niziò diciotto anni fa con “L’odio”,
film choc sulle banlieue in rivolta,
e da allora non ha ancora smesso
di stare sulle barricate
Ha continuato a fare
cinema, sia da attore
che da regista,
tra Parigi e Hollywood,
dando spesso scandalo
e non solo in sala:
“Quello che voglio
è risvegliare la gente,
intorpidita dalla propaganda
Ma per avvicinarti davvero alla realtà
oggi devi per forza scendere in basso”
opo La Haine(L’Odio ),
diciott’anni fa, cruda
radiografia in bianco e
nero della ribollente
periferia urbana, il suo destino pareva
segnato: regista-rivelazione a ventotto
anni, campioncino di turno della di-versità culturale francese. Una focosa
valanga di rabbia e di talento che sugli
schermi avrebbe rovesciato d’ora in
poi, come cumuli di raccolta differen-ziata, le banlieues metropolitane, i lo-ro disagi d’immigrati, emarginati,
esclusi. Ribelle d’elezione, Mathieu
Kassovitz appariva il messia program-mabile d’un cinema tornato di colpo
acerbo, vicino ai giovani. «Natural-mente ho deluso tutti. Perché tutti s’a-spettavano La Haine 2 . E invece ho di-retto Assassins , che resta il mio preferi-to, altro film assai violento, stavolta
però nei confronti dei media». Ci sono
stati, poi, viavai regista-attore, con ap-prezzate interpretazioni: fidanzato
della vaporosa Audrey Tautou nel sur-reale e popolare Améliedi Jean-Pierre
Jeunet, giovane sacerdote in Amen di
Costa-Gavras sull’epoca tragica della
Shoah, agente anti-commando pale-stinese in Munichdi Steven Spielberg,
killer di contratta violenza interiore
nel film francese di Michele Placido, Il
cecchino.
Tra alti e bassi di pellicole dirette a
Parigi e a Hollywood, dunque, Kasso-vitz non s’è fermato alle periferie. O,
meglio, contro ogni attesa dell’indu-stria cinematografica di casa, ha fatto
della Francia intera una banlieue della
storia, una menzogna e una vergogna,
cercando di ristabilire due anni fa, in
L’ordre et la morale, la verità sulla libe-razione sanguinosa di ostaggi francesi
nella colonia di Nuova Caledonia che
(nei giorni cruciali della sfida elettora-le Mitterand-Chirac del 1988) portò al
massacro di diciannove kanak: «Un af-fare sporco, piegato freddamente alle
strategie del voto — s’accende il regi-sta, con un sussulto di battaglia tra t-shirt e restante look minimalista, lo
sguardo inquieto sguinzagliato in ogni
direzione — Per me questo film è più
d’un film (comunque premiato con il
César, l’Oscar francese, ndr). Più d’un
adattamento del libro dell’ex capitano
Philippe Legorjus, che guidò le opera-zioni. È un’avventura politica, una ri-cerca durata oltre dieci anni, tra lettu-re, viaggi, sopralluoghi, lotte per trova-re soldi, attori...».
La tiepida accoglienza ricevuta in
Francia, applaudito invece al Biogra-film di Bologna l’anno scorso (con il ti-tolo Rebellion), il film ha indotto il regi-sta a esternazioni-twitter irriferibili di
cui si sono pasciuti i suoi quarantacin-quemila follower, suggerendo agli av-versari un irridente anagramma, Le
mordre et l’art oral. Perché tanta viru-lenza? «La disputa mi ha sempre at-tratto. Tendo a un cinema il più possi-bile aggressivo, per risvegliare la gente,
ovunque intorpidita da basse propa-gande politiche. Purtroppo comincio
a rendermi conto quanto sia difficile
continuare a lavorare in un’Europa
dove il cinema si sta chiudendo a riccio
dentro format di stampo americano,
togliendo spazio e attenzione a un ci-nema diverso». Un film come La Hai-neoggi non sarebbe possibile, nem-meno in Francia? «Se ora mi mettessi a
fare La Haine 2, dovrei gettare subito la
spugna. Non si farebbe avanti nean-che un produttore e, anche qualora lo
portassi a termine, non troverei pro-babilmente distribuzione, per il timo-re d’assembramenti di “quel certo
pubblico” in sala. Ma se oggi vuoi ac-costarti davvero alla realtà, devi inevi-tabilmente scendere in basso».
Le banlieues gli sono familiari: «Da
bambino sono praticamente cresciu-to in strada. I miei amici di gioventù
erano arabi e africani. Hip-hop e sob-borghi sono stati la mia prima scuola».
