martedì 16 luglio 2013

La seconda vita di Paula Cooper l’assassina che doveva morire

C
on 75 dollari in ta-sca, un abito di se-conda mano ad-dosso e il sangue
della donna che lei
uccise con 33 pugnalate al to-race stampato nella memoria,
la bambina che doveva morire
è da ieri sera una donna libera
che deve imparare a vivere.
Ventisette anni or sono, quan-do non aveva ancora quindici
anni, Paula Cooper fu con-dannata alla siringa dal tribu-nale di Lake County, nell’In-diana, e rinchiusa del braccio
della morte ad attendere l’ese-cuzione. Era l’11 luglio del
1986 e Paula divenne la perso-na più giovane in attesa del
boia. La prima e unica “Dead
Girl Walking”.
Sul suo caso e sulla colpevo-lezza di Paula, non ci potevano
essere dubbi. Due anni prima,
nel maggio del 1985, lei, che del
suo piccolo branco di ragazzi-ne era la più intelligente, la più
forte, la “lupa alfa”, si era fatta
ricevere da una vecchina con i
capelli azzurrini che sembrava
uscita da un libro di favole. Si
chiamava Ruth Pelke e a 78 an-ni, dopo una vita da maestra
nelle scuole pubbliche, aveva
dedicato la vecchiaia alla lettu-ra e all’insegnamento delle Sa-cre Scritture. Quando vide
Paula, seguita da Karen, April e
Denise, la più piccola ad appe-na tredici anni, suonare alla
porta chiedendo di studiare
con lei la Bibbia e sfuggire alla
crudeltà del ghetto di Gary, si-curamente sentì la speranza
della propria missione.
Mezz’ora dopo, Ruth Pelke
era un cadavere trafitto da 33
colpi inflitti con un coltello da
macellaio. Uno sferrato con
tale violenza da attraversarle il
torace gracilino e lasciare una
tacca profonda nel parquet.
Paula confessò di essere
stata lei a colpire la vecchina
dai capelli azzurrini, soltanto
lei, e di averlo fatto per rapina.
Dalla casa dell’insegnante di
religione, le quattro ragazzine
avevano portato via poche ca-rabattole, cornicette d’argen-to, qualche spilla di bigiotte-ria e un totale in contanti di
dollari 10. Il magistrato della pubblica
accusa non dovette faticare
molto per convincere la giuria
della sua colpevolezza. Nè il
giudice, James C. Kimbrough
dovette fare altro che guarda-re il codice penale dell’India-na per scoprire che in quello
Stato la legge permetteva la
condanna a morte e l’esecu-zione di chi avesse compiuto
dieci anni.
Con i suoi quindici, Paula
era ben oltre la soglia.
E invece fu proprio lei, con
quella condanna a morte giu-diziariamente inappellabile e
umanamente insopportabile,
a costringere uno Stato, una
nazione, la magistratura ai
massimi livelli a guardare ne-gli occhi una legislazione che
permetteva di mettere a mor-te bambini e poco più che
bambini.
Non furono neppure la mo-bilitazione prevedibile delle
organizzazioni contro la pena
capitale, poi l’interessamen-to di Papa Wojtyla, attraverso
un sacerdote italiano di Cam-pobasso, don Vito Bracone,
che scrisse al governatore del-l’Indiana a smuovere e com-muovere. In molte altre occa-sioni, come nella vicenda di
Joe O’Donnel in Virginia, il
Vaticano sarebbe intervenuto
senza successo per chiedere
clemenza.
Contribuì molto anche il
comportamento di Paula in
carcere.
Ieri, quando è uscita dalla
prigione di Rockville, in In-diana, la sua scheda persona-le aveva annotato 23 violazio-ni minori dei regolamenti in
un quarto di secolo dietro le
sbarre. Sono molti i casi di cri-minali violenti, di serial killer,
di detenuti in attesa del boia he scoprono vocazioni reli-giose, che si trasformano in
consiglieri e guide spirituali
per i più giovani, senza con-vincere giudici e governatori
a commutare la pena. Paula
Cooper non aveva neppure
mai chiesto nulla, dopo la
confessione, che non ritrattò
mai, e la condanna. «Il carce-re serve a riabilitare soltanto
coloro che si vogliono riabili-tare» disse in un’intervista al-la network CBS . I nipoti della
insegnante coi capelli turchi-ni l’avevano pubblicamente
perdonata.
Fu la Corte Suprema dell’In-diana a smuovere il macigno
della legge. Per l’intervento di
Amnesty International, che
aveva portato il caso di Paula
davanti a quella magistratura,
mentre volavano le due milio-ni di firme di cittadini italiani
raccolte da don Bracone, la
Corte sentenziò nel 1989 che
Paula Cooper non poteva esse-re messa a morte e la sua con-danna doveva essere tramuta-ta in 60 anni di carcere.
Sarebbero trascorsi altri se-dici anni, fino al 2005, per arri-vare a una sentenza della Corte
Suprema degli Stati Uniti, dun-que valida per tutti gli Stati, che
vieta l’esecuzione di chi abbia
commesso il reato prima della
maggiore età, i 18anni.
E’ uscita per buona condot-ta, con i 75 dollari d’ordinanza
previsti dalla legge e abiti rega-lati di seconda mano, perchè
quelli che indossava a 16 anni
non vestono più una donna di
43. Paula si è laureata studian-do in carcere, con un titolo
quadriennale in discipline
umanistiche e una sotto-spe-cializzazione in psicologia.
Una foto la mostra raggiante,
con la toga nera sulle spalle e il
tocco in testa mentre riceve la
laurea. Gliela porge, mentre le
stringe la mano nella cerimo-nia, la preside della facoltà di
studi umanistici, un’anziana
insegnante molto più piccola
di lei, con i capelli lievemente
azzurri e con le spalle graciline
sotto la toga. Forse le vecchie
insegnanti sono come i vecchi
soldati. Non muoiono davvero
mai, fino a quando ci saranno
studenti e scolar

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