Ha rivoluzionato l’industria
editoriale argentina negli anni
sessanta. Poi, durante la
dittatura, si è trasferito in
Spagna, dove si è lanciato nel
settore musicale. Ora, a 80
anni, ci riprova nel suo paese
◆ 1932Nasce a Buenos Aires, in Argentina.
◆ Anni cinquanta Comincia a lavorare per la
casa editrice Abeledo, specializzata in diritto.
Poco dopo viene assunto dalla casa editrice
Depalma.
◆ 1963Apre la sua casa editrice, che
pubblicherà i libri di Rodolfo Walsh e Mafalda
di Quino.
◆ 1969Chiude la casa editrice. Fonda la casa
discograica Mandioca, che produrrà il gruppo
rock Manal.
◆ 1976All’inizio della dittatura militare, si
trasferisce a New York e poi a Madrid. Conosce
il musicista Juan Tarodo, e lo aiuta a fondare il
gruppo Mecano.
◆ 2010Decide di tornare in Argentina.
a sala è in penombra e lui, in
piedi in mezzo a un cerchio
di sedie, tiene il microfono
come se stesse per mettersi
a cantare. “Oggi ho sentito
così tante volte parlare di
‘Jorge Álvarez’ che mi sento in soggezio -ne”. Si volta lentamente, abbracciando con
lo sguardo tutti gli invitati. “Ma per evitare
che sia solo una celebrazione, non dovrem-mo ricominciare da capo?”.
Fuori soiano i primi venti d’autunno
del 22 marzo 2012. A Buenos Aires la sala
della biblioteca nazionale è piena di scritto-ri, editori, critici, musicisti e giornalisti che
si sono ritrovati per rendere omaggio a
quest’argentino di ottant’anni che dal 1963
al 1969, con una casa editrice indipendente
chiamata Jorge Álvarez, ha rivoluzionato il
mondo editoriale di quel periodo, ha pub-blicato autori esordienti come Manuel Puig
e Ricardo Piglia, è stato il primo a riunire in
un unico volume tutte le strisce di Mafalda,
di Quino. E con soli trecento titoli ha fonda-to una leggenda: una casa editrice che ha
creato la mappa del futuro letterario dell’Ar-gentina, una libreria che è stata l’epicentro
del mondo culturale degli anni sessanta.
Jorge Álvarez è stato uno dei protagoni-sti degli anni in cui il libro è diventato im-portante in Argentina e ha cominciato a
oltrepassare i conini. Ma ha fatto di più: nel
1968 ha fondato Mandioca, una casa disco-grafica che ha prodotto i primi lavori di
band e musicisti come Vox Dei, Manal o
Miguel Abuelo, padri fondatori di quello
che sarebbe diventato il rock nazionale.
“Ho solo aiutato le persone a creare co-se meravigliose”, dice Álvarez al microfo-no. Gli invitati applaudono, lui ringrazia, si
accendono le luci, i camerieri servono
champagne. È l’inaugurazione della mo-stra “Pidamos peras a Jorge Álvarez”, orga-nizzata dalla biblioteca nazionale per acco-glierlo adesso che è tornato nel paese dopo
trentacinque anni. Nella sala dietro le vetri-ne c’è una selezione di opere che fanno par-te della storia: Los oicios terrestresdi Rodol-fo Walsh, Il tradimento di Rita Hayworth, di
Manuel Puig, La invasióndi Ricardo Pi-glia, Responsodi Juan José Saer, e alcuni dei
dischi più importanti di Mandioca. Álvarez
cammina circondato dai giornalisti e ac-compagnato da una telecamera che ripren-de i suoi gesti teatrali, e dice di essere tor-nato per provocare un piccolo terremoto
nell’ambiente culturale.
“Sembrerà pedante, ma quest’epoca ha
bisogno di qualcuno come me”.
Jorge Álvarez ha lasciato l’Argentina nel
Jorge Álvarez
Ultima edizione
Ha rivoluzionato l’industria
editoriale argentina negli anni
sessanta. Poi, durante la
dittatura, si è trasferito in
Spagna, dove si è lanciato nel
settore musicale. Ora, a 80
anni, ci riprova nel suo paese
Mónica Yemayel, Gatopardo, Messico. Foto di Félix Busso
1976, all’inizio della dittatura militare che
sarebbe inita solo nel 1983. Della leggenda
che l’ha accompagnato si parla così tanto in
questi giorni che i trentacinque anni di as-senza sembrano svanire.
