È morta Franca Rame
Fo: “Senza di lei
non posso recitare”
“AVEVA FINITO DI SCRIVERE UN TESTO TEATRALE SULLA SUA ESPERIENZA IN SENATO,
AVREMMO DOVUTO PORTARLO INSIEME SUL PALCOSCENICO...
ario Fo
continua a
parlare di
lei. Non
tanto del
passato, del
teatro, della passione politica,
dei ricordi di una vita insieme.
Ma del futuro: dei progetti per
le prossime settimane, per i
prossimi mesi. Sono passate
poche ore da quando Franca
Rame si è spenta. Si era sveglia-ta la mattina, si era alzata, poi si
era sentita male. I soccorritori
del 118 hanno tentato di riani-marla, ma hanno dovuto infine
constatarne la morte. Aveva 84
anni. Non si era mai del tutto
ristabilita dopo l’ictus che l’a-veva colpita un anno fa, faceva
fatica a muoversi dopo alcune
cadute che le avevano procura-to brutte fratture. Ma al telefo-no continuava a mostrarsi bat-tagliera e curiosa. E, come sem-pre, indignata: per la politica,
gli impresentabili dei partiti, la
violenza sulle donne... Nessuno
si aspettava che se ne andasse
così.
NEL SALOTTO di casa, Dario
continua a parlare di lei al fu-turo. Racconta: “Franca ha
scritto un testo teatrale sulla sua
esperienza in Senato, da portare
insieme sul palcoscenico”.
Aspettava che si ristabilisse per
tornare ad andare in scena.
Aveva progetti e inviti a Verona
e in giro per l’Italia. La casa di
Dario Fo e Franca Rame, a un
passo da Porta Romana, è sem-pre stata un cantiere di idee e
lavori, un laboratorio di teatro e
pittura, una sede d’incontri e di-scussioni. “Qui non ci fermia-mo mai”, dice Dario. Poi, dopo
un attimo di silenzio: “Ma ora io
non posso più fare le cose che
avevamo programmato insie-me. Non posso salire sul palco
con qualcun altro. Se non c’è lei,
non ci sono neppure io, ci vorrà
un’altra attrice, ma anche un al-tro attore: non certo io”.
Da casa, nella mattinata, erano
passati gli amici per l’ultimo sa-luto: Gad Lerner, Paolo Rossi,
Sergio Cusani, Basilio Rizzo...
Nel pomeriggio, da Alcatraz, il
centro che ha fondato in Um-bria, è arrivato il figlio Jacopo
Fo. Agli amici più stretti e ai pa-renti, nella giornata di oggi e
stanotte, fino alle 9 di domani, si
uniranno i cittadini di Milano,
per rendere omaggio a Franca:
nel foyer del Piccolo Teatro
Grassi di via Rovello. Domani il
feretro sarà accompagnato al
Teatro Strehler di largo Greppi,
dove alle 11 saranno ricordati la
sua vita e il suo impegno.
Quando la notizia della morte è
arrivata a Roma, nei palazzi del-la politica che faceva fatica ad
ascoltarla da viva, le reazioni so-no state commosse. È stata Bar-bara Pollastrini a comunicare la
scomparsa alla Camera dei de-putati: “Donna coltissima e di
grandissimo cuore”. I deputati
l’hanno salutata, in piedi, con
un lungo applauso. In Senato,
dove era entrata nel 2006, eletta
nelle liste dell’Italia dei Valori
(si era poi dimessa dopo 19 mesi
di battaglie e di delusioni), il
presidente Pietro Grasso le ha
reso omaggio chiedendo un mi-nuto di silenzio. Antonio Di
Pietro la ricorda così: “Un’ami -ca, una donna che ho avuto l’o-nore di conoscere e di apprez-zare per la sua generosità d’a-nimo, la sua passione civile, la
sua fermezza, la sua coerenza, il
suo essere diretta e senza ma-schere. Voglio ricordare di lei
quelle battaglie comuni, vissute
in Parlamento e nelle piazze,
quei momenti condivisi in no-me della legalità e in difesa dei
diritti civili e dei più deboli.
Quando fu eletta al Senato, en-trava nelle aule delle commis-sioni e spulciava i bilanci degli
enti di Stato, faceva la lista degli
sprechi pubblici. Lei in quel-l’ambiente ci stava male, era un
pesce fuori dall’acqua, com-prendeva la falsità di quei po-litici e contrastava il loro attac-camento alla poltrona. Urlava
in solitudine contro il conflitto
d’interessi di Berlusconi, e lo fa-ceva davanti a un’Aula sorda.
