di Natalia Aspesi
QUANDO Tai Missoni
parlava, controvoglia,
del suo lavoro, con l’ac-cento dolce della sua origine
dalmata, era sempre per smi-nuire il suo talento: abbiamo
dovuto fare quelle righe perché
le macchine non sapevano fa-re altro, il misto dei colori è ve-nuto così, per caso, lo zig zag è
capitato per sbaglio e poi chis-sà perché è piaciuto tanto…Q
UANDO a parlare del loro lavoro era
sua moglie Rosita, lei serenamente lo
contraddiceva: è lui il creatore, quello
che conta, che si impegna, che sa trasforma-re le sue idee in disegni e a costringere le mac-chine ad adattarsi alle sue invenzioni…
Era stato il genio di Tai per i colori e i miste-riosi intrecci di fili in un vorticare di disegni,
era stata la capacità organizzativa di Rosita e
il suo entusiasmo nei rapporti con gli altri, a
trasformare un piccolo laboratorio di ma-glieria di Gallarate nella fabbrica ultramo-derna di Sumirago e a lanciare il marchio
Missoni; scoperto dalla grande giornalista
Anna Piaggi negli anni 60 e lanciato nel mon-do come uno dei primi nomi di grande suc-cesso del nascente pret-à-porter italiano. Nel
1970 è già nei prestigiosi grandi magazzini
americani Bloomingdale, nel 1973 i Missoni
vincono il più prestigioso premio della moda,
il Neiman Marcus, a Dallas: con quel vestire
di maglia preziosa e leggera, mai spiegazza-ta, quelle fantasie cromatiche irresistibili,
quella diversità da tutta l’altra moda e il pre-gio del materiale e delle forme lineari, quei
capi risultati indistruttibili e mai fuori moda,
che alcune entusiaste pioniere della griffe, da
più di 30 anni conservano e ancora indossa-no.
Per volontà di Rosita, Tai era costretto, re-ticente, a prendersi i premi, a essere la star
della coppia: una coppia che si era adocchia-ta per caso alle Olimpiadi di Londra del 1948,
lui in pista per i 400 metri ostacoli, lei giova-nissima spettatrice, lui che, da italiano, ave-va dovuto lasciare la sua amatissima città, Za-ra, ceduta alla Jugoslavia alla fine della guer-ra, lei arrivata in Inghilterra da Golasecca, in
provincia di Varese, per imparare l’inglese, e
subito decisa a non fare a meno di quel gio-vanotto alto alto, che infatti sposò 5 anni do-po. Sessant’anni insieme, una vita coniugale
con le sue tempeste ma incrollabile, legata
dalla cocciutaggine e dalla pazienza dell’a-more, dalla condivisione di un bellissimo e
fortunato lavoro, dalla famiglia che negli an-ni si estendeva; i figli che diventavano grandi
e entravano in azienda, le nuore. i generi, i
tanti nipoti. E poi quella meravigliosa casa,
vicina all’azienda, lontano dalle città, isolata
nella vastità serena della campagna, non una
sola costruzione in vista: un regno più che un
rifugio, con l’orto e i limoni a scaldarsi nei ri-flessi del sole sulle pareti di vetro, e la serra
con le piante tropicali, e la lunga tavola da
pranzo dentro una veranda da cui entravano
le stagioni con la luce della neve in inverno e
lo splendore dei fiori in primavera; una tavo-la sempre imbandita per i tanti amici, e i pran-zi semplici e squisiti, e tovaglie e vasellame
con gli stessi disegni squillanti, opera di Rosi-ta che si è inventata negli ultimi anni questo
impegno tutto suo. E i bei quadri, e la raccol-ta di porcellane anni 20, e i tappeti e divani
con le stoffe uscite dalla fabbrica vicina, e unamoltitudine di oggetti comprati in giro per
il mondo, o donati dagli amici, non per il
loro valore ma per l’allegria dei loro colori
e della loro bizzarria.
