mercoledì 3 aprile 2013

L’imprenditore “indignado” che fa tremare la ricca Svizzera

diventato lo svizzero
più famoso del mo-mento, dopo Roger
Federer ovviamente.
La sua legge di inizia-tiva popolare contro le “remu-nerazioni abusive” dei top ma-nager è stata votata da due citta-dini su tre, mandando in crisi l’e-stablishment economico e poli-tico, e ora potrebbe servire da
esempio per altri governi euro-pei. Al contrario del tennista, no-to per la sua propensione al si-lenzio, Thomas Minder parla
moltissimo, un fiume in piena.
Occhi azzurri, eleganza formale
d’altri tempi, non sembra uno
dei tanti indignados che strepi-tano contro la finanza mondiale
e le disuguaglianze. «È solo l’ini-zio», gongola l’imprenditore
cinquantaduenne, portatore di
uno strano paradosso: la Svizze-ra, paese tra i meno toccati dalla
crisi, sarà la prima nazione al
mondo a varare una normativa
severissima contro gli eccessi di
un certo capitalismo.
“L’iniziativa Minder”, il testo
sottoposto a consultazione po-polare e approvato dal 67,9% de-gli elettori, record storico, preve-de fino a tre anni di carcere e una
multa pari a 6 anni di stipendio
per i dirigenti di aziende quotate
che non rispetteranno certi pa-rametri. I livelli di remunerazio-ne, così come bonus e premi va-ri, dovranno essere stabiliti dagli
azionisti e non più dal manage-ment. Qualche esperto prevede
già un compromesso, se non ad-dirittura una parziale marcia in-dietro, nella fase in cui governo
dovrà tradurre la proposta in
legge, entro un anno. Ma intan-to sulla placida e benestante
confederazione elvetica spirano
nuovi venti di indignazione con-tro i più ricchi che, proprio qui,
hanno storicamente trovato ri-fugio sicuro.
Dopo il successo del voto a ini-zio marzo, Minder ha già inco-minciato a promettere una nuo-va iniziativa sulle liquidazioni
elargite ai dirigenti pubblici. I
socialisti adesso cercano di su-perarlo a sinistra, la loro propo-sta di legge “1: 12” stabilisce che
il salario più alto di un’impresa
non potrà essere oltre dodici vol-te quello più basso. «Sono con-trario al dirigismo o all’interfe-renza dello Stato nell’econo-mia» ribatte Minder, eletto nel-l’Udc, il partito populista di de-stra. Erede di una dinastia che
fabbrica cosmetici da oltre un
secolo, l’imprenditore rischiava
di chiudere per il fallimento im-provviso di Swissair, di cui era
e poi demonizzato. Il suo partito
non lo ha mai apertamente ap-poggiato. Economiesuisse, la
confindustria elvetica, ha speso
quasi 8 milioni di euro per
diffondere video e comunicati
contro di lui, sostenendo che
avrebbe provocato la fuga delle
multinazionali e dei migliori
manager. Tutto inutile. Anzi,
proprio perché descritto come
un “cavaliere solitario” un po’
pazzoide, Minder ha trionfato.
«La mia vittoria è avvenuta pochi
giorni dopo quella di Grillo in
Italia ma non abbiamo niente in
comune. Io — osserva — parlo
con i giornalisti».
L’esempio svizzero ora po-trebbe essere seguito da altri
paesi europei. «Dopo la grovie-ra, è il nostro nuovo prodotto di
esportazione» ironizza l’im-prenditore. La sua prima vittima
simbolica è stato Daniel Vasella,
ex presidente di Novartis, che ha
appena trasferito la residenza
negli Stati Uniti dopo che la sua
buonuscita (60 milioni di euro) è
stata usata in campagna eletto-rale da Minder. «Se ne va perché
ha capito che alcuni eccessi non
sono più tollerabili in Svizzera».
Lo “schiaffo” all’establishment
economico, come ha titolato  Le
Temps , è forte. Mentre Minder è
balzato tra le dieci personalità
più popolari della Svizzera.
«Non facciamone un eroe na-zionale». Lo scrittore ginevrino
Daniel de Roulet è scettico su
questo outsider della politica,
conosciuto per i suoi proclami
xenofobi. «È un populista che ha
saputo intercettare un malcon-tento» racconta l’autore del ro-manzo La linea blu, già militan-te in alcuni gruppi radicali du-rante gli anni Settanta. La figura
di Minder, prevede lo scrittore, è
destinata a ridimensionarsi. Il
successo della sua proposta in-vece rappresenta un sintomo. È
la reazione ad un “cambio cultu-rale” in Svizzera che si è verifica-to dall’inizio degli anni Duemila.
«L’arrivo degli oligarchi russi e i
comportamenti spregiudicati di
certe multinazionali — racconta
Roulet — non corrispondono al-la vecchia tradizione calvinista
di questo paese». Oltre a un dato
etico ed estetico, c’è anche un ri-schio tangibile. «La classe media
— aggiunge lo scrittore — sente
di non avere più margini di pro-gressione e, anzi, teme di regre-dire». È quel che conferma uno
studio pubblicato dal think tank
Avenir Suisse che ha fatto molto
discutere. Nel 1984 la differenza
tra massimo e minimo salariale
nelle imprese era di 1 a 6. Nel
1998 era già di 1 a 14 e oggi è di 1
a 93, con alcuni picchi di 1 a 720.
Certo, i confronti internazionali
dovrebbero ancora far sentire gli
svizzeri al riparo dall’Europa in
tempesta. La paura del declino
non risparmia neanche quest’i-sola felice.

Int - Jorge Álvarez

Ha rivoluzionato l’industria
editoriale argentina negli anni
sessanta. Poi, durante la
dittatura, si è trasferito in
Spagna, dove si è lanciato nel
settore musicale. Ora, a 80
anni, ci riprova nel suo paese


◆ 1932Nasce a Buenos Aires, in Argentina.
◆ Anni cinquanta Comincia a lavorare per la
casa editrice Abeledo, specializzata in diritto.
Poco dopo viene assunto dalla casa editrice
Depalma.
◆ 1963Apre la sua casa editrice, che
pubblicherà i libri di Rodolfo Walsh e Mafalda
di Quino.
◆ 1969Chiude la casa editrice. Fonda la casa
discograica Mandioca, che produrrà il gruppo
rock Manal.
◆ 1976All’inizio della dittatura militare, si
trasferisce a New York e poi a Madrid. Conosce
il musicista Juan Tarodo, e lo aiuta a fondare il
gruppo Mecano.
◆ 2010Decide di tornare in Argentina.


