Maya come il nonno il Cile ritrova un Allende
llende, terza gene-razione: Maya, lanipote del presi-dente Salvador, è il
nuovo sindaco di
Ñuñoa, ricco Comune del Gran
Santiago e bastione, fino a ieri,
della destra. Maya ha battuto il
sindaco uscente, Pedro Sabat,
per 96 voti, in una giornata
elettorale che ha segnato la ri-vincita del centrosinistra in Ci-le dopo la sconfitta alle presi-denziali del dicembre 2009,
vinte per la prima volta dal ri-torno della democrazia da un
candidato della destra: Seba-stian Piñera. Ieri, le “ragazze”
della Bachelet hanno strappa-to alla destra tutti i più impor-tanti Comuni della capitale.
Carolina Tohá, ex ministro con
Michelle Bachelet, è nuovo
sindaco di Santiago; mentre
Josefa Errazuriz ha vinto a Pro-videncia battendo un vecchio
fanatico di Pinochet come Cri-stian Labbé. Uno smacco per
Piñera e una vittoria che apre al
centrosinistra il cammino per
la riconquista della presidenza
nel 2013: questa la lettura dei
risultati da parte degli osserva-tori che ora immaginano il
prossimo ritorno dell’ex presi-dente socialista Michelle Ba-chelet, oggi all’Onu, per guida-re la Concertación.
Ma è la storia di Maya, 41 an-ni, biologa, figlia di Tati Allende,
la primogenita del presidente
caduto nel colpo di Stato del ’73,
ad occupare le prime pagine dei
giornali. Maya lasciò il Cile pic-colissima, aveva appena due
anni, insieme alla madre e al pa-dre, un agente cubano, Luis
Fernandez Oña, nei giorni suc-cessivi all’11 settembre quando
i suoi genitori si rifugiarono al-l’Avana. Tornata in Cile nel
1994 ha scelto di entrare in poli-tica nel nome della madre e del
nonno come un altro nipote il-lustre che ieri è stato eletto sin-daco: Carlos Cuadrado Prats,
nipote del generale Prats, co-mandante dell’esercito con Al-lende ucciso in esilio a Buenos
Aires nel 1974 da sicari della po-lizia segreta (la Dina) del ditta-tore Pinochet.
La vicenda di Tati è una del-le più tristi e meno conosciute.
Negli anni dell’Unidad Popu-lar (1970-73), Tati divenne fa-mosa come “la figlia rivoluzio-naria” di Allende. Sua consi-gliera nel governo teneva i rap-porti con il Mir, il gruppo del-l’ultrasinistra che premeva per
una svolta filocubana in Cile.
Dopo il golpe di Pinochet, Tati
si rifugiò con la famiglia all’A-vana dove si uccise nell’otto-bre del 1977, a 35 anni. Per il
suo suicidio scelse non solo un
martedì e un giorno, l’11, come
era accaduto a suo padre, ma
anche un kalashnikov che
strinse fra le gambe e punto
sotto il mento. Lasciò una let-tera di sei pagine manoscritte
che non venne mai consegnata
alla famiglia ed è conservata da
qualche parte negli archivi se-greti del regime cubano. Fra le
ragioni del suo tormento ven-nero citate la difficoltà di supe-rare la tragica fine del padre e
quella del suo matrimonio con
Luis Fernandez che l’abban-donò poco dopo il loro arrivo
nell’isola. Ma una storica cile-na, Margarita Espuña, che due
anni fa ne ha ricostruito la vita
in un libro, sostiene anche che
Tati fosse molto delusa e disil-lusa dalla Cuba che aveva co-nosciuto rispetto a quella che
aveva sognato.
Maya ha anche un fratello,
Alejandro, nato a Cuba, che og-gi vive in Nuova Zelanda.
Quando nacque, Alejandro
venne iscritto all’anagrafe con
i cognomi capovolti, prima
quello della madre e poi quello
del padre, su ordine di Fidel
Castro per impedire che an-dasse perduto quello del non-no Allende che aveva avuto tre
figlie femmine.
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Maestro
hi suona Bach nonfrequenta dj super-star come Carl Craig e
non va in scena alle tre
del mattino. Ma Fran-cesco Tristano — cittadino del
Lussemburgo, figlio di mamma
italiana, residente a Barcellona —
è artista di razza diversa. Al Tun-nel di Milano i ragazzi lo aspetta-no per la maratona dance finale;
elettronica prodotta con due ta-stiere, un laptop e un sintetizza-tore analogico. Bizzarro che un
pianista classico, un virtuoso co-me Tristano, parli con la stessa di-sinvoltura dello Space di Ibiza e
della Carnegie Hall.