Rosita e Tai, a differenza di altri stilisti e
industriali, non hanno mai parlato di la-voro né dei successi o problemi aziendaliOttavio era lapidario, quando tentavano di
farlo parlare di moda: «Io non me ne intendo,
non ne so niente, non conosco gli stilisti e poi
credo che per vestirsi male non serve seguire
la moda, ma certo aiuta». Anche quando i fi-gli non avevano ancora cominciato ad affian-carli e a poco a poco a imparare a sostituirli, e
quindi la responsabilità era tutta di Tai e Ro-sita, ogni giorno se ne separavano per colora-re la vita con la semplicità delle loro passioni,
alcune condivise, altre meno: mai la monda-nità, mai le complicazioni cui obbliga la ric-chezza; ogni mattina anche d’inverno i tuffi
nella piccola piscina in giardino, poi l’opera e l calcio, i viaggi e il tennis, la raccolta di fun-ghi porcini da surgelare per tutto l’anno e la
casa sempre aperta, soprattutto agli amici
della giovinezza, ai complici del tifo sportivo,
ai compagni di nuoto, di camminate, di cor-sa, con Tai che ha continuato a vincere anche
le gare di atletica master, riservate agli ul-traottantenni.
Ottavio Missoni era autoironico, non gli
piaceva parlare di sé, agli amici chiedeva
qualche sapienza da condividere, come il
parlare di sport, leggeva e sapeva molto, però
fingendosi pigro, disimpegnato, comunque
sempre soggiogato dall’operosità risolutiva
di Rosita. È stato sino all’ultimo molto bello
e prestante, dimenticandosene sempre, co-me fosse un fastidio, si è sempre vestito solo
Missoni, mischiando con audacia capi ap-parentemente inconciliabili e che invece su
di lui creavano una virile armonia. Poi ci fu la
volta in cui dovette andare al Quirinale, e lì
camicia e giacca di maglia non erano con-sentiti: «Lo smoking era alieno nella nostra
vita, però quella volta era indispensabile,
l’ho comprato da Armani e l’ho messo una
volta sola».
Pareva la sua una di quelle vite fortunate
in cui invecchiare non impedisce di conti-nuare a godere di tutto, come sempre: poi la
tragedia piombata sui suoi 92 anni ancora
forti, quel piccolo aereo scomparso in Ve-nezuela in gennaio, con il primogenito Vit-torio e sua moglie. Tutta la famiglia, Rosita,
gli altri due figli, Angela e Luca, i nipoti, gli
amici, da tanti indizi preziosi, raggiungen-do più volte quel paese, hanno continuato
ad essere certi, serenamente, coraggiosa-mente, che siano ancora vivi: forse il pa-triarca Missoni è stato meno fiducioso, e si
è perduto
parlava, controvoglia,
del suo lavoro, con l’ac-cento dolce della sua origine
dalmata, era sempre per smi-nuire il suo talento: abbiamo
dovuto fare quelle righe perché
le macchine non sapevano fa-re altro, il misto dei colori è ve-nuto così, per caso, lo zig zag è
capitato per sbaglio e poi chis-sà perché è piaciuto tanto…Q
UANDO a parlare del loro lavoro era
sua moglie Rosita, lei serenamente lo
contraddiceva: è lui il creatore, quello
che conta, che si impegna, che sa trasforma-re le sue idee in disegni e a costringere le mac-chine ad adattarsi alle sue invenzioni…
Era stato il genio di Tai per i colori e i miste-riosi intrecci di fili in un vorticare di disegni,
era stata la capacità organizzativa di Rosita e
il suo entusiasmo nei rapporti con gli altri, a
trasformare un piccolo laboratorio di ma-glieria di Gallarate nella fabbrica ultramo-derna di Sumirago e a lanciare il marchio
Missoni; scoperto dalla grande giornalista
Anna Piaggi negli anni 60 e lanciato nel mon-do come uno dei primi nomi di grande suc-cesso del nascente pret-à-porter italiano. Nel
1970 è già nei prestigiosi grandi magazzini
americani Bloomingdale, nel 1973 i Missoni
vincono il più prestigioso premio della moda,
il Neiman Marcus, a Dallas: con quel vestire
di maglia preziosa e leggera, mai spiegazza-ta, quelle fantasie cromatiche irresistibili,
quella diversità da tutta l’altra moda e il pre-gio del materiale e delle forme lineari, quei
capi risultati indistruttibili e mai fuori moda,
che alcune entusiaste pioniere della griffe, da
più di 30 anni conservano e ancora indossa-no.
