lunedì 1 aprile 2013

Ottobre Parte 6

Dal Parlamento al Maxxi, bufera sulla Melandri Botta e risposta tra Pdl e Ornaghi: “Salva una silurata”. “ È competente

OMA — Giovanna Melandri è il
nuovo presidente del Maxxi, il
museo delle Arti del XXI secolo di
Roma. Lo ha deciso, fra mille po-lemiche che arrivano da destra,
e qualcuna da sinistra, il mini-stro dei Beni culturali Lorenzo
Ornaghi. Polemiche che si in-trecciano a doppio filo con la
“rottamazione” in corso nel Pd.
Condite da ironie sulla decisio-ne annunciata dalla Melandri di
volersi dedicare alla sua fonda-zione Uman Foundation. Senza
tornare in Parlamento. E da cri-tiche al ministro che, secondo il
Pdl merita una sfiducia indivi-duale.
Fabrizio Cicchitto, allora usa
un po’ di garbo, premette di ave-re molta stima per l’ex ministro.
Ma dice che la scelta di Ornaghi
vista «la caratterizzazione politi-ca molto marcata» ha dell’incre-dibile, «un autentico fuor d’ope-ra». Il suo collega capogruppo
del Senato Maurizio Gasparri,
invece preferisce la spada al fio-retto e «trova sconcertante la no-mina». Una scelta «sbagliata del
governo tecnico sia sotto il profi-lo politico della competenza».
Quello del Pdl è un crescendo.
Adesso, si ironizza, vedremo
D’Alema alla Scala e Veltroni
chissà dove. E in serata arriva la
richiesta di sfiduciare Ornaghi.
Ci pensa il deputato Marco Mar-silio : «Il ministro non merita più
la nostra fiducia e il nostro voto»,
dice. Si associano i senatori
Achille Totaro, Enzo Fasano.
E tanto per condire la vicenda
dell’immancabile retroscena
Totaro e Fasano annunciano ri-velazioni: «Dimostreremo – di-cono – che si tratta di un caso da
parentopoli. Ci sono legami con
l’apparato del ministro. Ai Beni
culturali c’è qualche cugino di
troppo». Infine, il deputato Giu-seppe Moles aggiunge che que-sto è un modo per traghettare la
Melandri rottamata fino ai 60
anni e al vitalizio.
Finito nell’occhio del ciclone,
Ornaghi replica di «avere scelto
come nuovo presidente del
Maxxi il Ministro per i beni cul-turali che ha avuto il merito di av-viarne il progetto ed intuirne le
potenzialità». Il ministro ritiene
che «attingere alle competenze
acquisite e consolidate sia il mo-do migliore per guardare al futu-ro». Infine, dice Ornaghi «Gio-vanna Melandri, in modo parti-colare, possiede anche una co-noscenza di quei meccanismi
internazionali, che sono essen-ziali per il rilancio di questa
straordinaria istituzione cultu-rale».
Ma la Melandri e il ministro
devono fare i conti con critiche
che arrivano da altri fronti.
Quelle delle Lega, per esem-pio, sono quasi scontate.
Meno quelle dell’Udc. Il
capogruppo alla Camera
Gian Luca Galletti giudi-ca la nomina «inoppor-tuna». Ma una sorpre-sa arriva anche da Ni-chi Vendola. Il leader
di Sel parla infatti di
«un problema stili-sticamente compli-cato da digerire».
mentre Giulia Roda-no dell’Idv parla di
«nomina opaca».
Anche nel Pd c’è chi
prende le distanze dalla
scelta di Ornaghi, ma an-che chi fa gli auguri di buon
lavoro alla Melandri. Insieme
al Consiglio nazionale degli
Architetti, Pianificatori, Pae-saggisti e Conservatori. E sod-disfatti sono anche i direttori
dei musei associati ad Amaci,
l’Associazione dei musei di ar-te contemporanea, che ricor-dano come la Melandri «nel
1999 ha dato vita al primo nu-cleo del Maxxi


