martedì 25 giugno 2013

Costa-Gavras

l 27 maggio di cinquant’anni fa
l’omicidio di Grigoris Lambrakis
Il deputato greco diventò un simbolo
della lotta per la democrazia grazie
anche a un film, “Z-L’orgia del potere”
Il regista che lo girò,
fuggito poi in Francia,
oggi ottantenne racconta
i suoi dietro le quinte:
“Ho sempre lavorato
spinto dall’urgenza,
per questo non mi sono mai
pentito: quello che ho fatto
lo dovevo fare”


È
lui a fare domande, lo
sguardo curioso e impa-ziente in un continuo an-dirivieni tra ieri e oggi, tra
la sua Grecia e la nostra Italia. Incre-dulo, sarcastico davanti alle coazioni a
ripetere: «I colonnelli, sette anni di in-cubo, dal ’67 al ’74, avevano trovato
consenso con una promessa-fanta-sma: salvare la Grecia dai comuni-sti...». La sospensione ironica ammic-ca agli slogan di casa nostra: «Ma come
può la gente continuare a essere così
ingenua? Da voi, per di più, il comuni-smo era diventato, con Berlinguer, un
partito aperto e moderno, con perso-nalità straordinarie come Giorgio Na-politano, che avevo conosciuto e fre-quentato alle Botteghe Oscure».
Nella casina da fiaba dall’intonaco
rosa, dentro un cortiletto-giocattolo
nel cuore del Quartier Latin, le rifles-sioni di Constantinos Gavras, univer-salmente noto come Costa-Gavras,
ottant’anni compiuti lo scorso feb-braio, sono uno strappo al sottofondo
leggero di voci infantili provenienti
dalla vicina scuola materna. Nell’am-pio soggiorno, tra l’ordinatissima li-breria e i quadri infiammati di colori
mediterranei, fa sfoggio di sé uno
specchio d’epoca, con la foto in bian-co e nero della moglie Michèle, anche
sua produttrice, incollata tra le scheg-ge di un’antica frattura. Incidente do-mestico o opera d’arte moderna? «È la
mia riparazione artigianale dopo un
battibecco casalingo con lancio d’og-getti contundenti. L’importante era
salvare lo specchio».
Da quando, cinquantanove anni fa,
ha abbandonato la Grecia, dov’era na-to ventun anni prima a Loutra-Iraias,
il regista non ha mai smesso d’interro-garsi, e interrogare, nel suo cinema di
denuncia, sulle menzogne del nostro
tempo: dove il mondo sembra far da
cassa di risonanza a contraddizioni e
colpe del suo Paese, da  La confessione,
sui processi staliniani, a L’Amerikano ,
sulle manovre della Cia in America La-tina, a  Missing, sul Cile di Pinochet. La
Grecia come test di lebbre planetarie:
l’ipocrita silenzio del Vaticano davan-ti all’Olocausto ( Amen), il riciclaggio
civile dei criminali di guerra ( Music
Box ), le bieche trappole speculative
delle banche in  Le Capital , che ha
chiuso con successo il secondo “Festi-val du film engagé” ad Algeri. Tutti ti-toli su cui traspare, luminoso sfregio di
sfida, una lettera,  Z, terzo film di Co-sta-Gavras: «Poteva essere anche l’ul-timo — riflette — e invece è diventato
la bandiera di ogni rivolta contro i cri-mini di Stato». Thriller politico pre-miato a Cannes ’69 e Oscar per il mi-glior film straniero. «Z-L’orgia del po-tere , come me l’avete, ahimè, ribattez-zato in Italia, ripercorre la breve para-bola politica di Grigoris Lambrakis,
medico, atleta e deputato di sinistra,
vittima a Salonicco d’un incidente
stradale orchestrato da polizia ed
esercito su mandato del governo e
morto il 27 maggio 1963, alle 2.30: un
lunedì notte di cinquant’anni fa».
Quella data, minuscolo grumo di ca-lendario nella Grecia di ieri, si allargò,
a macchia, sul Paese: «Già il giorno do-po, dalla processione dei quattrocen-tomila ai funerali di Lambrakis ad Ate-ne, si alzava il grido: Athanatos, “im-mortale”. E nei graffiti sui muri co-minciarono a gocciolare le  Z, iniziale
del greco Zei, “È vivo”». Fu un primo al-larme per la destra, da cui scaturirà il
golpe del 21 aprile 1967? «Era nell’aria
un po’ ovunque la paura del nuovo,
l’ostilità a conquiste civili. Sempre nel
’63, qualche mese dopo Lambrakis,
viene assassinato John Fitzgerald
Kennedy a Dallas. JFK non era certo un
comunista. E nemmeno Lambrakis:
esponente dell’Eda (Sinistra demo-cratica unita), si batteva per princìpi
umanitari, per il riavvicinamento ai
Paesi dell’Est e il no alle basi atomiche
Usa in Grecia». Il processo, iniziato al-l’indomani dei funerali, filo rosso del
film, è stato un bel contropiede ai
complotti del potere, alle verità di Sta-to: «Era cominciato male, con un ge-nerale poi condannato per aver eser-citato pressioni sui testimoni. Il giudi-ce istruttore cui poi venne affidato,
Christos Sartzetakis, che stabilì la
complicità di esercito e polizia, era
uno di destra: ma convinto, come giu-dice, che in ogni democrazia prima
viene la giustizia, poi il potere politi-co...». Altra sospensione e sguardo in-terrogativo su casi d’attualità di Paesi