Per volontà di Rosita, Tai era costretto, re-ticente, a prendersi i premi, a essere la star
della coppia: una coppia che si era adocchia-ta per caso alle Olimpiadi di Londra del 1948,
lui in pista per i 400 metri ostacoli, lei giova-nissima spettatrice, lui che, da italiano, ave-va dovuto lasciare la sua amatissima città, Za-ra, ceduta alla Jugoslavia alla fine della guer-ra, lei arrivata in Inghilterra da Golasecca, in
provincia di Varese, per imparare l’inglese, e
subito decisa a non fare a meno di quel gio-vanotto alto alto, che infatti sposò 5 anni do-po. Sessant’anni insieme, una vita coniugale
con le sue tempeste ma incrollabile, legata
dalla cocciutaggine e dalla pazienza dell’a-more, dalla condivisione di un bellissimo e
fortunato lavoro, dalla famiglia che negli an-ni si estendeva; i figli che diventavano grandi
e entravano in azienda, le nuore. i generi, i
tanti nipoti. E poi quella meravigliosa casa,
vicina all’azienda, lontano dalle città, isolata
nella vastità serena della campagna, non una
sola costruzione in vista: un regno più che un
rifugio, con l’orto e i limoni a scaldarsi nei ri-flessi del sole sulle pareti di vetro, e la serra
con le piante tropicali, e la lunga tavola da
pranzo dentro una veranda da cui entravano
le stagioni con la luce della neve in inverno e
lo splendore dei fiori in primavera; una tavo-la sempre imbandita per i tanti amici, e i pran-zi semplici e squisiti, e tovaglie e vasellame
con gli stessi disegni squillanti, opera di Rosi-ta che si è inventata negli ultimi anni questo
impegno tutto suo. E i bei quadri, e la raccol-ta di porcellane anni 20, e i tappeti e divani
con le stoffe uscite dalla fabbrica vicina, e unamoltitudine di oggetti comprati in giro per
il mondo, o donati dagli amici, non per il
loro valore ma per l’allegria dei loro colori
e della loro bizzarria.
Rosita e Tai, a differenza di altri stilisti e
industriali, non hanno mai parlato di la-voro né dei successi o problemi aziendaliOttavio era lapidario, quando tentavano di
farlo parlare di moda: «Io non me ne intendo,
non ne so niente, non conosco gli stilisti e poi
credo che per vestirsi male non serve seguire
la moda, ma certo aiuta». Anche quando i fi-gli non avevano ancora cominciato ad affian-carli e a poco a poco a imparare a sostituirli, e
quindi la responsabilità era tutta di Tai e Ro-sita, ogni giorno se ne separavano per colora-re la vita con la semplicità delle loro passioni,
alcune condivise, altre meno: mai la monda-nità, mai le complicazioni cui obbliga la ric-chezza; ogni mattina anche d’inverno i tuffi
nella piccola piscina in giardino, poi l’opera e l calcio, i viaggi e il tennis, la raccolta di fun-ghi porcini da surgelare per tutto l’anno e la
casa sempre aperta, soprattutto agli amici
della giovinezza, ai complici del tifo sportivo,
ai compagni di nuoto, di camminate, di cor-sa, con Tai che ha continuato a vincere anche
le gare di atletica master, riservate agli ul-traottantenni.
Ottavio Missoni era autoironico, non gli
piaceva parlare di sé, agli amici chiedeva
qualche sapienza da condividere, come il
parlare di sport, leggeva e sapeva molto, però
fingendosi pigro, disimpegnato, comunque
sempre soggiogato dall’operosità risolutiva
di Rosita. È stato sino all’ultimo molto bello
e prestante, dimenticandosene sempre, co-me fosse un fastidio, si è sempre vestito solo
Missoni, mischiando con audacia capi ap-parentemente inconciliabili e che invece su
di lui creavano una virile armonia. Poi ci fu la
volta in cui dovette andare al Quirinale, e lì
camicia e giacca di maglia non erano con-sentiti: «Lo smoking era alieno nella nostra
vita, però quella volta era indispensabile,
l’ho comprato da Armani e l’ho messo una
volta sola».
