venerdì 26 luglio 2013

Antony Hegarty

Ha saputo trasformare in un’arma
la sua diversità. E così oggi il cantante
degli Antony and the Johnsons,
dal timbro angelico e inquietante,
è molto più dell’artista di culto scoperto
da Lou Reed nelle notti
di New York: “Potevo
soccombere, ho cercato
un modo per esprimermi
Non ho permesso
a me stesso di deragliare
La perseveranza
mi ha guidato nell’arte:
non la bella voce”


N
ella hall del Bowery Ho-tel, in quella obliqua
scacchiera della metro-poli dove un tempo bi-ghellonavano artisti e diseredati (ora il
posto più trendy di Lower Manhattan),
Antony Hegarty cerca un angolo tran-quillo per raccontarsi. Troppa folla in-torno al caminetto acceso anche d’e-state, troppa luce davanti alla veranda,
troppi faretti intorno alla reception. Al-la fine si accomoda nel posto più traffi-cato e indiscreto, davanti agli ascenso-ri che portano ai piani. «Qui vanno tutti
di fretta, non faranno caso a noi», mor-mora. Non ha mai smesso di essere ti-mido, di aspirare a una terapeutica in-visibilità. Da quando bambino, in In-ghilterra, si muoveva in modo diverso,
parlava in modo diverso, cantava in
modo diverso; da quando adolescente
negli Usa pensava in modo diverso, ve-stiva in modo diverso, si truccava in
modo diverso. Ora quegli occhi bistrati
li nasconde dietro i lunghi capelli che la
cera tiene incollati al viso, sistemati ad
arte per creare uno schermo tra lui e il
mondo, come i molti strati di maglina
leggera che celano il corpo di un pingue
ragazzone vicino al metro e novanta.
«Ho combattuto una guerra, fin da pic-colo», mormora con la voce sommessa
e femminea. «Potevo soccombere, na-scondermi, impiccarmi. Potevo fingere
di essere quello che non sono. Invece ho
cercato un modo per esprimermi. Era il
mio percorso, non ho permesso a me
stesso di deragliare; la ragione che mi ha
spinto ad andare avanti, una ricerca
personale. È durata anni, l’ho persegui-ta con determinazione ed è la ragione
per cui canto. La perseveranza mi ha
guidato all’arte, non la bella voce».
La diversità è la sua arma. Ed è affila-tissima. Anche se non sempre sono sta-ti applausi per la voce angelica e inquie-tante scoperta da Lou Reed tra i tesori
dell’underground. Quindici anni di ga-vetta prima che Antony and the John-sons pubblicassero nel 2005 l’acclama-to I’m a Bird Now(il disco d’esordio, cin-que anni prima, era passato pratica-mente inosservato).
«Arrivai in città a diciotto anni, nel
1990», racconta l’artista che alle ele-mentari si era trasferito con la famiglia
dall’Inghilterra nella West Coast. «Sa-pevo che per me era come… tornare a
casa. Anche se non c’ero mai stato. Sa-pevo che era l’ultima fermata del treno.
Prima dell’avvento di Internet, prima
dell’era digitale, New York aveva un’au-ra speciale, era l’unica isola felice dove
agli artisti e ai degenerati fosse conces-so di vivere in pace. Sprofondai nelle
notti di Manhattan. Quel che mi inte-ressava succedeva solo dopo il tramon-to. Così trascorsi i primi sette anni vi-vendo da mezzanotte alle cinque del
mattino».
Frequentava locali come Knitting
Factory e Joe’s Pub e di giorno l’Experi-mental Theatre Wing della New York
University. Al disprezzo che leggeva ne-gli sguardi rispose con poche lettere che
si fece scolpire sulla nuca a colpi di ra-soio: FUCK YOU. Anni di euforia e di di-sagio, fino a quando non incontrò il suo
spirito guida, Joey Arias, un travestito
che cantava Billie Holiday nei club di
Manhattan e con Klaus Nomi aveva ac-compagnato un’esibizione di David
Bowie al  Saturday Night Live. «Prima di
conoscerlo andavo a vedere tutti i suoi
spettacoli, era una di quelle che io chia-mo icone psico-culturali, un predicato-re che ha ispirato la mia vita non meno
di Kazuo Ohno (artista giapponese, gu-ru della danza Butoh che Antony ha vo-luto sulla copertina di  The Crying Li-ght)», ricorda. «Quando cantava Billie
Holiday era spettrale e trascendentale,
illuminava lo spazio in cui si muoveva,
sofisticato e vaudeville allo stesso tem-po. Ero soggiogato dalla sua impene-trabile vulnerabilità».
Antony vive nel quartiere di Chelsea,
ha un ufficio, un segretario, è più che un
artista di culto, ha una visibilità inter-nazionale, collaborazioni eccellenti in
musica e teatro. Si è anche esibito al Ra-dio City Music Hall davanti a seimila
persone. In Italia ha un pubblico fede-lissimo. Si esibirà domani alla Cavea
dell’Auditorium di Roma con un pro-gramma di cover intitolato  She’s So
Blue ; poi dividerà il palco con Franco
Battiato (col quale ha inciso  Del suo ve-loce volo ) il 31 agosto a Firenze e il 2 set-tembre all’Arena di Verona col già col-laudato  Cut The World, accompagnato
dalla Filarmonica Arturo Toscanini.
«Per me nulla è cambiato», assicura,
