domenica 23 giugno 2013

Raffaella Carrà

a ragazza più amata
dagli italiani festeggia
domani i 70 anni. A Manila,
per sfuggire alle celebrazioni
Ma nessuno pensi che sia
sazia. Assolutamente no:
vive ogni giorno a 100 all’o ra
É  l’i co n a
del “nazional
p o p o l a re”
di  Malcom Pagani
A
Manila, dice?”. “A Manila”. Nel condominio delle
vedove inconsolabili, a due passi da dove Aldo Mo-ro andava a messa, Gianni Boncompagni non veste
di nero. Per un mese, in attesa che i fucili delle ce-lebrazioni tacciano e i 70 anni di Raffaella Carrà siano su-perati da più contemporanee urgenze, al centro commerciale
con vista sull’autostrada, per lo struscio della domenica po-meriggio, andrà da solo. È arrivata l’estate e Raffaella Carrà,
per sfuggire ai bilanci obbligati “gliel’ha data su”. A 10 mila
piedi e 11.000 chilometri da Roma, in un punto scelto a caso
sul mappamondo, il più distante possibile dalle perversioni
consumistiche di Bonco, dal libro dei ricordi in cui le tappe
esistenziali somigliano all’ultimo esilio volontario. Oggi le
Filippine. Ieri, sempre in viaggio, la Francia, l’America e la
Spagna. Di valige usurate e alte quote, Raffaella è un’esperta.
Da Bologna: “Il luogo delle fatiche e del dovere” al bar di
Bellaria: “Con il profumo delle piadine e le ragazze in bikini”.
Dalla Romagna a Hollywood. Dalle acque basse dell’Adria -tico allo stagno della nostra memoria. Dalla provincia al-l’altra parte della luna. Sotto il segno astrale dei predestinati,
Raffaella lascia la bici alla stazione e prende il treno per Roma
a otto anni. La leva precoce, rigida e meccanica, è l’Acca -demia di danza diretta dall’ucraina Evgenija Borisenko. Alta,
magra, severa. La chiamano Jia Ruskaia, “Io, Russia” e non è
un caso. Si fluttua sulle punte, si prova e si riprova, in una
estenuante selezione naturale che di naturale non ha niente:
“Ossessioni, esercizi interminabili, sacrifici”. Il padre è lon-tano. Conflittuale. Nell’avventura la scorta il matriarcato di
casa Carrà. Di Raffaella e dei suoi sogni si occupano la madre
Iris e una nonna “che amava musica, teatro e violino”. Di
plasmarli, allontanandosi in fretta dalle sofferenze di una
scuola militaresca, si incarica invece Raffaella. Per farle sbat-tere la porta, basta un dialogo dubitativo sulle artistiche pro-spettive della bionda. Ruskaia tenta la carta di una brutale
sincerità: “Hai le caviglie piccole, ti vedo male, se continui
così, forse a 28 anni diventerai coreografa”. Raffaella ne ha 14,
lancia il mazzo e si allontana. I balletti classici in cantina.
L’iscrizione al Centro sperimentale di cinematografia.
Il cinema
Sullo schermo era già apparsa per la prima volta a nove anni
in “Tormento del passato” di Mario Bonnard. È Graziella,
figlia di Luisa e di un padre distante, come nella realtà. Guar-da una scimmia che applaude in un negozio di giocattoli e la
chiede in regalo: “Guarda come balla bene”. Le viene negata.
Il cinema le apre le porte do-po il diploma. Figlia di un
antifascista sullo sfondo del-la nebbiosa, ambigua Ferra-ra dipinta da Bassani per l’e-sordio di Florestano Vanci-ni nel drammatico “La lunga
notte del ‘43”. Marta ne “I
compagni” di Monicelli nel-la Torino operaia a cavallo
tra ‘800 e ‘900 con Ma-stroianni e Folco Lulli impe-gnati in dialoghi rischiosi:
“Che città è questa?”, “Una
città di merda”. Fidanzata di
un tedesco fucilata a bordo
di un treno ne “Il colonnello
Von Ryan con Frank Sina-tra. Sul set, a Cortina d’Am -pezzo, “The voice” perde la
testa. Galanterie e doni: “Un
giorno mi regala una colla-na. Arrossisco. Vado dal suo
manager e protesto. La col-lana mi sembrava troppo”.
Quelli non ci sentono: “Nel
fine settimana potresti an-dare a Roma con Sinatra”. E
Raffaella, secca, che si sveste
da ancella: “Se volete la don-na del gangster avete sba-gliato indirizzo” accende la Mini Morris e
torna a Bologna dalla madre. La convocano a
Los Angeles. E all’ora dell’aperitivo, tra una
confidenza impropria e l’altra, la signora
Pelloni (il nome Carrà, raccontò Barbara Pa-lombelli, fu un guizzo di Davide Guardama-gna, autore esausto di sentirla chiamare Bel-loni o Palloni dai tecnici) rimpiange San Lu-ca: “Assoluti sconosciuti mi dicevano ‘I love
you’ e ‘darling’ come se dicessero buongior-no, ma ‘i love you’ a chi? Abbiamo mai man-giato insieme?”.