a sala è in penombra e lui, in
piedi in mezzo a un cerchio
di sedie, tiene il microfono
come se stesse per mettersi
a cantare. “Oggi ho sentito
così tante volte parlare di
‘Jorge Álvarez’ che mi sento in soggezio -ne”. Si volta lentamente, abbracciando con
lo sguardo tutti gli invitati. “Ma per evitare
che sia solo una celebrazione, non dovrem-mo ricominciare da capo?”.
Fuori soiano i primi venti d’autunno
del 22 marzo 2012. A Buenos Aires la sala
della biblioteca nazionale è piena di scritto-ri, editori, critici, musicisti e giornalisti che
si sono ritrovati per rendere omaggio a
quest’argentino di ottant’anni che dal 1963
al 1969, con una casa editrice indipendente
chiamata Jorge Álvarez, ha rivoluzionato il
mondo editoriale di quel periodo, ha pub-blicato autori esordienti come Manuel Puig
e Ricardo Piglia, è stato il primo a riunire in
un unico volume tutte le strisce di  Mafalda,
di Quino. E con soli trecento titoli ha fonda-to una leggenda: una casa editrice che ha
creato la mappa del futuro letterario dell’Ar-gentina, una libreria che è stata l’epicentro
del mondo culturale degli anni sessanta.
Jorge Álvarez è stato uno dei protagoni-sti degli anni in cui il libro è diventato im-portante in Argentina e ha cominciato a
oltrepassare i conini. Ma ha fatto di più: nel
1968 ha fondato Mandioca, una casa disco-grafica che ha prodotto i primi lavori di
band e musicisti come Vox Dei, Manal o
Miguel Abuelo, padri fondatori di quello
che sarebbe diventato il rock nazionale.
“Ho solo aiutato le persone a creare co-se meravigliose”, dice Álvarez al microfo-no. Gli invitati applaudono, lui ringrazia, si
accendono le luci, i camerieri servono
champagne. È l’inaugurazione della mo-stra “Pidamos peras a Jorge Álvarez”, orga-nizzata dalla biblioteca nazionale per acco-glierlo adesso che è tornato nel paese dopo
trentacinque anni. Nella sala dietro le vetri-ne c’è una selezione di opere che fanno par-te della storia:  Los oicios terrestresdi Rodol-fo Walsh,  Il tradimento di Rita Hayworth, di
Manuel Puig, La invasióndi Ricardo Pi-glia,  Responsodi Juan José Saer, e alcuni dei
dischi più importanti di Mandioca. Álvarez
cammina circondato dai giornalisti e ac-compagnato da una telecamera che ripren-de i suoi gesti teatrali, e dice di essere tor-nato per provocare un piccolo terremoto
nell’ambiente culturale.
“Sembrerà pedante, ma quest’epoca ha
bisogno di qualcuno come me”.
Jorge Álvarez ha lasciato l’Argentina nel
Jorge Álvarez
Ultima edizione
Ha rivoluzionato l’industria
editoriale argentina negli anni
sessanta. Poi, durante la
dittatura, si è trasferito in
Spagna, dove si è lanciato nel
settore musicale. Ora, a 80
anni, ci riprova nel suo paese
Mónica Yemayel, Gatopardo, Messico. Foto di Félix Busso
1976, all’inizio della dittatura militare che
sarebbe inita solo nel 1983. Della leggenda
che l’ha accompagnato si parla così tanto in
questi giorni che i trentacinque anni di as-senza sembrano svanire.
È una domenica di aprile e cercare un
ristorante messicano è la scusa perfetta per
gironzolare per Buenos Aires. Álvarez, se-duto dalla parte del passeggero, si muove
con gesti carichi tipici delle buone maniere
di altri tempi. Non è troppo alto, ha una cor-poratura robusta, i capelli ingelatinati e
pettinati all’indietro, gli occhi scuri dietro
gli occhiali rotondi. Indossa dei pantaloni
verde muschio e una giacca marrone con
una spilla di Pluto attaccata al bavero, una
camicia a quadri intonata e un cardigan
arancione, una sciarpa di seta e delle scar-pe bordeaux. A Madrid ha lasciato cento
scatole di scarpe e decine di cravatte. “Ho
portato una valigia piccola. Devo ancora
decidere se trasferirmi qui”.
Sistema la borsa nera sulle gambe.
“Cosa c’è lì dentro? Sembra pesante”.
“Di tutto, come se fosse la mia scriva-nia. Ho tre manoscritti di romanzi di fanta-scienza che ai giovani piacciono e a me no;
anche se uno potrebbe essere un best seller.
E le mie memorie, che sto correggendo”.
Ha anche un’agenda con dei numeri di tele-fono scritti a mano in completo disordine
alfabetico, un cellulare vecchio con una
batteria che dura pochissimo, una carta da
poker che gli riporta alla memoria la madre
Clotilde, una giocatrice incallita che l’ha
iniziato al gioco a undici anni. “E libri di au-tori argentini che mi hanno regalato per ri-mettermi in pari con quello che non ho letto
in questi anni. Non ho mai provato a fare
l’editore in Spagna”, continua. “Senza co-noscere la sensibilità della città in cui ti tro-vi e quella della sua gente e dei suoi scritto-ri è impossibile. Sei uno straniero senza ri-cordi da condividere”. Abbraccia la bors prima di scendere dalla macchina dice:
“Ma qui lo farei. Oggi stesso potrei tornare
a fare l’editore”.
L’inizio della leggenda
Jorge Álvarez è nato a Buenos Aires il 19
maggio del 1932 da una famiglia spagnola.
Il padre, Ramón, aveva un’elegante sarto-ria di abiti su misura, delle proprietà in ait-to, qualche cameriera, un autista e una mo-glie di nome Clotilde. Una volta all’anno
andavano in Europa in nave portandosi
dietro il iglio maggiore, Rodolfo, mentre il
più piccolo, Jorge, rimaneva in casa con i
domestici che avevano sempre sotto mano
il telefono del miglior medico della città,
nel caso il bambino avesse dei problemi di
respirazione. Lui si chiudeva in camera e
leggeva i romanzi polizieschi della collana
El Séptimo Círculo e i racconti di H. Bustos
Domecq, scritti con questo pseudonimo da
Jorge Luis Borges e da Adolfo Bioy Casares.
Quando a dodici anni aveva cominciato a
frequentare il Colegio Nacional di Buenos
Aires, era un ragazzo dell’elegantissimo
barrio Norte che si abbronzava giocando a
rugby e a tennis, magro, non molto alto,
con i capelli folti e ondulati, curato nel ve-stire, inquieto, contestatario, che cresceva
leggendo Lacan, Sartre e Barthes e passava
le serate a giocare partite di poker in cui
“spennava” i suoi avversari con l’intuizione
e l’audacia dei grandi giocatori. Di nascosto
prendeva lezioni di teatro e studiava solo
per soddisfare i genitori. Non ha mai termi-nato i corsi di ragioneria, economia, giuri-sprudenza e ilosoia.
Negli anni cinquanta la sartoria di suo
padre fu messa alle strette dalla produzione
industriale di vestiti. La famiglia non riuscì
a cambiare il suo stile di vita, così i genitori
cominciarono a vendere quello che aveva-no, ino a restare con poco o niente. Suo
padre morì nel 1955. Álvarez ottenne un la-voro in una libreria dove il suo compito era
rimettere in ordine gli scafali, e si trasferì
con la madre e il fratello in un appartamen-to in aitto. “Mia madre aveva degli orec-chini con tre pietre di diversi carati. Alla i-ne, lei ha cominciato a togliere le pietre
dagli orecchini, una dopo l’altra. Le portava
al banco dei pegni. Era una donna bellissi-ma, splendente. Ficcanaso, intelligente,
chiacchierona. Era peronista, ti rendi con-to? Ero perdutamente innamorato di lei”.
La leggenda di Álvarez è nata a metà de-gli anni cinquanta, quando ha ottenuto il
suo primo lavoro nella libreria e casa editri-ce Abeledo, specializzata in diritto. I nipoti
del proprietario giocavano con lui a rugby e
le visite occasionali si sono trasformate in
un lavoro. Ha aperto scatoloni, ordinato li-bri e in seguito ha fatto anche il commesso.
Aveva venticinque anni e la sua personalità
afascinava il fattorino e il proprietario, il
postino e l’avvocato più celebre. Un giorno
il suo nome è arrivato alle orecchie del pro-prietario della casa editrice Depalma,
anch’essa specializzata in diritto, che gli ha
oferto di gestire la sua libreria. Lui ha ac-cettato e ha cominciato a riempire gli scaf-fali di opere di letteratura, cinema, psicoa-nalisi, ilosoia, politica, e a entrare in con-tatto con scrittori e intellettuali che, grazie
al passaparola, sono diventati suoi clienti.
È così che ha conosciuto David Viñas, uno
dei più importanti intellettuali argentini,
fondatore nel 1953 di Contorno, una rivista
che in appena sei anni e dieci numeri ha
stravolto la critica culturale del paese.
“È stato per colpa di David che ho deci-so di fondare la mia casa editrice”, dice Ál-varez. “Un pomeriggio mi ha raccontato
che stava scrivendo la biografia di Eva
Perón e io, quasi senza pensarci, gli ho det-to: ‘Be’, che ne dici se ti faccio da editore?’.
Non pensavo che le idee antiperoniste di
Depalma, dove lavoravo io, fossero un osta-colo. Gli ho detto che se non l’avesse pub-blicato me ne sarei andato. E me ne sono
andato. Ho chiesto soldi in prestito a degli
amici avvocati e ho aittato un locale lì da-vanti: Talcahuano 485. Con me sono venuti
due dipendenti di Depalma e una mia cugi-na. Abbiamo messo su una libreria e abbia-mo aperto nel luglio del 1963. Anche se
l’unico libro che avevo era quello di Viñas,
è andato tutto bene. Avevo quello di cui
c’era bisogno. Sapevo premere sull’accele-ratore. Senza paura”.
Il catalogo della sua casa editrice era
composto da talenti che Álvarez trovava
quasi per caso e non esitava a ingaggiare.
Anche quelli che avevano già un nome
nell’ambiente giornalistico e culturale, co-me Rodolfo Walsh, Pirí Lugones, Julia Chi-quita Constenla (famosa giornalista e bio-grafa di Ernesto Sabato) o Rogelio García
Lupo (un grande giornalista argentino, fon-datore dell’agenzia di stampa cubana Pren-sa Latina) e quelli che erano appena agli
inizi come Ricardo Piglia. Daniel Divinsky,
editore di Ediciones de la Flor, è stato testi-mone di quell’epoca: “Io ero un avvocato
svogliato che comprava libri da Depalma, e
quando Jorge ha deciso di aprire la sua li-breria-casa editrice ha fatto leva sulle in-quietudini intellettuali di tutti i suoi amici.
Ho tradotto libri interi e ho collaborato ad
altre traduzioni. Ci piaceva da morire lavo-rare con i libri, anche se lui non ci dava un
soldo. Cosa che ha fatto sempre”.
Nessun lieto ine
Jorge Álvarez sale in macchina e si allaccia
la cintura di sicurezza muovendosi con una
serena vitalità. Parla con un accento riopla-tense che mantiene intatto tranne quando
le emozioni gli fanno perdere un po’ della
sua compostezza. Allora spunta l’accento
di Madrid. “Pirí, Rogelio, Chiquita, erano
tutti brillanti, ma loro non erano la casa edi-trice. Gli autori li trovavo io. Molti non ave-vano distribuzione. Pubblicavano i libri per
conto loro e io li vendevo da Depalma. Poi li
ho cercati e gli ho proposto di fare una riedi-zione”.
Álvarez cita dei nomi che, anche se poco
conosciuti fuori dell’Argentina, sono stati
dei classici della letteratura nazionale. Co-me Cabecita negra y otros cuentos, di Ger-mán Rozenmacher, rieditato da Álvarez
per il lancio della sua casa editrice nel 1963.
Subito dopo ha pubblicato Hay hambre den-tro de tu pan, di Dalmiro Sáenz, uno scritto-re famoso per il suo stile straripante e mor-dace allora molto in voga e che la casa edi-trice ha pubblicato per cercare visibilità.
Grazie a dei nomi importanti e a delle buo-ne vendite, la casa editrice era ormai avvia-ta. La libreria invece era una specie di salo-ne letterario che riuniva intellettuali e arti-sti. Le edizioni erano austere tanto quanto
erano creativi i progetti di Rubén Fontana,
Juan Fresán e Ronald Shakespear, disegna-tori fenomenali che Álvarez ha chiamato a
unirsi alla sua avventura. Erano libri non
troppo grandi, facili da tenere con una sola
mano perché si potessero leggere anche in
piedi, in metropolitana o in autobus. Álva-rez andava a New York e a Parigi e tornava
in calle Talcahuano 485 pieno di idee, con
un bisogno furioso di trasformarle in real-tà.
Narradores Argentinos, Nuevos Narra-dores Argentinos, Perfiles, Narradores
Americanos, Política Concentrada sono
state alcune delle collane del catalogo. Ma
forse la più importante è stata la collana di
giornalismo narrativo, Crónicas. “Con-stenla è arrivata alla casa editrice con il rac-conto che le aveva regalato Sabato. Io l’ho
letto e le ho chiesto: ‘Ti va di scrivere altri
racconti sul passato, e scrivere delle piccole
biograie spiritose sugli autori?’. Quan mi ha portato la sua proposta ho capito che
avevamo trovato una forma editoriale to-talmente nuova. Le ho chiesto di preparar-ne tre in più, sull’amore, l’America e la bor-ghesia. Quando li abbiamo lanciati, uno al
mese, le tremila copie sono andate esaurite
nel giro di pochi giorni. Di alcuni libri ab-biamo stampato più di ventimila copie”.
Anche se ha chiuso la casa editrice alla
ine del 1969, Álvarez non vuol sentir pro-nunciare la parola fallimento. “La casa edi-trice ha chiuso perché le cose erano cam-biate. La mistica delle parole si è trasforma-ta in armi, e Pirí e Walsh sono passati alla
lotta armata. La squadra si è disintegrata.
Ho sentito che quello che pensavamo di po-ter fare non era più possibile. E poi io non
avevo un capitale mio, facevo tutto a base
di crediti, e quando i crediti sono initi, so-no initi anche i soldi”.
Daniel Divinsky racconta un’altra ver-sione dei fatti: “Dire che la casa editrice ha
chiuso perché Pirí e Walsh sono passati alla
lotta armata signiica romanzare la storia.
È fallita perché Álvarez ha usato i soldi per
inanziare l’etichetta discograica che ave-va creato. Devo moltissimo a Jorge. Ma ne-gli ultimi anni era molto distratto con gli
autori”. Quando la casa editrice ha chiuso,
il rapporto di Álvarez con gli scrittori è ri-masto teso. Uno dei più colpiti è stato Qui-no, che ha cominciato a pubblicare con
Ediciones de la Flor. “Álvarez è stato un
editore di enorme valore, un innovatore
che ha pubblicato Mafalda quando nessuno
pensava di poter fare un libro di strisce. Ma
quando ha cominciato a dedicarsi alla mu-sica si è comportato male. Erano tempi duri
e voleva che accettassi gioielli o pelli come
pagamento. Lui era fatto così”, dice Quino.
Nella mostra “Pidamos peras a Jorge Álva-rez” è stata esposta una gigantograia in cui
Manolito, l’amico di Mafalda, guarda una
dedica che dice: “A Jorge Álvarez–Qui-no201D”. Il disegno è del 1967. “Non ci sia-mo più visti”, dice Quino. “E quel ringra-ziamento non esprime afatto quello che
sento oggi”.
Puzzle spagnolo
Un pomeriggio del 1968 Pirí Lugones l’ha
invitato a casa sua per ascoltare il gruppo di
uno degli amici di suo iglio. In tarda serata
Javier Martínez, membro di quello che poi
sarebbe diventato il gruppo Manal, ha suo-nato Avellaneda blues. Un blues cantato in
spagnolo era un genere completamente
nuovo e lui ha subito deciso di sfruttare la
sua fama di editore per presentare i giovani
musicisti alle grandi case discograiche ma
nessuna si è detta interessata. Così è nata
Mandioca. In poco tempo la musica di Ma-nal, Miguel Abuelo, Vox Dei, Moris, ha co-minciato a difondersi tra un pubblico mol-to giovane a cui Mandioca arrivava attra-verso dischi e concerti organizzati nei teatri
di quartiere la domenica mattina.
Nel 1976 nel paese è cominciata la ditta-tura militare. Álvarez e il suo amico regista
Leopoldo Torre Nilsson si incontravano
spesso all’ippodromo di Buenos Aires con
due ammiragli che un pomeriggio gli han-no chiesto: “Lei cosa ci fa a spasso come se
niente fosse per le strade della città?”.
Quella sera stessa Álvarez ha pianiicato la
sua partenza per New York. In Argentina si
è saputo così poco della vita di Álvarez in
esilio che in molti hanno creduto che fosse
morto. Ha vissuto a New York due anni e ha
speso gli ultimi soldi che gli rimanevano
per produrre un gruppo rock che non è riu-scito a sfondare. Allora ha deciso di tentare
la sorte a Madrid. Era la ine del 1978 e la
città sembrava aspettarlo, esaltata dall’ini-zio della movida spagnola. Non appena ar-rivato ha conosciuto Juan Tarodo, un uomo
trent’anni più giovane di lui. Tarodo è an-che il motivo per cui Álvarez è rimasto in
Spagna tutti questi anni. “Non ho mai co-nosciuto nessuno come Juanito. Di una
bontà ininita. Sono diventato un po’ come
suo padre, perché non potevo amarlo in al-tro modo. Studiava medicina ma ha sempre
voluto fare il musicista, aveva solo bisogno
di una spinta che io gli ho dato. Ha preso
lezioni di batteria ed è stato fantastico. Lui
mi ha aiutato a sistemarmi, a essere un esu-le meno triste”.
Álvarez ha cercato uno per uno i mem-bri del gruppo e ha incastrato ogni tessera
del puzzle ino a ottenere quello che sareb-be diventato un enorme successo di vendi-te. Il gruppo si chiamava Mecano e ha se-gnato il suo ingresso trionfale nell’industria
discograica. Nel 1982, dopo diversi singoli,
ha prodotto il primo album con cui ha otte-nuto due dischi d’oro e ha venduto mezzo
milione di copie in pochi mesi. Le cose han-no cominciato a cambiare quando le nuove
tecnologie hanno trasformato l’industria
discograica, e l’assenza di regolamenta-zioni della proprietà intellettuale l’hanno
stretto all’angolo. “Jorge era ancorato qui
ma la realtà l’ha trascinato via”, dice Taro-do. “In Argentina lui è conosciuto e può
avere qualche opportunità. L’eco avuta dal
suo rientro e gli omaggi gli hanno fatto mol-to piacere. Anche la preparazione delle sue
memorie. Ma gli ho detto che deve andarci
cauto, non può sparare a zero su tutti”.
Álvarez è atterrato a Buenos Aires nel
maggio del 2010, in uno di quei viaggi spet-trali che lo riportavano nel paese per pochi
giorni. La città sembrava aspettarlo. Si fe-steggiava il bicentenario della rivoluzione
con spettacoli per strada, musei aperti tutta
la notte, sale cinematograiche che proiet-tano continuamente corti dei registi più
importanti, presentazioni di libri e dibattiti
alla biblioteca nazionale. In quei giorni Ál-varez ha incontrato rappresentanti della
cultura, artisti e funzionari. L’Argentina po-teva essere una possibilità. Quando è tor-nato in Spagna ne ha parlato con Juanito e
insieme hanno deciso che la cosa migliore
sarebbe stata che lui tornasse a vivere a
Buenos Aires. Ha svuotato la casa, ha la-sciato le sue cose in un garage e, qualche
mese dopo, è salito su un aereo. È arrivato
alla ine del 2011 con la stessa voglia furiosa
di trasformare le idee in realtà. u 

