martedì 21 maggio 2013

Tra la fede in Dio e la sociologia il presidente del Censis si confessa DE RITA

sservando Giuseppe De Rita dietro una scrivania affollata di og-getti (tra l’altro due testi di Lévinas sul Talmud e un crocifisso) si
nota la compostezza elegante di un uomo che non dimostra ot-tant’anni. Chiede se può fumarsi il toscano che da un po’ si rigi-ra tra le mani. E quando parla, argomenta con la voce sottile e pe-netrante che a me fa venire in mente l’ago delle vecchie macchi-ne da cucire. Si avverte, ogni tanto, l’inflessione delle sue origi-ni romane. E l’impressione che se ne ricava è che i sodi e puntu-ti ragionamenti non abbiano del tutto rinunciato a un leggero
scetticismo, a quell’averne viste troppe perché davvero non si
debba tener conto della natura italiana, così prodigiosa un tem-po e oggi così inconcludente. De Rita non è un uomo di potere.
Non lo è nel senso in cui abitualmente pensiamo a questa cate-goria. E tuttavia, egli ha fatto della sua creatura — il Censis che a
novembre compirà quarantanove anni — un luogo effettivo di
potere intellettuale. Grazie al quale ha spiegato, continuando a
farlo, cos’è questo Paese, insieme paradossale e unico.
Vedo sulla scrivania L’italiano di Giulio Bollati. Chi siamo
veramente?
«C’è un pensiero di Giulio, del quale sono sta-to molto amico, che ho fatto mio. L’Italia si com-pone di due popoli: il primo, la maggioranza,
che spende la propria vita nel lavoro quotidiano;
e un secondo popolo che pensa il sentimento del
primo e per questo ritiene di essere il legittimo
sovrano. Nessuno meglio di Bollati ha descritto
la nostra élite».
Anche le sue velleità?
«Certamente. Scaturite dall’essere una realtà
astratta e privilegiata. Ma soprattutto inconclu-dente. Non conosco élite italiana, tranne forse
quella risorgimentale, che abbia dato prova di
coraggio, di lucidità, di efficienza».
Lei fa parte di una élite.
«Parlo principalmente di élite politica. Il mio
compito è stato quello di interpretare fenomeni
sociali ed economici».
Ho appreso di una sua laurea in giurispru-denza.
«Sì, ma non mi interessava la carriera in quel-la direzione. Tanto è vero che alla metà degli an-ni Cinquanta fui assunto alla Svimez».
Si occupava di sviluppo del Mezzogiorno. Che giudizio ne
dà?
«Positivo, se penso sia alla gente di qualità che ci ha lavorato,
sia al grande sforzo di quegli anni di programmare un interven-to così vasto e articolato. Il limite fu di aver sottovalutato le spe-cificità locali, quell’incognita antropologica che il Sud ancora
rappresentava».
A capo della Svimez c’era Pasquale Saraceno. Che perso-naggio è stato?
«Sembrava un contadino vestito a festa. Con un suo tratto di
imprevedibilità. Ma la sua cultura meridionalistica gli derivava
dai vari Caglioti, Cenzato, Menichella. Gente che era stata, co-me lui, nell’Iri. Io fui assunto da Giorgio Sebregondi, una straor-dinaria personalità intellettuale che sarebbe interessante risco-prire. Fu lui a creare alla Svimez la sezione di sociologia».
Personaggi quasi tutti nati dal fascismo.
«Non nel caso di Sebregondi che attraverso Felice Balbo en-trò in contatto con i cattolici comunisti. Quanto agli altri è vero,
ma non ebbero nessuna empatia con la cultura fascista. Il loro ruolo, ai diversi livelli, si avvalse dell’importante direzione di Al-berto Beneduce».
C’era anche Enrico Cuccia nel gruppo?