È una domenica di aprile e cercare un
ristorante messicano è la scusa perfetta per
gironzolare per Buenos Aires. Álvarez, se-duto dalla parte del passeggero, si muove
con gesti carichi tipici delle buone maniere
di altri tempi. Non è troppo alto, ha una cor-poratura robusta, i capelli ingelatinati e
pettinati all’indietro, gli occhi scuri dietro
gli occhiali rotondi. Indossa dei pantaloni
verde muschio e una giacca marrone con
una spilla di Pluto attaccata al bavero, una
camicia a quadri intonata e un cardigan
arancione, una sciarpa di seta e delle scar-pe bordeaux. A Madrid ha lasciato cento
scatole di scarpe e decine di cravatte. “Ho
portato una valigia piccola. Devo ancora
decidere se trasferirmi qui”.
Sistema la borsa nera sulle gambe.
“Cosa c’è lì dentro? Sembra pesante”.
“Di tutto, come se fosse la mia scriva-nia. Ho tre manoscritti di romanzi di fanta-scienza che ai giovani piacciono e a me no;
anche se uno potrebbe essere un best seller.
E le mie memorie, che sto correggendo”.
Ha anche un’agenda con dei numeri di tele-fono scritti a mano in completo disordine
alfabetico, un cellulare vecchio con una
batteria che dura pochissimo, una carta da
poker che gli riporta alla memoria la madre
Clotilde, una giocatrice incallita che l’ha
iniziato al gioco a undici anni. “E libri di au-tori argentini che mi hanno regalato per ri-mettermi in pari con quello che non ho letto
in questi anni. Non ho mai provato a fare
l’editore in Spagna”, continua. “Senza co-noscere la sensibilità della città in cui ti tro-vi e quella della sua gente e dei suoi scritto-ri è impossibile. Sei uno straniero senza ri-cordi da condividere”. Abbraccia la bors prima di scendere dalla macchina dice:
“Ma qui lo farei. Oggi stesso potrei tornare
a fare l’editore”.
L’inizio della leggenda
Jorge Álvarez è nato a Buenos Aires il 19
maggio del 1932 da una famiglia spagnola.
Il padre, Ramón, aveva un’elegante sarto-ria di abiti su misura, delle proprietà in ait-to, qualche cameriera, un autista e una mo-glie di nome Clotilde. Una volta all’anno
andavano in Europa in nave portandosi
dietro il iglio maggiore, Rodolfo, mentre il
più piccolo, Jorge, rimaneva in casa con i
domestici che avevano sempre sotto mano
il telefono del miglior medico della città,
nel caso il bambino avesse dei problemi di
respirazione. Lui si chiudeva in camera e
leggeva i romanzi polizieschi della collana
El Séptimo Círculo e i racconti di H. Bustos
Domecq, scritti con questo pseudonimo da
Jorge Luis Borges e da Adolfo Bioy Casares.
Quando a dodici anni aveva cominciato a
frequentare il Colegio Nacional di Buenos
Aires, era un ragazzo dell’elegantissimo
barrio Norte che si abbronzava giocando a
rugby e a tennis, magro, non molto alto,
con i capelli folti e ondulati, curato nel ve-stire, inquieto, contestatario, che cresceva
leggendo Lacan, Sartre e Barthes e passava
le serate a giocare partite di poker in cui
“spennava” i suoi avversari con l’intuizione
e l’audacia dei grandi giocatori. Di nascosto
prendeva lezioni di teatro e studiava solo
per soddisfare i genitori. Non ha mai termi-nato i corsi di ragioneria, economia, giuri-sprudenza e ilosoia.
Negli anni cinquanta la sartoria di suo
padre fu messa alle strette dalla produzione
industriale di vestiti. La famiglia non riuscì
a cambiare il suo stile di vita, così i genitori
cominciarono a vendere quello che aveva-no, ino a restare con poco o niente. Suo
padre morì nel 1955. Álvarez ottenne un la-voro in una libreria dove il suo compito era
rimettere in ordine gli scafali, e si trasferì
con la madre e il fratello in un appartamen-to in aitto. “Mia madre aveva degli orec-chini con tre pietre di diversi carati. Alla i-ne, lei ha cominciato a togliere le pietre
dagli orecchini, una dopo l’altra. Le portava
al banco dei pegni. Era una donna bellissi-ma, splendente. Ficcanaso, intelligente,
chiacchierona. Era peronista, ti rendi con-to? Ero perdutamente innamorato di lei”.
