lunedì 1 aprile 2013

Ottobre Parte 2

ABBAGNALE

tempiato, la giacca, la cra-vatta. I riccioli sono spari-ti, chissà dov’è la canottie-ra azzurra. «L’ultima volta
in barca sarà stata sei mesi fa, una
domenica mattina. C’erano dei
ragazzini sul pontile, ho visto un
canoino attraccato e ho fatto un
giro». Giuseppe Abbagnale è il co-losso che era. Galleggiava su una
buccia di legno, 35 colpi di remo
al minuto, lui capovoga e Carmi-ne prodiere. I fratelloni. Conserva
una mano morbida come un cu-scino. Quando saluta, ci si affon-da dentro. Puff. «Carmine invece
esce in mare tre volte a settimana.
Solo che non ci incrociamo mai, e
io un altro compagno non so tro-varlo. Ma ogni mattina del 1° gen-naio ci facciamo gli auguri e
prendiamo la barca. Noi
due, in quattro, in ot-to. Dipende. A vol-te viene pure Pep-pino». Cioè Pep-piniello Di Ca-pua, il timonie-re dei 2 titoli
olimpici e dei 7
titoli mondiali.
L’età dell’oro
del canottag-gio.
Giuseppe
Abbagnale, 53
anni, banca-rio, non è il tipo
da guardare
l’album delle
foto. È per que-sto che si candi-da alla presiden-za della federazio-ne, elezioni a Pisa il
17 e 18 novembre: per
riprendere il filo. Se vin-ce, riporta in nazionale
pure Giuseppe La Mu-ra, suo zio, fratello di
mamma Virginia, il
medico della mutua
che inventò il “due
con” dei miracoli.
«Non potrei chiedergli
di allenare a 72 anni,
potrebbe essere un su-pervisore, un garante
dei programmi. C’è
bisogno di ripartire
dalle sue idee, dalla
sua filosofia e dalla
sua cultura». Se lo ac-cusano di voler riporta-re il canottaggio al pas-sato, il capostipite degli
Abbagnale non si offen-de. «La Mura può essere
innovativo ancora oggi.
Non lo dico io, lo dicono
all’estero. Alle Olimpiadi
australiani e neozelande-si mi hanno confessato di
seguire i suoi metodi».
Nove medaglie per l’O-ceania a Londra, una per
l’Italia. Gli All Blacks tre
ori, l’Italia nessuno. Nes-suno addirittura dal 2000,
da Sydney, dove il 4 di cop-pia vinse e a bordo aveva
l’ultimo degli Abbagnale,
Agostino. E chi era il ct?
Esatto: La Mura.
Papà Vincenzo aveva
mandato i figli a fare sport
con la speranza di riaverli più
robusti tra i campi, per colti-vare gladioli e venderli al
mondo. I ragazzi, il mondo se
lo presero sull’acqua. Rotsee,
Hazewinkel, Bled, la geo-grafia dei trionfi. La fa-tica. La sveglia alle
5 del mattino, un
allenamento già
prima di allenarsi,
perché da casa alla barca erano 6
km a piedi, e lo zio diceva fosse
meglio farli di corsa. Uno zio chia-mato sempre e solo dottore, Giu-seppe il ribelle ne contestava le
tabelle perché gli toglieva-no tempo e fiato per altre
passioni giovanili. Un giorno
trovò un cartello attaccato al cir-colo: «Il successo è una lunga pa-zienza». Non avevano una pale-stra, ne costruirono una abusiva,
il presidente si fece 9 giorni di car-cere pur di dare a quei fratelli un
posto dove diventare gli Abba-gnale. La storia è diventata una
fiction tv, Raoul Bova è stato Giu-seppe. «Devo dire la verità? M’ha
fatto un poco impressione. In ge-nere le fiction non si fanno sui vi-vi…».
Quando arriva il momento giu-sto per tornare, lo riconosci. Ven-gono a chiedertelo. «Tanti scon-tenti mi hanno invitato a candi-darmi. Un fatto inconsueto.