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Sylvia Kristel

elle come lei non
puoi immaginarle
vecchie e malate.
Le sogni sempre
uguali, come le
bambole. Magari appena am-maccate, la chioma meno lu-cente, il resto tutto perfetto, la
pelle, gli occhi, le labbra, il
punto vita, le gambe. È il desti-no delle dive divorate dal per-sonaggio. La sorte che è tocca-ta a Sylvia Kristel, l’attrice
olandese morta ieri di cancro a
sessant’anni, condannata a es-sere per sempre Emmanuelle.
Da ragazza, da adulta, da don-na matura. E ora anche oltre la
vita. Fecero credere fosse fran-cese, che profumasse di Folies-Bergère e Moulin Rouge, quan-do il film diretto da Just Jaeckin
uscì nelle sale, nel 1974. In
realtà era nata a Utrecht e si
presentò a quel provino senza
molte speranze. «Indossavo
una sottoveste leggera, fui spa-valda, feci scivolare via la bian-cheria intima e restai nuda già
mentre parlavo col regista», ri-corda nell’autobiografia Sve-stendo Emmanuelle , uscita nel
2006, quando già si sottopone-va a sedute di chemio e radio-terapia per un cancro alla gola.
«Non pensavo che il film
avrebbe mai passato la censu-ra. Si girava in Tailandia, la pre-si come una vacanza, in più eb-bi seimila dollari». Invece Em-manuelleuscì, e in un cinema
degli Champs-Élysées la ver-sione integrale restò in pro-grammazione per tredici anni,
dodici milioni di spettatori; nel
mondo sono stati molti di più,
350 milioni, senza contare le
copie pirata diffuse nei paesi
inaccessibili al soft core .
Un’altra epoca, un altro mon-do, un altro modo di scoprire e
vivere il sesso — bastava la scrit-ta «Vietato ai minori di 18 anni»
sopra il manifesto del film per
avere una fitta al basso ventre.
«Mia madre vide la pellicola
vent’anni dopo. Scoppiò a ride-re: “Tutto qui? E io che in tutto
questo tempo immaginavo
chissà quali prodezze eroti-che”», ricordava la Kristel negli
ultimi anni. Ma la nudità e il ses-so non erano a portata di mano
per gli adolescenti degli anni
Sessanta. Bastò un film come
Helga(1967) — il documentario
tedesco che mostrava le imma-gini di un parto — a solleticare le
fantasie onanistiche di una ge-nerazione con un manifesto che
crudelmente prometteva mali-zie erotiche; nei cinema ci furo-no scene di panico quando i gal-li nostrani cominciarono a sve-nire alla vista del sangue. Ma
Emmanuelle — tratto dal ro-manzo di Marayat Rollet-An-driane (moglie tailandese di un
diplomatico dell’Unesco che si
firmava Emmanuelle Arsan) che
nel 1957 fu bandito dal gover-no De Gaulle — fu il primo
film dichiaratamente
erotico a uscire nel-le sale. La Kristel
fu la carta vin-cente di un
progetto che
senza di lei
sarebbe
stato maldigerito e dimenticato
come un qualsiasi B-movie. Le
scene di sesso estremo e promi-scuo praticato da quella bellezza
sofisticata e innocente scatena-rono un passaparola che tra-sformò anche i seminaristi in
erotomani (la scena in cui lei
“possiede” il maschio trattan-dolo come l’oggetto del suo desi-derio diventò cult per le femmi-niste giapponesi).
Ci sono almeno cinquanta ti-toli nella filmografia di Sylvia
Kristel, molti i sequel di Emma-nuelle , neanche a dirlo. Nean-che uno che non sia ammiccan-te fin dal titolo, anche quando si
è messa al servizio di grandi regi-sti: Una femmina infedele(Va-dim), Il margine (Borowczyk),
Letti selvaggi (Zampa), Amore in
prima classe (Samperi). Nell’ex-ploit hollywoodiano Lezione
maliziose(1981) impersonava
un’educatrice pagata da un mi-liardario per impartire lezioni di
sesso al figlio adolescente; attri-ce e regista furono incriminati
per pedofilia.
Ora che Emmanuelle è stata
neutralizzata dal porno, dalla
Sharon Stone di Basic instinct e
dal sesso in rete, la cosa più cine-matografica di Sylvia Kristel re-sta la sua vita; figlia di due alcoli-sti, beveva cognac per addor-mentarsi già a undici anni,
quando il padre abbandonò
moglie e figlie senza preavviso;
negli anni Ottanta seguì l’attore
Ian McShane a Hollywood e
dilapidò una fortuna in
cocaina; tornata a Pa-rigi investì gli ultimi
risparmi per fi-nanziare il
film del
quar-to
mari-to, il
regista
Philip-pe Blot. Al-la fine, la cosa più cara che gli re-stava era il figlio Arthur, 37 anni,
nato dalla relazione con Hugo
Claus, lo scrittore belga che l’a-veva convinta a fare l’attrice.
L’appartamentino di Amster-dam al quarto piano senza
ascensore nel quale ha trascorso
gli ultimi anni era in affitto

