giovedì 13 giugno 2013

23/5/13 - ddio a don Gallo il prete dei dimenticati di vito mancuso

D
ON Andrea Gallo vivrà
nell’immaginario degli
italiani con il suo sigaro,
il cappello nero e l’immancabile
colletto da prete, i segni più ca-ratteristici della doppia appar-tenenza che ha contraddistinto
la sua lunga e felice vita: l’appar-tenenza al mondo e alla chiesa,
alla terra e al cielo. Termini tutti
ugualmente importanti per uno
che vi ha dedicato la vita.M
a il primo posto per don Gallo spet-tava al mondo e alla terra, perché
era solo in funzione di essi che per
lui aveva senso  poi parlare di chie-sa e di cielo. La stola sacerdotale, che egli ama-va e a cui è sempre stato fedele, veniva  dopola
sciarpa arcobaleno con i colori della pace che
spesso indossava, e veniva  dopo la sciarpa
rossa spesso parimenti indossata per l’ideale
di giustizia e di uguaglianza che a lui richia-mava.
È stato questo primato del mondo e della ter-ra che ha condotto don Gallo a essere un prete
ribelle, contestatore, mai allineato con i detta-mi della gerarchia, soprattutto in campo etico
e sociale. Un ribelle per amore, per amore del
mondo e della sua gente, mai invece contro la
sua Chiesa solo per il fatto di essere  contro . Se
don Gallo è giunto spesso a essere contro, lo ha
fatto solo perché era la condizione per essere
per, per essere al fianco dei più emarginati, dei
più umili, dei più bisognosi, e per non tradire
mai la sua coscienza con il dover ripetere pre-cetti o divieti di cui non vedeva il senso o che ri-teneva ingiusti.
Una volta gli chiesero che cosa pensasse del-la Trinità, come riuscisse a conciliare il rebus di
questo Dio unico in tre persone, con tutte le
processioni, le missioni e gli altri complessi
concetti speculativi che il dogma trinitario
porta con sé. Egli rispose che non si curava di
queste sottigliezze dogmatiche perché gli im-portava solo una cosa: che Dio fosse antifasci-sta!
Al di là della brillante battuta che gli servì per
uscire indenne dalle insidie della teologia tri-nitaria, l’espressione “Dio antifascista” rac-chiude al meglio il messaggio spirituale che la
vita di don Gallo ha rappresentato e continuerà
a rappresentare per tutti coloro che l’hanno
amato, l’hanno applaudito e hanno letto i suoi
libri: intendo riferirmi alla cultura della pace,
della solidarietà e della giustizia; alla lotta con-tro l’arroganza del potere e del denaro; al rifiu-to di ogni forma di violenza, anche solo verba-le, per ricorrere invece all’arma sempre più ef-ficace dell’ironia e del-l’umorismo.
Quello che mi colpiva
e mi piaceva di don Gal-lo era che in lui, a diffe-renza di altri cristiani
contestatori e di una
certa musoneria risenti-ta abbastanza diffusa
nella sua parte politica,
mancavano del tutto il risentimento e l’astio,
per lasciare spazio invece a un’allegria di fon-do, una bonarietà, uno sguardo pulito, un ac-cordo armonioso con il ritmo della vita, come
si percepiva anche dalla musicalità grave della
sua bellissima voce.
L’ultima volta che l’ho visto è stato due me-si fa, all’indomani dell’elezione del nuovo Pa-pa, quando Fabio Fazio ci chiamò nel suo pro-gramma per commentarla. Don Gallo fu bril-lantissimo, ogni sua parola suscitava un lun-go applauso del pubblico, era felice come un
bambino per la speranza che il Papa venuto
dalla fine del mondo stava riaprendo ai cre-denti come lui, quelli che sono nella chiesa
non a dispetto del mondo, ma per servirne al
meglio la vita, cioè cercando di dare agli uo-mini ciò che il mondo costitutivamente non
può dare loro, vale a dire la speranza che i sa-cri ideali dell’umanità (il bene, la giustizia, l’a-more) non sono illusioni destinate a cadere
“all’apparir del vero”, ma la dimensione più
vera dell’essere da cui ognuno di noi proviene
e nella quale ritornerà. Era proprio per questa
speranza che don Gallo credeva in Dio e nel
messaggio di Gesù. Egli vedeva in questa fede
uno dei più nobili gesti d’amore verso la vita e
verso gli uomini che l’attraversano spesso sof-frendo. La fede di don Gallo era un profetico
atto di fedeltà al mondo e di amore per gli uo-mini. In un cattolicesimo quale quello del no-stro Paese, spesso privo di schiettezza e di li-bertà di parola, calcolatore, politico, amico
del potere, caratterizzato da un conformismo
che fa allineare pubblicamente tutti alla voce
del padrone, compresi coloro che privata-mente fanno i profeti e gli innovatori, in que-sto cattolicesimo cortigiano e privo di corag-gio, la figura di don Gallo con il suo sigaro e il
suo cappello ha svettato e svetterà per onestà
intellettuale e libertà di spirito, perché egli
non temeva di ripetere dovunque (in tv o da-vanti al suo vescovo non aveva importanza) i
concetti sostenuti tra nuvole di fumo nelle
lunghe nottate genovesi con gli amici della sua
comunità