Pareva la sua una di quelle vite fortunate
in cui invecchiare non impedisce di conti-nuare a godere di tutto, come sempre: poi la
tragedia piombata sui suoi 92 anni ancora
forti, quel piccolo aereo scomparso in Ve-nezuela in gennaio, con il primogenito Vit-torio e sua moglie. Tutta la famiglia, Rosita,
gli altri due figli, Angela e Luca, i nipoti, gli
amici, da tanti indizi preziosi, raggiungen-do più volte quel paese, hanno continuato
ad essere certi, serenamente, coraggiosa-mente, che siano ancora vivi: forse il pa-triarca Missoni è stato meno fiducioso, e si
è perduto
l patriarca gentile
GIANNI MURA
D
AL 4 gennaio era come
gli fosse caduta addos-so una montagna. Da
quando il piccolo aereo con a
bordo il figlio Vittorio, la sua
compagna e due amici, era
scomparso.S
vanito forse nel mare del Venezuela, for-se no. Non era il primo caso. Vittorio, il più
simile al padre nel fisico e nel piacere del-la competizione. Senza certezze di vita né
di morte, un colpo durissimo. E Ottavio Missoni
non voleva parlarne con nessuno. Nemmeno
con gli amici, che erano tanti.
Qualcuno era a pranzo a Sumirago, domenica.
Gianni Clerici, Piero Ostellino, l’ex ministro Ro-gnoni. «Sorpresa, oggi Tai s’è pettinato», aveva
detto sorridendo Rosita. Sessant’anni di matri-monio. Sul muro, il foulard originale stampato
dagli organizzatori delle Olimpiadi di Londra,
con tutti i risultati della finali. “6. Missoni, Ita”, si
legge, bianco su nero. «Te son rivà ultimo», com-mentò Missoni padre, uomo di mare con radici
friulane e, più lontane, bretoni. La madre era una
bellissima nobildonna dalmata. Il gusto della li-bertà e dell’indipendenza Ottavio lo respirò in
casa, a Ragusa oggi Dubrovnik, a Zara, a Trieste.
L’accento triestino gli era rimasto.
Ultimo, con finale a sei, ma dopo quattro anni
ospite di sua maestà britannica, come amava di-re. Cioè in un campo di prigionia, in Egitto, dove
organizzava partite di pallavolo e dove divenne
amico di Carletto Colombo, regista teatrale mi-lanese. L’amicizia era una componente impor-tante nella vita di Missoni. Alla tavola di Sumira-go le mogli erano gradite, anche domenica scor-sa, ma al Club del Giovedì, fondato con Gianni
Brera, erano ammesse solo una volta, alla vigilia
di Natale. Poco prima di morire Brera aveva ab-bozzato il progetto di un libro sul suo amico Tai.
L’aveva visto correre in pista all’Arena, prima
della guerra, ed era rimasto incantato dallo stile.
È vero che si era pettinato. Dopo essersi fatto
dimettere dall’ospedale di Varese, minacciando
di strappare tutti quei cosi che aveva addosso,
era andato a controllare i fiori. Un’altra delle sue
passioni. Sapeva tutto di mughetti, tulipani, or-chidee ma anche aceri e betulle. Non il nome la-tino, ma dove metterli a dimora, quando semi-nare, quando scegliere l’ombra o il sole. Era ma-grissimo, negli ultimi mesi, e si capiva che fatica-va a muoversi e s’intuiva quanto dovesse pesar-gli, perché il suo corpo raramente l’aveva tradi-to. Fino a pochi anni fa gareggiava tra i Masters,
prima gli under 80, poi under 90. Aveva vinto me-daglie col salto in alto, poi col giavellotto, poi col
getto del peso, che chiamava «la bala». Sdram-matizzare sempre e comunque. Lo spirito era ri-masto.
«Tu dove hai studiato?», gli chiese a un certo
punto l’ex ministro Rognoni. «Verbo sbagliato,
chiedimi piuttosto dov’ero iscritto a scuola».
Missoni ha passato la vita cercando di convince-re sul fatto che non avesse mai lavorato sul serio.
Nel primo dopoguerra, quando a Milano arro-tondava facendo l’attore nei fotoromanzi, un
amico gli propose di accompagnarlo in Australia, perché là c’era lavoro sicuro, rispose: «In Val
Padana nessuno è mai morto di fame, andare fi-no in Australia per lavorare mi sembra una mo-nata». Era quasi stupito, nel ’93, quando lo no-minarono Cavaliere del Lavoro. «Dovevano no-minare la Rosita, che è riuscita a far lavorare uno
come me».
