lunedì 1 aprile 2013

Ottobre Parte 5

RE SIHANOU Amava gli Usa e Pol Pot. Addio

morto Sihanouk, re padre della
Cambogia. Aveva 89 anni. Dai
giardini della California si era trasferito
a Pechino per curare una malattia di po-che speranze. I cinesi gli avevano salvato
vita e trono due volte e si è affidato alle
loro mani ma non ce l’ha fatta. Fino agli
ultimi giorni ogni mattina apriva il
computer per informare il mondo “di
come andava la salute”. Blog nel quale
fingeva di rispondere a lettere mai rice-vute, curiosità inventate per nostalgia:
ricette di cucina, titoli dei suoi brutti
film, la leggerezza di quando giocava a
pallavolo o guidava le danze del corpo di
ballo del palazzo di Phnom Penh.
È stato un’equilibrista sublime mentre
il Vietnam bruciava nella guerra e 400
mila marines non riuscivano a piegare
il generale Giap. Sihanouk si appoggia-va a Pechino, dialogava con i Kmer
Rossi senza rompere l’alleanza col
Vietnam del Sud dove l’influenza di
Washington era assoluta. Al Pentago-no lo considerano “una trottola impaz-zita”: quel violare la neutralità firmata a
Ginevra sotto l’ombrello Usa mentre
rafforzava i legami con Mosca che pro-teggeva Hanoi in guerra con gli Stati
Uniti. E la Francia si rammaricava per
l’ingratitudine “sfacciata”. Parigi gli
aveva affidato il trono scavalcando il
padre della cui fedeltà non erano pro-prio sicuri.
MA IL FIGLIO era cresciuto nel liceo
francese più raffinato di Saigon dove le
buone famiglie mandavano ragazzi da
premiare con vacanze a Parigi. Porta-vano a casa le canzoni di Maurice Che-valier. A 19 anni re Sianouk intrattiene
la corte cantando col sorriso dietro il
quale nasconde la furbizia di un intri-gante dall’apparenza frivola. Guida il
ballo reale assieme a una compagna per
anni concubina. Signora ormai morbi-da che ogni mese spedisce a Parigi una
piccola valigia protetta dal sigillo diplo-matico. L’indirizzo è del nipote al quale
la benevolenza del sovrano ha concesso
la borsa di studio. Il ragazzo si chiamava
Shalon Sar. Quando nel ’51 torna a
Phnom Penh senza diploma e con stra-ne idee, il suo nome comincia a cam-biare in Pol Pot. La Francia si arrabbia
per le pugnalate del sovrano proprio
quando non é mai stata così fragile nel-l’Indocina dove prepara la bataglia
estrema a Dien Bien Phu. Sei
mesi dopo la sua ultima rocca-forte in Vietnam abbassa le ar-mi piegata dall’assedio del ge-nerale Giap. Addio colonia, ar-rivano gli americani. 1953, su-bito Sianouk chiede l’indipen -denza e Parigi si arrende. Ma
governare è complicato. Per la
stratificazione dei privilegi co-loniali si dimette da re, nomina
successore il padre, scioglie il
parlamento, vince le elezioni:
principe ereditario e primo ministro.
Ma il Paese é dilaniato dalle guerriglie
alleate ai vietcong di Giap; i latifondisti
vogliono liberarsi del ballerino dal pu-gno di ferro. Il caos che finisce in un
colpo di stato: Lon Nol, generale che gli
deve gradi e carriera, obbedisce a Wa-shington e ne prende il posto mentre
Sihanouk si rilassa sulla Costa Azzurra.
L’ex sovrano corre a Pechino e Pechino
lo prega di aver pazienza: Pol Pot sta
marciando sulla capitale per rovesciare
il “governo americano”. Sono i cinesi ad
organizzare lo storico incontro. Esiste
un filmato girato nella boscaglia. Il pri-cipe scende dall’auto e con le braccia
aperte corre come un bambino.
Bacia Pol
Pot, strin-ge con de-vozione le
sue mani.
