o sport non è
un hobby, è un’ossessione». Valeria Solarino
non è tipo da pilates. «Mi sono iscritta in pale-stra più volte di quante ci sia andata. Ma quan-do vedo uno che corre in tuta penso che stia
perdendo tempo: ma torna a casa, dove vai?
Io non mi sento sportiva, non so neanche che
significhi. Io non faccio sport: io prendo can-tonate». E l’ultima è per la racchetta. Lei vole-va essere Agassi, altro che Claudia Cardinale:
«È una mania. Mi sveglio pensando al tennis
e mi addormento guardando le partite in tv su
Supertennis. Sono schiava del tennis».
la Repubblica
DIREPUBBLICA
SABATO 18 MAGGIO 2013
L’ATTRICE
RACCONTA
LA SUA PASSIONE:
“OSSESSIONATA
DAL TENNIS”
HI TECH TENDENZE
I VENT’ANNI
DEGLI ABITI
ORIGAMI
DI MIYAKE
NON SOLO
TOUCH
IL RITORNO
DEL PENNINO one. «Gioco quattro o cin-que ore alla settimana. Non penso ad altro.
Non smetterei mai di giocare. È totalizzan-te, mi ha preso, mi ha trascinata. Mi piace
perfino che la terra rossa rimasta sotto lo
suole si sparga poi per casa per pesticciarla
il giorno dopo. Sono malata, lo so. Ma il ten-nis è la mia follia, è qualcosa che va oltre: mi
ha salvato la vita».
La vita, addirittura? «L’anno scorso da
aprile fino all’autunno non avevo lavoro e
buttarmi su una passione nuova così forte
mi ha dato un senso. Adesso sto veramente
bene e sono felice: so che quando non ho un
set, ho un campo. Il tennis è regole, discipli-na, obiettivi. Io sono molto competitiva,
non ho mai giocato tanto per fare. Anche
quando faccio snowboard in montagna de-vo avere qualcuno con cui gareggiare sennò
mi annoio. Mi piace che ci sia qualcuno che
mi guarda e mi giudica, mi va bene anche
l’arbitro, altrimenti non ha significato». Al-troché benessere e relax, solo agonismo.
«Non mi piace la parola hobby, non la capi-sco. Quando avevo sei anni mia madre mi
portava a fare ginnastica artistica e ritmica,
quelle cose che si fanno fare alle bambine.
Nella palestra accanto c’erano i più grandi
che facevano le gare volteggiando su travi e
anelli. Io volevo diventare così, ma la mae-stra mi disse che a quei livelli non sarei po-tuta arrivare: ho chiuso subito con la ginna-stica, prima ancora di cominciare».
Ed arrivò la pallacanestro: tredici anni,
dai 9 ai 21, fino alla serie C nel Moncalieri in
provincia di Torino. «Il basket ha significato
il passaggio dall’infanzia alla vita adulta, mi
ha cresciuta, mi ha formato, mi ha regalato
una delle mie migliori amiche, Sara, e mi ha
insegnato il principio che vinci solo miglio-rando te stesso. Più sei bravo e più vai avan-ti: lo sport sì che è meritocratico. Ero una
guardia, la mia specialità non era il tiro ben-sì la difesa: mi davano sempre da marcare
quella più forte dell’altra squadra. Menavo
anche, abbastanza. Mi piaceva l’allena mento, la fatica, l’unione con le compagne.
Mi ricordo una delle ultime partite: avevo
informato l’allenatore che avrei mollato la
squadra per dedicarmi al teatro, lui s’arrab-biò e per ripicca mi tolse dal quintetto per te-nermi in panchina tra le riserve. Perdevamo
di brutto e a un certo punto mi mandò in
campo a marcare la migliore delle altre: non
fece più un punto, rimontammo, anche se
poi non riuscimmo a vincere. Se avessi avu-to per il basket la stessa spinta che ho ora per
il tennis, avrei continuato».
Galeotto fu il libro. «La scorsa estate ho letto Opendi Andre Agassi. Un libro meravi-glioso sulla vita: sul rapporto col padre, il do-vere, il rispetto, l’odio e l’amore. Mi ha con-quistato il senso mistico del suo approccio
al tennis: continuare a ripetere gesti all’infi-nito come un robot puntando alla perfezio-ne, la determinazione anche nel perdere,
l’imparare dalla sconfitta e dagli errori. L’os-sessione dell’obiettivo. A me angoscia l’idea
di una vita che sia sempre quella, e già mi
rendo conto di essere una privilegiata per-ché ho un lavoro che mi fa sognare. Sentire
di avere limiti fisici che posso superare mi dà
un’adrenalina pazzesca. Così mi sono but-tata sul tennis». Buttata, proprio. «Sapere
che quella palla corta un giorno potrò arri-vare a prenderla o quel colpo riuscirò a piaz-zarlo come dico io, mi inebria. Sapere che
c’è un futuro. Non gioco mai con gli amici,
ma solo con gli istruttori. Perché se c’è uno
di là che sbaglia, mi irrita. Così come trovo
umiliante se dall’altra parte della rete c’è
qualcuno che me la tira piano apposta, co-me fanno il mio compagno Giovanni o suo
fratello Sandro. Il mio obiettivo è giocarme-la con loro alla pari, è partecipare a un tor-neo e sentire gli avversari che dicono “oh no,
c’è quella” perché mi temono. E per questo
mi alleno solo coi maestri senza perdere
tempo in partitine. Quando mi iscriverò a
un torneo, dovrò essere pronta: l’idea di per-dere male non mi va. Io per una sconfitta
posso anche piangere». Il controllo delle
emozioni, altro obiettivo: «Quando giocavo
a basket i tiri liberi decisivi li sbagliavo. Sono
sempre stata molto emotiva. Anche adesso
magari dopo aver fatto un dritto incrociato
perfetto, il mio colpo migliore, il maestro di-ce “chi fa questa vince” e io la sbaglio... Ave-re il traguardo di conquistare la lucidità e la
freddezza necessarie mi piace tantissimo».
Estrae dalla borsetta il pass per gli Inter-nazionali di tennis romani. «Sono andata a
Torino a vedere la Coppa Davis. E al Foro Ita-lico questa settimana ci sono stata tutti i
giorni. Ho conosciuto Roger Federer e ho
chiesto il primo autografo della mia vita.
Non l’avevo voluto nemmeno da Bruce
Springsteen, che è il mio mito fin da ragaz-za: avevo i suoi poster in camera, portavo la
bandana come il Boss. Ma quando me lo so-no trovata davanti qualche anno fa a un
cocktail sono stata l’unica a non farsi la foto
ricordo con lui. Federer no, è un’altra cosa.
E ancora di più mi piace Nadal. Loro hanno
la bellezza del talento. Mi innamoro di gio-catori che se vedessi per strada neanche mi
volterei a guardarli, sul piano estetico, in-tendo. Devo ancora capire cosa mi è succes-so: il tennis mi ha cambiato la vita...». E il sor-riso con cui lo dice, prendendosi un po’ in gi-ro, è come uno smash della Sharapova drit-to sulle gengive
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