Jean-Louis Trintignan

S
ono invecchiato,
eh?», si scusa
mentre scroscia
ancora l’applau-so alla fine de Il grande silenzio, we-stern di Sergio Corbucci del ’68, quan-do, a trentotto anni, continuava ad ave-re l’aria di ragazzo schivo e intimidito
del Sorpasso. Adesso che Amourcopre,
imperioso macigno rugoso, il suo cine-ma, da cui s’era allontanato dieci anni
fa, pare difficile agli spettatori della
personale a lui dedicata a Parigi fare il
legame tra il prima e il dopo di Jean-Louis Trintignant. Tra Amour e gli altri
centotrenta film girati in un’eterna gio-vinezza, prima dello stop, prima della
diga: la morte tragica, appunto dieci
anni fa, dell’adorata figlia Marie.
Con l’abituale ritrosia, l’attore fran-cese, a ottantatré anni il più vezzeggia-to e premiato del cinema europeo,
smonta come un castello di carte il suo
passato in pellicola: «Su centotrenta ti-toli, di cui un quarto italiani, non più di
trenta sono da salvare», e quasi si scu-sa di nuovo. Affabile, all’uscita si lascia
prendere sottobraccio da chi l’aveva a
lungo intervistato quasi quarant’anni
fa sul set torinese di La donna della do-menica: «Luigì Comencinì?», s’illumi-na il suo sguardo di spillo. «Che bei mo-menti, anche con Marcello Mastroian-ni. Dei quattro “colonnelli” della com-media all’italiana, era il più simpatico.
Molto intelligente, non intellettuale.
Gran seduttore, una bomba. Spariva
dopo due bisbigli con una bellona e, in
nemmeno un’ora, impresa compiuta.
Eravamo due cocciuti sul set, entram-bi a ronzare attorno a Jacqueline Bis-set, che però s’eclissava subito a fine ri-prese: “Dopo le dieci di sera non m’è
mai successo nulla di interessante”.
Forse una maliziosa provocazione».
Trintignant era allora nel pieno del
successo: dal film-Oscar Un uomo e
una donnadi Claude Lelouch a Z-L’or-gia del poteredi Costa-Gavras («Era l’a-mante di mia moglie, ma non gliene ho
mai voluto, perché è una bella perso-na») a Il conformistadi Bernardo Ber-tolucci («Il ruolo più bello della mia vi-ta»). Ma già tentennava per un’altra
passione, le corse automobilistiche,
cui l’avevano soggiogato fin da picco-lo gli exploit dello zio pilota Maurice. Si
abbandonerà ai circuiti, alternandoli
ai set, nella prima metà degli anni Ot-tanta: ulteriore sballottamento d’una
vita a strappi, scoscesa, interrotta. Gli
studi di giurisprudenza lasciati da un
giorno all’altro per buttarsi nel teatro,
folgorato da L’avarodiretto da Charles
Dullin. Il flirt rovente, nel ’56, sotto le
occhiate gelose di Roger Vadim, con
Brigitte Bardot — esordiente come lui
in E Dio creò la donna— crudelmente
spento da un interminabile servizio di
leva in Germania e un reclutamento
odioso nella guerra d’Algeria. Tre anni
dopo, ritorno agli schermi, che l’ave-vano già dimenticato, con la prima,
grande affermazione in Italia: Estate
violentadi Valerio Zurlini. Poi, cinema
e cinema, anche la peggiore serie B, ita-liana e francese, ma con ripetute fughe
nel teatro di qualità: «Negli intervalli
del Sorpasso, Vittorio Gassman e io tra-scorrevamo ore a parlare di Shake-speare: io recitavo l’Amletoin Francia,
lui lo stava mettendo in scena in Italia».
Anche i matrimoni a singhiozzo: l’am-maliante Stéphane Audran, poi mo-glie di Claude Chabrol; Nadine, poi sua
regista e madre di Marie; e, dai tempi
delle corse, la pilota Mariane Hoepf-ner. E poi vuoti improvvisi, incolmabi-li: il primo, la morte in culla a nove me-si della figlia Paulette, l’anno del
Conformista. Infine, l’ultimo strappo.
L’addio a un cinema divenuto seriale,
sostituito — fino alla riapparizione-evento in Amour— dall’amore di sem-pre, sempre più esclusivo, il teatro.
In quest’aspro groviglio d’abban-doni e ripensamenti, d’addii e ritorni,
numerosi gli appuntamenti mancati,
non solo nel cinema: «È vero, quando
Coppola mi cercò per Apocalypse Now,
che mi avrebbe forse aperto una car-riera in Usa, non avevo voglia di muo-vermi dalla Francia. E nemmeno
quando Spielberg mi volle per Incontri
ravvicinati del terzo tipo, nel ruolo che
poi è andato a François Truffaut. Pro-vo più rimorsi, ma la scelta di Marlon
Brando è stata ottima, per Ultimo tan-go a Parigi, dove avevo anche dato una
mano a Bertolucci nella sceneggiatu-ra. Ma mia figlia Marie, allora bambina
e già attenta lettrice degli script che ri-cevevo, mi aveva scongiurato: “Papà, a
scuola le mie compagne non finiranno
mai di prendermi in giro”. E io non ho
mai fatto nulla nella vita che potesse
dispiacere a mia figlia». Pure l’Italia,
che l’ha a lungo adottato (Trintignant
l’italienè il bel documentario presen-tato in suo onore al Festival d’Annecy
nell’ottobre scorso), è stata talvolta
un’occasione persa: «Con il vostro
Paese ho avuto un rapporto privilegia-to. Zurlini è stato per me un fratello
maggiore: a Roma abitavo da lui. La
mia Dolce Vita non è stata però Via Ve-neto, ma la trattoria “Da Otello”, dove
ci si ritrovava tutti, attori, registi, sce-neggiatori. Spesso i film nascevano co-sì, dalle battute, dalle chiacchiere. Una
volta, mentre si scherzava sul colpo fi-nito male nel Rififi di Dassin, al com-mento “Noi ci saremmo fatti una spa-ghettata!”, Monicelli s’alzò di botto:
“La prendo io!”. Era l’idea dei Soliti
ignoti. Purtroppo tra i molti film che ho
girato da voi ho dovuto rinunciare a
C’eravamo tanto amatidi Ettore Scola,
dove sarei stato il professore intellet-tuale, e a Casanova, non tra i migliori
Fellini: non potevo impegnarmi per
un anno o più, senza sapere quando e
se l’avremmo girato. Ma lo sa che an-che nel Sorpasso, diventato il mio logo
italiano, sono stato preso per puro ca-so? Doveva interpretarlo Jacques Per-rin, altro francese allora onnipresente
nel vostro cinema. Le prime riprese,
nelle strade vuote di Roma a Ferrago-sto, furono effettuate con la sua con-trofigura. Quando lui dovette rinun-ciare chiamarono me, semplicemente
perché ero il più somigliante alla sua
controfigura».
Nei cinque anni in cui si dedicò pro-fessionalmente alle corse, girò tra
Francia e Italia ventitré film, quasi cin-que all’anno (una media da Totò): tre
di Scola, tra cui La terrazza, l’ultimo
Truffaut di Finalmente domenica!e il
suo ultimo italiano, lo stupendo Colpi-re al cuoredi Gianni Amelio con Laura
Morante. Una schermata trionfale al
confronto dei vergognosi piazzamen-ti su pista: settimo nell’81 alla 24 ore di
Spa Francorchamps, cinquantunesi-mo nell’82 al Rally di Montecarlo, qua-rantasettesimo nell’84... Masochismo
d’attore o sadismo di pilota? «E pensi
che ho anche rischiato di morire, in
due incidenti, di cui uno molto grave:
nell’80 alla 24 ore di Le Mans sono usci-to di pista a 325 chilometri all’ora. For-tunatamente in un rettilineo. Scoppiò
la ruota posteriore sinistra. Sono rim-balzato sei volte sulle barriere di sicu-rezza, senza mai colpirle frontalmen-te. Ma è questo che mi è sempre pia-ciuto delle gare: è una guerra di nervi,
affronti una curva a tale o tal’altra ve-locità sapendo che è l’acceleratore a
guidare la macchina e non tu, tu non
puoi rallentare sennò è testacoda. Il
brivido è tutto lì. Ciò detto, non è che
fossi molto dotato per le corse. E poi ho
cominciato tardi, dopo i quaranta,
quando i piloti in genere smettono».
Profetico, dunque, il film di Dino Risi.
La vita come sorpasso, sempre defini-tivo quando è sfida con se stessi: un po’
come l’attore? «Essere attore significa
conservare un’anima infantile, conti-nuare a entusiasmarsi, a meravigliarsi:
dunque, a superarsi. In questo, sono
sempre stato e sono rimasto, nono-stante tutti gli strappi e i cambi di mar-cia, un attore». Talora, e lei l’ha capito
presto, sorpassarsi è fare marcia indie-tro? «Alla fine della mia vita sono tor-nato alle mie origini: i campi, le vigne.
Da una trentina d’anni vivo nella mia
casa a Uzès, nei dintorni di Avignone.
Nella mia famiglia, nessuno prima di
me era mai salito fino a Parigi. Era lon-tana, Parigi. Ci ho vissuto venticinque
anni. E poi ho rimesso radici nella mia
campagna, dove sono cresciuto e dove
mi sento meglio. Nipote e figlio di vi-gnaioli, anch’io produco vino. Mi ci so-no messo tardi, ma mi piace. Lo bevo,
anche, il vino: come il teatro, mi ha aiu-tato a vincere la timidezza. E poi: una
sana sbornia non è meglio d’una me-diocre lucidità?»

Sheryl Sandberg Signore, siete pronte a prendere il potere?

l 20 febbraio scorso ho preso il treno per Menlo Park e di lì un
taxi per il quartier generale di Facebook nella famosa Silicon
Valley. Sheryl Sandberg, la numero due del gigante dei social
network, presentava un suo libro, in uscita internazionale il
12 marzo, a una ventina di giornalisti non americani. Consegnate le
bozze, previo “giuramento” di rispettare l’embargo, segue confe-renza stampa, poi intervista one to onee infine visita al campus di Fa-cebook. Tutto mi immaginavo, tranne che di diventare testimone di
un clamoroso caso politico-culturale-editoriale-filosofico-monda-no che si sta sviluppando in questi giorni intorno al libro. Nessuno
lo ha ancora letto, ma sui giornali e sui blog americani sono ormai
dozzine gli interventi. Sheryl Sandberg è l’autrice del “manifesto
femminista” del Ventunesimo secolo o l’ultima arrivata donna in
carriera che straparla dall’alto di un paio di scarpe Prada? La paladi-na delle donne che lavorano o la privilegiata imboccata alla nascita
ENRICO DEAGLIO
con un cucchiaio d’oro? L’iniziatrice di un movimento mezzo seco-lo dopo la Mistica della femminilità, il libro di Betty Friedan che se-gnò la fine della supremazia maschile in Occidente?
Edito da Knopf, il libro si chiama Lean in, Women, Work and the
Will to Lead. Tradotto in italiano per Mondadori: Facciamoci avan-ti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire,oltre duecento pagine di
cui una cinquantina di dettagliatissime note sulla discriminazione,
degne di una ricerca accademica. L’autrice ha una biografia da urlo.
Newyorchese, quarantaquattro anni, laurea in economia ad Har-vard, capo gabinetto del ministro del tesoro di Clinton, Larry Sum-mers (che sarà il suo mentore); è stata alla Banca Mondiale, nel ri-stretto cerchio di persone che trattò il salvataggio finanziario della
Russia di Boris Eltsin (all’epoca il suo ufficio — per un gioco di simu-lazione — calcolò anche quanto si sarebbe dovuto sborsare per te-nere in vita lo zar nel 1917 ed evitare così settant’anni di comunismo,
concludendo che forse ne sarebbe valsa la pena).
(segue nelle pheryl Sandberg passa dal settore pubblico a quello privato
e nella transizione — la ragazza sa quando bisogna essere
choosye quando no — lavora come istruttrice di aerobica
nelle palestre di Jane Fonda, con tanto di tutina luccican-te; poi entra a Google e ne diventa la principale dirigente e
la prima produttrice di utili della società. Passa da questa a
Facebook (assunta nel 2008 da un ventitreenne Mark Zuckerberg che,
per età, potrebbe essere suo figlio), porta via a Google i migliori diri-genti, rimodella la società come responsabile dello sviluppo econo-mico finanziario e gestisce la storica (e controversa) quotazione in
borsa della società. Stipendio attuale: trenta milioni di dollari l’anno.
Benefit: un cospicuo pacchetto di azioni della società. Effetto della sua
presenza ai vertici dell’industria elettronica: clamoroso.
È la prima donna ad avere potere in un mondo strutturalmente ma-schile. Vita privata: nata in una famiglia di ebrei russi newyorchesi con
l’adorazione per lo studio, padre chirurgo, madre insegnante e attivi-sta dei diritti umani; marito medico, due figli di sette e cinque anni.
Quinta donna più potente del mondo secondo la rivista Forbes, dietro
a Hillary Clinton, Angela Merkel, Dilma Roussef, Sonia Gandhi, ma
prima di Michelle Obama. (La madre però le telefonò: «Io credo che
Michelle Obama sia sopra di te…»).
Il terzo elemento dell’evento è quella strana cosa che si chiama Fa-cebook. Ci stanno attaccati un miliardo di persone, che ogni giorno si
scambiano 250 milioni di fotografie e 2,7 miliardi di commenti su
quello che cliccano (il famoso “mi piace”). Facebook è la più grande
banca dati per l’industria pubblicitaria e la politica. Ha fatto scoppia-re la primavera araba? Dicono di sì. Ha deciso la rielezione di Obama?
Sicuramente sì.
A Menlo Park, il nuovo quartier generale dove lavorano duemila im-piegati, lo stile è da campus sessantottino. Niente orari fissi, molti bar e
caffè, biciclette che girano, manifesti appesi sui muri (“non siamo con-sumatori, ma il popolo”; “la connessione è un diritto umano”, “l’im-portante è sbagliare”). C’è anche un muro dove tutti possono scrivere
quello che vogliono e, in cima, verso il soffitto, compare anche un
“Sheryl Sandberg sei il mio eroe!” ( mi giurerà che non l’ha scritto lei).
Lean inè al crocevia tra un libro di memorie di una donna di suc-cesso, un manifesto per l’emancipazione delle donne che lavorano e
una miniera di dati sulla discriminazione contro le donne: in casa, sul
lavoro, nella politica. Il “farsi avanti” del titolo si riferisce a una situa-zione che Sandberg ha visto mille volte. Sala riunioni di una grossa so-cietà, grande tavolo. «Prego, prendete posto» dice il padrone di casa.
Ed ecco che gli uomini si siedono al tavolo e le donne tendono ad ac-comodarsi sulle sedie accanto. Immagine-metafora di una disegua-glianza, ma anche di una paura introiettata dalle donne stesse. Quan-do si faranno avanti e si sederanno, con naturalezza, al centro del ta-volo, allora si sarà abbattuto quell’invisibile soffitto di cristallo della di-scriminazione. Batterla, superarla, ottenere insieme migliori salari,
potere aziendale e una più giusta organizzazione dei diritti e doveri
nella vita famigliare è lo scopo del pamphlet che Sheryl Sandberg (in-sieme alle cinque giovani donne della neonata fondazione Lean in)
presenta in una sala riunioni gentilmente concessa da Facebook, di
cui lei è praticamente il capo supremo. Conversatrice brillante ed
esplicita, l’autrice indossa un tubino bianco e nero senza maniche su
scarpe tacco dodici. I capelli neri sono pettinati a caschetto ed è nota
una sua forte somiglianza con l’attrice Patricia Neal, quando era gio-vane. Il libro uscirà contemporaneamente in venti paesi («Non in
quelli islamici», precisa Sandberg. «È un libro adatto a situazioni in cui
i diritti di base delle donne sono già stati conquistati. Ma non dove non
si può votare o non si può guidare l’automobile»).
La mia prima domanda in privato è sull’impatto che pensa di otte-nere con il suo libro.
Intende creare un movimento?
«La premessa è questa: le donne sono molto — moltissimo — esclu-se dalle posizioni di potere aziendale e io voglio fare qualcosa perché
questo finisca. Non penso che l’impatto possa avvenire con soluzioni
individuali; piuttosto sarà dovuto a tutte le donne che sono venute pri-ma di me e alle donne e gli uomini che faranno dei cambiamenti reali
nelle loro vite. Io cerco di aumentare il dialogo e di cambiare obiettivo
del dibattito sulle donne. Basta discutere su quello che le donne non
possono fare. Parliamo invece di quello che possono fare».
Come spiega la discriminazione attuale?
«Le donne hanno sicuramente conquistato molto, i diritti di base,
quelli ottenuti dalle nostre madri. Ma poi si sono adattate. Non abbia-mo più osato. In futuro, quando gli storici guarderanno gli ultimi
vent’anni, si chiederanno: come mai la marcia si è fermata? E non sa-pranno dare una spiegazione. Persino il salario-orario minimo per le
donne è aumentato di pochissimo. Nei consigli di amministrazione,
come alla guida dei governi, il numero di donne è ridicolo. Ma quello
che è più grave è che le donne hanno perso la voglia di arrivare in cima».
Lei sostiene che la radice è culturale…
«Sì, gli esempi sono infiniti. Una donna che ha una buona carriera
viene definitiva “troppo aggressiva”, o “troppo ambiziosa” mentre di
un uomo questo non si dice. Le donne sono indotte a rinunciare ai po-sti migliori perché devono tornare a casa ad accudire i figli. (A propo-sito: sarebbe bene che le aziende mettessero a disposizione delle don-ne incinte i parcheggi più vicini all’entrata, tanto per cominciare). Al-le elementari i bambini maschi dicono “voglio diventare presidente”,
le bambine lo dicono assai meno. I giochi elettronici stessi sono con-cepiti per una visione maschile del potere. Ancora? Nella fase di docu-mentazione per il libro abbiamo cercato un film con una protagonista
femminile che comandi e che abbia una normale vita familiare. Eb-bene, non lo abbiamo trovato. Ho una figlia piccola che ha un ami-chetto. Un giorno era triste perché tutti e due vogliono fare gli astro-nauti e però si vogliono anche sposare, e quindi lei ha dovuto rinun-ciare. “Perché proprio tu?” le ho chiesto. E lei mi ha detto: “Qualcuno
deve stare a casa con i bambini, e mi sa che quella sono io”. Io credo
che occorra riaprire il discorso su tutto ciò… A partire dal linguaggio.
Se una donna comanda, è bossy, prepotente. Se a comandare è un uo-mo, è un leader. Non va bene».
Effettivamente dico sempre a mia moglie che tende a essere un po’
bossyquando siamo in cucina…
«Lei si sbaglia, e farebbe bene a cambiare linguaggio. Sua moglie è
leader in cucina. Gli uomini dovranno abituarsi a tante cose; per
esempio al fatto che le mogli guadagnino più dei mariti. Negli Stati
Uniti succede nel trenta per cento delle famiglie, in Italia è già il di-ciotto. Dovranno abituarsi a una diversa divisione dei compiti. Cu-riosamente, oggi il tipo di famiglia che ha la più giusta ripartizione del-le mansioni famigliari, soprattutto per quanto riguarda i figli, è la fa-miglia omosessuale, sia quella formata da due maschi, sia quella for-mata da due femmine. Nella famiglia tradizionale invece la donna la-vora molto più dell’uomo».
Lei a che ora esce dall’ufficio?
(Ride).«Alle 17,30. In effetti quando l’ho detto in un’intervista, non
mi aspettavo di creare uno sconquasso, e invece sulla Rete se ne è di-scusso per settimane. “Sandberg fa bene o fa male a uscire alle 17,30?”,
“Che coraggio! Se ne va alle 17,30!” Io esco alle 17,30 perché voglio an-dare a casa e stare un po’ con i miei figli; e non credo che la politica degli straordinari obbligatori (specie se applicata alla donne) sia saggia.
Penso che le persone dovrebbero essere pagate per la qualità del lavo-ro, non per la quantità. Peraltro lo diceva anche Colin Powell, che era
il nostro segretario di Stato».
Lei ha esperienza di comando e di gestione sia nel pubblico che nel
privato. La leadership femminile a che cosa porta?
«Oh, su questo abbiamo parecchi dati. In generale si può davvero
dire: women do it better, le donne lo sanno fare meglio. I programmi
gestiti da donne funzionano meglio, sia in termini di risultati che di
tempo per raggiungerli. Le donne nei posti di comando ottengono mi-gliori condizioni di flessibilità sul lavoro. Vengono assunte e valoriz-zate più donne nel management intermedio e infine, in generale, di-minuisce il gap salariale tra uomo e donna. Tutto questo, secondo me,
non solo è molto buono per le donne, ma è molto buono per le azien-de. Aziende che, peraltro, conoscono già il potere delle donne come
consumatrici. Per esempio, già oggi il parere delle donne è determi-nante nella scelta dell’acquisto di una certa automobile o di un certo
computer. Le donne hanno un grande potere sugli strumenti che ven-gono prodotti e su come questi possono essere usati. Altro esempio: le
donne, che sono la maggioranza degli utenti di Facebook, lo usano in
maniera differente dagli uomini».
Con il suo libro, lei, esattamente, che cosa vuole ottenere?
«Lo scopo è di provocare un’azione, sì, un movimento. Su due fron-ti: il primo è il recupero dell’autostima delle donne, della loro ambi-zione, che le porti a non rinunciare in partenza a ottenere dei ruoli di
comando. Il secondo è il cambiamento dell’establishment aziendale.
Quando Mark mi assunse (Mark Zuckerberg, il capo di Facebook ndr),
glielo dissi chiaramente: “Tu lo sai che stai accettando una sfida, vero?
Tu lo sai che molta gente non gradirà affatto, vero?”. E anche adesso
sono sicura che l’iniziativa di Lean inprovocherà delle resistenze. Ma
cosa possono fare? Non possono mica spararci…».
“Farsi avanti” diventerà una parola d’ordine, un nuovo sindacato?
«Per adesso diventa una fondazione, contattabile all’indirizzo
press@leanin.org. Immagino proprio che i social network le daranno
una grande spinta. Lo scopo è di
raccogliere dati, storie e condi-videre esperienze utili all’avan-zamento delle donne. Non solo
storie aziendali. Le prime che
diffonderemo saranno storie di
donne che ce l’hanno fatta, co-me Ursula Burns, amministra-tore delegato di Xerox, nata in
una casa popolare con tre svan-taggi: “nera, povera e bambi-na”. O storie di coraggio: una
donna ventenne che ha avuto il
coraggio di far arrestare il suo
stupratore. Poi storie di verten-ze concluse bene; esempi di
successo: vogliamo dare stru-menti, notizie utili alle donne
per negoziare meglio la propria
posizione e per vincere. Questo
vale sia sul posto di lavoro che in
casa. L’anno scorso ho tenuto
una conferenza su questi temi
alla Ted University: ebbe un
successo straordinario. E forse
la cosa che mi fece più piacere fu
la mail di una dottoressa di Bo-ston cui avevano offerto una
bella opportunità di lavoro ed
era indecisa, per via dei bambini. Mi scrisse che l’avevo convinta, ave-va accettato e aveva scritto una lista della spesa per il marito: le cose che
d’ora in poi avrebbe dovuto fare lui».
Lei si definisce una femminista?
«Adesso sì, e con orgoglio. Ma se me lo avessero chiesto vent’anni fa
avrei detto di no, come credo molte altre giovani donne americane che
godevano dei diritti conquistati, ma allo stesso tempo non volevano
essere etichettate con lo stereotipo della donna arrabbiata che brucia
il reggiseno. Credo di non essere stata abbastanza coraggiosa. Credo
anche però che quindici anni di osservazione della realtà del lavoro mi
abbiano reso consapevole della verità del femminismo tradizionale:
le donne non godono di una reale uguaglianza, e non godono di reali
pari opportunità».
Sono ormai passati venti giorni dalla presentazione di Lean in, l’em-bargo è stato rispettato, ma il “caso Sheryl Sandberg” è già scoppiato.
Il dibattito sul femminismo ha ricevuto una improvvisa fiammata. La
signora Sandberg è al centro dell’attenzione, e così i suoi progetti. È in-dicata alternativamente come la nuova Betty Friedan o come una Pa-ris Hilton che gioca sulla pelle delle donne per la sua personale carrie-ra. Credo che, per una volta, il merito del successo mediatico del libro
sia da dividere, perlomeno a metà, tra l’ufficio stampa e il contenuto.
Il nervo era sensibile: una donna, un libretto e un social network l’han-no toccato, provocando un grande urlo