Spesso esiste un pregiudizio ver-so gli ex atleti, l’ho avvertito in
passato, siamo inseguiti dal so-spetto di non essere in grado di fa-re i dirigenti. I burocrati temono
di essere offuscati. Io invece pen-so che gente come Antonio Rossi
e Jury Chechi, lo sport non do-vrebbe perderli mai». La federca-nottaggio è una macchina da 4
milioni e mezzo di euro l’anno.
Cinquantamila tesserati. L’o-biettivo è ridurli. «Perché sono
numeri di facciata. Funziona co-sì. Giri per le scuole, fai salire un
ragazzino su un remoergometro,
il simulatore di barca per un pro-vino, e tutti i testati diventano tes-serati. Un progetto che ha coin-volto 22mila studenti. Ma possia-mo chiamarli praticanti? No. È un
artifizio che magari impressiona
l’esterno, ma questo è il momen-to di guardarsi in faccia. Gli ago-nisti calano, siamo a 9mila. Mi
fanno ridere quando dicono che
oggi bisogna creare un personag-gio. Io sono della vecchia scuola.
Prima vengono i risultati, intorno
ci costruisci un personaggio. Mi-ca facciamo spettacolo? Lì sì che
puoi prendere una bella immagi-ne vuota e proporla come arti-sta».
L’avversario di Abbagnale è il
presidente uscente, Enrico Gan-dola, finito con il ct De Capua sot-to accusa in piena Olimpiade.
Sartori e Battisti vincono l’argen-to, mettono piede a terra e attac-cano. Segue lettera di sfiducia di
metà squadra: o il ct o noi. Salta il
ct. Sartori adesso è tra i sostenito-ri di Abbagnale, i grandi ex Galta-rossa e Tizzano candidati al con-siglio con lui. «La tensione era no-ta anche prima dei Giochi. De Ca-pua è stato scaricato per addos-sargli la cattiva programmazione
del quadriennio: promesse disat-tese, più spese che resa, frattura
totale fra dirigenti, atleti, società e
allenatori. Io vengo dalla gavetta,
il quadro lo conosco tutto. So che
le cose vanno fatte in armonia».
Tecnici di prim’ordine hanno
scelto l’estero: Giovanni Posti-glione in Grecia, Antonio Mauro-giovanni in Olanda. «Più altri me-no noti ma bravi. A qualcuno po-trei proporre di rientrare. Oggi si
dice che abbiamo una buona na-zionale junior. Vero. Ma è frutto
del lavoro delle società. Per fortu-na tante lavorano bene, la federa-zione deve sostenerle. L’unico ar-gento di Londra è arrivato perché
le Fiamme Gialle hanno creduto
alla vecchia maniera in un equi-paggio, altrimenti sarebbe stata
una disfatta totale». Proprio suo
figlio Vincenzo, 19 anni, è tra i no-mi nuovi da seguire: già 3 bronzi
mondiali giovanili. Dietro Vin-cenzo, la sorella Gaia. Anche Car-mine ha messo in barca le due fi-glie: Virginia ha già smesso, Chia-ra comincia ora. Così come il fi-glio di Agostino, Alessandro, ha
l’età per iniziare. Animo, che
stanno tornando gli Abbagnale

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Prokhorov, oligarca anti-Putin: voglio unire Lisbona e Vladivostok

ikhail Prokhorov, 47 anni, due
metri di altezza, 13 miliardi di dollari
di patrimonio, è l’uomo nuovo della
politica russa. Il suo partito, Piattafor-ma civica, terrà il primo congresso la
settimana prossima. Alle presidenzia-li, è arrivato terzo con l’8% dei voti.
Prokhorov è intervenuto al V forum
Conoscere Eurasia, organizzato da In-tesa Sanpaolo e Gazprombank a Vero-na. Oligarca emergente, non parla
più di affari, ma solo di politica: «Se
nel 2018 verrò eletto presidente, ven-derò tutto. Non si può combattere la
corruzione se si hanno conflitti d’in-teresse».
Signor Prokhorov, come leader
dell’opposizione…
«Un momento. In Russia, all’oppo-sizione stanno i marginali. Noi sia-mo l’alternativa».