Eppure il guscio domestico da cui è
uscito è solidamente borghese: «E so-lidamente cinematografico. I miei ge-nitori sono Chantal Rémy, montatri-ce, cattolica, e il regista Peter Kasso-vitz, francese d’origine magiara, figlio
d’ebrei ungheresi, rifugiatosi a Parigi
nel 1956, nell’ora dell’insurrezione di
Budapest». Un passato — fortunata-mente prenatale per uno che non ha
ancora quarantasei anni — sospeso
tra i lager delle deportazioni tedesche,
di cui fu vittima la famiglia del padre, e
i carri armati sovietici in Ungheria. È
per questo che coltiva da tempo un
progetto d’adattamento cinemato-grafico di La Bête est morte! ,( La bestia
è morta) il caustico fumetto anti-nazi
del 1944 disegnato da Edmond-François Calvo? «Vero, è da un po’ che
ci sto lavorando, mentre stanno ve-nendo fuori anche altri progetti. La
Bête est morte! fu l’album emblemati-co della Liberazione, una satira ani-malistica dell’occupazione hitleria-na. Il film, a disegni animati e in live ac-tion, a partire da uno script preparato
con Jean-Claude Carrière, ha già un ti-tolo: La Guerre mondiale chez les ani-maux(La guerra mondiale degli ani-mali) ma il resto è tutto da fare».
I progetti di film messi in piedi da
Kassovitz sono numerosi almeno
quanto il numero di mogli e figli che
via via gli vengono attribuiti con esiti
che parrebbero tumultuosi in una
qualsiasi vita di coppia. «Falso, sono
più numerosi i progetti riguardanti le
mogli» dice con un sorriso un po’ di sfi-da. Sposato con l’attrice Julie Mau-duech, interprete dei suoi primi film,
Métissee La Haine , da cui ha avuto una
figlia, Carmen, ritorna subito serio:
«Non mi dispiacerebbe occuparmi
prima o poi dell’11settembre, l’even-to del nuovo secolo. Mi hanno dato
dell’adepto alle teorie del complotto
quando in una trasmissione ho solle-vato dubbi sulla versione ufficiale del-l’attentato alle Twin Towers. Sempli-cemente credo che il concatenamen-to dei fatti nell’America di Bush repli-chi quello della Germania di Hitler:
crisi economica, esplosione della
guerra, accanimento su un bersaglio
predeterminato, in quel caso gli ebrei.
Goebbels l’aveva ben capito: più la bu-gia è grossa, più ci si crede».
Anche con la Francia il suo cinema è
conflittuale, fin dagli esordi, segnati
non a caso dall’influenza di Spike Lee,
in particolare da Do the Right Thing:
«La morte di un uomo è sempre uno
scacco, che sia da una parte o dall’altra,
è la conclusione di L’ordre et la morale
e potrebbe valere per tutto il mio cine-ma: che esprime un misto di odio e
amore per la Francia, sentimento co-mune a tutti i francesi pensanti. Ciò
detto, è il Paese dove probabilmente si
vive meglio, perché dà a ciascuno la
possibilità di ribellarsi o, a seconda
delle urgenze e del carattere, di dialo-gare con un poliziotto. È quel che chia-miamo “système D”: débrouille-toi ,
ingégnati». L’equivalente in Italia è
l’arte d’arrangiarsi, sistema A. Dove sta
la differenza? «Da noi, tutto si fonda sul
ragionamento, non sull’improvvisa-zione. La Francia è una nazione che
pensa: o, almeno, che vuole continua-re a pensare, come succedeva negli an-ni Sessanta, ai tempi di Jean-Paul Sar-tre, quando ti sedevi al caffè e, minimo,
ti trovavi accanto un filosofo. Come il
cinema, il pensiero aveva la sua esten-sione in larghezza: unico Paese, la
Francia, a godere di questo privilegio».
È ancora così? «Lo slancio creativo del
cinema francese oggi s’è assopito, se
non spento. Sento sempre meno l’e-nergia che mi aveva nutrito, quella vo-lontà di aprirsi, di spalancare i limiti
della visione. Al contrario di Luc Bes-son per il quale i film sono “oggetti gra-ziosi”, io penso che siano invece au-tentici mostri, sia nel bene che nel ma-le: possono spingere a commettere
sciocchezze o aiutare a comprendere
il mondo. Il cinema ha questa forza, da
Terminatorai fratelli Dardenne, pas-sando per Iron Man. Io dove mi metto?
Con La Haine, ho avuto la fortuna di
crearmi un mio spazio. Altri film, li si
potrà amare o detestare. Per un bilan-cio, ho la fortuna di potere contare an-cora su un bel mucchietto d’anni. Mi
basterebbe, un giorno, aver avuto con-ferma di quanto scrivevo nei titoli di te-sta del primo film: il valore non aspet-ta i dati degli incassi…»
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