Il lavoro, all’inizio erano tute, in uno scantina-to di Gallarate. Nell’ambiente dello sport aveva
amici (Rubini, Oberweger). E molti altri ne
avrebbe incontrati. Ermanno Olmi, Lea Massari,
Walter Chiari, Enzo Biagi con cui cantava arie di
operette, Enzo Bettiza, Mario Fossati, Fulvio
Scaparro, il chirurgo Dioguardi. Si definiva «ro-manticamente anarchico», leggeva molti quoti-diani e molti libri. «Bella cosa la lettura, con po-chi soldi passi una serata o due col signor Voltai-re».
Non sopportava cravatte e cerimoniali. Era a
suo agio nella casetta sulle Isole del Diavolo,
quando parlava coi vecchi pescatori, Barba Pero,
Barba Toni, quando giocava a tressette sulla bar-ca, che non era uno yacht ma una panciuta, vec-chia imbarcazione nata per trasportare vino e
olio. Base Spalato, capitano Ivo Tomic, equipag-gio sua moglie Domina, ottima cuoca. Su quella
barca si poteva capire cosa significa non mon-tarsi la testa. Spesa ai mercatini (pecorino di Pa-go, grappa di albicocche), insalate di patate e ci-polle, spaghetti coi ricci appena tirati su, grandi
zuppe e frittate, pomodori dolci come frutti e una
diffusa sensazione di serenità.
Oggi gli stilisti sono tanti. Negli anni ’70, quan-do partì il loro volo, i Missoni rappresentavano il
made in Italy sullo stesso piano di Agnelli, Fellini
e Ferrari. Ottavio alla parola stilista si ribellava:
«Per vestir male non è indispensabile seguire la
moda, ma aiuta». Oppure la buttava sul parados-so: «Sti peruani, xé tremila anni che i me copia».
Lui e Rosita non erano il braccio e la mente, ma
due braccia e due menti, ognuno nel suo campo.
Altrimenti non avrebbero fatto tanto strada in-sieme, tra quotidianità e celebrità. Chi ha fatto un
po’ di strada con loro sa che Ottavio ha vissuto co-me ha voluto ed è anche morto quando ha volu-to. Al geniale e profondo dispensatore di uma-nità, al filosofo e all’atleta sia lieve la terra.
AL 4 gennaio era come
gli fosse caduta addos-so una montagna. Da
quando il piccolo aereo con a
bordo il figlio Vittorio, la sua
compagna e due amici, era
scomparso.S
vanito forse nel mare del Venezuela, for-se no. Non era il primo caso. Vittorio, il più
simile al padre nel fisico e nel piacere del-la competizione. Senza certezze di vita né
di morte, un colpo durissimo. E Ottavio Missoni
non voleva parlarne con nessuno. Nemmeno
con gli amici, che erano tanti.
Qualcuno era a pranzo a Sumirago, domenica.
Gianni Clerici, Piero Ostellino, l’ex ministro Ro-gnoni. «Sorpresa, oggi Tai s’è pettinato», aveva
detto sorridendo Rosita. Sessant’anni di matri-monio. Sul muro, il foulard originale stampato
dagli organizzatori delle Olimpiadi di Londra,
con tutti i risultati della finali. “6. Missoni, Ita”, si
legge, bianco su nero. «Te son rivà ultimo», com-mentò Missoni padre, uomo di mare con radici
friulane e, più lontane, bretoni. La madre era una
bellissima nobildonna dalmata. Il gusto della li-bertà e dell’indipendenza Ottavio lo respirò in
casa, a Ragusa oggi Dubrovnik, a Zara, a Trieste.
L’accento triestino gli era rimasto.
Ultimo, con finale a sei, ma dopo quattro anni
ospite di sua maestà britannica, come amava di-re. Cioè in un campo di prigionia, in Egitto, dove
organizzava partite di pallavolo e dove divenne
amico di Carletto Colombo, regista teatrale mi-lanese. L’amicizia era una componente impor-tante nella vita di Missoni. Alla tavola di Sumira-go le mogli erano gradite, anche domenica scor-sa, ma al Club del Giovedì, fondato con Gianni
Brera, erano ammesse solo una volta, alla vigilia
di Natale. Poco prima di morire Brera aveva ab-bozzato il progetto di un libro sul suo amico Tai.