In che cosa siete diversi dal presi-dente Putin?
«Anzitutto, Putin persegue una
sempre più ampia partecipazione del-lo Stato nell’economia. Io credo nel
mercato e nell’iniziativa privata».
Rosneft, colosso a partecipazio-ne statale, ha appena acquisito
Tnk-Bp, terzo produttore russo di
petrolio, dall’inglese Bp e da tre oli-garchi. Dunque, bene o male?
«Male. Da Putin ci divide anche la
concezione del potere. Noi vogliamo
istituzioni democratiche di tipo euro-peo, mentre al Cremlino vige la tra-smissione verticale del potere. Terza
differenza: la Russia attuale si va
orientando verso l’Asia, mentre la
Russia che noi vogliamo deve sceglie-re l’Europa. La Russia è parte dell’Eu-ropa. Ci lega, prima di tutto, la cultu-ra. Europa e Russia devono diventare
un possente, unico pugno, capace di
competere con gli altri due sistemi
globali: Cina, India, insomma l’Asia,
e gli Usa cui si somma l’America Lati-na. Ritengo impellente un mercato
unico da Lisbona a Vladivostok per
la libera circolazione delle persone e
poi dei capitali. In una prospettiva an-cora lontana, si può immaginare una
valuta comune».
La Russia diventerà il ventottesi-mo stato dell’Unione Europea o pen-sa a un accordo bilaterale tra Ue e
Russia?
«Quello che conta è l’obiettivo. Le
forme istituzionali dipendono dalla
storia. C’è da chiedersi se
la Ue e i suoi stessi mem-bri conserveranno l’asset-to attuale o se la crisi farà
prevalere le spinte indipen-dentiste che si vedono, per
esempio, in Spagna».
Questo mercato unico
allargato riapre la que-stione della sicurezza. Lei
pensa a un’Europa che
esca dalla Nato o una Rus-sia che nella Nato entri?
«Lei pone la questione della reci-proca fiducia. Che è esattamente
quanto manca ai vecchi politici. Fino-ra la Russia è stata vista soltanto co-me una fornitrice di materie pri-me…».
Ma potrebbe diventare anche
un’acquirente di tecnologie euro-pee.
«Potrebbe, ma l’Europa non sem-bra molto interessata a questo. Fino-ra si sono coltivate soprattutto le alle-anze dei tubi, frutto di intrighi politi-ci».
Tubi? Vengono in mente le rela-zioni Eni-Gazprom e i rapporti Ber-lusconi-Putin.
«È la vecchia politica che non fun-ziona più. Stereotipi da rompere. Ma
non serve ricercare i colpevoli: stan-no da tutte e due le parti. Non abbia-mo bisogno di nemici, ma di creare
nuovi amici».
In Europa, si teme l’imperiali-smo energetico del Cremlino.
«Se faremo un mercato unico non
ci sarà più alcuna ragione per questi
timori».
Ma la Russia, che cosa può dare
all’Europa?
«La Russia ha bisogno di nuove in-frastrutture per 30 trilioni di euro. Sa-rebbe un nuovo piano Marshall per
l’Europa e il resto del mondo. Vedo
le imprese italiane all’opera in Sibe-ria, e gli ingegneri russi che insegna-no nei politecnici italiani».
Come valuta le reazioni di Usa,
Regno Unito ed eurozona alla Gran-de Crisi?
«Le forme variano da Paese a Pae-se, non la sostanza. Le banche centra-li stampano soldi. Se 5 anni fa, qual-cuno avesse detto che la Bce avrebbe
comprato i debiti pubblici dell’Euro-zona a tassi fissi, sarebbe stato bolla-to come comunista sovietico».
Ma può funzionare?
«Da ex uomo di finanza, vedo che
si sta portando il mercato del debito
fuori dall’economia di mercato classi-ca per allontanare scenari catastrofi-ci. Ma quando avrà finito il suo trilio-ne e mezzo di euro, che cosa farà la
Bce?».
Magari l’economia si sarà ripre-sa. Lei, invece, è pessimista?