La leggenda di Álvarez è nata a metà de-gli anni cinquanta, quando ha ottenuto il
suo primo lavoro nella libreria e casa editri-ce Abeledo, specializzata in diritto. I nipoti
del proprietario giocavano con lui a rugby e
le visite occasionali si sono trasformate in
un lavoro. Ha aperto scatoloni, ordinato li-bri e in seguito ha fatto anche il commesso.
Aveva venticinque anni e la sua personalità
afascinava il fattorino e il proprietario, il
postino e l’avvocato più celebre. Un giorno
il suo nome è arrivato alle orecchie del pro-prietario della casa editrice Depalma,
anch’essa specializzata in diritto, che gli ha
oferto di gestire la sua libreria. Lui ha ac-cettato e ha cominciato a riempire gli scaf-fali di opere di letteratura, cinema, psicoa-nalisi, ilosoia, politica, e a entrare in con-tatto con scrittori e intellettuali che, grazie
al passaparola, sono diventati suoi clienti.
È così che ha conosciuto David Viñas, uno
dei più importanti intellettuali argentini,
fondatore nel 1953 di Contorno, una rivista
che in appena sei anni e dieci numeri ha
stravolto la critica culturale del paese.
“È stato per colpa di David che ho deci-so di fondare la mia casa editrice”, dice Ál-varez. “Un pomeriggio mi ha raccontato
che stava scrivendo la biografia di Eva
Perón e io, quasi senza pensarci, gli ho det-to: ‘Be’, che ne dici se ti faccio da editore?’.
Non pensavo che le idee antiperoniste di
Depalma, dove lavoravo io, fossero un osta-colo. Gli ho detto che se non l’avesse pub-blicato me ne sarei andato. E me ne sono
andato. Ho chiesto soldi in prestito a degli
amici avvocati e ho aittato un locale lì da-vanti: Talcahuano 485. Con me sono venuti
due dipendenti di Depalma e una mia cugi-na. Abbiamo messo su una libreria e abbia-mo aperto nel luglio del 1963. Anche se
l’unico libro che avevo era quello di Viñas,
è andato tutto bene. Avevo quello di cui
c’era bisogno. Sapevo premere sull’accele-ratore. Senza paura”.
Il catalogo della sua casa editrice era
composto da talenti che Álvarez trovava
quasi per caso e non esitava a ingaggiare.
Anche quelli che avevano già un nome
nell’ambiente giornalistico e culturale, co-me Rodolfo Walsh, Pirí Lugones, Julia Chi-quita Constenla (famosa giornalista e bio-grafa di Ernesto Sabato) o Rogelio García
Lupo (un grande giornalista argentino, fon-datore dell’agenzia di stampa cubana Pren-sa Latina) e quelli che erano appena agli
inizi come Ricardo Piglia. Daniel Divinsky,
editore di Ediciones de la Flor, è stato testi-mone di quell’epoca: “Io ero un avvocato
svogliato che comprava libri da Depalma, e
quando Jorge ha deciso di aprire la sua li-breria-casa editrice ha fatto leva sulle in-quietudini intellettuali di tutti i suoi amici.
Ho tradotto libri interi e ho collaborato ad
altre traduzioni. Ci piaceva da morire lavo-rare con i libri, anche se lui non ci dava un
soldo. Cosa che ha fatto sempre”.
Nessun lieto ine
Jorge Álvarez sale in macchina e si allaccia
la cintura di sicurezza muovendosi con una
serena vitalità. Parla con un accento riopla-tense che mantiene intatto tranne quando
le emozioni gli fanno perdere un po’ della
sua compostezza. Allora spunta l’accento
di Madrid. “Pirí, Rogelio, Chiquita, erano
tutti brillanti, ma loro non erano la casa edi-trice. Gli autori li trovavo io. Molti non ave-vano distribuzione. Pubblicavano i libri per
conto loro e io li vendevo da Depalma. Poi li
ho cercati e gli ho proposto di fare una riedi-zione”.