Trentun anni, una cascata di
riccioli, occhi azzurri, il pianista-deejay non tradisce il sonno per-duto. «A volte in discoteca non
sanno neanche chi sono», esordi-sce l’artista, che ha pubblicato
per la Deutsche Grammophon
Long walk , un cd in cui suona
Buxtehude, Bach e brani di pro-pria composizione. «Ma io sono
un camaleonte, mi adatto alle si-tuazioni e non faccio paragoni;
ho bisogno di tutti e due i pubbli-ci, cerco di sorprendere entram-bi. E, soprattutto, me stesso».
L’album è ispirato al lungo
viaggio che Bach intraprese nel
1705 per incontrare il suo mae-stro, l’organista Dietrich Bux-tehude.
«La storia è così bella e così for-te che se non esistesse bisogne-rebbe inventarla. Il lungo viaggio
è il cammino che tutti noi musici-sti facciamo — per me è iniziato
nel momento in cui ho capito che
tutti i tipi di musica possono con-vivere. I miei idoli sono due artisti
austriaci visionari e sorprenden-ti: Friedrich Gulda e Joe Zawinul».
Il suo virtuosismo avrà richie-sto anni di studio.
«Non è mai stato solo studio.
Ho sempre pensato in termini di
composizione: io, il pianoforte, la
smania di ricerca. Ho iniziato a
cinque anni con lo strumento
classico, poi ho avuto una sban-data per il jazz. Studiavo alla Juil-liard di New York, la notte facevo
le session con i jazzisti e nel frat-tempo iniziavo a interessarmi di
elettronica. Ne avevo avuto
un’infarinatura a casa, ascoltan-do i dischi di mia madre, Pink
Floyd e Tangerine Dream soprat-tutto. Sognavo la musica. Bach e
il barocco sono da sempre i miei
grandi amori, ma cercavo anche
un linguaggio più libero. Il jazz ha
rappresentato un momento di
apertura, ma l’elettronica ha da-to la spinta finale alla mia esteticaa Juilliard, rinomata per la
sua severità, le lasciava tempo
per le sperimentazioni?
«Di giorno ero un allievo mo-dello, di notte un dj scatenato.
Non sono mai stato un dormi-glione «.
Straordinariamente non ha
incontrato neppure troppi osta-coli, la sua produzione discogra-fica è ricchissima; tra gli altri,
due cd con il progetto Aufgang,
insieme a Rami Khalife.
«Quando due anni fa ho firma-to il contratto con la Deutsche
Grammophon non ero esatta-mente un bambino prodigio.
Avevo già dieci dischi in catalogo,
ero passato da Bach a Berio, ave-vo esorcizzato tutte le mie osses-sioni musicali, azzannando tutto
quello che mi piaceva. Mi hanno
chiamato per questo, non voleva-no l’ennesimo pianista che inci-desse l’ennesimo disco di Cho-pin».
Il primo album con l’etichetta
si chiamava bachCage, un acco-stamento ardito…
«… ma sono proprio i due estre-mi che meglio mi definiscono, la
giustapposizione tra Bach e la
musica contemporanea. Ho fatto
una sorta di playlist, trovando gli
elementi armonici e melodici per
far dialogare due autori solo ap-parentemente così distanti».
Come entrò in contatto con
Craig?
«Lo conobbi nove anni fa du-rante un dj-set in Olanda; feci il
long walk dal Lussemburgo per
andare a vederlo. L’anno dopo
c’incontrammo a Barcellona e gli
diedi i nastri di The melody(l’al-bum del 2010) che poi perfezio-nammo a Detroit: fu l’inizio di
una lunga collaborazione conti-nuata con Idiosynkrasyia (2011) e
vari progetti con l’orchestra che
abbiamo portato in giro per il
mondo insieme a Moritz von
Oswald, un gigante della techno».
Hanno mai cercato di scorag-giarla, di indurla a diventare un
concertista classico rigoroso,
giacché ne ha il talento e il cari-sma?