Aveva un modo d’agire rivolu-zionario, fuori dagli schemi, che
lasciava perplessi i burocrati di
Stato. Lei aveva una passione ci-vile che la divorava, non usava il
politichese, ma diceva pane al
pane e vino al vino. Lo dissi a
gran voce: Franca Rame deve
essere il prossimo presidente
della Repubblica. La propo-nemmo in Parlamento, peccato
però che la votammo solo noi”.
L’ha ricordata anche Vito Cri-mi, capogruppo del Movimen-to 5 Stelle al Senato: “Franca Ra-me è stata al nostro fianco”,
scrive Crimi sulla sua bacheca
Facebook, “da libera cittadina
in tante nostre battaglie civili.
Da quella per un Parlamento
Pulito senza condannati a quel-la per una corretta gestione dei
rifiuti senza inceneritori e di-scariche”. “Una donna molto
coraggiosa che ha fatto del tea-tro con ilarità, gioia e allegria,
un teatro comico ma allo stesso
tempo critico nei confronti del-la società”. Questo il ricordo
della scrittrice Dacia Maraini.
“È un miracolo che faceva an-che la commedia dell’arte, cri-ticare la società facendo ridere:
è quello che lei ha fatto con la
compagnia di Dario Fo”.
“GRAZIE, Franca, per essere
stata una bellissima e grandis-sima donna”. Così Mario Ca-panna, ex leader del movimen-to studentesco a Milano. “A la-sciarci è una straordinaria figu-ra di artista, di intellettuale, una
donna di eccezionale ricchezza
interiore e generosità e lo posso
testimoniare di persona, per le
mille battaglie condotte e vissu-te insieme, con lei e Dario Fo.
Dalle prove di Mistero buffo
nell’aula magna dell’Universit
atale di Milano nel 1969, alla
lotta per impedire l’installazio -ne di centrali elettronucleari in
Lombardia, dall’indimentica -bile viaggio in Cina nel 1975 ai
comizi tenuti insieme all’Alfa
Romeo di Arese”.
La ricorda anche la ministra per
le pari opportunità Josefa Idem:
“Con Franca Rame tutte le don-ne perdono una voce che, nel
deserto della nostra società, non
si stancava di urlare contro la
violenza nei loro confronti. Con
le sue coraggiose battaglie civili
e con la sua arte raffinata, Fran-ca Rame era un monito vivente
ai giorni tristi che stiamo viven-do, riempiti con cadenza ormai
quotidiana dalle cronache di
violenze fisiche, sessuali e psi-cologiche contro le donne. A
suo marito, Dario Fo, voglio
esprimere vicinanza e affetto in
questo momento di sofferenza e
spero che gli sia di conforto al-meno il pensiero di aver avuto
accanto una donna meraviglio-sa, la cui mancanza da oggi ci
rende tutti un po’ più poveri”.
I teatri, la piazza
e la galera: con Dario
sempre al suo fianco
nche il cielo si mette a
piangere, grandine e
vento. Poco prima delle
nove Franca Rame ha
smesso di respirare, in
una primavera di tri-stezza che in poche settimane si è portata
via Enzo Jannacci e Don Gallo: ci sono
vuoti più difficili da colmare e spesso sono
i lutti collettivi. Scrivere chi e cosa è stata
questa Marilyn italiana, bellissima e di
straordinario talento, è impresa quasi im-possibile: una vita lunga, intensa, percorsa
con una generosità assai di rado ricambia-ta tra il palcoscenico e l’impegno politico.
In un solo articolo non ci staranno la forza,
il coraggio, l’ironia, l’umanità, l’impegno
civile. E mille gesti, testimonianze pubbli-che che hanno aiutato questo paese a cre-scere culturalmente e nella conquista dei
diritti, nonostante l’ostilità per nulla celata
(e cronica) del potere.