«Non sono pessimista. Sono reali-sta. Non stiamo affrontando le vere
sfide. Le società umane cambiano for-mato in forza della conoscenza. L’in-venzione della scrittura pose fine alla
preistoria e rese possibile la società
basata sull’economia schiavistica. Si
inventarono i caratteri mobili, la
stampa, e fu la base del capitalismo.
Ora siamo entrati in una fase nuova,
che i leader dovranno interpretare.
Per la prima volta nella storia l’uomo
può ricevere informazioni totali 24
ore al giorno da ogni angolo del pia-neta. Il vecchio modello non funzio-na più…».
Preferisce il liberismo di Rom-ney o l’interventismo di Obama?
«Mi sentirei a mio agio con en-trambi. Il presidente Obama è appas-sionato di basket, come me (Prokho-rov possiede i Brooklyn Nets, cam-pionato Nba, ndr). Lo sfidante Rom-ney viene dalla finanza, come me.
Scherzi a parte, sta al popolo america-no scegliere in libertà. Ma a entram-bi chiedo che cosa faranno con il de-bito pubblico, 17 trilioni di dollari, in
buona parte detenuti all’estero, se
l’inflazione supererà il 3-4%».
Non sarà una manna per gli Usa?
«Interpretazione nozionistica. Il
mondo reagirebbe. Siamo tutti inter-connessi. E nessuno si salva da so-lo».
Può fare qualcosa la Russia per
gli Usa?
«Prima viene l’Europa. Poi la Gran-de Europa — voi e noi — vedrà che
cosa può fare per gli Usa

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Il senatore compra la villa e cambia idea sul Ponte

i dirà, come ricordava ridendo
Cossiga, che anche San Paolo lascian-do la schiera dei persecutori di cri-stiani per diventare un padre della
Chiesa, fu un voltagabbana. E volta-rono la gabbana, nobilissimamente,
anche Maria Maddalena e fra Cristo-foro e Bartolomeo de las Casas che
dopo essere stato uno schiavista di-ventò l’appassionato paladino dei di-ritti degli indios. Per non dire di tan-ti altri.
La folgorazione «sulla via di Dama-sco» è arrivata per Gianpiero D’Alia
il giorno in cui mise gli occhi con la
moglie Antonella su una villa sul ma-re a Torre Faro, a un quarto d’ora di
macchina dal cuore di Messina. Sia-mo verso Cariddi, in faccia alla costa
calabrese di Scilla. Luogo bellissimo,
di magici ricordi letterari. Ricordate
lo scoglio descritto nell’ Odissea di
Omero? «… e sotto Cariddi gloriosa-mente l’acqua livida assorbe / Tre
volte al giorno la vomita e tre la rias-sorbe». E l’ Eneide di Virgilio? «Il fian-co destro di Scilla, il sinistro Cariddi
implacabile tiene, e nel profondo ba-ratro tre volte risucchia l’acqua…»
Fino a quel momento, l’uomo for-te di Pier Ferdinando Casini in Sicilia
dopo il tragico tramonto di Totò Cuf-faro e l’addio di Raffaele Lombardo,
era schieratissimo: «Il Ponte sullo
Stretto, mentre costituisce l’elemen-to di saldatura del corridoio infra-strutturale che collega il nord Euro-pa alla Sicilia, si pone altresì come ca-talizzatore dello sviluppo di una cit-tà-regione lineare di circa 100 chilo-metri di estensione che ha, ai suoi
estremi, due importanti realtà del
Mediterraneo: il porto di Gioia Tau-ro e l’aeroporto di Catania», tuonava
nel 2003. «Si ritiene che la stessa atti-vità di costruzione del ponte costitui-rà per Messina una importante occa-sione che la città, ricca di risorse
umane ben preparate, non si lascerà
sfuggire».
«A sottolineare l’importanza di
quest’opera» ricordava nell’ottobre
2006 polemico col governo di centro-sinistra, «ci sono le parole dello stes-so presidente Prodi: nel 1985 sosten-ne che il ponte avrebbe recuperato
una cultura delle grandi opere pub-bliche svanita negli ultimi anni, e
che la Sicilia era fortemente ostacola-ta da questa barriera naturale». Co-me osava, ora, mettersi di traverso?
