda per avere successo e an-cora di più per mantenerlo, non
deve mai perdere la mentalità
della startup, delle imprese nate
in garage per passione, con l’u-nico obiettivo di inseguire una
idea meravigliosa e fare il pro-dotto più bello di tutti”. La Apple
di Jobs, nonostante le dimensio-ni colossali, non ha mai smesso
di essere una startup, “ovvero un
posto dove magari entri a mez-zogiorno ma poi lavori fino a
mezzanotte, dove il capo ti tira
giù dal letto alle tre del mattino
se ha avuto una idea nuova, do-ve anche l’ultimo impiegato go-de del successo grazie al fatto
che ha delle azioni e dove, se il
tuo capo sta presentando al
mondo un telefonino fantasti-co, e tu hai contribuito a farlo,
beh, ti senti una persona felice”.
Resta il tema di come avrebbe
reagito Steve Jobs davanti ad un
errore come quello delle mappe.
“Non è la prima volta che la Apple
nella sua storia sbaglia qualcosa”
ricorda Elliot. “Qualche anno fa
cosa accadde quando ci si accor-se che tenendo l’iPhone con la
mano sinistra cadeva la linea a
causa del posizionamento della
antenna. Tutti sanno che cosa fe-ce Steve e come reagì”. Pratica-mente diede la colpa ai consu-matori. Disse: non impugnatelo
in quel modo, più o meno


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Eric Hobsbawm – ddio allo storico che raccontò il «secolo breve» Gli operai e i fuorilegge al centro delle s ue ricerche