lunedì 1 aprile 2013

Ottobre Parte 6

Dal Parlamento al Maxxi, bufera sulla Melandri Botta e risposta tra Pdl e Ornaghi: “Salva una silurata”. “ È competente

OMA — Giovanna Melandri è il
nuovo presidente del Maxxi, il
museo delle Arti del XXI secolo di
Roma. Lo ha deciso, fra mille po-lemiche che arrivano da destra,
e qualcuna da sinistra, il mini-stro dei Beni culturali Lorenzo
Ornaghi. Polemiche che si in-trecciano a doppio filo con la
“rottamazione” in corso nel Pd.
Condite da ironie sulla decisio-ne annunciata dalla Melandri di
volersi dedicare alla sua fonda-zione Uman Foundation. Senza
tornare in Parlamento. E da cri-tiche al ministro che, secondo il
Pdl merita una sfiducia indivi-duale.
Fabrizio Cicchitto, allora usa
un po’ di garbo, premette di ave-re molta stima per l’ex ministro.
Ma dice che la scelta di Ornaghi
vista «la caratterizzazione politi-ca molto marcata» ha dell’incre-dibile, «un autentico fuor d’ope-ra». Il suo collega capogruppo
del Senato Maurizio Gasparri,
invece preferisce la spada al fio-retto e «trova sconcertante la no-mina». Una scelta «sbagliata del
governo tecnico sia sotto il profi-lo politico della competenza».
Quello del Pdl è un crescendo.
Adesso, si ironizza, vedremo
D’Alema alla Scala e Veltroni
chissà dove. E in serata arriva la
richiesta di sfiduciare Ornaghi.
Ci pensa il deputato Marco Mar-silio : «Il ministro non merita più
la nostra fiducia e il nostro voto»,
dice. Si associano i senatori
Achille Totaro, Enzo Fasano.
E tanto per condire la vicenda
dell’immancabile retroscena
Totaro e Fasano annunciano ri-velazioni: «Dimostreremo – di-cono – che si tratta di un caso da
parentopoli. Ci sono legami con
l’apparato del ministro. Ai Beni
culturali c’è qualche cugino di
troppo». Infine, il deputato Giu-seppe Moles aggiunge che que-sto è un modo per traghettare la
Melandri rottamata fino ai 60
anni e al vitalizio.
Finito nell’occhio del ciclone,
Ornaghi replica di «avere scelto
come nuovo presidente del
Maxxi il Ministro per i beni cul-turali che ha avuto il merito di av-viarne il progetto ed intuirne le
potenzialità». Il ministro ritiene
che «attingere alle competenze
acquisite e consolidate sia il mo-do migliore per guardare al futu-ro». Infine, dice Ornaghi «Gio-vanna Melandri, in modo parti-colare, possiede anche una co-noscenza di quei meccanismi
internazionali, che sono essen-ziali per il rilancio di questa
straordinaria istituzione cultu-rale».
Ma la Melandri e il ministro
devono fare i conti con critiche
che arrivano da altri fronti.
Quelle delle Lega, per esem-pio, sono quasi scontate.
Meno quelle dell’Udc. Il
capogruppo alla Camera
Gian Luca Galletti giudi-ca la nomina «inoppor-tuna». Ma una sorpre-sa arriva anche da Ni-chi Vendola. Il leader
di Sel parla infatti di
«un problema stili-sticamente compli-cato da digerire».
mentre Giulia Roda-no dell’Idv parla di
«nomina opaca».
Anche nel Pd c’è chi
prende le distanze dalla
scelta di Ornaghi, ma an-che chi fa gli auguri di buon
lavoro alla Melandri. Insieme
al Consiglio nazionale degli
Architetti, Pianificatori, Pae-saggisti e Conservatori. E sod-disfatti sono anche i direttori
dei musei associati ad Amaci,
l’Associazione dei musei di ar-te contemporanea, che ricor-dano come la Melandri «nel
1999 ha dato vita al primo nu-cleo del Maxxi


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Sylvia Kristel

elle come lei non
puoi immaginarle
vecchie e malate.
Le sogni sempre
uguali, come le
bambole. Magari appena am-maccate, la chioma meno lu-cente, il resto tutto perfetto, la
pelle, gli occhi, le labbra, il
punto vita, le gambe. È il desti-no delle dive divorate dal per-sonaggio. La sorte che è tocca-ta a Sylvia Kristel, l’attrice
olandese morta ieri di cancro a
sessant’anni, condannata a es-sere per sempre Emmanuelle.
Da ragazza, da adulta, da don-na matura. E ora anche oltre la
vita. Fecero credere fosse fran-cese, che profumasse di Folies-Bergère e Moulin Rouge, quan-do il film diretto da Just Jaeckin
uscì nelle sale, nel 1974. In
realtà era nata a Utrecht e si
presentò a quel provino senza
molte speranze. «Indossavo
una sottoveste leggera, fui spa-valda, feci scivolare via la bian-cheria intima e restai nuda già
mentre parlavo col regista», ri-corda nell’autobiografia Sve-stendo Emmanuelle , uscita nel
2006, quando già si sottopone-va a sedute di chemio e radio-terapia per un cancro alla gola.
«Non pensavo che il film
avrebbe mai passato la censu-ra. Si girava in Tailandia, la pre-si come una vacanza, in più eb-bi seimila dollari». Invece Em-manuelleuscì, e in un cinema
degli Champs-Élysées la ver-sione integrale restò in pro-grammazione per tredici anni,
dodici milioni di spettatori; nel
mondo sono stati molti di più,
350 milioni, senza contare le
copie pirata diffuse nei paesi
inaccessibili al soft core .
Un’altra epoca, un altro mon-do, un altro modo di scoprire e
vivere il sesso — bastava la scrit-ta «Vietato ai minori di 18 anni»
sopra il manifesto del film per
avere una fitta al basso ventre.
«Mia madre vide la pellicola
vent’anni dopo. Scoppiò a ride-re: “Tutto qui? E io che in tutto
questo tempo immaginavo
chissà quali prodezze eroti-che”», ricordava la Kristel negli
ultimi anni. Ma la nudità e il ses-so non erano a portata di mano
per gli adolescenti degli anni
Sessanta. Bastò un film come
Helga(1967) — il documentario
tedesco che mostrava le imma-gini di un parto — a solleticare le
fantasie onanistiche di una ge-nerazione con un manifesto che
crudelmente prometteva mali-zie erotiche; nei cinema ci furo-no scene di panico quando i gal-li nostrani cominciarono a sve-nire alla vista del sangue. Ma
Emmanuelle — tratto dal ro-manzo di Marayat Rollet-An-driane (moglie tailandese di un
diplomatico dell’Unesco che si
firmava Emmanuelle Arsan) che
nel 1957 fu bandito dal gover-no De Gaulle — fu il primo
film dichiaratamente
erotico a uscire nel-le sale. La Kristel
fu la carta vin-cente di un
progetto che
senza di lei
sarebbe
stato maldigerito e dimenticato
come un qualsiasi B-movie. Le
scene di sesso estremo e promi-scuo praticato da quella bellezza
sofisticata e innocente scatena-rono un passaparola che tra-sformò anche i seminaristi in
erotomani (la scena in cui lei
“possiede” il maschio trattan-dolo come l’oggetto del suo desi-derio diventò cult per le femmi-niste giapponesi).
Ci sono almeno cinquanta ti-toli nella filmografia di Sylvia
Kristel, molti i sequel di Emma-nuelle , neanche a dirlo. Nean-che uno che non sia ammiccan-te fin dal titolo, anche quando si
è messa al servizio di grandi regi-sti: Una femmina infedele(Va-dim), Il margine (Borowczyk),
Letti selvaggi (Zampa), Amore in
prima classe (Samperi). Nell’ex-ploit hollywoodiano Lezione
maliziose(1981) impersonava
un’educatrice pagata da un mi-liardario per impartire lezioni di
sesso al figlio adolescente; attri-ce e regista furono incriminati
per pedofilia.
Ora che Emmanuelle è stata
neutralizzata dal porno, dalla
Sharon Stone di Basic instinct e
dal sesso in rete, la cosa più cine-matografica di Sylvia Kristel re-sta la sua vita; figlia di due alcoli-sti, beveva cognac per addor-mentarsi già a undici anni,
quando il padre abbandonò
moglie e figlie senza preavviso;
negli anni Ottanta seguì l’attore
Ian McShane a Hollywood e
dilapidò una fortuna in
cocaina; tornata a Pa-rigi investì gli ultimi
risparmi per fi-nanziare il
film del
quar-to
mari-to, il
regista
Philip-pe Blot. Al-la fine, la cosa più cara che gli re-stava era il figlio Arthur, 37 anni,
nato dalla relazione con Hugo
Claus, lo scrittore belga che l’a-veva convinta a fare l’attrice.
L’appartamentino di Amster-dam al quarto piano senza
ascensore nel quale ha trascorso
gli ultimi anni era in affitto