«Con noi non c’entrava, anche se ci capitava di in-contrarlo. Aveva intrapreso un’altra strada. Dall’Iri —
grazie anche all’appoggio del suocero Beneduce —
passò alla Comit di Raffaele Mattioli. Noi, allora ra-gazzi, vedevamo con ammirazione questi personag-gi che lavoravano alla ricostruzione del Paese. E pro-prio Mattioli secondo me era il più autorevole. Si era
preso una passione sincera per Claudio Napoleoni,
anche lui alla Svimez in qualità di economista. A vol-te Mattioli se lo portava al “Buco”, un ristorante ro-mano dove ogni tanto capitava che li raggiungesse Pie-ro Sraffa».
Lei vi partecipò mai?
«No, io non ero un economista».
Ha conosciuto Sraffa? «Tutto quello che so di lui l’ho appreso, in larga parte, dal mio
amico Napoleoni. Claudio era il vero intellettuale del gruppo,
ma anche l’uomo più pigro che io abbia mai conosciuto. Per tor-nare a Sraffa non ho mai capito il successo del suo Produzione di
merci a mezzo di merci, un libro che sospetto nessuno abbia ca-pito. Io almeno lo trovai indecifrabile. E mi viene il dubbio che
quest’uomo, amico di Wittgenstein e di Gramsci, che dialogava
alla pari con Togliatti, fosse diventato il punto di riferimento del-la sinistra snob».
La sinistra, nel suo complesso, ha avuto diversi economisti
come punto di riferimento. Tra questi, oltre Napoleoni, Paolo
Sylos Labini e Federico Caffè. Le cito questi nomi, perché sono
quelli che hanno gravitato sulla Svimez e poi sul Censis. Non le
sembra che in loro pesasse una visione ideologica?
«Direi di no, anche se in modi diversi hanno tenuto conto del-la lezione di Marx. Erano dei tecnici con uno sguardo rivolto al
sociale. Mescolavano la cultura del sapere con quella del fare. Ad
esempio molti allievi di Caffè si rivelarono bravissimi nella col-laborazione con noi al Censis».
Che ricordo ha di Caffè?
«Era un cattedratico, semplice fino alla freddezza. Non aveva
passioni. O forse le riversava interamente nei suoi mitici scritti.
Era però un formatore. Teneva tantissimo a questo ruolo maieu-tico».
Che idea si è fatto della sua scomparsa?
«Ci sono oramai molte leggende. Personalmente non credo
che sia sparito per suicidarsi. Ha voluto allontanarsi da questo
mondo con il quale non si riconosceva più. Mi fermerei a que-sto».
A proposito del Censis come nacque questa avventura?
«Saraceno ci licenziò dalla Svimez e ci trovammo di punto in
bianco senza lavoro. Un gruppo di noi decise, con la liquidazio-ne e qualche altro capitale prestato, di dar vita a questo piccolo
istituto di ricerca. Ci dovevamo misurare con il mercato. Ricor-do che Tommaso Morlino mi disse: dimentica quello che hai ap-preso alla Svimez, la programmazione, l’approccio sistemico, fai fenomenologia, occupati dei fenomeni che accadono nel
Paese. Ed è quello che l’istituto ha fatto nel corso dei suoi cin-quant’anni».
Tra le ragioni del vostro successo c’è stata l’invenzione di un
lessico: “economia sommersa”, “localismo industriale”, “ce-tomedizzazione”. Come nascevano queste espressioni?
«L’esigenza era di dare un nome alle cose. Venimmo accusa-ti di fare, con i nostri rapporti, folclore economico. In realtà cer-cavamo di interpretare le pulsioni profonde del Paese. E spesso
ci riuscivamo. Non accadde con la parola “cetomedizzazione”,
Pasolini disse che l’Italia si era semplicemente imborghesita e
forse aveva ragione».
Le piacevano le sue analisi?
«Erano seducenti. Non tutto quello che ha scritto è condivisi-bile. Ma certamente mi affascinava la sua natura proteiforme.
