venerdì 26 luglio 2013

Io c ero Settant’anni fa gli americani sbarcavano in Sicilia. Con loro anche Phil Stern, il “fotografo di Hollywood” Che con i suoi scatti inediti ci racconta come sopravvivere alla guerra (e alle star)

eduto davanti al suo monitor, con il cappellino da
baseball un po’ sghembo sulla testa e gli “occhiali-ni” dell’ossigeno al naso per compensare decenni di
sigarette, l’uomo che vide in faccia Marilyn Monroe
e la morte in guerra mi parla e ride, ricordando e sca-tarrando: «Ho visto Marilyn nella sua casa e le navi
da guerra esplodere sotto le bombe degli Stukas, gli occhi blu
senza fine di Sinatra e i piedi di James Dean, ma prima di mori-re voglio rivedere la Sicilia».
Dalla profondità dei suoi 93 anni che stanno per diventare 94,
Phil Stern, il fotografo che ha scolpito sessant’anni di immagi-ni dell’America, delle sue battaglie, dei suoi eroi popolari e del-le icone hollyoodiane, si prepara per un lunghissimo viaggio
nella memoria che lo deve riportare dove la sua vita di caccia-tore di luce era cominciata: nella notte di settant’anni or sono,
quando la flotta alleata partita da Tunisi lanciò l’“Operazione
Husky”, lo sbarco in Sicilia. Fu il primo assalto diretto alla “For-tezza Europa” presidiata dalle armate tedesche e italiane, un
VITTORIO ZUCCONI
anno prima del D-Day in Normadia. E l’inizio della fine per fa-scismo e nazismo.
Da Los Angeles, dove vive, e da dove ci parliamo via Skype, a
Gela, dove Phil sbarcò all’alba del 10 luglio 1943. Occorre un cer-to coraggio per affrontare un viaggio aereo dalla California a
New York, poi a Roma e a Catania, pregando gli dei bizzosi del-le coincidenze, e poi gli ultimi cento chilometri in auto, con la
bomboletta dell’ossigeno a tracolla. Ma anche questa odissea è
poca cosa rispetto al coraggio richiesto a un soldato di 24 anni
del Signal Corp, il Genio Trasmissioni americano, con il braccio
destro menomato dai proiettili nella campagna di Tunisia, due
macchine fotografiche al collo — «tutte e due tedesche», ride
scuotendo i bronchi scassati, «una Contax 35 millimetri e una
Rolleiflex indistruttibile» — e una carabina M1 sulle spalle dal-la quale non sparò mai un colpo: «L’avessi usata, mi sarei pro-babilmente sparato sui piedi».e avessero detto a quel ser-gente, fotografo ufficiale
delle operazioni di guerra,
fra i tanti che la Us Army
impiegava, che dalle co-lonne di sabbia sollevate
dal bombardamento navale, dalle im-magini del cacciatorpediniere Us
Maddox centrato in pieno ed esploso
sotto gli attacchi degli Stukas pilotati
da aviatori italiani, sarebbe passato al-le curve di Marilyn Monroe, al ciuffo di
John “Jack” Kennedy e alle ultime po-se di James “Jimmy” Dean prima di
schiantarsi, ci avrebbe creduto. «Già
prima di essere arruolato lavoravo co-me free lance sui set, negli studi, nei ri-storanti, un po’ alla paparazzo prima
che inventassero il nome. Lavoravo
per  Life ,  Look,  Saturday Post . Per que-sto l’esercito, nella sua infinita saggez-za, pensò di farmi fotografare un mi-tragliamento a bassa quota di fanti su
una spiaggia o i corpi dei soldati feriti».
La paga non era affatto male, anche
più di quel che il giovanissimo Phil ri-mediasse a Los Angeles: 72 dollari alla
settimana, nel 1943 una fortuna. «Ma
c’è da dire che, in genere, attrici e atto-ri non ti bombardano e non cercano di
ucciderti».
Le foto che Phil Stern, nato in una fa-miglia ebrea di New York e poi rotolato
sul piano inclinato dell’America della
Depressione verso il West e il Pacifico,
scattò nei giorni della campagna di Si-cilia, risalendo da Gela verso Comiso e
poi Catania — il percorso inverso del
suo viaggio d’addio — non portano la
sua firma perché erano di proprietà
della Us Army. Ma lui le ricorda tutte.