COMINCIÒ TUTTO subito, il destino nei
primi vagiti. Era nata a Parabiago, nel ‘29,
da una famiglia di artisti, una dinastia che
faceva teatro da secoli: la sua carriera iniziò
senza che lei nem-meno se ne rendes-se conto, quando
ancora in fasce in-terpretava ruoli da
neonato. Poi negli
anni Cinquanta, la
mitica rivista. Mila-no, Teatro Olimpia,
va in scena Ghe pensi
mi di Marcello Mar-chesi. La fama del-l’attrice alta, magra
e stupenda porta a
teatro schiere di
giovanotti. Ne usci-ranno con il torcicollo, tanto non si riusciva
a levarle gli occhi di dosso. Tra loro, anche
un attore ancora sconosciuto: “Era brutti-no, dinoccolato, magrissimo con il nasone,
e quegli occhi strani. Eppure, al contrario di
tanti miei bellissimi corteggiatori non mi
filava per niente”. Dario Fo in realtà è già
innamorato, anzi spacciato (“Non si pote-va non guardarla”), ma troppo timido per
prendere l'iniziativa. Allora una sera, dietro
le quinte, lei lo appiccica al muro e lo bacia.
Non si lasceranno mai più: anzi quasi mai.
Nel 1987 Franca va in televisione e spiega ai
telespettatori di Raffaella Carrà che sta per
divorziare da suo marito. Lui, ignaro, ci ri-mane malissimo. In una meravigliosa in-tervista a Natalia Aspesi su Re p u b b l i ca , dieci
anni fa, lei commentò così: “Ero stufa di
fare la moglie, l’oca giuliva che si occupa
solo di palcoscenico e carceri, e per il resto
deve far finta di niente. Soffrivo come una
bestia, perché le pene d’amore sono lanci-nanti, offensive. Sì, forse siamo stati sepa-rati un anno, senza far rumore. Ma tutte le
donne lo sanno che capitano tra due co-niugi fatti che poi non hanno valore, che
passano”. E lui: “Attorno a me c’erano, ci
sono uomini che piantano tutto per ragaz-ze giovani, ma io avevo capito che l’avven -tura è solo una pausa, un intervallo per
prendere fiato, perché ci sono legami così
indissolubili con la tua compagna di vita,
che non puoi distruggere senza perderti”.
Forse non lo sai ma pure questo è amore . Nel ‘52
interpreta Lo sai che i papavericon Walter
Chiari: “Mi avevano messo un vestito di la-mé talmente aderente che me lo dovevano
cucire letteralmente addosso”. Due anni
dopo sposa Dario e nel ‘55 nasce Jacopo.
Pausa a parte, hanno attraversato insieme
tutto: le piazze, i teatri, “i casini, i dolori, i 40
processi, le violenze, gli arresti, gli sgom-beri, la galera, le bombe nei teatri, la casa
incendiata, nessuno che voleva più affittar-cene una obbligandoci a lasciare Milano”.
Nel ’58 fondano la Compagnia Dario
Fo-Franca Rame, nel ‘62 la Rai li caccia da
C a n zo n i ss i m a per uno sketch su un costrut-tore edile. Nel ‘69 va in scena per la prima
volta quel capolavoro di creatività e inno-vazione che è Mistero buffo, lei interpreta
Maria che tenta invano di salvare il figlio
crocifisso. In quegli anni di rivolta matura
la scelta di uscire dai circuiti ufficiali per
portare in scena il teatro militante: con La
co m u n e si creano spazi alternativi (circoli
Arci, Case del Popolo, sedi sindacali), dove
sfuggire alla censura. Nascono spettacoli
come Morte accidentale di un anarchicoma
anche commedie (scritte in gran parte da
lei) come La signora è da buttare , Tutta casa
letto e chiesa. È stata davvero femminista,
Franca Rame: a lei le donne italiane devono
tanto. Questo impegno lo pagò carissimo:
nel ’73 fu sequestrata e stuprata da un com-mando neofascista. Nessuno fu condanna-to per quello scempio, 25 anni dopo il ver-detto dichiarò prescritto il reato. Resta il
monologo che lei scrisse su quanto le ave-vano fatto: il più toccante e terribile ma-nifesto contro la violenza che si possa im-maginare. Poi c’è l’impegno politico, che
ha attraversato l’intera vita di Franca Rame,
presente in tutte le battaglie civili.