«certezze, preoccupazioni e priorità so-no le stesse di sempre. Ho fatto al Radio
City quel che facevo vent’anni fa al Py-ramid Club alle tre di notte. Più entusia-smante è stata la performance al Teatro
Real di Madrid con Marina Abramovic
e Bob Wilson ( The Life and Death of Ma-rina Abramovic ). L’abbiamo ripresa a
Toronto e a dicembre approderà a New
York. Marina è un’artista straordinaria.
Mi affascinano la sua semplicità e la lu-cidità con cui affronta le cose. Ci com-pletiamo, io sono un indeciso per natu-ra, lei riesce in un attimo ad arrivare al-l’essenza, e sempre con gesti semplici e
fortissimi». La Abramovic fa parte di
quell’universo femminile che l’anno
scorso Antony ha celebrato nel corso
del Meltdown Festival di Londra. «È sta-to un onore dirigere la rassegna dopo
Patti Smith, Robert Wyatt e Scott
Walker. Il Meltdown mi ha dato la pos-sibilità di creare un evento dove la di-versità è miracolosamente diventata
normalità. Anche quando le scelte era-no ardite, come il coinvolgimento della
cantante Selda Bagcan, una pasionaria,
la Joan Baez turca. Piansi la prima volta
che per caso l’ascoltai in un coffee shop
americano, e non capivo neanche di
cosa parlavano le sue canzoni. Mi era
successo molti anni prima con Miriam
Makeba». Al Meltdown ha invitato an-che Marc Almond, l’idolo della sua ado-lescenza. «Non sarei mai diventato un
cantante senza la sua influenza», con-fessa. «È stato lo specchio nel quale mi
sono riflesso dai tredici ai quindici an-ni. Era effemminato e provocante, ma
in una maniera molto punk; sibilava
minacciosamente alla platea per na-scondere una inconfessabile vulnera-bilità; un paradosso vivente, ero sog-giogato dalla sua rabbia, da quella voce
non sempre bella, non sempre all’altez-za, non sempre piacevole. Io, che mi
sentivo un ragazzino deriso, trovavo
sublime quel che faceva. Un adole-scente effemminato cresce con la con-sapevolezza del disprezzo. Neanche la
voce mi sembrava un dono. Non mi pia-ceva il mio timbro, eppure mi ostinavo
a cantare ogni singolo giorno tanto era
urgente il bisogno di esprimermi. In ca-sa mia le emozioni venivano sistemati-camente denigrate. La sensibilità? Una
debolezza femminile relegata nella sfe-ra emotivamente più bassa dell’essere
umano. È un tipico atteggiamento del-la nostra società: intuito e emotività so-no considerati inutili e pericolosi.
Quante guerre avremmo evitato se i po-litici fossero stati più sensibili — nel
senso più femminile del termine».
Il suo programma è noto, l’ha enun-ciato anche al pubblico di Sanremo di-stratto dalle canzonette: «Per me c’è
una stretta connessione tra femmini-smo ed ecologia. Le donne e la nostra
parte femminile sono le uniche armi in
grado di salvare l’umanità, una risorsa
mai sfruttata a livello di conoscenza e di
potere», insiste noncurante del viavai
degli ascensori. «Prima che il genere
umano venga spazzato via dalla faccia
della terra dobbiamo ricorrere a quello
che io chiamo “il potere del femmini-no”, in termini di governo soprattutto.
Obama non è stato il presidente che mi
aspettavo, l’eroico leader che avrebbe
potuto trascinare gli States dentro una
nuova consapevolezza, ma è uno che
ascolta chi alza la voce e si fa sentire.
Grazie a lui la comunità gay è diventata
politicamente visibile in America. Sfor-tunatamente la stessa cosa non è acca-duta per i problemi legati all’ambiente.
Sono gli scienziati che hanno fatto scat-tare l’allarme, e agli scienziati non è
consentito di partecipare al dibattito
politico. Le preziose informazioni che
ci forniscono si scontrano con gli inte-ressi di potentissime lobby. Né i mezzi
d’informazione ci sono di alcun aiuto;
la maggior parte degli americani segue
Fox News che, come si sa, va dove soffia
il vento. Per Rupert Murdoch il pianeta
potrebbe anche andare a fuoco purché
il suo impero sia al sicuro. Forse ha già
progettato una navetta spaziale con la
quale mettersi in salvo con tutta la fa-miglia». Controlla l’ora, maledice que-sta New York dove ormai si vive solo di
giorno. E conclude: «Non credo saremo
mai in grado di piegare il capitalismo
agli interessi del pianeta. Ho studiato e
riflettuto: il potere maschilista, vertica-le, gerarchico e corporativo è totalmen-te diverso da quello più flessibile e oriz-zontale con cui le donne governano la
famiglia. Sono giunto alla conclusione
che l’unica via di salvezza è dare potere
a quello strato della popolazione che
non l’ha mai avuto, a quelli che non so-no mai stati i protagonisti dello show,
ma solo i supporter e gli spettatori. Un
cambio della guardia radicale con le
donne alla guida della partita. Il mondo
ha bisogno di più estrogeni


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