Addio a don Gallo, il prete degli ultimi
una vita in strada sul filo dell’eresia
Genova, aveva 84 anni. “Ha costretto anche gli atei a pregare per lui


ENOVA — Dicono che il cuore
abbia cessato di battere alle ore
17: 45 di ieri, ma non è vero. Il cuo-re di don Andrea Gallo continua a
pulsare. In direzione ostinata e
contraria, come ha sempre fatto.
Come quello di Fabrizio De An-dré, che con il “prete degli ultimi”
aveva stretto un’amicizia forte e
discreta, molto genovese: «Per-ché non vuole fare di tutto per
mandarmi in paradiso», mugu-gnava — sollevato — il cantauto-re. E nemmeno il “don” ci ha mai
pensato, all’aldilà. Troppo impe-gnato a «restare umano», come gli
piaceva dire. Se ne è andato ieri
pomeriggio, nonostante un dilu-vio di preghiere — «Anche quelle
di noi atei: non mollare proprio
ora!», gli tweettavano, irriducibili
— , confortato dall’amore dei
suoi ragazzi della Comunità di
San Benedetto al Porto. A luglio
avrebbe compiuto 85 anni.
Giovedì scorso un caffè be-vuto in canonica con Davi-de Ballardini, l’allenatore
di calcio che qualche
giorno prima aveva
contributo alla salvezza
del “suo” Genoa. Poi si è
messo a letto nel suo pic-colo studio, circondato
dalle immagini dei cari
— la mamma Maria To-masina, Papa Giovanni,
Don Bosco — , ad aspet-tare. A ripensare a una vi-ta ribelle e indomita, av-venturosa e solidale. Sem-pre al servizio dei dimentica-ti. Sempre e comunque contro.
«Mi restano poca carne, ossa
malandate e una testa sempre più
balenga», mormorava l’altro gior-no. Ma no, è sempre stato un leo-ne. Fino all’ultimo istante e da
quando era ventenne e novizio,
con i Salesiani a Varazze. Le mis-sioni in Brasile però c’era la ditta-tura ed era tornato — frustrato,
ancora obbediente — a Genova.
Da sacerdote, il primo esemplare
incarico: la Garaventa, nave-scuola riformatorio per minoren-ni in grado di “raddrizzare” anche
le teste più dure. Non quella di
don Gallo, ostinato e contrario:
per tre anni cercò di introdurre un
metodo educativo basato sulla fi-ducia e la libertà, conquistandosi
l’affetto dei giovani ma gli anate-mi dei superiori, che lo costrinse-ro a lasciare l’incarico. A quei tem-pi nei carruggi era una vita che
non si facevano prigionieri, però
questo “strano” prete riusciva a
toccare le corde dei più deboli. E
quando il cardinale Giuseppe Siri,
conservatore come nessuno mai,
ne ordinò il trasferimento — «I
contenuti delle sue prediche non
sono religiosi ma politici, non cri-stiani ma comunisti» — , nell’an-giporto scoppiò una rivoluzione
che era un urlo di libertà, un ane-lito di amore.
Don Federico Rebora nei primi
anni Settanta lo accolse nella par-rocchia di San Benedetto. «Così è
cominciato tutto», raccontava
don Andrea, e intanto gli veniva
una bella luce negli occhi. I vicoli,
un tossicomane agonizzante. «A
quei tempi l’eroina era quasi sco-nosciuta, gli ospedali rifiutavano
il ricovero perché per la legge di al-lora i consumatori dovevano es-sere arrestati. Ma il ragazzo stava
morendo. Dove lo porto?». In
chiesa ogni giorno era già un via-vai di disperati. «È nata la Comu-nità di San Benedetto». La batta-glia per riconoscere i tossicodi-pendenti come malati. L’acco-glienza dei disperati, degli ultimi.
Di quelli che tutti rifiutavano. An-che i trans del “ghetto”, che nella
Comunità trovano finalmente
una zona “franca” dove po-tersi sentire come tutti gli altri.
Amati, compresi.
Senza volerlo Don Andrea di-venta un simbolo, una bandiera.
Con i fatti, con l’esempio di ogni
giorno. Perché ci mette sempre la
faccia, basta chiamarlo per una
causa “giusta”, e cioè perdente:
disponibile, infaticabile. Un pro-vocatore, se serve. «La droga è una
sostanza, in sé non è un bene o un
male. Dipende dall’uso che se ne
fa». Confessa: «Ho ceduto alle ten-tazioni della carne, fra i trenta e i
quarant’anni. Un pecca-tore sì, ma non incallito». Con
quel sigaro ad ingiallirgli le dita e il
cappello nero, in prima linea nei
giorni del tragico G8 di Genova.
Una carezza per Carlo Giuliani, il
ragazzo di piazza Alimonda. Un
anno fa sponsor determinante di
Marco Doria, sindaco arancione
che spariglia la tradizione Pd. Il
mese scorso l’ultima battaglia
pubblica, a favore di un teatro ge-novese che rischia la chiusura, il
Modena. Ormai parlava a fatica:
«Scusate, se non riesco a chiudere
le parentesi. Ma non mi arrendo».
No, non si è mai arreso. Ed è per
questo che nei vicoli di Genova di-cono che il cuore di don Gallo
continui a battere


 

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