Álvarez cita dei nomi che, anche se poco
conosciuti fuori dell’Argentina, sono stati
dei classici della letteratura nazionale. Co-me Cabecita negra y otros cuentos, di Ger-mán Rozenmacher, rieditato da Álvarez
per il lancio della sua casa editrice nel 1963.
Subito dopo ha pubblicato Hay hambre den-tro de tu pan, di Dalmiro Sáenz, uno scritto-re famoso per il suo stile straripante e mor-dace allora molto in voga e che la casa edi-trice ha pubblicato per cercare visibilità.
Grazie a dei nomi importanti e a delle buo-ne vendite, la casa editrice era ormai avvia-ta. La libreria invece era una specie di salo-ne letterario che riuniva intellettuali e arti-sti. Le edizioni erano austere tanto quanto
erano creativi i progetti di Rubén Fontana,
Juan Fresán e Ronald Shakespear, disegna-tori fenomenali che Álvarez ha chiamato a
unirsi alla sua avventura. Erano libri non
troppo grandi, facili da tenere con una sola
mano perché si potessero leggere anche in
piedi, in metropolitana o in autobus. Álva-rez andava a New York e a Parigi e tornava
in calle Talcahuano 485 pieno di idee, con
un bisogno furioso di trasformarle in real-tà.
Narradores Argentinos, Nuevos Narra-dores Argentinos, Perfiles, Narradores
Americanos, Política Concentrada sono
state alcune delle collane del catalogo. Ma
forse la più importante è stata la collana di
giornalismo narrativo, Crónicas. “Con-stenla è arrivata alla casa editrice con il rac-conto che le aveva regalato Sabato. Io l’ho
letto e le ho chiesto: ‘Ti va di scrivere altri
racconti sul passato, e scrivere delle piccole
biograie spiritose sugli autori?’. Quan mi ha portato la sua proposta ho capito che
avevamo trovato una forma editoriale to-talmente nuova. Le ho chiesto di preparar-ne tre in più, sull’amore, l’America e la bor-ghesia. Quando li abbiamo lanciati, uno al
mese, le tremila copie sono andate esaurite
nel giro di pochi giorni. Di alcuni libri ab-biamo stampato più di ventimila copie”.
Anche se ha chiuso la casa editrice alla
ine del 1969, Álvarez non vuol sentir pro-nunciare la parola fallimento. “La casa edi-trice ha chiuso perché le cose erano cam-biate. La mistica delle parole si è trasforma-ta in armi, e Pirí e Walsh sono passati alla
lotta armata. La squadra si è disintegrata.
Ho sentito che quello che pensavamo di po-ter fare non era più possibile. E poi io non
avevo un capitale mio, facevo tutto a base
di crediti, e quando i crediti sono initi, so-no initi anche i soldi”.
Daniel Divinsky racconta un’altra ver-sione dei fatti: “Dire che la casa editrice ha
chiuso perché Pirí e Walsh sono passati alla
lotta armata signiica romanzare la storia.
È fallita perché Álvarez ha usato i soldi per
inanziare l’etichetta discograica che ave-va creato. Devo moltissimo a Jorge. Ma ne-gli ultimi anni era molto distratto con gli
autori”. Quando la casa editrice ha chiuso,
il rapporto di Álvarez con gli scrittori è ri-masto teso. Uno dei più colpiti è stato Qui-no, che ha cominciato a pubblicare con
Ediciones de la Flor. “Álvarez è stato un
editore di enorme valore, un innovatore
che ha pubblicato Mafalda quando nessuno
pensava di poter fare un libro di strisce. Ma
quando ha cominciato a dedicarsi alla mu-sica si è comportato male. Erano tempi duri
e voleva che accettassi gioielli o pelli come
pagamento. Lui era fatto così”, dice Quino.
Nella mostra “Pidamos peras a Jorge Álva-rez” è stata esposta una gigantograia in cui
Manolito, l’amico di Mafalda, guarda una
dedica che dice: “A Jorge Álvarez–Qui-no201D”. Il disegno è del 1967. “Non ci sia-mo più visti”, dice Quino. “E quel ringra-ziamento non esprime afatto quello che
sento oggi”.