«Questa scelta condanna i territori
interessati a una situazione di disa-gio, di disarticolazione di carattere
economico, sociale e ambientale».
Insomma: «Demolisce senza costrui-re».
Non li sopportava, i traditori del
progetto. Al punto che quando Lom-bardo presentò alle «comunali» del
2008 Fabio D’Amore, polemizzò sar-castico: «Prendiamo atto che a Messi-na il Mpa ha chiuso l’accordo con un
candidato a sindaco che ha messo al
primo punto del suo programma il
"no" al Ponte sullo Stretto. Peraltro il
suo vicesindaco sarebbe un presti-gioso professionista messinese, l’av-vocato Carmelo Briguglio, legale del-le associazioni ambientaliste che
hanno proposto ricorsi anche alla
Corte costituzionale contro questa
grande opera». Puah, questi ambien-talisti…
Nel 2009, oplà, la svolta. Il senato-re e la moglie avviano l’acquisto del-la villa a Torre Faro. Bella casa, posto
splendido, tre piani, 476 metri qua-dri catastali, giardino abbastanza
grande per ospitare una piscina. Ma
soprattutto ottimo prezzo: 220 mila
euro. Un affarone. Dovuto al fatto
che proprio in quel luogo stanno per
cominciare di lì a qualche mese i ca-rotaggi preliminari per costruire
uno dei due piloni che devono regge-re il ponte sul versante messinese.
Due bestioni enormi con una spropo-sitata base rettangolare di 12 metri
per 20 e alti 399.
Quando venga fatto il preliminare
tra la venditrice, Flavia Rosa, e la mo-glie di Gianpiero D’Alia, Antonella
Bertuccini, non si sa. Probabilmente
qualche settimana prima del rogito,
firmato il 14 dicembre 2009 nello stu-dio del notaio Salvatore Santoro e ac-compagnato dal versamento di due
assegni circolari, il primo da 20 mila
euro e il secondo da 200 mila, emes-si dall’agenzia del Banco di Napoli di
Montecitorio, cioè della Camera dei
deputati.
Fatto sta che a cavallo di quelle
settimane in cui la sua signora acqui-sta la villa a Cariddi il politico messi-nese ribalta completamente la sua
opinione. E partendo dai temi posti
dalla tragica alluvione di quei giorni
attacca a sparare a palle incatenate:
«Parlare del ponte oggi è pura follia.
In un momento come questo non è
serio parlare di questa grande opera,
che peraltro non ha perfezionato il
suo iter progettuale, non è finanzia-ta integralmente e che soprattutto
dovrebbe sorgere in un contesto am-bientale degradato come quello sici-liano e calabrese. Sarebbe come af-fondare un coltello in un panetto di
burro».
«Le dichiarazioni di Brunetta sul
ponte di Messina rasentano il surrea-le», rincara un paio di settimane do-po furente con le promesse del mini-stro sulla infrastruttura. «Non ci so-no soldi, non c’è un vero progetto,
non sarà apposta nessuna pietra». In-somma: «Siamo di fronte all’ennesi-mo annuncio d’un governo allo sban-do. Il Ponte è come il taglio dell’Irap,
è un flop mascherato da bugia».
Ai primi di gennaio del 2010 è
sempre più indignato: «Continuare
a parlare di Ponte sullo Stretto e di
opere compensative è solo una follia
di fronte a una città che cade a pezzi
giorno dopo giorno devastata dalle
mareggiate e sottoposta a frane con-tinue alla prima pioggia. Anche il sin-daco e il comune di Messina non pos-sono sacrificare la sicurezza del no-stro territorio, ignorando il fenome-no del dissesto idrogeologico, in no-me di un’opera inutile come il Ponte
di Messina, che non vedrà mai la lu-ce».
