Ha scritto canzoni che hanno scalato
le classifiche e un libro che è stato
subito bestseller. A trentaquattro anni
il leader dei Negramaro
si confessa:“Non potrei
fare il solista. Ho bisogno
del mio gruppo, dei miei
amici di sempre: senza
di loro non sarei andato
da nessuna parte
E oggi non riuscirei
a vincere quella nausea
che mi capita di provare
nei confronti di me stesso”
S
olo proteine. Tartare e frit-tata. Giuliano Sangiorgi si
prepara alla maratona esti-va con i Negramaro. Salen-tino, trentaquattro anni. «Sto invec-chiando, faccio il fico immobile davan-ti al microfono», dice, «poi inevitabil-mente scatta la molla e comincia la dan-za. E allora la preparazione è tutto». È
già tonico, t-shirt attillata, jeans a vita
bassa, tanti anelli e tanti bracciali. En-tusiasta del doppio cd Una storia sem-plice(hit, brani inediti, rarità) e del suo
esordio come scrittore. Lo spacciatore
di carne, pubblicato l’autunno scorso
da Einaudi, è un bestseller. «Mi godo
l’euforia del passaparola, che sta anco-ra funzionando mesi dopo. Pare che un
libro abbia una vita più lunga di un di-sco. Anche se i Negramaro non sono di
quelli che scompaiono in fretta dalle
classifiche, abbiamo resistito anche fi-no a cento settimane». Disciplinato in
tutto, tranne che nella musica e nella
scrittura. «Con quelle ho un approccio
tutto mio. Ho imparato a scrivere esat-tamente come ho imparato a cantare:
facendo di necessità virtù. Magari qual-cuno dirà che voglio essere al centro
dell’attenzione. Il dubbio c’è sempre,
anche dentro di me. A volte penso di es-sere qui solo per un eccesso di ego».
Quando capirono che si perdeva die-tro ai suoni, i genitori avrebbero voluto
iscriverlo al conservatorio. Rifiutò. «Se
avessi dovuto affrontare la musica co-me un lavoro o un corso di studi l’avrei
odiata. Era uno sfogo personale, mi ha
permesso di non pretendere troppo da
me stesso; grazie alle canzoni ho impa-rato a conoscermi. È una seduta di psi-coanalisi che non finisce mai. Non po-trei considerarla un impegno, anche
quando “lavoriamo” settanta ore al
giorno». In dieci anni ha avuto tanto, il
massimo, quasi tutto quel che un arti-sta può desiderare in questa piccola Ita-lia («Adorabile paese, anche adesso che
indossa il sorriso triste del pagliaccio»).
Come band leader e come autore tra i
più riveriti del pop nostrano, ha colla-borato con Dolores O’Riordan, Malika
Ayane, Elisa, Baglioni, Patty Pravo, Ce-lentano, Battiato, Bocelli, Jovanotti. E
anche con Mina. Eppure non ha mai
pensato di mollare i Negramaro per
mettersi in proprio. Come solista, si
sentirebbe uno sbandato. «Siamo sem-pre stati sei in questa favola da raccon-tare. Viviamo la musica allo stesso mo-do. Ogni incontro assomiglia a una se-duta degli alcolisti anonimi. Io lì a decli-nare la mia voglia d’amare e di essere li-bero; la paura di abituarmi all’amore e
la voglia di innamorarmi sempre. È
questa l’inquietudine che combina più
guai. L’amore è bellissimo, ma quando
è troppo sereno incomincio a scalpita-re. L’ho capito dopo aver inciso Quel
posto che non c’è. Non volevo neanche
metterla nel disco, mi convinsero i ra-gazzi del Solis Quartet». Spiega: «Sono
su Skype, litigo con una persona cara,
cerco di mettere in chiaro delle cose,
non ci riesco. Mi chiamano per andare
in studio, a quel punto l’unico brano
che mi sento di cantare è Quel posto che
non c’è . Lo registro di getto col quartet-to che mi segue, finisco e non mi rendo
conto che è pronto in un take . Lo ria-scolto e crollo. Sono le parole che poco
prima avrei voluto dire a lei. Le canzoni
arrivano in maniera misteriosa, come
se non ti appartenessero. A volte è per-sino un po’ fastidioso sentirsi un me-dium. Non mi piace spiegarle, se mi co-stringono a farlo dico sempre le solite
tre parole: fisiologico, necessario, ur-gente. È come se mi chiedessero: come
fai a respirare? L’arte è un fantastico sta-to d’incoscienza. L’ispirazione è deva-stante, mi lascia ammutolito per giorni.
È destabilizzante e allo stesso tempo
gratificante, un momento che vale cen-tomila amori con centomila donne.
Un’esplosione, divento pazzo, faccio
festa. Anche se è una canzone malinco-nica, sentirla sulla pelle mi riempie di
gioia. Se accade in tour, vorrei inter-rompere tutto, abbandonare il palco-scenico».
Safari , la canzone poi incisa da Jova-notti, gli è venuta di notte. «Non riesco
a dormire. Cominciano a martellarmi
in testa le parole: Assaggio la morte di
notte ogni volta che passa. Devo alzarmi
per non perderla, ma non voglio sve-gliare chi mi dorme accanto. Mi alzo al-le sei per mettere su carta “quella cosa”
che ormai si è scritta nel mio cervello».