CAPITA di sbagliare, lei inciampò su Pri-mavalle. Era una delle anime di Soccorso
rosso, prese una cantonata dopo il rogo in
cui morirono i fratelli Mattei e di cui il mi-litante di Potere operaio Achille Lollo con-fessò anni dopo le responsabilità: si spinse a
difenderlo fino a scrivere una lettera al Pre-sidente Leone. Nel 2006 accettò la proposta
dell’Italia dei valori, fu eletta in Senato. Se
ne andò due anni dopo, schifata da un si-stema marcio. Ma aveva preso appunti: sta-va ultimando un libro di denuncia sulla sua
esperienza parlamentare. Non ha mai
smesso di far sentire la sua voce però, spes-so chiamava in redazione: “Vorrei scrivere
un pezzo”. L’ultimo grido diretto al Pd, pri-ma del voto: “Via dalle liste gli impresen-tabili. Spero che oggi, cari dirigenti del Pd,
prendiate decisioni che piacciono agli ita-liani. Pensateci bene. Altrimenti sarà guer-ra fredda, perché sarete voi (e non Ingroia o
Grillo) a far vincere Berlusconi”. L’ultimo
blog sul nostro sito, è una lettera d’amore.
A Dario, la metà di tutto. “Ci siamo spesso
detti che se, per assurdo, avessimo una se-conda vita, vorremmo trascorrerla insie-me”. L’ha scritto Andrè Gorz per la moglie,
è un pensiero perfetto anche per Franca e
Dari
La violenza dei fascisti, servizio del Tg2
non gradito da zeroviolenzadonne.it
“UNA DONNA bellissima, amata e
odiata: tra chi la definiva una donna
di talento che sapeva mettere in gioco
la propria carriera teatrale per un
ideale di militanza politica totalizzan-te, chi invece una pasionaria rossa che
approfittava della propria bellezza fi-sica per imporre attenzione, finché il 9
marzo del 1973 fu sequestrata e stu-prata. Ci vollero 25 anni per scoprire i
nomi degli aggressori, ma tutto era ca-duto in prescrizione”. È una parte del
servizio del Tg2 delle 13 di ieri che in-tendeva ricordare l’attrice scomparsa.
Accostamento fra bellezza e violenza,
e la mancata matrice fascista dello stu-pro, hanno suscitato reazioni polemi-che sul web. Il sito www.zeroviolenza-donne.it ha scritto una lettera aperta
al direttore della testata, Marcello Ma-si. Eccone un passaggio: “Del suo stu-pro ha parlato la stessa Franca Rame
in più di un’occasione, indicando nel-la matrice fascista i suoi aggressori.
Metterla in discussione o peggio – co-me è stato fatto nel vostro servizio –
ometterla, è sicuramente una scelta
ben precisa di cui ci stupiamo. Ma ciò
che più ci fa rabbrividire è la giustifi-cazione neppure troppo velata degli
stupratori, perché questo è stato fatto!
Incolpare Franca Rame di “ a p p ro f i t ta re
della propria bellezza fisica per imporre
attenzione; finché il 9 marzo del 1973 fu
sequestrata e stuprata”ci sembra del
tutto inaccettabile”
L’Angelo Custode
di Franca, sempre
pieno di impegni
L’ULTIMO RACCONTO, INEDITO, PER “IL FATTO”: UN VIAGGIO A RITROSO FRA MEMORIE
E DIALOGHI SURREALI CON UN “ANGIOLINO” CHE PER UN DISGUIDO BUROCRATICO
SI È DOVUTO OCCUPARE MENO DI LEI E PIÙ DI UN BAMBINO NERO DI NOME OBAMA DI FRANCA RAME
i sono messa a letto alle 10,
intenzionata a farmi una
bella riposata. Avevo lavo-rato tutto il giorno. Mi ad-dormenterò subito – pen-savo. Sbadigli da slogarmi
la mascella, invece niente.
Quando mi succede così ripasso monologhi…
“Medea”, “Maria sotto la croce”… poi il cervello
va per suo conto e mi propone idee che mi sem-brano storie, chiavi teatrali bellissime… me le
ricorderò domattina? La mattina dopo, vuoto
assoluto nella testa. Penso e ripenso. Bisogna
che mi decida alzarmi la notte quando mi ar-rivano… e prendere almeno un ap-punto. Ma temo di disturbare Dario
che ha il sonno leggero. Mi sono
messa sotto il cuscino un blocchetto,
ma scrivere al buio non mi viene be-ne. Scarabocchi illeggibili. Mi sono
comprata dai cinesi una pila minu-scola come il dito mignolo, 1 euro e
20, fa luce tremenda, ma con la mano
davanti illumina appena permetten-domi di arrivare alla porta ed uscire
dalla camera senza svegliare Dario.