Sporche di sangue, lo sa, e il sangue
scorrerrà come mai nella storia: 2 mi-lioni e mezzo di morti ufficiali. Ma va
bene cosi perché i Kmer Rossi lo ripor-tano al suo palazzo dove per un anno
vive prigioniero. Lo salvano sempre i ci-nesi pochi giorni prima che i vietnamiti
liberino la capitale da Pol Pot. A Pechi-no Sihanouk aspetta di sedersi sul tro-no. Torna nel 1993, rotondo, ma di
nuovo sovrano. Nel 2004 passa la co-rona al figlio riservandosi i poteri spe-ciali dovuti all’invenzione del re padre.
A volte, le coincidenze: mentre Siha-nouk si spegneva, il Vietnam festeggia-va i primi 101 anni del generale Giap,
ultimo superstite dei fuochi lonta


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Sihanouk, tre mesi di lacrime per il re che cedette a Pol Pot

BANGKOK
N
orodom Sihanouk,
il re della Cambogia
morto domenica
per un attacco car-diaco a 89 anni in
una clinica di Pechino, ha la-sciato la storia dell’Asia e del
mondo piena delle sue tracce.
La Cambogia si prepara a pian-gerlo come la figura fondamen-tale della sua storia moderna:
domani le sue spoglie torneran-no in patria e l’intero paese si
fermerà fino al 21 ottobre. Poi il
corpo sarà esposto al pubblico
per tre mesi prima della crema-zione, che avverrà secondo la
tradizione buddista. A pianger-lo verranno i sudditi dalle città e
dalle campagne, tutti quelli che
ancora lo venerano come un
dio Re, anche se da tempo ave-va abdicato in favore del figlio e
il suo passato di errori pesa og-gi in morte come gli pesò in vita.
Erede alla lontana di un impe-ro che dai templi di Angkorwat si
estendeva per tutto il Sud est
asiatico fino in Malesia, a met-terlo sul trono nel 1941 fu la
sponsorizzazione del governo
francese, che lo preferì a una
lunga lista di principi apparen-temente meno malleabili. Siha-nouk fu educato in licei francesi
a Parigi e Phnom Penh e autoriz-zato a condurre la vita che più gli
piaceva. Aveva appena 18 anni,
il viso da seduttore e i modi
estremamente gentili, quando
fu incoronato nel suo Palazzo
sul fiume Mekong.
Ma la belle epoque, la fama di
dongiovanni, di padre di un pic-colo esercito di principi, perfino
il suo ruolo decisivo nell’ottene-re l’indipendenza dall’ex amica
Francia, divennero solo un ri-cordo quando contribuì ad apri-re uno dei capitoli più tragici del-la storia umana, sostenendo
l’arrivo al potere di Pol Pot e il
successivo genocidio di due mi-lioni di cambogiani a opera dei
suoi Khmer rossi.
Una scelta che bruciò tutto il
prestigio e la reputazione co-struite prima: Sihanouk era sta-to un politico astuto, prima vici-no agli americani, poi fondatore
del movimento dei “non allinea-ti” e abile giocatore nello scac-chiere asiatico, con un occhio
particolarmente attento alla po-tenza della Cina. Ma in seguito i
favolosi guadagni ottenuti con
le autorizzazioni ai passaggi di
armi dei vietnamiti rossi e degli
stessi filoamericani in Cambo-gia sommati alla paura di perde-re il potere, lo resero dittatoriale.
Il pugno duro non gli impedì
di essere spodestato da un suo ex
primo ministro, Lon Nol. Fuggì a
Pechino: dall’esilio cinese tra il
‘70 e il ‘75 pianificò la rivalsa in-vitando i suoi sudditi a ribellarsi
contro l’uomo che aveva usur-pato il Paese e la Corona, spal-leggiato dagli Stati Uniti di
Nixon.