E via così, invettiva dopo invetti-va: «Viste le risposte del tutto insod-disfacenti del governo chiederemo
con gli altri capigruppo di opposizio-ne, un’inchiesta parlamentare sui la-vori del Ponte». «Alle prime piogge
ci ritroviamo sempre e comunque in
stato d’emergenza. Mentre le perso-ne devono lasciare le loro case, il go-verno fa orecchio da mercante e pen-sa solo al Ponte sullo Stretto». «Chis-sà per quanto tempo ancora saremo
costretti a dover sopportare bugie e
falsità sulla realizzazione del pon-te!». «La passerella messinese fatta
dal governo oggi è offensiva per i
messinesi e per tutti i meridionali.
Dopo la finta apertura dei cantieri il
23 dicembre scorso in Calabria, assi-stiamo oggi all’ennesima stucchevo-le parata…».
Tuoni, fulmini e saette: «Il Ponte
sullo Stretto è un’illusione pericolo-sa per il Sud e per la Sicilia. Immobi-lizza risorse senza che l’opera si pos-sa fare e alimenta un circuito torbi-do di affari come quelli delle polizze
fidejussorie fasulle…». «La costruzio-ne del ponte è diventata solo la galli-na dalle uova d’oro per alcuni grup-pi imprenditoriali del nord Italia i
quali, in tempi di crisi, sono ansiosi
di guadagnarsi le penali che scatte-ranno in caso di mancata realizzazio-ne della mega opera». «La società
Ponte sullo Stretto va sciolta». «A
questo punto sarebbe opportuna
un’inchiesta parlamentare sul pon-te, per aiutare il governo a decidere
definitivamente su una questione
che è ormai chiusa. È chiaro che l’in-frastruttura non si costruirà, come è
altrettanto chiaro che non serve af-fatto al territorio e tantomeno allo
sviluppo dell’area integrata tra Mes-sina e Reggio Calabria…».
Tutte cose sensate e condivise da-gli ambientalisti e da buona parte
dell’opinione pubblica italiana, sici-liana, messinese. Se non venissero,
appunto, dal pulpito di una villa a Ca-riddi.

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Galeno, medico modernissimo e uomo «rinascimentale»

éronique Boudon-Millot ha ap-pena pubblicato presso le Bel-les Lettres di Parigi l’atteso sag-gio su Galeno. È un’opera che
esamina dettagliatamente la vi-ta e l’opera di uno dei più grandi medici
dell’antichità, infanzia compresa, avvalen-dosi delle ultime scoperte e dei recenti di-battiti critici; ne ricostruisce le frequenta-zioni filosofiche, gli insegnamenti, i viag-gi — da Cipro alla Licia, da Siria e Palesti-na alla permanenza a Roma — e il suo esi-lio volontario. Non soltanto: la Bou-don-Millot dedica pagine dense alle «co-se viste e intese» da Galeno in Asia; riper-corre le mille esperienze, da medico dei
gladiatori a curatore dell’alta società del-l’Urbe e di imperatori, né tralascia la rico-struzione delle sue malattie e della morte.
Insomma, un ritratto che è anche un im-portante capitolo di storia della scienza ol-tre che della filosofia.
Véronique Boudon-Millot ci confida:
«Curioso di tutto, parla molto di se stes-so, contrariamente a quanto facevano gli
antichi (si pensi a Ippocrate), e prima di
Agostino e delle Confessioni è un caso da
porre tra le eccezioni». Anni di lavoro, di
ricerche della studiosa francese. Conside-ra Galeno quasi nostro contemporaneo e
ci ricorda che «ha frequentato i maestri
della sua generazione, ma non aveva una
scuola di riferimento e ha preso il meglio
in un mondo dalle forti presenze cultura-li». Del resto, anche se il suo nome resta
immortale – l’aggettivo galenico rimanda
direttamente al medicinale preparato dal
farmacista in base ad una prescrizione
medica, destinato a un particolare biso-gno – non ha dato vita a insegnamenti isti-tuzionali. «Sarà un riferimento per la me-dicina, non il padre di una scuola», osser-va la Boudon-Millot.