Sono le 4. Bell’ora… posso fare un
sacco di cose senza disturbare nes-suno… e che nessuno mi disturbi. Mi
mangio un yogurt greco: una bontà.
Accendo il computer e penso a che
scrivere.
Mi vengono in mente certe serate
bellissime… dopo uno spettacolo
che so “Tutta casa, letto e chiesa”…
sesso? Grazie tanto per gradire”…
donne commosse, felici… che mi
stritolano con abbracci frenetici.
Hanno mani sudate per l’emozione,
c’è chi scoppia a piangere e mi ab-braccia forte, qualcuna m’ha detto: “quando so-no triste, disperata con la voglia di morire…
penso a te e mi torna la calma nel cuore”.
Le donne mi dicono:
”Tu per me sei un mito!”
Sono convita che esagerino, mi vedono come un
non so ché… “Per me sei un mito!” Ma daiiiiii.
Mi meraviglia sempre il desiderio che hanno le
donne di lasciarmi qualcosa di loro. Chi si toglie
un braccialettino d’argento e me lo dona, chi un
accendino… mezzo pacchetto di Malboro…
Negli anni ho accumulato di tutto: una scatoletta
di fiammiferi con sopra scritto “Carolina a Fran-ca con amore”. Un completo per maninicure e
una raffinata mascherina per la notte regalo di
Marina De Juli, la mia grande amica. Un minu-scolo portacipria d’argento, un pettinino, una
molletta con sopra una rosa rossa… un uovo di
legno dipinto a mano, un uovo vero con un cuore
rosso e una bandierina bianca-rossa-verde che
sventola, una sciarpa fatta a mano con tanti co-lori arrotolati insieme di nonna Ersilia: “L’ho fat-ta per te! Non lasciarla mai. Ti porterà tanta for-tuna.” E un mare di altre cose costose e no, co-munque “tutte” per me preziosissime. Se il dono
è di valore cerco di rifiutare, ma è impossibile. È
tale la felicità che hanno queste ragazze, donne,
nonne e bisnonne nel donarmi
qualcosa di loro che mi dà grande
emozione. All’inizio riponevo tut-to in un cassetto del mio comodi-no. Poi quando di cassetti ne ho
riempiti 3 ho deciso di catalogare il
tutto, inscatolarlo e spedirlo ad Al-catraz da Jacopo. Nel museo che
prima di morire intendo fare… ab-biamo un mare di materiale, accu-mulato in 60 anni di spettacoli, che
va dalle scene teatrali ad armadi
pieni di costumi d’epoca, di abiti
moderni, da donna, da uomo, ar-madi con scarpe donna-uomo di
tutte le misure, cappelli, magliette,
calzamaglie. Bauli e bauli zeppi di fondali. Il ma-teriale di una vita di lavoro teatrale. Ecco lì… nel
mio museo, ci sarà un reparto particolare con un
cartello: “regali ricevuti da Franca durante la sua
vita”. Ed ogni oggetto avrà il suo nome e cogno-me. Forse non tutti, ma molti sì. Dalle finestre
spalancate mi abbraccia un’aria mite, vedo un
bel cielo che mi sorride… si sta schiarendo, do-mani ci sarà sole. È ora di andare a letto altri-menti domani sarò morta di stanchezza. Nel let-to, mentre il sonno non arriva, osservo un an-giolino appeso che brilla ad ogni passar di mac-china. “Ma dove va la gente in giro a quest’ora?”
mi chiedo sempre da impicciona.
L’angiolino me l’ha donato la mia mamma: l’a-veva fatto lei. Alto un 20 cm. un faccino di panno
lenci, con l’abito di pizzo bianco foderato di rosa
e le ali in tulle, tempestate di piccole stelle. Un
capolavoro. Dicevo sempre: “Mamma tu hai le
mani d’oro!” Sorrideva appena ma si sentiva che
il complimento le faceva piacere. Il sorriso di mia
madre non lo dimenticherò mai.
“Questo è il tuo angelo custode… è lui che ti pro-tegge e consiglia. Dagli sempre retta!” ‘Sto fatto
dell’angelo custode mi aveva fatto molta impres-sione, “E dove sta l’angelo, mamma, quello ve-ro?” “Dietro alle tue spalle…” “Di qua o di là? Di
spalle ne ho due.” “Sicuramente dalla parte del
cuore!”. Mamma le
sapeva tutte. Come
mi sentivo fortunata!