UN FULGIDO
SOGNO
DI EROTISMO
FAMILIARE
A
l cinema se ne erano
già viste di ogni colore,
da Il caso Myra
Breckindridge a Ulti-mo tango a Parigi, ma fu, nel
1974, il primo Emmanuelle ,
ispirato alla serie di romanzi
della tailandese Emmanuelle
Arsan (in Italia il primo era usci-to in edizione pirata nel 1968) a
scatenare la fantasia erotica ma-schile, in anni in cui le donne
avevano cominciato a spaven-tare amanti e mariti pretenden-do orgasmi veri, sino allora trop-po spesso gentilmente simulati
e comunque di difficile reperi-mento.
Invece quella bella Emma-nuelle, di aspetto elegante e
per bene, entro casti abiti da fi-danzata, bastava toccarla e chi
la fermava più, gemiti e grida a
non finire, mentre in aereo riu-sciva a farsi due passeggeri e ar-rivata a Bangkok per riunirsi al
marito si lasciava andare a sa-dismi con un’antropologa e
poi, per far piacere a un vec-chio, si sottoponeva a scono-sciuti: sempre contentissima
anche se con viso innocente.
Che era quello di una giovane
olandese, Sylvia Krystel, co-stretta da quel primo enorme
successo sporcaccione a conti-nuare a essere Emmanuelle fi-no allo sfinimento, mentre re-gisti furboni giravano con altre
signore sempre a gambe spa-lancate o testa nel grembo al-trui, una montagna di film
molto dozzinali in cui Emma-nuelle era diventata Emanuel-le.
Quel fulgido sogno di eroti-smo familiare, quella deliziosa
ragazza devota al piacere ma-schile, si è spenta sessantenne
straziata da un tumore alla gola
e ai polmoni: la sua vita vera è
stata tumultuosa come quella
del suo personaggio, tanti uo-mini sbagliati e in più l’alcol, la
droga e il fumo che l’ha fatta am-malare. Ha tentato di cinerein-ventarsi senza fortuna come
Lady Chatterley e persino come
vedova di Dracula: ultima appa-rizione nel 2010 nel tvmovie ita-liano dedicato al trio Lescano,
nel ruolo impensabile di mam-ma delle stesse. Lei non c’è più
ma Emmanelle è più viva che
mai: cliccatissima su Internet,
soprattutto adesso che il cine-ma si è fatto probo, e non sarà il
film ispirato alle famose 50 sfu-mature di ogni colore a sostitui-re il ricordo del suo magico, in-dimenticabile potere


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Chabal, il rugby delle caverne “Io, incrocio tra uomo e bestia” Tackle e timidezza, l’Orco si racconta: “Sono uno fragile


Orco è un gigante bar-buto evaso dall’infer-no, i capelli lunghi e
corvini da demonio,
lo sguardo che minaccia torture
medievali, la voce cavernosa. «Un
compromesso tra l’uomo e la be-stia», dice di sé quando scende in
campo. Invece no, Sèbastien Cha-bal è solo «un bimbo abbandona-to nel cortile della scuola, preso tra
ragazzi più grandi e forti di lui». Ti-moroso, di poche parole, condan-nato a muoversi goffo, impicciato
da quei muscoli primitivi. «Fragile,
prigioniero del proprio pudore»,
confessa. Perché l’Orco, Sèbastien
Chabal, finalmente si è deciso a
parlare. Così racconta tutta la sua
storia, e che a volte le cose non so-no come sembrano.
“La mia piccola stella” è la sor-prendente biografia dell’icona
francese e mondiale del rugby,
uno degli sportivi più noti ma so-prattutto più temuti. Uno che vo-leva solo fare il tornitore e gli sa-rebbe bastato uno stipendio sicu-ro da mille euro al mese, invece per
caso è finito in un’avventura più
grande di lui. Uno che anche gli All
Blacks si spaventano, se nasconde
l’ovale sotto il bicipite e carica. Che
si commuove fino alle lacrime,
quando gli parlano degli amici del-l’adolescenza che non sono riusci-ti a tirarsi fuori dai guai. Uno che se
ti si lancia contro, invece di placca-re, finisce che spezza in due. Come
fece con Chris Masoe, il numero 8
neozelandese, bestione maori che
dopo l’assalto dell’Orco provò a
rialzarsi ma crollò di nuovo a terra,
le luci spente come un pugile suo-nato. Roba che quel video – la pub-blicità della forza bruta – a distan-za di anni resta il più cliccato tra gli
appassionati di rugby.
Uno che a scuola le maestre lo
adoravano perché era dolce e gen-tile, ma un giorno è arrivata una
nuova insegnante di matematica:
il rimprovero, lui che risponde, lo
schiaffo. «Fu in quel momento che
tutto si capovolse». Il piccolo Sé-bastien suo malgrado sta per di-ventare un Orco: comincia a stu-diare con poca convinzione – «pri-ma sognavo l’Università, volevo
diventare un dottore» – poi sceglie
un istituto tecnico, incrocia brut-te compagnie, fa qualche furta-rello ma trova anche un lavoro in
fabbrica. Un giorno, il rugby.
«Volevo solo sfogarmi e bere
qualche birra con gli amici. Inve-ce mi ha tolto dalla cattiva strada,
mi ha dato tutto». All’inizio è una
squadra di dilettanti, il Valence.
Michel Couturas lo vuole a Bour-goin: il ragazzo fisicamente è un
mostro, dentro ha una rabbia im-pressionante, deve solo imparare
a giocare perché è arrivato tardi al-lo sport. «Ho imparato alla svelta».
Nel Duemila, a 23 anni, lo
convocano per il primo tor-neo delle
Sei Nazio-ni. Così
grosso, e tru-ce. «Giocavo
solo da sei anni,
mi consideravo
un principian-te. Gli altri mi
mettevano
soggezione».
Nasce una stella. A
Sale si fa crescere il bar-bone e diventa un idolo.
«Quella volta che è nata
mia figlia, l’allenatore
(Phillipe Saint-André,
attuale tecnico dei
francesi, ndr) non mi ha
permesso di andare ad
assistere al parto. Ho dovu-to giocare. Ed è il più gran-de rimorso che mi porto
dentro». Le battaglie sul
campo, la dolcezza della fa-miglia. Tutto non è mai co-me sembra. Quella rissa du-rante il terzo tempo con un
giocatore italiano (Martin
Castrogiovanni), perché
l’azzurro credeva che lui ci
avesse provato con la sua fi-danzata: la scazzottata, e poi
amici come prima. La com-prensione per la testata di Zida-ne («Non la condivisi, ma non è fa-cile resistere alle provocazioni»), il
rispetto per Gareth Thomas e il suo
coming out. Gli splendori di Parigi,
con il Racing. A 35 anni, Chabal
quest’estate ha scelto il Lione,
ProD2, seconda divisione france-se. Infortunato, domenica non
giocherà ad Auch. Però la squadra
è seconda, e lui è ancora lì. Che fa
paura agli avversari. «Potrei ta-gliarmi la barba, sembrare più
tranquillo. Ma tanto poi ricre-sce…».
© RIPR


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Ottobre Parte 5

RE SIHANOU Amava gli Usa e Pol Pot. Addio

morto Sihanouk, re padre della
Cambogia. Aveva 89 anni. Dai
giardini della California si era trasferito
a Pechino per curare una malattia di po-che speranze. I cinesi gli avevano salvato
vita e trono due volte e si è affidato alle
loro mani ma non ce l’ha fatta. Fino agli
ultimi giorni ogni mattina apriva il
computer per informare il mondo “di
come andava la salute”. Blog nel quale
fingeva di rispondere a lettere mai rice-vute, curiosità inventate per nostalgia:
ricette di cucina, titoli dei suoi brutti
film, la leggerezza di quando giocava a
pallavolo o guidava le danze del corpo di
ballo del palazzo di Phnom Penh.
È stato un’equilibrista sublime mentre
il Vietnam bruciava nella guerra e 400
mila marines non riuscivano a piegare
il generale Giap. Sihanouk si appoggia-va a Pechino, dialogava con i Kmer
Rossi senza rompere l’alleanza col
Vietnam del Sud dove l’influenza di
Washington era assoluta. Al Pentago-no lo considerano “una trottola impaz-zita”: quel violare la neutralità firmata a
Ginevra sotto l’ombrello Usa mentre
rafforzava i legami con Mosca che pro-teggeva Hanoi in guerra con gli Stati
Uniti. E la Francia si rammaricava per
l’ingratitudine “sfacciata”. Parigi gli
aveva affidato il trono scavalcando il
padre della cui fedeltà non erano pro-prio sicuri.
MA IL FIGLIO era cresciuto nel liceo
francese più raffinato di Saigon dove le
buone famiglie mandavano ragazzi da
premiare con vacanze a Parigi. Porta-vano a casa le canzoni di Maurice Che-valier. A 19 anni re Sianouk intrattiene
la corte cantando col sorriso dietro il
quale nasconde la furbizia di un intri-gante dall’apparenza frivola. Guida il
ballo reale assieme a una compagna per
anni concubina. Signora ormai morbi-da che ogni mese spedisce a Parigi una
piccola valigia protetta dal sigillo diplo-matico. L’indirizzo è del nipote al quale
la benevolenza del sovrano ha concesso
la borsa di studio. Il ragazzo si chiamava
Shalon Sar. Quando nel ’51 torna a
Phnom Penh senza diploma e con stra-ne idee, il suo nome comincia a cam-biare in Pol Pot. La Francia si arrabbia
per le pugnalate del sovrano proprio
quando non é mai stata così fragile nel-l’Indocina dove prepara la bataglia
estrema a Dien Bien Phu. Sei
mesi dopo la sua ultima rocca-forte in Vietnam abbassa le ar-mi piegata dall’assedio del ge-nerale Giap. Addio colonia, ar-rivano gli americani. 1953, su-bito Sianouk chiede l’indipen -denza e Parigi si arrende. Ma
governare è complicato. Per la
stratificazione dei privilegi co-loniali si dimette da re, nomina
successore il padre, scioglie il
parlamento, vince le elezioni:
principe ereditario e primo ministro.
Ma il Paese é dilaniato dalle guerriglie
alleate ai vietcong di Giap; i latifondisti
vogliono liberarsi del ballerino dal pu-gno di ferro. Il caos che finisce in un
colpo di stato: Lon Nol, generale che gli
deve gradi e carriera, obbedisce a Wa-shington e ne prende il posto mentre
Sihanouk si rilassa sulla Costa Azzurra.
L’ex sovrano corre a Pechino e Pechino
lo prega di aver pazienza: Pol Pot sta
marciando sulla capitale per rovesciare
il “governo americano”. Sono i cinesi ad
organizzare lo storico incontro. Esiste
un filmato girato nella boscaglia. Il pri-cipe scende dall’auto e con le braccia
aperte corre come un bambino.
Bacia Pol
Pot, strin-ge con de-vozione le
sue mani.
Sporche di sangue, lo sa, e il sangue
scorrerrà come mai nella storia: 2 mi-lioni e mezzo di morti ufficiali. Ma va
bene cosi perché i Kmer Rossi lo ripor-tano al suo palazzo dove per un anno
vive prigioniero. Lo salvano sempre i ci-nesi pochi giorni prima che i vietnamiti
liberino la capitale da Pol Pot. A Pechi-no Sihanouk aspetta di sedersi sul tro-no. Torna nel 1993, rotondo, ma di
nuovo sovrano. Nel 2004 passa la co-rona al figlio riservandosi i poteri spe-ciali dovuti all’invenzione del re padre.
A volte, le coincidenze: mentre Siha-nouk si spegneva, il Vietnam festeggia-va i primi 101 anni del generale Giap,
ultimo superstite dei fuochi lonta


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Sihanouk, tre mesi di lacrime per il re che cedette a Pol Pot