Dietro Raffaella Carrà c’è un grande uomo.
Raffaella Carrà. Che ha amato, ma subdo-rando la truffa, non si è mai sposata. Non con
Gino Stacchini, calciatore della Juve. Non
con Little Tony. Loquace. Fin troppo since-ro: “Era ‘bbona ‘bbona. Se proprio me lo vo-lete fa’ di’, Raffaella era una bonazza. Dalla
vita in giù la carrozzeria diventava ‘na favola.
L’ho corteggiata fino alla morte. Andavo a
prenderla con l’Alfa duemila e passeggiava-mo sull’Appia Antica. No, no non è successo
niente. È stato un amore innocente. Io so’ un
Acquario, se vedo che nun è aria, non faccio
l’affondo”. Non con l’adorato Gianni Boncompagni, fratello
maggiore di giochi e autoironia: “Che non ha preso gli aerei
giusti quando sarebbe stato il caso di imbarcarsi in fretta e
correre da me”, ma in fondo onesto e incapace di negare la
pigrizia del ménage: “Sono stato con lei 10 anni, 3 in più che
con mia moglie. Raffaella era stakanovista. Io lavoravo poco e
lei si arrabbiava perché guadagnavo il doppio”.
I suoi grandi amori
Non con Sergio Japino (il brutto per antonomasia, accom-pagnato dalla principessa Raffaella): “Le stavo indicando un
movimento di danza, le tenevo un braccio intorno alla vita. Ci
siamo guardati negli occhi: è finita la musica e abbiamo con-tinuato a osservarci a lungo, in silenzio”. A nozze, davvero,
con gli anelli, il giuramento e tutto il resto, solo nel suo alveo.
La tv. Professionalità maniacale, decisionismo, nessuna au-toindulgenza e fiducia nel proporsi. Raffaella è lì da mezzo
secolo. Ha superato le mode e le stagioni parlando e ancheg-giando a sterminate distese popolari. Ha inventato un lin-guaggio di gesti almeno in parte inconsapevolmente sofi-sticato. Ha dettato legge e provocato interpellanze parlamen-tari. Ha fatto arrabbiare Craxi: “Stavo mangiando davanti al
telegiornale, avevo una forchetta piena di spaghetti. Rimase a
mezz’aria, sul video c’era il presidente del Consiglio che gdava: ‘Il contratto della Carrà è
una vergogna per gli italiani’.
Ha impoverito Berlusconi, ac-ceso le brame di Benigni e in-tervistato Kissinger. Conqui-stato i gay e i moralismi delle
femministe. Per avere la sua
possibilità in televisione, Raf-faella chiede e non si vergogna.
Vorrebbe tre minuti tutti per sé
in “Io, Agata e tu”: “Li ha otte-nuti anche padre Rotondi, per-ché a me no?”. Le danno retta e
con Nino Ferrer, finisce nel
Brionvega arancione di sua ma-dre Iris a ballare “Oh che bel ca-stello”. Iris telefona alla Rai. Bo-logna-Via Teulada. Molti getto-ni. Lunga attesa. Se la fa passare
con fatica: “Ma ieri sera non eri
mica tu”, “Ma mamma, non mi
hai riconosciuta?” E la madre,
candida: “No, ieri sera eri un’al -tra””.
La signora Pelloni ha ragione. La prima copertina di Raffaella
è del marzo 1970. In un istante, l’Italia precipita negli om-belichi di Canzonissima lasciati scoperti dal costumista Ruf-fini: “Che cosa ci trovassero di tanto straordinario nel mio
ombelico me lo svelò mia madre: "Piace perché è un ombelico
alla bolognese”.
L’ombelico del mondo. Alla bolognese
Nel Tuca Tuca. Nell’esiziale “Chissà se va” irradiata dai Ju-ke-box: “Sai quanto me ne importa/?che me ne importa a
me/?per una che va storta/ una dritta c'e'”. Negli oroscopi per
bambini di Maga Maghella e nel magnifico “Milleluci” di
quello straordinario artigiano di Antonello Falqui che per
elidere i quindici centrimetri di differenza in altezza tra Mina
e Raffaella, senza dir nulla alla Tigre di Cremona, le fa ac-quistare due paia di Zatteroni. Uno con il tacco alto per la
prove, l’altro riabbassato alla bisogna per la diretta, certo “che
nell’agitazione non se ne sarebbe mai accorta”. Nella sigla
finale (“Io non gioco più”) Mina canta in versi il suo addio
definitivo alle scene e Raffaella, già benedetta anni prima dal-lo storico direttore generale Rai Ettore Bernabei: “Lei è come
la Ferrari, la esporteremo ovunque” prosegue da sola. In-carna mille anime. Veste centinaia di abiti. Rassicura le fa-miglie e le turba. Recita duetti con Topo Gigio e danza sexy da
STAR DI NOSTRA TIVVÙ
star male in “rumore”. Non si presta a
definizioni certe, ma espatria a ondate
regolari in Spagna dove trionfa con
“La Hora de Raffaella” e diventa buo-na amica dei reali. Prima di “Ma che