“Ogni volta che hai
qualche problema lo
puoi dire a me o a lui.
Ti vogliamo tutti e
due un gran bene.”
“Si, ma lui non lo vedo mai!”
“Si farà vedere, abbi pazienza”.
Avevo 6 anni. Me ne stavo pensosa e zitta ad im-maginarmi l’angiolo dietro la mia spalla sinistra.
Che sta facendo? Io sono seduta, e lui se ne sta in
piedi? Chissà quanto sarà stanco la sera. Bisbi-gliavo: “Dai angiolino siediti… mettiti como-do!” e gli facevo posto. Mi seccava molto non ve-derlo. “Vuoi un po’ di cioccolato? Ma maledi-zione, rispondi! Sì o no… stare zitto così non è
nemmeno buona educazione!”
Quando alla maestra chiesi
ma Gesù è bianco o nero?
Chiedevo in giro informazioni… ma le risposte
che ricevevo erano sciocche, banali. La gente di-ce spesso cretinate e non solo ai bambini.
Avevo sei anni quando ho deciso di escludere i
“grandi” dalla mia vita. Li ho lasciati perdere. Li
guardavo un po’ dall’alto in basso… pardon dal
basso in alto. A scuola peggio ancora, alla do-manda dove sta l’angelo custode la maestra non
mi ha nemmeno risposto. Mi ha chiuso la bocca
con uno sguardo di compatimento da raggelar-mi. E quando ho chiesto durante l’ora di religio-ne se Gesù era bianco o nero la suora ha pregato
mia madre di ritirarmi dalla lezione. “Fa doman-de disturbanti”- disse ed è finita lì. Non ero con-tenta di starmene per un’ora seduta a terra in si-lenzio davanti alla porta chiusa. Forse troverò il
coraggio di dire a suor Maria: non farò più do-mande, starò zitta. Ma ‘sto coraggio non l’ho mai
trovato.
In quell’ora me la prendevo con l’angelo custode.
“Non mi dici niente, non mi consigli… Non po-tevi non farmi chiedere di che colore è Gesù? Che
custode sei?” Lui zitto. Muto. Forse era andato a
fare pipì. Un momento, ma gli angeli la fanno?
Bella domanda… e chi mai mi darà la risposta? E
a chi la faccio ‘sta domanda per non essere man-data al diavolo? Alla zia Ida. La zia Ida stava con
noi, era stata la moglie di non so quale parente
morto e ci era rimasta in eredità. Capelli crespi,
grigiastri, gote naturalmente rosse, pelle screpo-lata, i geloni d’inverno, non era bella, ma era sim-patica. Parlava con me, trascurata dalla famiglia
- così mi sembrava - come fossi un’adulta. “Gli
angeli la pipì la fanno sulle rose, è per quello ch
profumano!” Rispondeva alle mie domande e mi
regalava certe caramelle amare che fingevo di
succhiare ed invece sputavo di nascosto. Gliele
aveva regalate un suo amico di Varese… Le fa-ceva lui… Con la cacca, credo.
Chissà che pensava l’angelo delle mie caramelle?
Sono passati molti anni, una vita quasi, e qualche
mese fa, frugando in un armadio che ti vedo? Le
caramelle! Erano lì, tutte avvolte come le avevo
lasciate! Ne assaggio una... Chissà che con il tem-po si siano migliorate...Dio! sono peggio ancora!
E l’ho sputata. All’istante mi è apparso l’angelo.
Una faccia splendida che mi diceva: “E perché la
sputi! Perché la sputi!” Di scatto ho voltato la te-sta quasi in gesto di rifiuto, poi ho gridato: “Era
ora! Stai con me da una vita… Mai un sospiro…
Un gemito e adesso mi vieni a rompere perché
sputo una caramella? La sputo perché fa schifo.
Mangiatele tu!”
Giuro che ero sveglia, non ho sognato: il pac-chettino delle caramelle s’è spostato nell’aria…
Ho visto una caramella volare… Poi la carta che
l’avvolgeva è finita a terra… “Ah, non mi credi è?