Il resto è storia che il Tribuna-le del genocidio delle Nazioni
Unite tenta ancora tra mille dif-ficoltà di dipanare. I primi Kh-mer rossi di Pol Pot, ex intellet-tuali laureati alla Sorbona, pas-sarono grazie all’appello del Re
da poche centinaia a decine di
migliaia di contadini-guerri-glieri. Fu l’inizio dell’ ”Anno Ze-ro”, la distruzione del vecchio,
comprese le scuole, le musiche
tradizionali, i colori, e tutti vesti-rono di nero fino al 1979. Quan-do il loro trionfo fu completo,
Sihanouk tornò in patria e fu no-minato “capo di Stato”: di fatto
passò gli anni confinato nel pa-lazzo reale, sottoposto all’auto-rità di Pol Pot e dei suoi. In segui-to, si difese dalle accuse di esse-re stato complice del genocidio
dicendo che, nella sua reclusio-ne, non riceveva notizie e non
aveva nessun potere.
Insieme alla politica, il re col-tivò sempre altre passioni:
esordì come regista di cinema
negli stessi anni in cui si appog-giava ora alla Russia, ora alla Ci-na, ora a piccoli Paesi della ex
Cortina di Ferro come la Ceco-slovacchia e all’impenetrabile
Kim Il Sung nordcoreano. Pro-prio in Corea del Nord mandò a
studiare i suoi due figli predilet-ti, nati dall’unione con la sua
quinta e ultima moglie, la Regi-na madre Monique, metà san-gue khmer, metà italiano d’A-bruzzo. La sua famiglia visse
sempre un’esistenza protetta:
solo durante i cinque anni di Pol
Pot il re non riuscì a evitare che la
tempesta la investisse e perse 5
dei 14 figli.
Nel 1979 il Vietnam invase la
Cambogia e Sihanouk fuggì di
nuovo in Cina. Tornato dall’esi-lio dopo molte riluttanze al ter-mine di una guerra civile che
squassò il Paese, fece da media-tore umanitario tra il governo, le
Nazioni Unite e le fazioni rosse
che ancora resistevano. Ora vi-cino più agli Stati Uniti che alla
Cina, nel ‘93 ottenne milioni di
dollari per risalire sul trono.
Da allora in poi, acciaccato
dagli eccessi di gioventù, malato
di cancro e di cuore, ha fatto sen-tire raramente la sua voce, se
non per sponsorizzare un gover-no congiunto tra uno dei suoi fi-gli, Ranariddh, e quello che di-venterà il vero sovrano della
Cambogia, l’attuale primo mi-nistro Hun Sen. Formalmente
sul trono salirà uno dei figli pre-diletti di Sihanouk, Sihamoni.
Ma il nuovo sovrano, di sangue
italiano e khmer, omosessuale,
ex danzatore ed ex ambasciato-re culturale all’Unesco, è disin-teressato alla politic


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Il ragazzo africano che si è ribellato ai “caporali” del Sud L’eroe alunque

uesta è una storia d’a-more nata per caso tra
un bambino e un Pae-se, la racconta Yvan
Sagnet nel suo libro
Ama il tuo sogno (Fandango). Il
bambino è Yvan che nel 1990 ave-va 5 anni e il Paese è l’Italia. È una
storia d’amore che parte dal cal-cio. Yvan è nato Douala, in Came-run, nel 1985 e nel 1990, come
molti bambini camerunensi, vis-se la cavalcata trionfale dei Leoni
d’Africa nel mondiale, dalla pri-ma partita con l’Argentina di Ma-radona fino ai quarti di finale con-tro l’Inghilterra. Napoli, domeni-ca primo luglio. Ancora oggi chi
c’era ricorda i tifosi del Camerun,
coloratissimi, sportivi e con l’e-spressione di chi non poteva cre-dere a ciò che stava accadendo.
Essere arrivati fino a lì aveva del
miracoloso: il Camerun era la pri-ma squadra africana a raggiunge-re i quarti di finale in Coppa del
Mondo. E Napoli, dove si svolse la
partita, tifò con loro sperando nel
miracolo. La partita fu incredibi-le, con il Camerun in vantaggio
per 2-1 fino a otto minuti dal ter-mine dei tempi regolamentari.