stata lunga e intensa l’attività
storiografica di Eric John Er-nest Hobsbawm, scomparso
all’età di 95 anni. Aveva comin-ciato a farsi notare negli anni Sessan-ta. I suoi studi vertevano inizialmente
soprattutto sulla storia sociale dell’In-ghilterra nella pienamaturità della Ri-voluzione industriale, di cui era stata
l’iniziatrice. Il suo lavoro maggiore di
quegli anni furono gli studi sul movi-mento operaio inglese, apparsi nel
1964. Qui la particolare e originale ci-fra della sua ricerca era di rivolgersi a
studiare la classe operaia non nelle
consuete forme istituzionalizzate, sin-dacali e politiche, bensì in quanto real-tà sociale in varii e importanti aspetti
del suo modo di essere e di vivere. Si
andava, perciò, nelle sue pagine, dalle
condizioni igieniche e sanitarie dei
luoghi di lavoro alle difficoltà di so-stentamento per la magrezza dei sala-ri; dalla ostile diffidenza verso una dif-fusione indiscriminata delle macchi-ne, viste come distruttrici delle possi-bilità di lavoro e come terribili mecca-nismi di alienazione e compressione
umana, agli sforzi organizzativi e poli-tici delle avanguardie operaie. Si trat-tava, però, anche dei movimenti che,
dai radicali, ai laburisti, ai fabiani, si
erano fatti interpreti di questa realtà
sociale e delle sue esigenze di promo-zione umana e civile.
Se si pensa che nel 1963 era stato
pubblicato il lavoro fondamentale di
quel grande storico di questi proble-mi che fu Edward P. Thomp-son sulla Rivoluzione indu-striale e la classe operaia in-glese, si può quindi capire co-me Hobsbawm si fosse subi-to inserito in uno dei filoni
più innovativi e importanti
della storiografia britannica
di allora. Vi si distinse, però,
coltivando, insieme a questo,
il filone della marginalità so-ciale, specie nelle forme che
egli definiva primitive di ri-volta sociale. Di qui gli studi
su ribelli e banditi, sempre
degli anni Sessanta. Quel che
più lo interessava era il ruolo
per nulla trascurabile di que-sti movimenti, di cui l’Italia
gli sembrava fornire un’importante
esemplificazione, nella storia contem-poranea dalla Rivoluzione Francese in
poi, a malgrado d ella loro
elementarità. In quei movimenti di
contadini, di gruppi millenaristici, di
briganti e mafiosi, di primi e informi
movimenti operai, Hobsbawm legge-va il lungo e penoso adattamento alle
nuove e tanto aspre condizioni della
società capitalistico-industriale, e
quindi anche lemaldestre anticipazio-ni dei successivi e robusti e colti movi-menti e partiti operai e popolari. Su-scita qualche perplessità, qui, il fatto
che quell’adattamento fosse ricercato
dallo storico in ambienti fra i più lon-tani dal proscenio della trasformazio-ne socio-economica dell’industriali-smo, ma la sua penetrazione dello spi-rito e della casistica di quelle «forme
elementari» di protesta sociale ha se-gnato non piccole acquisizioni della
storiografia al riguardo.
Era chiaro in questi suoi interessi
storiografici l’orientamento marxisti-co che restò sempre il suo, tanto da
fargli teorizzare ancora nel 2011 «la ne-cessità di riscoprire il marxismo». A
Marx come pensatore e rivoluzionario
aveva dedicato nel 2004 anche una
monografia, che non è, forse, tra le
sue cose migliori, così come non lo è
la sua riflessione metodologica in De
historia. Non si può, tuttavia, in nes-sun modo dire (e lo dice pure la sua
autobiografia, dal titolo, di tipicoun-derstatementinglese,Anni interessan-ti) che il suo marxismo fosse di quelli
dogmatici e non inclini a considerare
e riconsiderare le cose, sensibile co-m’era, fra l’altro, all’influenza della Fa-bian Society, delle cui tesi trattò nella
sua tesi di dottorato. Molto gli giovò
poi il contatto con varii ambienti del
marxismo europeo, delle cui vicende
egli era curioso e appassionato, come
attesta l’importante intervista-collo-quio sul Partito comunista italiano
con Giorgio Napolitano, apparsa da
Laterza nel 1976, e i non meno assidui
rapporti con ambienti cultural-edito-riali tanto rilevanti come quelli della
Einaudi in Italia.
Quando il raggio dei suoi interessi
storiografici si allargò poi alle «rivolu-zioni borghesi», ai movimenti nazio-nali, all’imperialismo e ad altri aspetti
della storia europea dell’Ottocento,
Hobsbawm vi giunse, quindi, con
una notevole ricchezza di prospettive
e di temi di studio, che resero i suo
libri sempre interessanti e attraenti.
E, ciò, anche quando egli si muoveva
sulla falsariga di idee da tempo conve-nute, come quelle sul carattere epoca-le della trasformazione che l’Europa
ha prodotto nel mondo con la Rivolu-zione industriale; o quando indulge-va a una nota ideologica insolita in lui
nel contrapporsi a un altro grande sto-rico dell’Ottocento, quale fu Lewis B.
Namier, l’indimenticato autore della
Rivoluzione degli intellettuali, ossia
del 1848 in Europa.
In ultimo toccò il culmine delle sue
fortune storiografiche ed ebbe una ve-ra popolarità col suoSecolo breve,del
1995. L’idea che il Novecento si strin-gesse tra la Prima guerra mondiale e
la fine della «Guerra Fredda» col crol-lo dell’Unione Sovietica, e quindi tra il
1914 e il 1991, colpì molto l’immagina-rio non solo del «pubblico colto», ma
anche degli studiosi. Egli contrappo-neva a questo secolo breve un lungo
Ottocento. In realtà sono entrambi
lunghi, sia l’Otto che il Novecento, e
per la semplice ragione che per larga
parte si sovrappongono fra loro, e
l’uno continua quando l’altro è già co-minciato e il secondo comincia già
quando ancora dura il primo. Ma la
fortunata immagine della brevità di
un secolo da lui deprecato, a ragione,
come uno fra i più sanguinosi e tragi-ci della memoria umana, dà da sola
l’idea di un modo di fare storia, che al
rigore metodologico e critico accop-piava una dimensione umana di curio-sità e di partecipe passione, di cui in-vano si cercherebbero le tracce in sto-rici anche autorevoli e importanti, lad-dove egli è sempre dentro l’immedia-tezza e vivacità umana della Stori



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