La vuoi assaggiare…” Non finisco di parlare che
la caramella m’è arrivata sopra una scarpa come
se qualcuno me l’avesse sputata addosso. “Visto
che fanno schifo? Ma sai angelo che sei un ma-leducato? Non si sputano le caramelle, anche sdi cacca!” E l’angelo s’è messo a
ridere. “Si ridi, ridi, ma non mi
hai spiegato ancora perchè in
tutto questo tempo non ti sei
fatto mai vedere!” “Hai ragio-ne, ma purtroppo mi è succes-so, circa 40 anni fa, di dovermi
occupare di un bambino che
era rimasto senza angelo.” “Un bambino senza
angelo?” “ Sì, un disguido burocratico” E riden-do a mia volta ho esclamato: “La burocrazia an-che in cielo?
“Eh si, era un bambino dalla pelle dorata che era
appena arrivato dall’africa negli Stati Uniti. E dal
momento che era rimasto senza angelo... Dall’al-to mi hanno pregato di curarmi di lui” “Sì, ma
dico, in tutti questi anni non hai mai avuto un
attimo per venirmi a salutare?” “Te l’ho detto che
mi trovavo dall’altra parte dell’oceano! E anche
per noi, attraversarlo, non è una passeggiata. Ad
ogni modo mi scuso. Ti prometto che d’ora in
poi, appena posso ti vengo a dare un bacino. Ma
abbi pazienza. Mi è così difficile seguire quel
bimbo che naturalmente, oggi, ormai è diven-tato grande! Ma ha un sacco da fare! Non sta mai
fermo un attimo!” “E che mestiere fa?” “Il pre-sidente degli Stati Uniti”.
23 novembre 2012, or
Su ilfattoquotidiano.it scrisse:
“Morire è difficilissimo”
SONO NATA nel 1929. Quando ero pic-cola, sette, otto anni, mi veniva in testa
un pensiero che mi esaltava: morire.
Quando morirò? Com’è quando si muo-re? Come mi vestirò da morta? Forse
mamma mi metterà quel bel vestito che
m’ha cucito lei di taffetà lilla pallido or-lato da un bordino di pizzo d’oro. “Sembri
un angelo! Quanto è bella la mia bimba
che compie gli anni!” mi diceva. (...) O ra
siamo nel 2013. Da allora sono passati
molti anni. Sono arrivata agli 84 il 18 lu-glio. (...) Una volta, quando eravamo più
giovani Dario ed io ci si faceva festa ai
compleanni. Festa? Una festicciola…
nulla di speciale. La torta, le candeline…
dell’anno prima, qualche amica, amici…
Ricordo invece un fantastico complean-no, il mio settantesimo a Sala di Cese-natico. Non mi aspettavo nulla di spe-ciale. Invece…
Quella mattina mi svegliai un po’ t a rd i ,
Jacopo venne a prendermi in
camera dicendomi che Dario
aveva bisogno di me… Nean-che la mattina del mio com-pleanno posso restare disoc-cupata… scendo le scale,
esco in veranda, e lì mi trovo
una folla con i musicisti che
suonavano, clown e masche-re e tanta gente, amici venuti
da ogni parte, ci saranno sta-te cento persone, tutti a cantare tanti au-guri a te… Mi sono messa ad abbracciare
tutti uno per uno… Erano veramente tan-ti, che a un certo punto mi sono dovuta
s e d e re … Anche per l’emozione. (...) So-no felice di aiutare Dario che è il MIO
TUTTO, curare i suoi testi, prepararli per
la stampa, ma mi manca qualcosa… quel
qualcosa che non mi fa amare più la vita.
È per questo che voglio morire. Ma non
so come fare. Immersa nella vasca da
bagno e tagliarmi le vene? Poi penso allo
spavento di chi mi trova in tutto quel ros-so. Buttarmi dalla finestra, ma sotto ci
sono gli alberi e finisce che mi rompo
tutta senza morire: ingessata dalla testa
ai piedi. Avvelenarmi con sonniferi… ci
ho già provato una volta… tre, quattro
pastiglie e acqua… avanti così per un po’
e mi sono addormentata con la testa sul
t avo l o … Insomma, morire è difficilissi-mo! (...) Caro Dario tutto quanto ho scritto
è per dirti che se non torno
in teatro muoio di malinco-nia. Un bacio grande….
Franca Rame
Il testo è un piccolo
estratto di “Lettera
d’amore a Dario”
Pubblicata
il 30 gennaio 2013:
è l’ultimo post sul blog
su i l fa t to q u o t i d i a n o. i t
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