UN FULGIDO
SOGNO
DI EROTISMO
FAMILIARE
A
l cinema se ne erano
già viste di ogni colore,
da Il caso Myra
Breckindridge a Ulti-mo tango a Parigi, ma fu, nel
1974, il primo Emmanuelle ,
ispirato alla serie di romanzi
della tailandese Emmanuelle
Arsan (in Italia il primo era usci-to in edizione pirata nel 1968) a
scatenare la fantasia erotica ma-schile, in anni in cui le donne
avevano cominciato a spaven-tare amanti e mariti pretenden-do orgasmi veri, sino allora trop-po spesso gentilmente simulati
e comunque di difficile reperi-mento.
Invece quella bella Emma-nuelle, di aspetto elegante e
per bene, entro casti abiti da fi-danzata, bastava toccarla e chi
la fermava più, gemiti e grida a
non finire, mentre in aereo riu-sciva a farsi due passeggeri e ar-rivata a Bangkok per riunirsi al
marito si lasciava andare a sa-dismi con un’antropologa e
poi, per far piacere a un vec-chio, si sottoponeva a scono-sciuti: sempre contentissima
anche se con viso innocente.
Che era quello di una giovane
olandese, Sylvia Krystel, co-stretta da quel primo enorme
successo sporcaccione a conti-nuare a essere Emmanuelle fi-no allo sfinimento, mentre re-gisti furboni giravano con altre
signore sempre a gambe spa-lancate o testa nel grembo al-trui, una montagna di film
molto dozzinali in cui Emma-nuelle era diventata Emanuel-le.
Quel fulgido sogno di eroti-smo familiare, quella deliziosa
ragazza devota al piacere ma-schile, si è spenta sessantenne
straziata da un tumore alla gola
e ai polmoni: la sua vita vera è
stata tumultuosa come quella
del suo personaggio, tanti uo-mini sbagliati e in più l’alcol, la
droga e il fumo che l’ha fatta am-malare. Ha tentato di cinerein-ventarsi senza fortuna come
Lady Chatterley e persino come
vedova di Dracula: ultima appa-rizione nel 2010 nel tvmovie ita-liano dedicato al trio Lescano,
nel ruolo impensabile di mam-ma delle stesse. Lei non c’è più
ma Emmanelle è più viva che
mai: cliccatissima su Internet,
soprattutto adesso che il cine-ma si è fatto probo, e non sarà il
film ispirato alle famose 50 sfu-mature di ogni colore a sostitui-re il ricordo del suo magico, in-dimenticabile potere


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Chabal, il rugby delle caverne “Io, incrocio tra uomo e bestia” Tackle e timidezza, l’Orco si racconta: “Sono uno fragile