Quello stesso giorno Lorenzo gli chiede
una canzone, qualcosa che abbia a che
fare con la “giungla notturna”. Giuliano
gli gira il foglio, parole scritte con la ma-tita del trucco. «Un caso? A ripensarci
ancora oggi ho i brividi. L’ispirazione è
indefinibile e inafferrabile, non sai co-me e quando arriva, e soprattutto se sei
pronto ad accoglierla». Ma a differenza
dei cantautori che venera — Modugno,
Tenco, De Andrè, Lauzi — non riusci-rebbe a mettere in musica le sue visioni
senza la complicità della band. «Abbia-mo sempre vissuto insieme, la comune
a Parma, la masseria nel Salento, le ca-se a San Francisco e in Canada. Ancora
adesso ricreiamo il clima degli esordi,
non ci diamo appuntamento tre ore in
sala prove e poi ognuno per la sua stra-da. Quando lavoriamo a un disco vivia-mo insieme, soprattutto la notte, si fa
l’alba a parlare, discutere, mettere i so-gni sul tavolo. Questo ci ha permesso di
essere molto giudiziosi rispetto a tutto
quello che ci stava succedendo. Se in
questi anni fossi stato da solo, sarei sta-to un’altra persona, avrei ammortizza-to diversamente il colpo. Invece cresce-re con gli amici, ritrovarsi adulti e cam-biati è fantastico. Ognuno è la spia lu-minosa dell’altro. A volte basta una fra-se in dialetto a ricordarci chi siamo, do-ve siamo, da dove veniamo. Niente
drammi alla U2, finora. Senza di loro
non riuscirei a vincere la nausea che mi
capita di provare nei confronti di me
stesso. Quando mi ritrovo a pensare: se
togliessero la mia voce che dischi mera-vigliosi farebbero i Negramaro! Oppu-re: dovremmo cercare un nuovo can-tante; io, se avrò ancora l’ispirazione,
continuerò a comporre. Quando scris-si Essenza, la prima canzone, non pen-savo di cantarla, ero chitarrista, cerca-vamo una voce adatta. Sono stati loro a
darmi questa responsabilità. L’ho fatto
per urgenza, senza chiedermi se lo fa-cessi bene o male. Oggi ci affanniamo in
produzioni di lusso, suoni artificiali, ma
la verità è che una melodia resta quan-do ti assale, ti lascia senza parole, ti sten-de, che sia My Wayo Cucurrucucu pa-loma. L’ho chiaro in mente da quando
spendevo in 45 giri 3700 lire a settima-na. Non vado più a cercare i dischi belli,
mi lascio investire dalla musica».
I Negramaro festeggiano dieci anni
di carriera con due concerti negli stadi:
il 13 luglio al Meazza di Milano e il 16 al-l’Olimpico di Roma. Il trionfo dopo un
breve exploit nei festival europei: 25
giugno a Monaco, 28 Dortmund, 30
Londra. Sangiorgi è il vincitore di una
generazione in affanno. Il destino di
Edo, il protagonista del suo romanzo
che si spoglia dei sogni sul rapido Lec-ce-Bologna, prima ancora di provarci,
l’ha solo sfiorato. «Siamo i figli del Gran-de Fratello», mormora. «Per fortuna
siamo emersi dieci anni fa, altrimenti
non avremmo mai fatto San Siro e l’O-limpico. Dicono che ci vuole culo per
sfondare. Un presidente del consiglio
presunto self made man ha educato
una generazione a credere che nella vi-ta ognuno può farcela anche senza
istruzione, grazie a un varietà o a un rea-lity. Credere ciecamente nel colpo di
fortuna crea una grande solitudine; ec-co cosa fanno oggi molti genitori, edu-cano i figli alla solitudine. Io m’immagi-navo negli U2, cantavo tutto Rattle and
humfingendo che la racchetta da ten-nis fosse il microfono, sognavo la vita on
the road, il furgone. Amici, X Factor, The
voicenon mi appartengono, non so co-me si fa. So solo imbracciare una chitar-ra e suonare con gli amici».
Dopo la tartare ha divorato anche la
frittata, coccolato dal ristoratore traste-verino che a malapena riesce a regolare
il flusso di fan che lo scorgono all’inter-no e implorano un autografo. Prossima
tappa: il vicino negozio di chitarre. Il
proprietario gli mostra gli esemplari
più rari e pregiati, Giuliano opta per
un’acustica da battaglia da poche cen-tinaia di euro anche se potrebbe per-mettersi una dozzina di Martin Golden
Era Sunburst. Suona bene, anche se è
made in China. Strimpella qualcosa dei
Radiohead, poi Here it isdi Leonard
Cohen. Suo padre intuì il talento quan-do lo sentì suonare Smoke On the Water
dei Deep Purple con degli elastici. Giu-liano aveva otto anni. Il signor Gian-franco aveva intuito che suo figlio era
più tagliato per il rock che per il conser-vatorio. Se n’è andato all’improvviso e
ancora giovane a gennaio, come in una
canzone di De Andrè. «La sua morte mi
ha tolto la musica dentro. Ho capito un
casino di cose quando mi sono reso
conto che non c’era più. La prima, che
tutta la musica era sua. Se faccio questo
mestiere è perché, dopo gli elastici, la
chitarra me la comprò davvero
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