Poi il primo rigore all’Inghilterra,
i supplementari, il secondo rigo-re e la sconfitta. A Yvan quella par-tita ha cambiato la vita. Il ricordo
del rientro in patria della nazio-nale, che pur non avendo vinto il
mondiale aveva ottenuto il ri-spetto di tutto il mondo, per Yvan
significava una sola cosa: un nuo-vo sguardo sul suo paese, mag-giore attenzione su un Camerun
in crisi economica e politica. E
questo nuovo sguardo era stato
possibile proprio grazie al mon-diale e al paese che lo aveva ospi-tato: l’Italia. A scuola il program-ma di economia dei licei cameru-nensi prevedeva lo studio del si-stema economico francese, ma
lui decise per conto suo di specia-lizzarsi sull’economia italiana.
Dal calcio all’economia. Yvan im-para l’italiano e con un permesso
di studio si iscrive all’università di
Torino perché vuole diventare in-gegnere. Finalmente può cono-scere dal vivo il calcio italiano che
ha amato da bambino. Tifa Ju-ventus ma la prima partita dal vi-vo della sua vita la vede di spalle,
come steward, allo stadio. Sono i
primi di luglio del 2011 e i soldi
della borsa di studio non bastano.
Alcuni amici di Torino gli dicono
che al Sud si può andare a lavora-re per la raccolta del pomodoro
perché serve manodopera. Così
Yvan decide di trasferirsi nelle
campagne salentine, a Nardò,
dove sa di una masseria che acco-glie i braccianti che fanno la sta-gione, togliendoli dalla strada,
dove spesso dormono accampa-ti sotto gli alberi, dentro case di
cartone, senza acqua né corrente
elettrica. Eppure anche alla Mas-seria Boncuri, nonostante l’im-pegno di tante associazioni di vo-lontariato, la longa manus dei ca-porali detta le sue leggi.
Appena arrivati, i caporali re-quisiscono i documenti ai brac-cianti e li usano per procurarsi al-tra mano d’opera, altri immigra-ti, ma clandestini. Il rischio che i
documenti vadano persi è altissi-mo e quando accade i braccianti
diventano schiavi. Le condizioni
di lavoro sono agghiaccianti: di-ciotto ore consecutive, di cui mol-te sotto il sole cocente. Chi sviene
non è assistito e se vuole raggiun-gere l’ospedale deve pagare il tra-sporto ai caporali. Il guadagno è
di appena 3,5 euro a cassone, un
cassone è da tre quintali e per
riempirlo ci vuole molto tempo,
ore. Si lavora con questi ritmi an-che durante il Ramadan, quando
molti lavoratori di religione isla-mica non bevono e non mangia-no. In Italia la disoccupazione è
una piaga che sembra insanabile.
Eppure questi ragazzi trovano la-voro, trovano un lavoro a condi-zioni inaccettabili per quasi la to-talità dei disoccupati italiani. Si
crede che i ragazzi africani siano
abituati a una vita di disumanità,
sporcizia, alloggi immondi e
quindi questa attitudine alla su-burra la sopportino in Italia per-ché medesima nel loro paese.
Nulla di più falso. Yvan scrive:
«Mentre nel mio paese la dignità
è sacra, a tutti livelli della scala so-ciale, il sistema dei campi di lavo-ro (in Italia, ndr) è appositamen-te studiato per togliere ai brac-cianti anche l’ultimo scampolo di
umanità». Ma accade qualcosa
che i caporali non hanno previ-to. I braccianti in genere strap-pano le piantine alla radice per
batterle sulle cassette così che i
pomodori cadono tutti. Ma quel
giorno il caporale impone un al-tro metodo. Servono pomodori
da vendere ai supermercati per le
insalate, quindi devono essere
presi e selezionati uno a uno. Si
tratta di riempire gli stessi casso-ni di sempre, ma selezionare i po-modori significa raddoppiare la
fatica. Il caporale impone tutto
questo lavoro allo stesso prezzo:
Yvan e gli altri braccianti non tro-vano alternative, si sollevano. È
l’inizio della rivolta e Masseria
Boncuri ne diventerà il simbolo
con l’enorme striscione “Ingag-giami contro il lavoro nero”. Ma
lo sciopero non è facile da gesti-re soprattutto perché è quasi
impossibile comunicare tra i di-versi gruppi etnici. Gli unici a
esprimersi facilmente in italia-no sono i tunisini; per altri
(bukinabé, togolesi, ivoriani,
ghanesi, nigeriani, etiopi, so-mali) è necessario parlare in in-glese e francese; altri capiscono
solo la lingua araba. Eppure, no-nostante le diversità, lo sciope-ro continua: tante culture e tan-te visioni della lotta hanno fini-to per essere non la debolezza
ma la forza della protesta, che a
un anno e mezzo da quella di
Rosarno, è più organizzata e rie-sce a guadagnare un’eco nazio-nale. Gli italiani sembrano
prendere finalmente coscienza
delle condizioni difficili di chi la-vora nei campi e le istituzioni so-no costrette ad ammettere che il
problema caporalato esiste.