«Scattavo rullini dopo rullini, senza
avere il tempo poi di sviluppare, spe-rando di avere fermato sul bianco e ne-ro delle pellicole quello che vedevo,
fuori e dentro di me. Perché sono i fo-tografi a fare le immagini, non le im-magini a fare i fotografi. Il mondo è
uguale per tutti, come lo era il caos di
quello sbarco, che divenne al solito un
bordello di uomini, anfibi, paura,
esplosioni, mezzi da sbarco, grida di
portaferiti, come tutte le operazioni e
tutte le disposizioni militari in guerra.
Avrei dovuto sparare anche io, prima di
scattare, ma non me importava nien-te». Il suo obbiettivo personal-militare
era Comiso, anzi,  Comisso come dico-no gli americani, e non per costringere
tedeschi e italiani alla resa ma per ritro-vare un amico italiano, Tom Adamo,
che aveva conosciuto a New York. Era
un emigrato che aveva lavorato e avu-to abbastanza successo nelle Ameri-che per poter tornare nella sua Comiso
a farsi la bella casa e la bella vita. «Ave-vo l’indirizzo, ma quando arrivai sco-prii che la casa non c’era più, e la strada
era stata sbriciolata dall’artiglieria».
Come trovò i siciliani? «Avevamo
pochi rapporti diretti con la gente, ma
quei pochi erano cordiali, anche festo-si, quando si convincevano che noi
americani eravamo arrivati per restare
e che non ci saremmo ritirati. Ma sen-tivo sempre un poco, come potrei dire,
di diffidenza, di distacco anche dietro
la festosità e l’allegria». Non fu lunga la
sua Conquista della Sicilia. Schegge di
proiettili tedeschi d’artiglieria gli en-trarono nelle gambe e dopo gli shra-pnel incassati in Tunisia, la Patria deci-se di avere avuto abbastanza sangue da
Phil Stern. Fu imbarcato su una nave-ospedale e rispedito in California. «Sai,
fare il fotografo di guerra, in mezzo a
pallottole che fischiano, compagni che
cadono, bombe che esplodono ti inse-gna una cosa. Anzi due. Che ci vuole
molto culo nella vita, e quello non te lo
puoi inventare. E che fare fotografie è
una cosa molto seria».
Dopo avere schivato i colpi mortali
di tedeschi e italiani, fra Nord Africa e
Sicilia, Phil era pronto ad affrontare —
seriamente — la guerra delle stelle a
Hollywood, meno letali degli Stukas e
delle mine antiuomo ma altrettanto
imprevedibili. Persino Frank Sinatra,
temutissimo dai fotografi, imperioso,
riottoso, gli parve un gioco da ragazzi.
«Frank aveva davvero due incredibili
occhi azzurri, e mi dispiace se è un luo-go comune ma era proprio Old Blue
Eyes . Era soprattutto un professionista
meticoloso, un fanatico. Voleva con-trollare tutto e da me gli piaceva farsi fo-tografare di spalle, specialmente negli
studi della Capitol Records, dove inci-deva. Tranne una volta. Mi disse “Phil,
fammi una foto con le braccia e le gam-be larghe, esattamente come Cristo in
croce”. What?“Sì, poi ti spiego”. Gliela
scattai e lui la ritagliò. Poi prese una
croce di legno e ce la piantò sopra con
dei chiodini. La spedì a Mervin LeRoy,
un regista importante allora, che non
voleva mai dargli parti da protagonista,
con un messaggio: “Eccomi Mervin,
ora sono come tu mi vuoi”. LeRoy la ap-pese e poi diventarono amici. Ma parti
da protagonista, niente». Poi Stern in-contrò James Dean, e le foto del “ribel-le senza una causa”, divennero l’icona di una generazione. A proposito di for-tuna. Una delle sue foto, con Dean che
tiene le gambe sulla spalliera di una se-dia, fu quella che garantì il pane al foto-grafo di guerra sbarcato a Hollywood.
In primo piano, “Jimmy” indossava un
paio di sneakers della Converse e la ca-sa produttrice dovette a quella foto il
proprio boom di vendite. Ogni anno,
per quarant’anni, la ripescava e la usa-va per le sue campagne, pagando a Phil
250 mila dollari.
