NON si è mai pentito Jorge Ra-fael Videla, l’ex dittatore argenti-no morto in cella, nel carcere di
Marcos Paz, ieri mattina a 87 an-ni. Tutte le volte che qualcuno gli
ha chiesto ragione delle migliaia
di morti negli anni dell’ultima
dittatura militare (1976-83) ri-spondeva sempre che “el Proce-so” — così si chiamò il program-ma di eliminazione sistematica
degli oppositori politici — era
stata una «necessità per spurga-re l’Argentina dai sovversivi».
Sequestri, lager, torture, e desa-parecidos: nulla venne lasciato al
caso dai responsabili della giun-ta militare che presero potere il
24 marzo del 1976, esautorando
l’irrilevante Isabelita, la donna
che Perón aveva conosciuto in
un cabaret di Panama e alla qua-le, morendo, aveva lasciato la
guida delle sorti dell’Argentina.
Il programma di sterminio era
pronto già prima del golpe e ven-ne messo in pratica senza rimor-so alcuno rivendicando il geno-cidio con l’esigenza di ricondur-re il paese nel solco dei «valori
occidentali e cristiani». Dio, pa-tria e famiglia. Così l’Argentina
divenne anche un “laboratorio”
— c’erano anche Licio Gelli e
Umberto Ortolani da quelle par-ti, insieme al nunzio Pio Laghi —
sul modo nel quale potevano es-sere cancellati dal pianeta i mo-vimenti della sinistra rivoluzio-naria sorti in tutto il mondo negli
anni successivi al ‘68.
L’idea di Videla, a capo della
giunta militare dal ‘76 all’81, fu
quella di rendere l’operazione
più profonda e allo stesso tempo
più segreta possibile. Per non
spaventare la classe media filo-golpista e le élite economiche
che avevano appoggiato l’inter-vento militare ma non avevano
molto interesse nel conoscere i
dettagli. Come per i campi di
sterminio nazisti degli ebrei ci
volle tempo per capire in quale
orrore era precipitato il paese e
svelare la macchina della morte
che era stata accuratamente
messa in opera. Ed anche quan-do si seppe furono in pochi ad al-zare la voce. Di certo non la Mo-sca di Breznev, che aveva biso-gno del grano argentino, ma
neppure Londra o Washington.
Tanto che mentre migliaia di ra-gazzi e ragazze morivano, lan-ciati dagli aerei, bendati e legati a
un sasso, nelle acque dell’Ocea-no, Buenos Aires e le altre città
dell’Argentina ospitavano nien-temeno che i mondiali di calcio,
era il 1978.
Poi per molti anni Videla, co-me gli altri generali della dittatu-ra e gli ufficiali e i torturatori che
avevano agito nei lager, rimase a
piede libero. Grazie a due leggi:
quella del “perdono” che il pri-mo presidente democratico,
Raul Alfonsin, fu quasi costretto
a firmare per scongiurare nuovi
putsch e rivolte nelle Forze ar-mate; e quella dell’indulto che,
anni dopo, Carlos Menen con-cesse ai militari. Solo dopo il de-fault del 2001, e in seguito ad una
iniziativa dell’ex magistrato spa-gnolo Baltasar Garzón, i politici
argentini si mossero. Garzón vo-leva processare i generali riven-dicando la nazionalità spagnola
di alcuni desaparecidose fu allo-ra che Nestor Kirchner interven-ne. Il presidente promosse e ot-tenne la cancellazione in Parla-mento di perdoni e indulti. In
questo modo si riaprirono i pro-cessi e arrivarono, ormai
trent’anni dopo i fatti, le con-danne. Negli ultimi anni Videla è
stato prima agli arresti domici-liari, poi nel carcere militare di
Campo de mayo e, infine, l’anno
scorso, dopo l’ennesima intervi-sta nella quale rivendicava i suoi
delitti, era stato trasferito nella
prigione di Marcos Paz, lontano
dalle comodità e dalle attenzio-ni di cui ancora godeva nei cen-tri di detenzione delle Forze ar-mate.
«Ci sono uomini buoni e uo-mini cattivi — ha commentato a
caldo la morte del dittatore Este-la de Carlotto, la presidente del-le Abuelas — Videla era un uomo
cattivo». «Oggi — ha aggiunto —
sono più tranquilla perché un
essere spregevole ha lasciato
questo mondo
Nessun commento:
Posta un commento