sera!” con Bice Valori, Noschese e
Paolo Panelli e di melodie trasforma-te in Inni di Mameli: “Com’è bello far
l’amore da Trieste in giù? L’impor -tante farlo sempre con chi hai voglia
tu” che nel 1978 segnano il ritorno in
tv dopo quasi un quinquennio di as-senza, Raffaella è già ampiamente ra-dicata nell’immaginario. Il suo casco
giallo, sempre uguale: “Credo nella
pulizia di una linea e a me l’eccesso
non è mai piaciuto”. La sua prepara-zione. Le sue gite in via delle Botteghe
Oscure a bordo di una Vespa per fe-steggiare la politica quando l’ideale
aveva ancora un senso. La capacità di
staccare tra il mestiere, i camerini, le
partite a Tressette e le avvelenate di
Burraco con Renato Zero. Il coraggio
di sparire al momento giusto, “perché il pubblico si stanca di
vedere sempre le stesse facce” e la televisione: “Va velocis-sima e per seguirne il ritmo non puoi fare a meno di guardarla
anche da fuori”: Allontanando i consigli di un maestro come
Pippo Baudo. Lui le suggerisce di non abbandonare mai il
campo. Una filosofia realista: “Devi fare uno show all’anno”
che Raffaella rifiuta prendendo anni sabbatici che si dilatano:
“Una forma di igiene, riposo e rispetto per se stessi”.
Un effetto ottico perché Raffaella anche quando non c’è, pas-seggia nello stesso territorio di Mike Bongiorno e Raimondo
Vianello. Icone immobili, punti di riferimento che lo spet-tatore non dimentica. Esistono anche le crisi, certo. Lo sci-rocco creativo. Il timore di aver già scritto la pagina migliore.
Ogni volta che è accaduto, la rete invisibile di protezione ha
restituito alla Carrà la correttezza che aveva seminato. Le
casalinghe di Voghera impazziscono per scoprire quanti fa-gioli sono nel barattolo di “Pronto Raffaella” (ancora Bon-compagni) e mentre Beniamino Placido la irride per una cer-ta aria fittizia di reciproca bonomia con gli ospiti e attacca le
incertezze del suo inglese in una delle tante trasferte statu-nitensi di “Buonasera Raffaella”, l’arcitaliano parla in dia-letto: “Ghè pensi mi” e fa campagna acquisti. Per averla a
Cologno Monzese, Berlusconi si impunta in una trattativa in
stile Lodo Mondadori. Le spedisce gioielli, poi la trascina a
Mediaset in groppa a cavalli dorati. Dura poco. A fine ’8affaella torna in Rai e poi
di nuovo in Spagna, nel
’92, per tre strapremiate
tornate televisive archi-tettando nei tempi morti
il più machiavellico dei
piani. C’è un format in-glese, si intitola “Surprise
surprise” e nell’incontro
inatteso tra persone che
non si vedono da decenni,
mette in piazza stupore e
lacrime. Raffa capisce che
è il programma giusto e
nel ’95, a 52 anni, a un pas-so dal Natale si ripresenta
in Italia per condurlo.
Spettatori a decine di mi-lioni, 40% di share, ironie
della critica e pianti a fa-vore di telecamera. Raf-faella ride. Tutte le volte
che in viale Mazzini nic-chiano sul suo nome, di-mostrano di avere torto. La celebrano per i trent’anni di car-riera e insieme al suo profilo sobrio, gli acquirenti del suo
disco “Fiesta” sono omaggiati con una statuetta che è il trion-fo del kitsch. Le contraddizioni di Raffa. Che officia un Sa-nremo di esito medio alto nel 2001.
Tra Carramba e Sanremo
Il Festival è ritmato da qualche incomprensione con lo stilista
Gai Mattiolo: “Non voleva scoprire le spalle, aveva dei tabù
incomprensibili. Raffaella è un monumento nazionale, ma se
si critica la Cappella Sistina, perché non si può criticare lei?”.
Raffa non replica e assiste poi a un piccolo scippo tematico in
Rai che la amareggia. La Carrà “un po' Ginger Rogers un po'
Jessica Rabbit” descritta da Natalia Aspesi salta oltre ed emi-gra di nuovo: “Sono una donna che sa giocarsi le sue carte e
non permette che le giochino gli altri”. Lontana dunque, ma
ancora pronta a viaggiare a ritroso in un mezzo che conosce
come pochi. La prima serata di Rai Due, “The voice”, l’ultima
perla della collana. Riluce ancora. Anche se i figli, rimpianto
di un’esistenza intera, non sono mai arrivati. Sostituiti dalle
adozioni a distanza. Da altri simulacri. L’amore della gente. Il
tempo tutto suo. Le gite in Maremma. Il salutismo. Il dentista
a Madrid. Azzannare la vita fa venire fame. Raffaella non è
sazia. Non è sazia anco


 

Nessun commento:

Posta un commento