BANGKOK
N
orodom Sihanouk,
il re della Cambogia
morto domenica
per un attacco car-diaco a 89 anni in
una clinica di Pechino, ha la-sciato la storia dell’Asia e del
mondo piena delle sue tracce.
La Cambogia si prepara a pian-gerlo come la figura fondamen-tale della sua storia moderna:
domani le sue spoglie torneran-no in patria e l’intero paese si
fermerà fino al 21 ottobre. Poi il
corpo sarà esposto al pubblico
per tre mesi prima della crema-zione, che avverrà secondo la
tradizione buddista. A pianger-lo verranno i sudditi dalle città e
dalle campagne, tutti quelli che
ancora lo venerano come un
dio Re, anche se da tempo ave-va abdicato in favore del figlio e
il suo passato di errori pesa og-gi in morte come gli pesò in vita.
Erede alla lontana di un impe-ro che dai templi di Angkorwat si
estendeva per tutto il Sud est
asiatico fino in Malesia, a met-terlo sul trono nel 1941 fu la
sponsorizzazione del governo
francese, che lo preferì a una
lunga lista di principi apparen-temente meno malleabili. Siha-nouk fu educato in licei francesi
a Parigi e Phnom Penh e autoriz-zato a condurre la vita che più gli
piaceva. Aveva appena 18 anni,
il viso da seduttore e i modi
estremamente gentili, quando
fu incoronato nel suo Palazzo
sul fiume Mekong.
Ma la belle epoque, la fama di
dongiovanni, di padre di un pic-colo esercito di principi, perfino
il suo ruolo decisivo nell’ottene-re l’indipendenza dall’ex amica
Francia, divennero solo un ri-cordo quando contribuì ad apri-re uno dei capitoli più tragici del-la storia umana, sostenendo
l’arrivo al potere di Pol Pot e il
successivo genocidio di due mi-lioni di cambogiani a opera dei
suoi Khmer rossi.
Una scelta che bruciò tutto il
prestigio e la reputazione co-struite prima: Sihanouk era sta-to un politico astuto, prima vici-no agli americani, poi fondatore
del movimento dei “non allinea-ti” e abile giocatore nello scac-chiere asiatico, con un occhio
particolarmente attento alla po-tenza della Cina. Ma in seguito i
favolosi guadagni ottenuti con
le autorizzazioni ai passaggi di
armi dei vietnamiti rossi e degli
stessi filoamericani in Cambo-gia sommati alla paura di perde-re il potere, lo resero dittatoriale.
Il pugno duro non gli impedì
di essere spodestato da un suo ex
primo ministro, Lon Nol. Fuggì a
Pechino: dall’esilio cinese tra il
‘70 e il ‘75 pianificò la rivalsa in-vitando i suoi sudditi a ribellarsi
contro l’uomo che aveva usur-pato il Paese e la Corona, spal-leggiato dagli Stati Uniti di
Nixon.
Il resto è storia che il Tribuna-le del genocidio delle Nazioni
Unite tenta ancora tra mille dif-ficoltà di dipanare. I primi Kh-mer rossi di Pol Pot, ex intellet-tuali laureati alla Sorbona, pas-sarono grazie all’appello del Re
da poche centinaia a decine di
migliaia di contadini-guerri-glieri. Fu l’inizio dell’ ”Anno Ze-ro”, la distruzione del vecchio,
comprese le scuole, le musiche
tradizionali, i colori, e tutti vesti-rono di nero fino al 1979. Quan-do il loro trionfo fu completo,
Sihanouk tornò in patria e fu no-minato “capo di Stato”: di fatto
passò gli anni confinato nel pa-lazzo reale, sottoposto all’auto-rità di Pol Pot e dei suoi. In segui-to, si difese dalle accuse di esse-re stato complice del genocidio
dicendo che, nella sua reclusio-ne, non riceveva notizie e non
aveva nessun potere.
Insieme alla politica, il re col-tivò sempre altre passioni:
esordì come regista di cinema
negli stessi anni in cui si appog-giava ora alla Russia, ora alla Ci-na, ora a piccoli Paesi della ex
Cortina di Ferro come la Ceco-slovacchia e all’impenetrabile
Kim Il Sung nordcoreano. Pro-prio in Corea del Nord mandò a
studiare i suoi due figli predilet-ti, nati dall’unione con la sua
quinta e ultima moglie, la Regi-na madre Monique, metà san-gue khmer, metà italiano d’A-bruzzo. La sua famiglia visse
sempre un’esistenza protetta:
solo durante i cinque anni di Pol
Pot il re non riuscì a evitare che la
tempesta la investisse e perse 5
dei 14 figli.
Nel 1979 il Vietnam invase la
Cambogia e Sihanouk fuggì di
nuovo in Cina. Tornato dall’esi-lio dopo molte riluttanze al ter-mine di una guerra civile che
squassò il Paese, fece da media-tore umanitario tra il governo, le
Nazioni Unite e le fazioni rosse
che ancora resistevano. Ora vi-cino più agli Stati Uniti che alla
Cina, nel ‘93 ottenne milioni di
dollari per risalire sul trono.
Da allora in poi, acciaccato
dagli eccessi di gioventù, malato
di cancro e di cuore, ha fatto sen-tire raramente la sua voce, se
non per sponsorizzare un gover-no congiunto tra uno dei suoi fi-gli, Ranariddh, e quello che di-venterà il vero sovrano della
Cambogia, l’attuale primo mi-nistro Hun Sen. Formalmente
sul trono salirà uno dei figli pre-diletti di Sihanouk, Sihamoni.
Ma il nuovo sovrano, di sangue
italiano e khmer, omosessuale,
ex danzatore ed ex ambasciato-re culturale all’Unesco, è disin-teressato alla politic


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Il ragazzo africano che si è ribellato ai “caporali” del Sud L’eroe alunque

uesta è una storia d’a-more nata per caso tra
un bambino e un Pae-se, la racconta Yvan
Sagnet nel suo libro
Ama il tuo sogno (Fandango). Il
bambino è Yvan che nel 1990 ave-va 5 anni e il Paese è l’Italia. È una
storia d’amore che parte dal cal-cio. Yvan è nato Douala, in Came-run, nel 1985 e nel 1990, come
molti bambini camerunensi, vis-se la cavalcata trionfale dei Leoni
d’Africa nel mondiale, dalla pri-ma partita con l’Argentina di Ma-radona fino ai quarti di finale con-tro l’Inghilterra. Napoli, domeni-ca primo luglio. Ancora oggi chi
c’era ricorda i tifosi del Camerun,
coloratissimi, sportivi e con l’e-spressione di chi non poteva cre-dere a ciò che stava accadendo.
Essere arrivati fino a lì aveva del
miracoloso: il Camerun era la pri-ma squadra africana a raggiunge-re i quarti di finale in Coppa del
Mondo. E Napoli, dove si svolse la
partita, tifò con loro sperando nel
miracolo. La partita fu incredibi-le, con il Camerun in vantaggio
per 2-1 fino a otto minuti dal ter-mine dei tempi regolamentari.
Poi il primo rigore all’Inghilterra,
i supplementari, il secondo rigo-re e la sconfitta. A Yvan quella par-tita ha cambiato la vita. Il ricordo
del rientro in patria della nazio-nale, che pur non avendo vinto il
mondiale aveva ottenuto il ri-spetto di tutto il mondo, per Yvan
significava una sola cosa: un nuo-vo sguardo sul suo paese, mag-giore attenzione su un Camerun
in crisi economica e politica. E
questo nuovo sguardo era stato
possibile proprio grazie al mon-diale e al paese che lo aveva ospi-tato: l’Italia. A scuola il program-ma di economia dei licei cameru-nensi prevedeva lo studio del si-stema economico francese, ma
lui decise per conto suo di specia-lizzarsi sull’economia italiana.
Dal calcio all’economia. Yvan im-para l’italiano e con un permesso
di studio si iscrive all’università di
Torino perché vuole diventare in-gegnere. Finalmente può cono-scere dal vivo il calcio italiano che
ha amato da bambino. Tifa Ju-ventus ma la prima partita dal vi-vo della sua vita la vede di spalle,
come steward, allo stadio. Sono i
primi di luglio del 2011 e i soldi
della borsa di studio non bastano.
Alcuni amici di Torino gli dicono
che al Sud si può andare a lavora-re per la raccolta del pomodoro
perché serve manodopera. Così
Yvan decide di trasferirsi nelle
campagne salentine, a Nardò,
dove sa di una masseria che acco-glie i braccianti che fanno la sta-gione, togliendoli dalla strada,
dove spesso dormono accampa-ti sotto gli alberi, dentro case di
cartone, senza acqua né corrente
elettrica. Eppure anche alla Mas-seria Boncuri, nonostante l’im-pegno di tante associazioni di vo-lontariato, la longa manus dei ca-porali detta le sue leggi.
Appena arrivati, i caporali re-quisiscono i documenti ai brac-cianti e li usano per procurarsi al-tra mano d’opera, altri immigra-ti, ma clandestini. Il rischio che i
documenti vadano persi è altissi-mo e quando accade i braccianti
diventano schiavi. Le condizioni
di lavoro sono agghiaccianti: di-ciotto ore consecutive, di cui mol-te sotto il sole cocente. Chi sviene
non è assistito e se vuole raggiun-gere l’ospedale deve pagare il tra-sporto ai caporali. Il guadagno è
di appena 3,5 euro a cassone, un
cassone è da tre quintali e per
riempirlo ci vuole molto tempo,
ore. Si lavora con questi ritmi an-che durante il Ramadan, quando
molti lavoratori di religione isla-mica non bevono e non mangia-no. In Italia la disoccupazione è
una piaga che sembra insanabile.
Eppure questi ragazzi trovano la-voro, trovano un lavoro a condi-zioni inaccettabili per quasi la to-talità dei disoccupati italiani. Si
crede che i ragazzi africani siano
abituati a una vita di disumanità,
sporcizia, alloggi immondi e
quindi questa attitudine alla su-burra la sopportino in Italia per-ché medesima nel loro paese.
Nulla di più falso. Yvan scrive:
«Mentre nel mio paese la dignità
è sacra, a tutti livelli della scala so-ciale, il sistema dei campi di lavo-ro (in Italia, ndr) è appositamen-te studiato per togliere ai brac-cianti anche l’ultimo scampolo di
umanità». Ma accade qualcosa
che i caporali non hanno previ-to. I braccianti in genere strap-pano le piantine alla radice per
batterle sulle cassette così che i
pomodori cadono tutti. Ma quel
giorno il caporale impone un al-tro metodo. Servono pomodori
da vendere ai supermercati per le
insalate, quindi devono essere
presi e selezionati uno a uno. Si
tratta di riempire gli stessi casso-ni di sempre, ma selezionare i po-modori significa raddoppiare la
fatica. Il caporale impone tutto
questo lavoro allo stesso prezzo:
Yvan e gli altri braccianti non tro-vano alternative, si sollevano. È
l’inizio della rivolta e Masseria
Boncuri ne diventerà il simbolo
con l’enorme striscione “Ingag-giami contro il lavoro nero”. Ma
lo sciopero non è facile da gesti-re soprattutto perché è quasi
impossibile comunicare tra i di-versi gruppi etnici. Gli unici a
esprimersi facilmente in italia-no sono i tunisini; per altri
(bukinabé, togolesi, ivoriani,
ghanesi, nigeriani, etiopi, so-mali) è necessario parlare in in-glese e francese; altri capiscono
solo la lingua araba. Eppure, no-nostante le diversità, lo sciope-ro continua: tante culture e tan-te visioni della lotta hanno fini-to per essere non la debolezza
ma la forza della protesta, che a
un anno e mezzo da quella di
Rosarno, è più organizzata e rie-sce a guadagnare un’eco nazio-nale. Gli italiani sembrano
prendere finalmente coscienza
delle condizioni difficili di chi la-vora nei campi e le istituzioni so-no costrette ad ammettere che il
problema caporalato esiste.
La magistratura trova la forza
per continuare le indagini già in
corso, spesso protette da omertà
e scarsa collaborazione, e a mag-gio 2012 i carabinieri del Ros arre-stano 16 persone – presunti capo-rali e imprenditori agricoli – nel-l’ambito dell’operazione "Sabr"
che ha colpito un’organizzazione
criminale attiva tra Rosarno,
Nardò e altre città della Puglia. Ma
la reazione alla rivolta, allo scio-pero, al clamore mediatico, al-l’inchiesta della magistratura e
agli arresti, non si fa attendere.
Alessandro Leogrande (autore
peraltro di un importante repor-tage Uomini e caporali sui desa-parecidos polacchi nel triangolo
del pomodoro vicino Foggia) nel-l’intervista finale che accompa-gna il libro di Yvan Sagnet, svela
che c’è un piano per uccidere
Yvan e lo hanno ordito alcuni ca-porali tunisini che ancora opera-no a Nardò. La vita del primo lea-der nero italiano è, oggi, seria-mente in pericolo. Quello che
sento di poter fare con queste ri-ghe è non lasciarlo solo. Senza il
suo impegno, senza questo ra-gazzo africano e gli altri che han-no lottato con lui, non esistereb-be la legge contro il caporalato,
eppure i caporali esistono al Sud
da più di un secolo. La speranza
del mezzogiorno italiano sta pro-prio in questa parte d’Africa che
arrivata al Sud, trasforma il Sud e
rimette in gioco interi territori,
migliorandoli. Rischia la vita per
una democrazia diversa, batta-glia che molti italiani hanno ri-nunciato a combatte


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Tanja, guerrigliera olandese al vertice di pace delle Farc

na donna, stranie-ra. Un’europea. Ci
sarà anche lei al ta-volo delle trattative
tra le Fuerzas ar-madas revolucionarias de Co-lombia (Farc) e la delegazione
del presidente Juan Manuel
Santos che iniziano questo po-meriggio a Oslo. E’ l’ultimo col-po di scena del più vecchio mo-vimento guerrigliero dell’Ame-rica Latina. La carta che punta
ad imprimere un carattere in-ternazionale ad un negoziato
da tutti giudicato «carico di spe-ranze ma senza troppe aspetta-tive». Si chiama Tanja Nij-meijer, ha 34 anni, è nata a Gro-ningen, nel nord dell’Olanda, si
è laureata in lettere, conosce
bene lo spagnolo e l’inglese.
Dopo un viaggio in Colombia al
seguito di una carovana della
solidarietà ha deciso di tornare
nel paese latinoamericano «de-cisa a fare qualcosa per la spa-ventosa diseguaglianza sociale
tra ricchi e poveri». Dal 2000 ha
lasciato tutto e tutti. Si è immer-sa nella selva amazzonica e ha
raggiunto uno dei fronti dell’or-ganizzazione armata.
Di lei non si è saputo più nul-la. Fino al 2007, quando dopo il
bombardamento di una delle
basi delle Farc l’esercito co-lombiano recuperò un pc ricco
di informazioni e un diario
scritto di pungo dalla ragazza.
Un diario triste, pieno di dubbi
sulla scelta compiuta e sugli
ideali traditi. «Sono stanca di
questa guerriglia», pensava
Tanja, «stanca delle persone e
della vita in comunità. La verità
è che non ci credo più». Forse
era solo un momento di crisi.
Da 12 anni Tanja Nijmeijer, no-me di battaglia Alexandra, con-tinua a combattere. È stata ac-cusata del sequestro di 3 con-tractor americani catturati il 13
febbraio del 2003 nella giungla
amazzonica e liberati dall’eser-cito con Ingrid Betancourt. È
considerata una abile consi-gliera e una preziosa interpre-te. Si è conquistata la fiducia di
Rodrigo Londono Echeverri,
alias Timoleòn Jimènez, me-glio noto come Timochenko,
attuale capo delle Farc dopo la
morte del fondatore Manuel
Marulanda Vèlez, Tirofijo, e del
suo successore Guillermo Leòn
Sàenz, detto Alfonso Cano.
Ci sono voluti 16 mesi di con-tatti e colloqui segreti, tra Ve-nezuela e Cuba, per raggiunge-re un accordo di base. Uno de-gli artefici è stato l’attuale pre-sidente della Colombia che ai
tempi di Uribe era ministro del-la Difesa. Eletto tra le fila dei
conservatori, Manuel Santos
ha fatto delle scelte da vero li-berale. Si è reso conto che per
conquistarsi un posto nei libri
di storia doveva riuscire dove
altri avevano fallito. Ha rianno-dato il filo dei contatti con le
Farc, ormai indebolite e con un
esercito di soli 8.000 soldati. Ha
steso un programma di nego-ziati in cinque punti, li ha di-scussi tra febbraio e agosto
scorso a Cuba, ha annunciato
l’inizio di una trattativa di pace.
È il quarto tentativo in 30 anni.
Per riuscire a centrare l’o-biettivo non ha posto limiti di
tempo. Si tratta di discutere te-mi con un forte impatto politi-co e affrontare aspetti giuridici
complessi. Dallo sviluppo ru-rale, con la restituzione delle
terre a milioni di persone sfol-late dalla lunga guerra, all’inse-rimento nella vita politica lega-le dei combattenti. Dalla fine
delle ostilità, al traffico di dro-ga: principale fonte di finanzia-mento delle Farc. Fino al capi-tolo degli indennizzi e della
giustizia per le vittime. In quasi
48 anni di guerra civile (le Farc
sono nate nel 1964) sono morte
oltre 300 mila persone.
Il presidente Santos si è volu-to garantire l’appoggio di chi ha
combattuto e perso più uomini
in questi decenni. Della delega-zione governativa fanno parte
due militari dell’ala dura: il ge-nerale della polizia Oscar Na-ranjo, apprezzato dagli Usa, e il
generale dell’esercito Jorge En-rique Mora. Saranno affiancati
da Humberto de la Calle Lom-bana, ex ministro degli Interni,
da Luis Carlos Villegas, presi-dente della Confindustria, da
Frank Pearl, ex commissario
per la pace che assieme a Sergio
Jamarillo, ex ministro della Di-fesa, ha portato avanti i collo-qui preliminari a Cuba.
Le Farc schierano i due capi
militari Pablo Catatumbo e
Mauricio Jaramillo, il loro mi-nistro degli Esteri Rodrigo
Granda, il capo della segreteria
generale Ivan Marquez e il suo
vice José Santrich. Non è stato
facile raggiungere Oslo: sono
tutti colpiti da ordine di cattu-ra. La Colombia ha sospeso i
provvedimenti e l’Interpol ha
dato via libera. Ieri le due dele-gazioni si sono incontrare in un
albergo a 100 chilometri dalla
capitale norvegese. Oggi ci sarà
l’annuncio dell’inizio dei ne-goziati che poi si sposteranno a
Cuba. Lì sarà presente anche
Tanja Nijmeijer. Tra attese,
speranze, scetticismo e molta
abilità diplomatica. L’obiettivo
è la pace. La vogliono tutti. Per
primi i colombian