Orco è un gigante bar-buto evaso dall’infer-no, i capelli lunghi e
corvini da demonio,
lo sguardo che minaccia torture
medievali, la voce cavernosa. «Un
compromesso tra l’uomo e la be-stia», dice di sé quando scende in
campo. Invece no, Sèbastien Cha-bal è solo «un bimbo abbandona-to nel cortile della scuola, preso tra
ragazzi più grandi e forti di lui». Ti-moroso, di poche parole, condan-nato a muoversi goffo, impicciato
da quei muscoli primitivi. «Fragile,
prigioniero del proprio pudore»,
confessa. Perché l’Orco, Sèbastien
Chabal, finalmente si è deciso a
parlare. Così racconta tutta la sua
storia, e che a volte le cose non so-no come sembrano.
“La mia piccola stella” è la sor-prendente biografia dell’icona
francese e mondiale del rugby,
uno degli sportivi più noti ma so-prattutto più temuti. Uno che vo-leva solo fare il tornitore e gli sa-rebbe bastato uno stipendio sicu-ro da mille euro al mese, invece per
caso è finito in un’avventura più
grande di lui. Uno che anche gli All
Blacks si spaventano, se nasconde
l’ovale sotto il bicipite e carica. Che
si commuove fino alle lacrime,
quando gli parlano degli amici del-l’adolescenza che non sono riusci-ti a tirarsi fuori dai guai. Uno che se
ti si lancia contro, invece di placca-re, finisce che spezza in due. Come
fece con Chris Masoe, il numero 8
neozelandese, bestione maori che
dopo l’assalto dell’Orco provò a
rialzarsi ma crollò di nuovo a terra,
le luci spente come un pugile suo-nato. Roba che quel video – la pub-blicità della forza bruta – a distan-za di anni resta il più cliccato tra gli
appassionati di rugby.
Uno che a scuola le maestre lo
adoravano perché era dolce e gen-tile, ma un giorno è arrivata una
nuova insegnante di matematica:
il rimprovero, lui che risponde, lo
schiaffo. «Fu in quel momento che
tutto si capovolse». Il piccolo Sé-bastien suo malgrado sta per di-ventare un Orco: comincia a stu-diare con poca convinzione – «pri-ma sognavo l’Università, volevo
diventare un dottore» – poi sceglie
un istituto tecnico, incrocia brut-te compagnie, fa qualche furta-rello ma trova anche un lavoro in
fabbrica. Un giorno, il rugby.
«Volevo solo sfogarmi e bere
qualche birra con gli amici. Inve-ce mi ha tolto dalla cattiva strada,
mi ha dato tutto». All’inizio è una
squadra di dilettanti, il Valence.
Michel Couturas lo vuole a Bour-goin: il ragazzo fisicamente è un
mostro, dentro ha una rabbia im-pressionante, deve solo imparare
a giocare perché è arrivato tardi al-lo sport. «Ho imparato alla svelta».
Nel Duemila, a 23 anni, lo
convocano per il primo tor-neo delle
Sei Nazio-ni. Così
grosso, e tru-ce. «Giocavo
solo da sei anni,
mi consideravo
un principian-te. Gli altri mi
mettevano
soggezione».
Nasce una stella. A
Sale si fa crescere il bar-bone e diventa un idolo.
«Quella volta che è nata
mia figlia, l’allenatore
(Phillipe Saint-André,
attuale tecnico dei
francesi, ndr) non mi ha
permesso di andare ad
assistere al parto. Ho dovu-to giocare. Ed è il più gran-de rimorso che mi porto
dentro». Le battaglie sul
campo, la dolcezza della fa-miglia. Tutto non è mai co-me sembra. Quella rissa du-rante il terzo tempo con un
giocatore italiano (Martin
Castrogiovanni), perché
l’azzurro credeva che lui ci
avesse provato con la sua fi-danzata: la scazzottata, e poi
amici come prima. La com-prensione per la testata di Zida-ne («Non la condivisi, ma non è fa-cile resistere alle provocazioni»), il
rispetto per Gareth Thomas e il suo
coming out. Gli splendori di Parigi,
con il Racing. A 35 anni, Chabal
quest’estate ha scelto il Lione,
ProD2, seconda divisione france-se. Infortunato, domenica non
giocherà ad Auch. Però la squadra
è seconda, e lui è ancora lì. Che fa
paura agli avversari. «Potrei ta-gliarmi la barba, sembrare più
tranquillo. Ma tanto poi ricre-sce…».
© RIPR


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