L’aveva visto correre in pista all’Arena, prima
della guerra, ed era rimasto incantato dallo stile.
È vero che si era pettinato. Dopo essersi fatto
dimettere dall’ospedale di Varese, minacciando
di strappare tutti quei cosi che aveva addosso,
era andato a controllare i fiori. Un’altra delle sue
passioni. Sapeva tutto di mughetti, tulipani, or-chidee ma anche aceri e betulle. Non il nome la-tino, ma dove metterli a dimora, quando semi-nare, quando scegliere l’ombra o il sole. Era ma-grissimo, negli ultimi mesi, e si capiva che fatica-va a muoversi e s’intuiva quanto dovesse pesar-gli, perché il suo corpo raramente l’aveva tradi-to. Fino a pochi anni fa gareggiava tra i Masters,
prima gli under 80, poi under 90. Aveva vinto me-daglie col salto in alto, poi col giavellotto, poi col
getto del peso, che chiamava «la bala». Sdram-matizzare sempre e comunque. Lo spirito era ri-masto.
«Tu dove hai studiato?», gli chiese a un certo
punto l’ex ministro Rognoni. «Verbo sbagliato,
chiedimi piuttosto dov’ero iscritto a scuola».
Missoni ha passato la vita cercando di convince-re sul fatto che non avesse mai lavorato sul serio.
Nel primo dopoguerra, quando a Milano arro-tondava facendo l’attore nei fotoromanzi, un
amico gli propose di accompagnarlo in Australia, perché là c’era lavoro sicuro, rispose: «In Val
Padana nessuno è mai morto di fame, andare fi-no in Australia per lavorare mi sembra una mo-nata». Era quasi stupito, nel ’93, quando lo no-minarono Cavaliere del Lavoro. «Dovevano no-minare la Rosita, che è riuscita a far lavorare uno
come me».
Il lavoro, all’inizio erano tute, in uno scantina-to di Gallarate. Nell’ambiente dello sport aveva
amici (Rubini, Oberweger). E molti altri ne
avrebbe incontrati. Ermanno Olmi, Lea Massari,
Walter Chiari, Enzo Biagi con cui cantava arie di
operette, Enzo Bettiza, Mario Fossati, Fulvio
Scaparro, il chirurgo Dioguardi. Si definiva «ro-manticamente anarchico», leggeva molti quoti-diani e molti libri. «Bella cosa la lettura, con po-chi soldi passi una serata o due col signor Voltai-re».
Non sopportava cravatte e cerimoniali. Era a
suo agio nella casetta sulle Isole del Diavolo,
quando parlava coi vecchi pescatori, Barba Pero,
Barba Toni, quando giocava a tressette sulla bar-ca, che non era uno yacht ma una panciuta, vec-chia imbarcazione nata per trasportare vino e
olio. Base Spalato, capitano Ivo Tomic, equipag-gio sua moglie Domina, ottima cuoca. Su quella
barca si poteva capire cosa significa non mon-tarsi la testa. Spesa ai mercatini (pecorino di Pa-go, grappa di albicocche), insalate di patate e ci-polle, spaghetti coi ricci appena tirati su, grandi
zuppe e frittate, pomodori dolci come frutti e una
diffusa sensazione di serenità.
Oggi gli stilisti sono tanti. Negli anni ’70, quan-do partì il loro volo, i Missoni rappresentavano il
made in Italy sullo stesso piano di Agnelli, Fellini
e Ferrari. Ottavio alla parola stilista si ribellava:
«Per vestir male non è indispensabile seguire la
moda, ma aiuta». Oppure la buttava sul parados-so: «Sti peruani, xé tremila anni che i me copia».
Lui e Rosita non erano il braccio e la mente, ma
due braccia e due menti, ognuno nel suo campo.
Altrimenti non avrebbero fatto tanto strada in-sieme, tra quotidianità e celebrità. Chi ha fatto un
po’ di strada con loro sa che Ottavio ha vissuto co-me ha voluto ed è anche morto quando ha volu-to. Al geniale e profondo dispensatore di uma-nità, al filosofo e all’atleta sia lieve la terra.
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