Ottobre Parte 4

Addio all’editore Arthur Sulzberger fece grande il New York Times Disse no a Kennedy e Nixon, svelando il disa stro del Vietnam

WASHINGTON — L’uomo che
disse di “no” a Kennedy e sbatté
la Costituzione in faccia a Nixon,
cominciò malissimo il proprio
viaggio nell’informazione, con
un annuncio funebre che il capo
servizio disgustato gli fece ri-scrivere. Arthur Ochs Sulzber-ger, il patriarca della “Signora in
Grigio”, del New York Times, è
morto ieri a 86 anni dopo «una
lunga malattia», ha annunciato
il suo giornale. Precisamente
una di quelle espressioni vuote e
logore che gli valsero il cazziato-ne del suo primo caposervizio,
in un giornale di Milwaukee, do-ve era andato a fare gavetta.
Non che quel primo scivolo-ne da redattore avrebbe cam-biato molto nella sua vita di ere-de della famiglia Ochs Sulzber-ger. Figlio di Ifigene Ochs e di
Arthur Sulzberger, era destinato
per nascita a diventare ad appe-na 37 anni proprietario del quo-tidiano newyorchese, nel 1962.
“Punch” come era stato sopran-nominato da bambino perché la
sorella si chiamava Judy, e “Pun-ch and Judy” erano due mario-nette popolarissime coi bambi-ni quando era nato nel 1926, si
trovò al timone di un giornale
che dovette immediatamente
incrociare i ferri con John Ken-nedy.
JFK era furioso con “Punch”
per i servizi che nel 1963 il corri-spondente da Saigon, David
Halberstam inviava, profetiz-zando disastri. Sulzberger pro-tesse Halberstam, destinato a
vincere il Pulitzer, e ignorò Ken-nedy. «Io dovevo difendere il
mio giornale e la sua credibilità,
non la politica del governo»
avrebbe spiegato decenni più
tardi ad Abe Rosenthal, uno dei
direttori da lui scelti. Fu allora
che i dipendenti, i giornalisti, gli
impiegati, gli operai assunsero
quel senso orgoglioso della pro-pria importanza che avrebbe
fatto il brand , il marchio del New
York Times .
Sulzberger era prima di tutto
un giornalista, anche se pro-prietario. Lo dimostrò la scelta
che ne avrebbe fatto il giornale
più influente del mondo nella
seconda metà del ’900, Fu lo
scontro con un altro presidente
di segno opposto a quello di
Kennedy, Richard Nixon. Quan-do “Punch” decise di pubblica-re, contro il parere dei suoi lega-li, i “Pentagon Papers” segreti
che nel 1971 rivelarono l’enor-mità del disastro in Vietnam, la
Casa Bianca portò il caso davan-ti alla Corte Suprema, che riaf-fermò il diritto della stampa a
diffondere anche documenti
segreti. Quella decisione sca-tenò la paranoia del presidente
e lo condusse diritto allo scan-dalo Watergate. Ma subito do-po, ingaggiò proprio uno dei
collaboratori più stretti e ghost
writerdi Nixon, Wlliam Safire, in
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Addio all’editore Arthur Sulzberger
fece grande il New York Times
Disse no a Kennedy e Nixon, svelando il disastro del Vietnam
IN UFFICIO
Arthur Ochs
Sulzberger
(a lato, nel
suo ufficio
nel 1973 ), è
morto ieri
all’età di 86
anni nella
sua casa di
Southampton
vicino
New York
L’OMAGGIO
“L’editore che ha
rivoluzionato il Times
per la nuova era” titolava
ieri l’edizione online
un gesto di equità verso i lettori
e di ironia verso Nixon.
Aveva capito che il coraggio e
l’indipendenza alla fine pagano
in soldi, oltre che in prestigio.
L’azienda che lui aveva eredita-to nel 1962 dal matrimonio di-nastico fra gli Ochs e i Sulzberger
vivacchiava produceva un di-gnitoso profitto di 101 milioni di
dollari. Nel 1997, quando lasciò
la presidenza al proprio figlio, la
cifra era salita a due miliardi e
mezzo di dollari con una diffu-sione di tre milioni di copie per
la leggendaria e gigantesca edi-zione della domenica e 108 pre-mi Pulitzer, l’Oscar del giornali-smo, in bacheca.
Non sarebbe toccato a lui, ri-tiratosi nella propria grande vil-la sull’oceano negli Hamptons a
est di Manhattan, seguire il de-clino, le difficoltà e soprattutto
la durissima transizione dal do-minio della carta alla conviven-za con la Rete, che oggi ha porta-to il New York Timesa perdere
soldi e rosicchiare abbonamen-ti per l’edizione online, divenu-ta a pagamento. Negli Anni ’90,
quando i primi segni della crisi
che avrebbe colpito tutti i gior-nali tradizionali si avvertirono,
“Punch” prese la decisione non
di licenziare, ma di assumere.
«Anziché annacquare la mine-stra — dirà sempre l’ex direttore
Abe Rosenthal — scelse di met-terci dentro più pomodori». Ma
non impedì il declino e la transi-zione tecnologica. Si dice che
abbia sorriso alla la decisione di
cambiare il famoso motto del
Times , “Tutte le notizie che me-ritano di essere stampate”, nel
nuovo “Tutte le notizi


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Geppi Cucciari

genitori la volevano magistrato,
lei ha cercato di fare il notaio
ma alla fine ha ceduto al richiamo
della comicità. “Zelig” l’ha lanciata,
Sanremo l’ha consacrata e oggi
che è la vera star de La7
vuole essere attrice
a tutto tondo:
“Cinema, teatro
e tv appagano tre parti
diverse del condominio
che è in me. Sì, lo so: il mio
mestiere è sintomo
di squilibrio”

gli occhi neri e profon-di da sarda vera. Comi-ca, conduttrice e attrice
dalla battuta veloce e lo
sguardo tagliente. Rivelazione della te-levisione italiana, Geppi Cucciari met-te d’accordo intellettuali e telespettato-ri intorpiditi da anni di telecomando
senza emozioni. La nuova più amata
dagli italiani arriva all’appuntamento
in un albergo romano con abito a fiori e
golf leggero sulle spalle. Puntualissima,
nonostante i ritmi frenetici del pro-gramma G’ Day su La7, rete di cui è la
star di punta, e femminile come non si
direbbe. Riempie lo spazio con un sor-riso dolce sotto lo sguardo carbone. E,
di fronte a una colazione mattutina,
mentre oscilla tra il rigore della dieta e le
tentazioni della gola, smentisce un pre-sente, e un passato, da pestifera.
«Sono stata una bambina divertente.
Essere divertenti è possedere una sfu-matura della simpatia, in modo più o
meno conscio. Tendevo a dire quello
che pensavo, perché a una bambina era
concesso, e tento di farlo ancora oggi. Il
mio nome, come si usa in Sardegna, era
Maria Giuseppina con la “Madonna”
davanti. Mio padre e i miei fratelli, a
quattro anni, hanno cominciato a chia-marmi Geppi che non è un nome d’ar-te come Sting». In famiglia tornava Ma-ria Giuseppina solo quando la rimpro-veravano: «Era difficile urlare “Geppi”,
che sembrava un vezzeggiativo, e non
riuscivano a sgridare una bimba con un
nome che faceva tenerezza».
Maria Giuseppina a diciotto anni si
diploma a Macomer, Sardegna
profonda, con la stessa idea fissa nella
testa da quando di anni ne aveva solo
sei: studiare teatro. «I miei mi chiesero
di laurearmi in giurisprudenza e così
mi trasferii a Cagliari. Peccato che, pro-prio in quell’anno, c’era stato il boom
delle matricole iscritte». Era il momen-to di Mani pulite e, da quattrocento, i
sardi che sognavano di diventare Di
Pietro, erano diventati tremila.
La vita a Cagliari la travolge: il mare,
le amiche, la squadra. «Con il basket ero
appagata: giocavo in A2 però continua-vo a sognare di far ridere la gente e di di-ventare attrice. Così, a otto esami dal
traguardo, ho chiesto ai miei di man-darmi a Milano, giurando che mi sarei
comunque laureata». Per Geppi co-mincia la vita vera: «Il cabaret, e soprat-tutto Zelig, mi sembravano la scorcia-toia per salire sul palco davanti al pub-blico». Dopo la laurea però insiste e
prova il tirocinio in uno studio notari-le: «Anche in questo caso ho agito più
da figlia che da amministratrice di me
stessa perché mio padre, il grande
pragmatico, ci teneva troppo. Mia ma-dre mi ha trasmesso invece un grande
senso del dovere e dell’equilibrio». Co-se che l’hanno aiutata quando ha do-vuto scegliere. Nel lavoro e non solo.
Dello sconosciuto mondo dello spetta-colo temeva la sfida continua: «E inve-ce l’ho trovato simile a tanti altri. C’è
quella fatica, tutta femminile, di conci-liare la vita reale con la carriera».
Il primo palcoscenico è stato quello
del laboratorio Scaldasole. Quindi, fi-nalmente, Zelig. Ma senza mollare i fal-doni del notaio: «Facevo una gran con-fusione tra la vita diurna meticolosa e
quella notturna da comica, così, dopo
quasi un anno, mi sono licenziata. A
quel punto in famiglia mi hanno ap-poggiata perché ero una dottoressa di
studio troppo triste e imprecisa. Il no-taio è diventato un mio ammiratore e io
ho cominciato a fare quello che deside-ravo, senza compromessi».
La prima volta che si è trovata da-vanti al pubblico le tremavano le gam-be. E confessa che le tremano ancora:
«Ho una debolezza che esplode e che
non riesco a controllare. Mi è successo
a Sanremo. Però, persino nei momenti
difficili, non ho ripensamenti perché
ho la fortuna di fare quello che ho sem-pre sognato. Quando ho avuto proble-mi, ho conosciuto il lusso di potermi
fermare e stare in casa mia, l’unico po-sto dove volevo e dovevo stare». Della
pallacanestro le è rimasto lo spirito di
gruppo: «Dietro ogni lavoro ci sono io
con i miei autori, ho un forte senso cor-porativo e tendo a lavorare a lungo con
le stesse persone anche perché nella vi-ta si trascorre più tempo con chi si la-vora che con chi si ama. Voler bene al
proprio vicino di scrivania rende tutto
più semplice».
Il rigore non le manca: «Pur essendo
l’ultima figlia, sono stata educata in
una bolla di attenzioni e severità. Non
mi è mai stato permesso di studiare un
giorno tanto e quello dopo niente, la re-gola era mai restare indietro. Anche nel
basket, quando volevo mollare, me lo
hanno impedito. L’allenamento aiuta,
la preparazione anche, quando non
hai nessun altro talento che non essere
te stessa il controllo sulle cose ti dà se-renità. E lo eserciti provando, discu-tendo e cambiando idea sino allo sfini-mento».
La giornata di Geppi Cucciari non è
mai oziosa. Anzi. «Vivo correndo, ora
che tutti i giorni sono su La7 con G’ Day
leggo qualsiasi quotidiano e ho sempre
un libro aperto. La diretta mi costringe
a tentare di sapere tutto. In principio
ero aiutata dall’inconsapevolezza. La
televisione s’impara giorno per giorno
confrontandosi con i propri limiti e
unendo l’esercizio con un folle istinto».
In questo il teatro le ha fatto da scuola,
ma la televisione è un’altra cosa: «Arri-va un momento in cui dimentichi la te-lecamera e può capitare di essere più ir-riverente, più cattiva o più disinforma-ta del lecito». Un grande dono è saper
ascoltare. «Cosa che aiuta anche nella
vita, dove bisogna ascoltare ma anche
ricordare».
Geppi vive a Milano. Città che ama e
che l’ha accolta con affetto, ma che
non le impedisce di tornare nella sua
Sardegna. Il sorriso diventa più inten-so: «La Sardegna è un’isola e questo
non fa che esaltare gli aspetti negativi e
positivi del suo popolo. La “sardità” si
esprime in un forte senso del territorio,
della provenienza, del riconoscimen-to. La memoria felice si trasforma in ri-conoscenza profonda, quella infausta
tende a sfociare nel rancore». Nei suoi
primi trentanove anni, l’indaffarata
Geppi, ha trovato anche il tempo per
scrivere due libri: «È stato liberatorio.
Per me che sono un’istintiva era im-portante potersi isolare e capire le co-se». La dedica è stata l’unica cosa su cui
non ha avuto dubbi: «Ai miei genitori,
con i miei genitori, nonostante i miei
genitori». Nella vita si definisce «tradi-zionalista con un filo di progressismo
controllato». Quando è arrivata la pro-posta di Sanremo, ha avuto solo due
settimane per prepararsi: «La prima
preoccupazione è stata cosa dico, poi
con chi ci vado, infine come mi vesto».
Alla fine è andata con i suoi autori e si è
fatta vestire da Antonio Marras. Sardo
anche lui. Al fianco di tante bellissime
non si è sentita a disagio ma, del con-fronto estetico tra le donne, c’è qual-cosa che la innervosisce nel profondo:
«Soffro quel ragionamento che presu-me un contrasto tra bellezza e intelli-genza. Un tempo c’era un maschili-smo che portava a discriminare tra uo-mini e donne, ora c’è quello più sub-dolo che divide le donne capaci e le
donne di altro tipo. Io non mi ritengo
in contrasto con ciò che è diverso da
me, casomai in illuminante e lecita di-sarmonia».
È stata premiata come miglior per-sonaggio televisivo dell’anno ma non
le basta. C’è ancora un sogno: «Essere
attrice. Quest’estate ero sul set di una
commedia di Marco Ponti e di un film
in bianco e nero di Paolo Zucca. Nel ci-nema il risultato è dilazionato nel tem-po. Non sai quello che hai fatto, finché
non vedi il film finito. È come se tv, tea-tro e cinema appagassero tre parti di-verse del condominio che è in me». Su
chi, come lei, ha scelto questo mestie-re scherza: «È sintomo di squilibrio».
Quando non lavora il tempo libero lo
passa a modo suo: «Divento metodica,
quasi noiosa. La sera mi alleno a basket
e, due volte a settimana, ceno con le
mie amiche storiche, sarde come me.
Ho scelto di ricominciare ad allenarmi
perché mi piace e mi addolora che,
aver perso qualche chilo, abbia rap-presentato per molti una scelta di vi-ta». Gli amici sono selezionati. «La mia
realtà ruota attorno a tre o quattro per-sone che hanno scelto di frequentar-mi, l’uomo che amo, le amiche di sem-pre, la mia famiglia. Ogni tanto mi uni-sco ad altri ma non credo nell’alchimia
dei gruppi che non si conoscono, mes-si insieme a tutti i costi».
La tostissima Geppi, a sorpresa, non
disdegna il lettino dell’analista. Anche
quello a modo suo: «Alcuni vanno in
analisi per sfogarsi, io non ne ho biso-gno perché ho amiche preziose. Riten-go però che se l’analista in un’ora ti di-ce anche solo una cosa, con la giusta di-stanza, ne sia valsa comunque la pe-na». Si avvicina un cameriere per por-tare via il caffè e lei lo sorprende con
una battuta. Una risata e subito lui la
guarda con adorazione. Ecco il segreto
per conquistare gli uomin