La magistratura trova la forza
per continuare le indagini già in
corso, spesso protette da omertà
e scarsa collaborazione, e a mag-gio 2012 i carabinieri del Ros arre-stano 16 persone – presunti capo-rali e imprenditori agricoli – nel-l’ambito dell’operazione "Sabr"
che ha colpito un’organizzazione
criminale attiva tra Rosarno,
Nardò e altre città della Puglia. Ma
la reazione alla rivolta, allo scio-pero, al clamore mediatico, al-l’inchiesta della magistratura e
agli arresti, non si fa attendere.
Alessandro Leogrande (autore
peraltro di un importante repor-tage Uomini e caporali sui desa-parecidos polacchi nel triangolo
del pomodoro vicino Foggia) nel-l’intervista finale che accompa-gna il libro di Yvan Sagnet, svela
che c’è un piano per uccidere
Yvan e lo hanno ordito alcuni ca-porali tunisini che ancora opera-no a Nardò. La vita del primo lea-der nero italiano è, oggi, seria-mente in pericolo. Quello che
sento di poter fare con queste ri-ghe è non lasciarlo solo. Senza il
suo impegno, senza questo ra-gazzo africano e gli altri che han-no lottato con lui, non esistereb-be la legge contro il caporalato,
eppure i caporali esistono al Sud
da più di un secolo. La speranza
del mezzogiorno italiano sta pro-prio in questa parte d’Africa che
arrivata al Sud, trasforma il Sud e
rimette in gioco interi territori,
migliorandoli. Rischia la vita per
una democrazia diversa, batta-glia che molti italiani hanno ri-nunciato a combatte


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Tanja, guerrigliera olandese al vertice di pace delle Farc

na donna, stranie-ra. Un’europea. Ci
sarà anche lei al ta-volo delle trattative
tra le Fuerzas ar-madas revolucionarias de Co-lombia (Farc) e la delegazione
del presidente Juan Manuel
Santos che iniziano questo po-meriggio a Oslo. E’ l’ultimo col-po di scena del più vecchio mo-vimento guerrigliero dell’Ame-rica Latina. La carta che punta
ad imprimere un carattere in-ternazionale ad un negoziato
da tutti giudicato «carico di spe-ranze ma senza troppe aspetta-tive». Si chiama Tanja Nij-meijer, ha 34 anni, è nata a Gro-ningen, nel nord dell’Olanda, si
è laureata in lettere, conosce
bene lo spagnolo e l’inglese.
Dopo un viaggio in Colombia al
seguito di una carovana della
solidarietà ha deciso di tornare
nel paese latinoamericano «de-cisa a fare qualcosa per la spa-ventosa diseguaglianza sociale
tra ricchi e poveri». Dal 2000 ha
lasciato tutto e tutti. Si è immer-sa nella selva amazzonica e ha
raggiunto uno dei fronti dell’or-ganizzazione armata.
Di lei non si è saputo più nul-la. Fino al 2007, quando dopo il
bombardamento di una delle
basi delle Farc l’esercito co-lombiano recuperò un pc ricco
di informazioni e un diario
scritto di pungo dalla ragazza.