D
i più: la studiosa ci ricorda lo
straordinario e attuale meto-do di Galeno. «Egli cercava —
precisa — di comprendere i
problemi causati dalla malat-tia, parlando a lungo con il paziente; in
altri termini possiamo dire che desidera-va capire anche i riferimenti culturali del-la persona che si era rivolta a lui». È inevi-tabile aggiungere che in codesta prospet-tiva era compreso anche quell’accompa-gnamento alla fine della vita su cui ci stia-mo interrogando, senza accorgersi che i
problemi che tanto oggi suscitano discus-sione si sono affrontati due millenni fa, e
forse con uno spirito migliore. Certo, c’è
anche un Galeno polemista: la Bou-don-Millot ricorda che una parte della
sua bibliografia è dedicata alle confutazio-ni rivolte alle dottrine di Erasistrato di
Ceo, anatomista greco del III secolo pri-ma di Cristo e attivo alla corte di Seleuco I
Nicatore, tra i fondatori della scuola medi-ca di Alessandria d’Egitto: egli considera-va gli atomi costituenti essenziali del cor-po e li riteneva vitali grazie all’aria ester-na (pneuma), la quale sarebbe stata in
grado di circolare nelle arterie. Galeno
non amava né Epicuro né Democrito e, di
conseguenza, non poteva approvare una
simile concezione.
Del resto prese le distanze e confutò an-che le opinioni di Asclepiade di Prusa
(morto nel 40 a. C.), seguace di quelle teo-rie fisiche che intendevano il corpo com-posto da atomi separati da spazi vuoti
(pori), sostenitore dell’ipotesi che la ma-lattia nascesse dallo squilibrio tra gli stes-si atomi e i pori. Pensò che quando questi
ultimi si presentano molto larghi causa-no pallore e pochezza di forze, se troppo
stretti rossore e calori.
I suoi rimedi terapeutici, proprio per
questa sua visione fisica dei problemi, si
basavano su massaggi, bagni termali, pas-seggiate e musica. Non ebbe particolare
fiducia nei salassi, e a tale giudizio negati-vo aggiunse anche i farmaci.
G
aleno era lettore di filosofi, co-me Ippocrate, e pensatore egli
stesso. Più vicino a grandi mae-stri quali Platone e Aristotele,
conosceva bene gli stoici, non
ignorava i lavori degli epicurei e dei pirro-niani, ma – come nota la Boudon-Millot -questi ultimi «ne font pas partie de ses
maîtres à penser». Il saggio ci restituisce
uno scienziato poco noto, nato nel 129 d.
C., vissuto sette secoli dopo Ippocrate,
che non entrò in contraddizione con il
suo illustre predecessore e scrisse moltis-simo. La sua opera, d’altra parte, corri-sponde a circa un ottavo di tutta la lettera-tura greca che conosciamo. Con essa arric-chì e trasmise l’eredità ippocratica, al
punto che la sua gloria soppiantò la prece-dente per tutto il Medioevo e il Rinasci-mento; oggi, invece, sembra accadere il
contrario. Insomma, colui che ebbe l’ono-re di curare Marco Aurelio fu, oltre che te-stimone privilegiato della società romana
del suo tempo, l’uomo di scienza che desi-dera «introdurci nell’intimità dei suoi ma-lati, ricchi e poveri, e nel segreto delle lo-ro case».
Scorrendo le pagine della Boudon-Mil-lot, ci accorgiamo che Galeno di Pergamo
padroneggiava innumerevoli materie ol-tre quelle mediche, tra le quali sono da
considerare anche terapeutica e igiene; la
sua mente spaziava nella filosofia (era un
eccellente conoscitore di etica), nelle ma-tematiche, non era secondo nel teatro e
nella poesia, poteva discutere di architet-tura e di quella disciplina che oggi chia-miamo linguistica. Insomma, una mente
universale che si dedicava a diagnostica-re la malattia e a curarla con una metodo-logia che mai dimenticava l’umanità ne-cessaria per essere vicino al paziente.
Ci sarebbero infinite notizie da aggiun-gere. I suoi interessi religiosi (riguardava-no anche ebrei e cristiani), gli esperimen-ti con gli animali, l’uso che fece dell’op-pio unito all’alcol per creare analgesic


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