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Apple, una filosofia tradita Steve Jobs sarebbe furioso”

e Steve Jobs
fosse ancora vi-vo, ora sarebbe
furibondo.
Questa storia
delle mappe sballate dell’iPhone
5 è un errore imperdonabile. E le
scuse pubbliche che Tim Cook
ha presentato non sono soddi-sfacenti, non foss’altro perché
non sono accompagnate dalla
data in cui il problema verrà su-perato. Può sembrare una cosa
piccola, viste le file che ci sono
state comunque per comprare
l’ultimo modello del telefonino
della Apple, ma si tratta di un tra-dimento della filosofia di mana-gement di Jobs. Se Steve fosse
ancora vivo, sono sicuro che
qualche testa sarebbe rotolata”.
Jay Elliot lo conosceva bene
Steve Jobs. Dopo averlo incontra-to per caso in un ristorante in Sili-con Valley, venne assunto ed è
stato per sette anni vice presiden-te esecutivo Apple: “Allora Steve
aveva 27 anni e io 39. Quando c’e-rano delle riunioni, lui diceva
sempre la stessa frase: non fidate-vi mai di chi ha più di 30 anni! Poi
mi guardava e aggiungeva: eccet-to Jay”. Quando Steve Jobs venne
licenziato dalla “sua” Apple, nel
1986, Elliot si vanta di essere stato
l’unico a difenderlo in consiglio di
amministrazione: “E così venni
licenziato anche io”.
Com’è noto molti anni dopo
Jobs tornò in Apple, trovandola
sull’orlo della chiusura e trasfor-mandola in quello che è oggi:
l’azienda più capitalizzata di
Wall Street ed una delle più am-mirate del mondo. Ed Elliot, che
nonostante gli anni è ancora in
pista con una piccola azienda di
software, ha scritto un libro di
notevole successo sul suo ex ca-po sebbene non lo abbia prati-camente più visto da allora:
L’uomo che ha inventato il futu-ro . Ora ne ha scritto un secondo:
La storia continuache è uscito
per Hoepli proprio nei giorni in
cui nel mondo è scoppiato il
Mapplegate, lo scandalo delle
mappe sbagliate di Apple.
Si tratta di questo: nell’ambito
della sfida con Google, dall’ulti-ma versione del sistema operati-vo Apple (iOS6), le ottime e con-solidate mappe di Google sono
state sostituite dalle nuovissime
mappe che Apple ha confeziona-to. Solo che il prodotto non fun-ziona, molti indirizzi sono sballa-ti, intere città sono in mare e mo-numenti con la Torre Eiffel risul-tano schiacciati come se fosse ca-duto un meteorite. Cose che capi-tano con il software: per questo
spesso basta avvertire che il pro-dotto è ancora “in beta”, ovvero in
fase di test. Ma Tim Cook non lo
ha fatto: anzi le ha presentate di-cendo che erano le migliori map-pe che avessimo mai visto.
Un semplice incidente di per-corso? Non si direbbe. Il 24 agosto
scorso, ad un anno esatto dal pas-saggio di consegne con Steve
Jobs, tutti erano d’accordo nel
lodare il nuovo capo, forte dei
successi di vendite, in Borsa e
anche della vittoriosa guerra dei
brevetti con i rivali. Sono passa-ti appena quaranta giorni e nel
primo anniversario della morte
di Jobs, è tutto cambiato: “La
magia è finita” “Cook sta lenta-mente distruggendo la Apple”
“Steve Jobs lo avrebbe licenzia-to” sono solo alcuni dei titoli che
si leggono in rete in questi giorni
anche su testate autorevoli.
“Molte critiche sono davvero
immotivate” secondo Elliot.
“Tutti dimenticano che Tim
Cook era il primo collaboratore
di Steve Jobs e che è stato Steve
stesso a sceglierlo come succes-sore. La morte di Steve non è sta-to un fatto improvviso e gli ha da-to il tempo di costruire un team
che potesse gestire la Apple dopo
di lui. Accanto a Cook, ci metto
anche Jonathan Ive, al quale si
deve il magnifico design dei pro-dotti. Ovviamente come perso-na, come leader, Jobs resta inso-stituibile, ma la sua speranza era
che un iTeam potesse prendere
il suo posto. Come dimostra la
presentazione dell’iPhone 5, il
12 settembre: quel giorno sul
palco non c’era un unico prota-gonista ma un gruppo. La Apple
oggi è una squadra”.
Un anno dopo la morte del
fondatore, qual è l’eredità che
Jobs ha lasciato? Su questo Elliot
non ha dubbi: “Il fatto che una
azienda per avere successo e an-cora di più per mantenerlo, non
deve mai perdere la mentalità
della startup, delle imprese nate
in garage per passione, con l’u-nico obiettivo di inseguire una
idea meravigliosa e fare il pro-dotto più bello di tutti”. La Apple
di Jobs, nonostante le dimensio-ni colossali, non ha mai smesso
di essere una startup, “ovvero un
posto dove magari entri a mez-zogiorno ma poi lavori fino a
mezzanotte, dove il capo ti tira
giù dal letto alle tre del mattino
se ha avuto una idea nuova, do-ve anche l’ultimo impiegato go-de del successo grazie al fatto
che ha delle azioni e dove, se il
tuo capo sta presentando al
mondo un telefonino fantasti-co, e tu hai contribuito a farlo,
beh, ti senti una persona felice”.
Resta il tema di come avrebbe
reagito Steve Jobs davanti ad un
errore come quello delle mappe.
“Non è la prima volta che la Apple
nella sua storia sbaglia qualcosa”
ricorda Elliot. “Qualche anno fa
cosa accadde quando ci si accor-se che tenendo l’iPhone con la
mano sinistra cadeva la linea a
causa del posizionamento della
antenna. Tutti sanno che cosa fe-ce Steve e come reagì”. Pratica-mente diede la colpa ai consu-matori. Disse: non impugnatelo
in quel modo, più o meno


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Eric Hobsbawm – ddio allo storico che raccontò il «secolo breve» Gli operai e i fuorilegge al centro delle s ue ricerche

stata lunga e intensa l’attività
storiografica di Eric John Er-nest Hobsbawm, scomparso
all’età di 95 anni. Aveva comin-ciato a farsi notare negli anni Sessan-ta. I suoi studi vertevano inizialmente
soprattutto sulla storia sociale dell’In-ghilterra nella pienamaturità della Ri-voluzione industriale, di cui era stata
l’iniziatrice. Il suo lavoro maggiore di
quegli anni furono gli studi sul movi-mento operaio inglese, apparsi nel
1964. Qui la particolare e originale ci-fra della sua ricerca era di rivolgersi a
studiare la classe operaia non nelle
consuete forme istituzionalizzate, sin-dacali e politiche, bensì in quanto real-tà sociale in varii e importanti aspetti
del suo modo di essere e di vivere. Si
andava, perciò, nelle sue pagine, dalle
condizioni igieniche e sanitarie dei
luoghi di lavoro alle difficoltà di so-stentamento per la magrezza dei sala-ri; dalla ostile diffidenza verso una dif-fusione indiscriminata delle macchi-ne, viste come distruttrici delle possi-bilità di lavoro e come terribili mecca-nismi di alienazione e compressione
umana, agli sforzi organizzativi e poli-tici delle avanguardie operaie. Si trat-tava, però, anche dei movimenti che,
dai radicali, ai laburisti, ai fabiani, si
erano fatti interpreti di questa realtà
sociale e delle sue esigenze di promo-zione umana e civile.
Se si pensa che nel 1963 era stato
pubblicato il lavoro fondamentale di
quel grande storico di questi proble-mi che fu Edward P. Thomp-son sulla Rivoluzione indu-striale e la classe operaia in-glese, si può quindi capire co-me Hobsbawm si fosse subi-to inserito in uno dei filoni
più innovativi e importanti
della storiografia britannica
di allora. Vi si distinse, però,
coltivando, insieme a questo,
il filone della marginalità so-ciale, specie nelle forme che
egli definiva primitive di ri-volta sociale. Di qui gli studi
su ribelli e banditi, sempre
degli anni Sessanta. Quel che
più lo interessava era il ruolo
per nulla trascurabile di que-sti movimenti, di cui l’Italia
gli sembrava fornire un’importante
esemplificazione, nella storia contem-poranea dalla Rivoluzione Francese in
poi, a malgrado d ella loro
elementarità. In quei movimenti di
contadini, di gruppi millenaristici, di
briganti e mafiosi, di primi e informi
movimenti operai, Hobsbawm legge-va il lungo e penoso adattamento alle
nuove e tanto aspre condizioni della
società capitalistico-industriale, e
quindi anche lemaldestre anticipazio-ni dei successivi e robusti e colti movi-menti e partiti operai e popolari. Su-scita qualche perplessità, qui, il fatto
che quell’adattamento fosse ricercato
dallo storico in ambienti fra i più lon-tani dal proscenio della trasformazio-ne socio-economica dell’industriali-smo, ma la sua penetrazione dello spi-rito e della casistica di quelle «forme
elementari» di protesta sociale ha se-gnato non piccole acquisizioni della
storiografia al riguardo.
Era chiaro in questi suoi interessi
storiografici l’orientamento marxisti-co che restò sempre il suo, tanto da
fargli teorizzare ancora nel 2011 «la ne-cessità di riscoprire il marxismo». A
Marx come pensatore e rivoluzionario
aveva dedicato nel 2004 anche una
monografia, che non è, forse, tra le
sue cose migliori, così come non lo è
la sua riflessione metodologica in De
historia. Non si può, tuttavia, in nes-sun modo dire (e lo dice pure la sua
autobiografia, dal titolo, di tipicoun-derstatementinglese,Anni interessan-ti) che il suo marxismo fosse di quelli
dogmatici e non inclini a considerare
e riconsiderare le cose, sensibile co-m’era, fra l’altro, all’influenza della Fa-bian Society, delle cui tesi trattò nella
sua tesi di dottorato. Molto gli giovò
poi il contatto con varii ambienti del
marxismo europeo, delle cui vicende
egli era curioso e appassionato, come
attesta l’importante intervista-collo-quio sul Partito comunista italiano
con Giorgio Napolitano, apparsa da
Laterza nel 1976, e i non meno assidui
rapporti con ambienti cultural-edito-riali tanto rilevanti come quelli della
Einaudi in Italia.
Quando il raggio dei suoi interessi
storiografici si allargò poi alle «rivolu-zioni borghesi», ai movimenti nazio-nali, all’imperialismo e ad altri aspetti
della storia europea dell’Ottocento,
Hobsbawm vi giunse, quindi, con
una notevole ricchezza di prospettive
e di temi di studio, che resero i suo
libri sempre interessanti e attraenti.
E, ciò, anche quando egli si muoveva
sulla falsariga di idee da tempo conve-nute, come quelle sul carattere epoca-le della trasformazione che l’Europa
ha prodotto nel mondo con la Rivolu-zione industriale; o quando indulge-va a una nota ideologica insolita in lui
nel contrapporsi a un altro grande sto-rico dell’Ottocento, quale fu Lewis B.
Namier, l’indimenticato autore della
Rivoluzione degli intellettuali, ossia
del 1848 in Europa.
In ultimo toccò il culmine delle sue
fortune storiografiche ed ebbe una ve-ra popolarità col suoSecolo breve,del
1995. L’idea che il Novecento si strin-gesse tra la Prima guerra mondiale e
la fine della «Guerra Fredda» col crol-lo dell’Unione Sovietica, e quindi tra il
1914 e il 1991, colpì molto l’immagina-rio non solo del «pubblico colto», ma
anche degli studiosi. Egli contrappo-neva a questo secolo breve un lungo
Ottocento. In realtà sono entrambi
lunghi, sia l’Otto che il Novecento, e
per la semplice ragione che per larga
parte si sovrappongono fra loro, e
l’uno continua quando l’altro è già co-minciato e il secondo comincia già
quando ancora dura il primo. Ma la
fortunata immagine della brevità di
un secolo da lui deprecato, a ragione,
come uno fra i più sanguinosi e tragi-ci della memoria umana, dà da sola
l’idea di un modo di fare storia, che al
rigore metodologico e critico accop-piava una dimensione umana di curio-sità e di partecipe passione, di cui in-vano si cercherebbero le tracce in sto-rici anche autorevoli e importanti, lad-dove egli è sempre dentro l’immedia-tezza e vivacità umana della Stori