Uno stile analogo l’aveva Davide Maria Turoldo. Le sue poesie e
l’afflato religioso coglievano splendidamente la natura poli-morfa del mondo. Davide mi ha insegnato che cosa è il vigore
intellettuale. Prima che morisse andai più volte a trovarlo.
Aveva un tumore, e lui gli urlava contro, lo sfidava. Questo fu
padre Turoldo».
Come è stata la sua educazione?
«Ho studiato con i gesuiti al “Massimo” di Roma. Sono
stato segnato dalla loro cultura, dalla fedeltà all’oggetto».
L’hanno soprannominata “il monaco delle cose”.
«È vero, in seguito, però, ho avuto una frequenta-zione con i padri rosminiani, che sono gli eredi del
cattolicesimo liberale e perfino con una scuola lai-ca di ispirazione quacchera. Dai gesuiti ho appre-so la determinazione, dai rosminiani l’apertura,
dai quaccheri il minimalismo».
Dove è nato?
«A Roma, anche se i miei erano di Pontecorvo, nel
basso Lazio. La mia infanzia si è svolta praticamen-te sotto la guerra. Ero un bambino allegro. Abita-vamo vicino alla basilica di San Giovanni e facevo
parte del gruppo dell’“Alberata”, la piazza dove
oggi si tengono i comizi e i concerti. Con i miei
amici avevamo sviluppato un senso quotidia-no e plebeo della vita di strada che credo di
aver conservato».
Rimpiange qualcosa di quel periodo?
«Nulla. Ho avuto una vita bellissima:
una moglie straordinaria, otto figli, quat-tordici nipoti, un lavoro faticoso ma ap-passionante. Non ho nostalgie né ran-cori».
Che visione ultima ha della vita?
«Non sono un fatalista, ma un
creaturale. Il Signore mi ha messo al
mondo e lui mi verrà a prendere».
Per alcuni la vita è una decisio-ne personale. Cosa pensa del sui-cidio assistito?
«Non lo condivido. Ma non so-no un guelfo fottuto. Rispetto le
scelte altrui che nascono da sensi-bilità diverse. Accadde, tempo fa,
che si suicidò un giovane amico. E
il parroco di Fiesole volle tenere i
funerali in chiesa. A molti sembrò
una bestemmia. Lui mi disse una
cosa alla quale ripenso spesso:
Dio arriva tra la staffa e il terreno.
Dio arriva nel momento in cui
cadi. E non importa come cadi.
Martin Buber traduceva la paro-la Dio non con “Io sono colui che
sono”, ma “Io sarò là per voi”.
C’è una bella differenza».
È la visione di un Dio soccor-revole.
«E cosa dovrebbe fare altri-menti? Le dico una cosa che mi
costa fatica raccontare. Ho un
fratello che sta morendo e non
posso non pensare alla fragilità
dell’esistenza, a ciò che di significativo lui ha realizzato per la fa-miglia, per noi. E quanto ci mancheranno i suoi gesti, la sua vita.
Ma al tempo stesso, sento crescere intorno a lui la serenità dei fi-gli e dei nipoti. Il dramma della morte e la paura della sofferenza
sfumano in questa presenza che ai miei occhi è la forza del divi-no, quel giungere tra la staffa e il terreno, prima che si cada del
tutto».
Per chi crede è entrare nella luce.
«Non vorrei fare la figura del predicatore. È semplicemente
ciò in cui ho fede. Anche se, dopotutto, resto un sociologo. Un
sociologo romano, come amo dire. La sera spesso leggo qualche
pagina del Belli e ci ritrovo quella saggezza un po’ plebea che è
attenzione per le cose che vengono dal basso. Abbiamo dimen-ticato ciò che accade sotto di noi. E a proposito di luce penso che
per troppo tempo la nostra politica è stata rancorosamente buia,
perdendo l’orientamento e il senso delle cose. Ecco, anche lì ci
vorrebbe un po’ più di rischiarament

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