Un diario triste, pieno di dubbi
sulla scelta compiuta e sugli
ideali traditi. «Sono stanca di
questa guerriglia», pensava
Tanja, «stanca delle persone e
della vita in comunità. La verità
è che non ci credo più». Forse
era solo un momento di crisi.
Da 12 anni Tanja Nijmeijer, no-me di battaglia Alexandra, con-tinua a combattere. È stata ac-cusata del sequestro di 3 con-tractor americani catturati il 13
febbraio del 2003 nella giungla
amazzonica e liberati dall’eser-cito con Ingrid Betancourt. È
considerata una abile consi-gliera e una preziosa interpre-te. Si è conquistata la fiducia di
Rodrigo Londono Echeverri,
alias Timoleòn Jimènez, me-glio noto come Timochenko,
attuale capo delle Farc dopo la
morte del fondatore Manuel
Marulanda Vèlez, Tirofijo, e del
suo successore Guillermo Leòn
Sàenz, detto Alfonso Cano.
Ci sono voluti 16 mesi di con-tatti e colloqui segreti, tra Ve-nezuela e Cuba, per raggiunge-re un accordo di base. Uno de-gli artefici è stato l’attuale pre-sidente della Colombia che ai
tempi di Uribe era ministro del-la Difesa. Eletto tra le fila dei
conservatori, Manuel Santos
ha fatto delle scelte da vero li-berale. Si è reso conto che per
conquistarsi un posto nei libri
di storia doveva riuscire dove
altri avevano fallito. Ha rianno-dato il filo dei contatti con le
Farc, ormai indebolite e con un
esercito di soli 8.000 soldati. Ha
steso un programma di nego-ziati in cinque punti, li ha di-scussi tra febbraio e agosto
scorso a Cuba, ha annunciato
l’inizio di una trattativa di pace.
È il quarto tentativo in 30 anni.
Per riuscire a centrare l’o-biettivo non ha posto limiti di
tempo. Si tratta di discutere te-mi con un forte impatto politi-co e affrontare aspetti giuridici
complessi. Dallo sviluppo ru-rale, con la restituzione delle
terre a milioni di persone sfol-late dalla lunga guerra, all’inse-rimento nella vita politica lega-le dei combattenti. Dalla fine
delle ostilità, al traffico di dro-ga: principale fonte di finanzia-mento delle Farc. Fino al capi-tolo degli indennizzi e della
giustizia per le vittime. In quasi
48 anni di guerra civile (le Farc
sono nate nel 1964) sono morte
oltre 300 mila persone.
Il presidente Santos si è volu-to garantire l’appoggio di chi ha
combattuto e perso più uomini
in questi decenni. Della delega-zione governativa fanno parte
due militari dell’ala dura: il ge-nerale della polizia Oscar Na-ranjo, apprezzato dagli Usa, e il
generale dell’esercito Jorge En-rique Mora. Saranno affiancati
da Humberto de la Calle Lom-bana, ex ministro degli Interni,
da Luis Carlos Villegas, presi-dente della Confindustria, da
Frank Pearl, ex commissario
per la pace che assieme a Sergio
Jamarillo, ex ministro della Di-fesa, ha portato avanti i collo-qui preliminari a Cuba.
Le Farc schierano i due capi
militari Pablo Catatumbo e
Mauricio Jaramillo, il loro mi-nistro degli Esteri Rodrigo
Granda, il capo della segreteria
generale Ivan Marquez e il suo
vice José Santrich. Non è stato
facile raggiungere Oslo: sono
tutti colpiti da ordine di cattu-ra. La Colombia ha sospeso i
provvedimenti e l’Interpol ha
dato via libera. Ieri le due dele-gazioni si sono incontrare in un
albergo a 100 chilometri dalla
capitale norvegese. Oggi ci sarà
l’annuncio dell’inizio dei ne-goziati che poi si sposteranno a
Cuba. Lì sarà presente anche
Tanja Nijmeijer. Tra attese,
speranze, scetticismo e molta
abilità diplomatica. L’obiettivo
è la pace. La vogliono tutti. Per
primi i colombian



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