«I professori della Juilliard si
scandalizzarono quando al sag-gio presentai Bach e Webern. Mi
chiesero: e Mozart? Ma non sono
riusciti a mettermi il freno, sono
fiero della mia diversità. Non mi
piace suonare compilation del
repertorio pianistico del passato.
E non lo farò mai più».
Ha paura di sfidare il pubbli-co?
«Il pubblico è curioso, spesso
più geniale dell’artista. Io sono
con John Cage: non m’importa
imparare, m’interessa il cambia-ment
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Dal Mostro a Cosa Nostra Le sfide di Vigna
ROMA — L’ultimo segretoè riuscito a tenerlo al riparo
dalla stampa. Così Pierluigi
Vigna, ex superprocuratore
antimafia, ieri, è andato via
senza riflettori puntati addos-so. Lasciando di sè, a dispetto
della lunga malattia, l’imma-gine di quel grande sorriso to-scanaccio che da ieri molti
rimpiangono. «È stato lucido
fino alla fine» ha detto ieri la
figlia magistrato che era stata
a trovarlo giovedì, prima di
tornare a New York dove vi-ve. È stata lei a rivelare: «Sarà
cremato, come da suo deside-rio». La camera ardente sarà
allestita da oggi al centro on-cologico di Villa Ragionieri a
Sesto Fiorentino. Forse lune-dì i funerali.
Nato nel 1933 nelle campa-gne di Borgo San Lorenzo (Fi-renze), Vigna iniziò la sua car-riera come pretore nel ’59. Al-la fine degli anni 70, comin-ciò ad occuparsi di terrori-smo, collaborando con Gian-carlo Caselli e inquirenti di al-tre città in indagini che porta-rono all’arresto della br Barba-ra Balzerani. Di mafia iniziò
ad occuparsene nel 1985,
quando ci fu l’attentato al tre-no rapido «904». Legò il suo
nome all’indagine sull’auto-parco e a quelle sul Mostro di
Firenze. Capo della Dna dal
’96, seguì le indagini sulle
bombe di Firenze del ’93. Nel
2002, in colloqui investigati-vi in carcere con Pietro Aglie-ri ed altri boss, tentò una trat-tativa per una resa di CosaNo-stra, all’insaputa dell’allora
procuratore di Palermo Piero
Grasso. Avrebbe voluto crea-re una Procura antiterrori-smo. Gliela proposero solo al
momento della pensione. Ri-spose: «Ormai è tardi».
Una pioggia ieri le dichiara-zioni di cordoglio. «Ho co-minciato a stimare Pierluigi
Vigna quando fece un passo
indietro dopo avere appreso
che Giovanni Falcone aveva
presentato domanda per la
Procura nazionale antimafia
appena istituita», ricorda
Grasso. «Al Paesemancheran-no il suo impegno, la sua pro-fessionalità, la sua esperienza
e la lucidità. A me la sua pas-sione per il gioco dello scopo-ne, usato per allenare lamen-te, l’amico, l’uomo, l’affetto».
«Un magistrato straordina-rio», lo definisce il ministro
della Giustizia, Paola Severi-no. «In un’epoca così difficile
per la vita del Paese ha sapu-to indagare nel rispetto delle
garanzie». «Lo ricordo con
particolare intensità e affet-to». «Un grande servitore del-lo Stato, figura simbolo della
magistratura nell’impegno
per la lotta alla criminalità»
aggiunge il vicepresidente
del Csm, Michele Vietti.
«Il nostro Paese ha perso
un uomo di grande valore e
un giurista di eccezionale ca-pacità» si addolora il presi-dente del Senato, Renato Schi-fani. «Con lui scompare un
italiano di animo nobile e co-raggioso» si rammarica il pre-sidente della Camera, Gian-franco Fini. «Un esempio di
serietà e competenza» ag-giunge il presidente Copasir,
Massimo D’Alema. «È un’in-colmabile perdita», per il pre-sidente della commissione
antimafia Giuseppe Pisanu.
«Se ne va un uomo perbene»
commenta il leader udc, Pier-ferdinando Casini. L’idvAnto-nioDi Pietro ricorda, ammira-to, la sua «capacità minuzio-sa di ricerca delle prove e del-la loro puntuale verifica. È sta-to un grande magistrato che
ha fatto onore al Paese. Reste-rà un esempio». E il capo del-la protezione civile, Franco
Gabrielli chiosa: «D’ora in poi
l’Italia sarà più povera».
Virginia Picco
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