Puzzle spagnolo
Un pomeriggio del 1968 Pirí Lugones l’ha
invitato a casa sua per ascoltare il gruppo di
uno degli amici di suo iglio. In tarda serata
Javier Martínez, membro di quello che poi
sarebbe diventato il gruppo Manal, ha suo-nato Avellaneda blues. Un blues cantato in
spagnolo era un genere completamente
nuovo e lui ha subito deciso di sfruttare la
sua fama di editore per presentare i giovani
musicisti alle grandi case discograiche ma
nessuna si è detta interessata. Così è nata
Mandioca. In poco tempo la musica di Ma-nal, Miguel Abuelo, Vox Dei, Moris, ha co-minciato a difondersi tra un pubblico mol-to giovane a cui Mandioca arrivava attra-verso dischi e concerti organizzati nei teatri
di quartiere la domenica mattina.
Nel 1976 nel paese è cominciata la ditta-tura militare. Álvarez e il suo amico regista
Leopoldo Torre Nilsson si incontravano
spesso all’ippodromo di Buenos Aires con
due ammiragli che un pomeriggio gli han-no chiesto: “Lei cosa ci fa a spasso come se
niente fosse per le strade della città?”.
Quella sera stessa Álvarez ha pianiicato la
sua partenza per New York. In Argentina si
è saputo così poco della vita di Álvarez in
esilio che in molti hanno creduto che fosse
morto. Ha vissuto a New York due anni e ha
speso gli ultimi soldi che gli rimanevano
per produrre un gruppo rock che non è riu-scito a sfondare. Allora ha deciso di tentare
la sorte a Madrid. Era la ine del 1978 e la
città sembrava aspettarlo, esaltata dall’ini-zio della movida spagnola. Non appena ar-rivato ha conosciuto Juan Tarodo, un uomo
trent’anni più giovane di lui. Tarodo è an-che il motivo per cui Álvarez è rimasto in
Spagna tutti questi anni. “Non ho mai co-nosciuto nessuno come Juanito. Di una
bontà ininita. Sono diventato un po’ come
suo padre, perché non potevo amarlo in al-tro modo. Studiava medicina ma ha sempre
voluto fare il musicista, aveva solo bisogno
di una spinta che io gli ho dato. Ha preso
lezioni di batteria ed è stato fantastico. Lui
mi ha aiutato a sistemarmi, a essere un esu-le meno triste”.
Álvarez ha cercato uno per uno i mem-bri del gruppo e ha incastrato ogni tessera
del puzzle ino a ottenere quello che sareb-be diventato un enorme successo di vendi-te. Il gruppo si chiamava Mecano e ha se-gnato il suo ingresso trionfale nell’industria
discograica. Nel 1982, dopo diversi singoli,
ha prodotto il primo album con cui ha otte-nuto due dischi d’oro e ha venduto mezzo
milione di copie in pochi mesi. Le cose han-no cominciato a cambiare quando le nuove
tecnologie hanno trasformato l’industria
discograica, e l’assenza di regolamenta-zioni della proprietà intellettuale l’hanno
stretto all’angolo. “Jorge era ancorato qui
ma la realtà l’ha trascinato via”, dice Taro-do. “In Argentina lui è conosciuto e può
avere qualche opportunità. L’eco avuta dal
suo rientro e gli omaggi gli hanno fatto mol-to piacere. Anche la preparazione delle sue
memorie. Ma gli ho detto che deve andarci
cauto, non può sparare a zero su tutti”.
Álvarez è atterrato a Buenos Aires nel
maggio del 2010, in uno di quei viaggi spet-trali che lo riportavano nel paese per pochi
giorni. La città sembrava aspettarlo. Si fe-steggiava il bicentenario della rivoluzione
con spettacoli per strada, musei aperti tutta
la notte, sale cinematograiche che proiet-tano continuamente corti dei registi più
importanti, presentazioni di libri e dibattiti
alla biblioteca nazionale. In quei giorni Ál-varez ha incontrato rappresentanti della
cultura, artisti e funzionari. L’Argentina po-teva essere una possibilità. Quando è tor-nato in Spagna ne ha parlato con Juanito e
insieme hanno deciso che la cosa migliore
sarebbe stata che lui tornasse a vivere a
Buenos Aires. Ha svuotato la casa, ha la-sciato le sue cose in un garage e, qualche
mese dopo, è salito su un aereo. È arrivato
alla ine del 2011 con la stessa voglia furiosa
di trasformare le idee in realtà. u
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