cari e vicini. Nel film, il giudice è Jean-Louis Trintignant, premio per l’inter-pretazione a Cannes: «Fino a quel mo-mento era il belloccio del grande
schermo: è stata la sua prima volta in
un ruolo acido, fastidioso. È entrato al-la perfezione nel personaggio. Anche
grazie allo speciale paio d’occhiali che
gli abbiamo confezionato: lenti spes-se, ma attraverso cui si può vedere
l’occhio, indovinare il pensiero». E
perché dunque il film, il terzo da lei di-retto, poteva essere anche il suo ulti-mo? «Perché dopo, come mi avvicina-vo a un produttore quello scappava.
Realizzare  Z è stato per me un atto di
resistenza. Alla vigilia dell’uscita i co-lonnelli mi tolsero la cittadinanza. Il
romanzo di Vassilis Vassilikos, da cui
l’ho tratto, era uscito nel novembre del
’66, cinque mesi prima del golpe. Me
l’aveva passato mio fratello, amico
dell’autore, durante un mio breve sog-giorno a Atene, cinque giorni prima
del putch. Ho cominciato a leggerlo in
aereo, proprio nelle ore del golpe. At-terrato a Parigi, avevo già il film in te-sta. Senza immaginare la lunga serie
d’ostacoli al varco». Superati grazie a
complicità e amicizie che poi attraver-seranno gli anni e i film successivi. Pri-ma di tutto Mikis Theodorakis, il mu-sicista di  Zorba il Grecoe  Serpico: «Era
in isolamento nel Peloponneso, per-ché nel ’63 s’era messo alla testa del
movimento “Lambrakidès”, organiz-zazione politica con oltre duecento
centri culturali. Per chiedergli le musi-che lo feci avvicinare, con l’aria della
giovane turista, dalla mia fidanzata:
“Prendete quel che volete da quelle già
composte”. E così cominciai a tagliuz-zarle e riadattarle, registrandone una
a rovescio, che lui poi, sorpreso, non
ha riconosciuto». L’altro complice fu
Jacques Perrin, fotoreporter in Z: «De-cise di finanziare il film, debuttando
nella carriera di produttore, il maggio-re oggi in Francia, uno capace di por-tare al successo soggetti mai toccati
prima. Suggerì, come “finta Grecia”,
prima la Sicilia (subito poco disponi-bile), poi l’Algeria, convincendo il mi-nistro dell’Informazione a concedere
autorizzazioni e troupe». Infine, Yves
Montand, l’amico di sempre, che in-terpreta Lambrakis: «È il protagonista
ma, su una durata di due ore e otto mi-nuti, appare due minuti. Quando lo
conobbi, Montand voleva smettere
con il cinema. Grande cantante, an-che se non leggeva la musica e non sa-peva suonare (ma aveva un orecchio
finissimo) era stato agli inizi attore
mediocre. Quando portai a Simone Si-gnoret la sceneggiatura del mio primo
film,  Compartiment tueurs del ’65,
proponendo a Montand d’interpreta-re l’ispettore Graziani con l’accento
del Midi, lui s’era subito opposto:
“Non faccio Fernandel!”. Poi, una vol-ta convinto, finalmente cominciò a ti-rar fuori la sua personalità, liberando-si delle pose alla Bogart o alla Fred
Astaire cui s’era abituato in America.
Era una persona splendida, con la ver-ve immutata degli esordi, quando fa-ceva il buffoncello nei cabaret, ragaz-zotto allampanato alle prese con le
canzoni di cowboys o le imitazioni,
appunto, di Fernandel. Ha sempre
mantenuto la sua natura semplice
d’immigrato, figlio di povera gente, ri-fugiatasi a Marsiglia dalla Toscana,
quando lui aveva due anni, per scam-pare all’Italia di Mussolini».
Anche Costa-Gavras, con i suoi film,
ha scavato tracce coerenti sulla storia
contemporanea: «Non c’è film tra quel-li realizzati, anche i meno riusciti, di cui
mi sia pentito. Tutti girati sulla spinta
dell’urgenza, da un senso del dovere:
forse qualcuno, come  La confessione,
uscito nel momento meno opportu-no». Ma il momento non è sempre giu-sto quando l’opera è necessaria? «È
quel che abbiamo tutti sentito con Z:
bisognava realizzarlo, subito. La sce-neggiatura la buttai giù di corsa, scri-vendo con Jorge Semprun notte e gior-no, rinchiusi nella casa di campagna di
Montand in Normandia». Ha seguito in
anticipo il consiglio che i Taviani dan-no oggi ai giovani vogliosi di cinema:
“Girate un film quando sentite che vi è
indispensabile”. «È stato il cinema ita-liano che mi ha reso indispensabile fa-re cinema: ne ero un fan assoluto. Nei
miei primi anni in Francia, poi, ero un
assiduo frequentatore della Ciné-mathèque di Henri Langlois, che parla-va greco e che incontravo spesso. Oggi,
da sei anni, ne sono presidente e ho il
grande piacere di ritrovare nelle retro-spettive, di persona, i maestri di gio-ventù, come Francesco Rosi, o, alme-no, i loro film. In autunno dedicheremo
una mostra a Pasolini». Che, è stato, con
la sua morte densa d’ombre, il nostro  Z?
«Yánnis Rítsos, poeta amico di Theo-dorakis, lui pure affiliato al movimento
“Lambrakidès”, diceva che “La poesia
non ha mai l’ultima parola / ma ha sem-pre la prima

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