Poi riprese JFK, con qualche scatto
candid, rubato mentre il presidente
era di passaggio a Los Angeles, e molti
di Marilyn Monroe. «Purtroppo non la
conobbi mai bene, per me non fu mai
nulla, se non un soggetto, una stupen-da decorazione. Era gentile, ma lonta-na, nel suo sex appeal. Almeno per
me». Un attacco di tosse: «Credo di es-sere stato l’unico a Hollywood a non
essersela portata a letto», ride e quindi
tossisce di nuovo e il catarro ferma qui
la storia del soldato fotografo che vuo-le regalare le ultime boccate di ossige-no all’isola dove avrebbe potuto la-sciare il proprio ultimo respiro, set-tant’anni or sono



Operazione Husky,
la parola alle spie
ATTILIO BOLZONI


C
ome sono i siciliani? «Sono dotati di uno
spiccato senso della giustizia e molto sen-sibili a sentimenti come l’onore, influen-zati da una marcata cultura di origini berbere, lo
scorrere del sangue non li impressiona e non so-no spudoratamente venali come i partenopei».
Parola di spia.
Luglio 1942, un anno prima del grande sbarco
sull’isola. I servizi segreti di Washington e Londra
studiano l’invasione sulle spiagge di Gela, decido-no strategie propagandistiche, addestrano agenti
da infiltrare oltre le linee nemiche. E incaricano le
teste d’uovo di stendere report sulle condizioni
economiche e sociali della Sicilia, sul carattere dei
suoi abitanti, sull’identità di un popolo «che si
considera differente dai continentali». Informati-ve «secret» e «top secret», relazioni classificate
«confidenziali», centinaia di pagine — e qualche
nome — su un mondo ancora indecifrabile in
mezzo al Mediterraneo. Ecco i siciliani visti dagli
Alleati al tempo della guerra. Su commissione del-l’Office of Strategic Service (l’Oss, l’antenato della
Cia) e dello Special Operations Executive (l’Soe, i
britannici esperti in sabotaggio), gli esperti scrivo-no nei loro dossier: «Sono cocciuti, individualisti e
si offendono facilmente, stravaganti dal punto di
vista emozionale e vendicativi». E ancora: «La ge-losia e la bigotteria sono ancora forti in Sicilia, le
donne non escono da sole, i matrimoni sono com-binati. Se l’odiato “forestiero” tenta di avvicinare
una donna, rischia di provocare il siciliano a com-mettere un omicidio».
Una collezione di quei rapporti, ritrovati negli
archivi nazionali di College Park negli Stati Uniti e
di Kew Gardens in Gran Bretagna, sono diventati
un libro —  Operazione Husky. Guerra psicologica
e intelligence nei documenti inglesi e americani
sullo sbarco in Sicilia — scritto dagli storici Giu-seppe Casarrubea e Mario José
Cereghino. Una ricostruzione,
«dal di dentro», della spettacola-re operazione aeronavale che
settant’anni fa cambiò i destini
della Seconda guerra mondiale.
Se in alcuni fascicoli sono trat-teggiati gli italiani delle regioni
meridionali — e non mancano,
da parte degli inglesi, certi giudi-zi razzisti («Bassi di statura e in-dolenti. Il loro temperamento è
incline alla pigrizia... sebbene
non siano eroici e intelligenti, è
possibile che persino al Sud si re-gistrino delle eccezioni») —  la
documentazione più corposa
rintracciata negli archivi è dedi-cata al popolo che vive in fondo
all’Europa. Segnalano quelli del-l’Oss e del Soe: «Hanno una forte
tradizione di indipendentismo
rivoluzionario, prima di Napo-leone hanno goduto di un’auto-nomia parlamentare per oltre 300 anni... Diffida-no di tutti i rappresentanti dello Stato, anche dei
fascisti: il cinismo verso il regime si è sempre af-fiancato al desiderio di spremerlo il più possibile».
Le spie informano dei «nuclei separatisti presenti
fra Palermo e Catania», spiegano che «lo spirito del
fascismo non ha mai attecchito in Sicilia», assicu-rano che «gli Stati Uniti godono di una considera-zione insolitamente positiva fra i siciliani».
Su sei milioni di americani di origine italiana, al-l’inizio degli anni ’40 la metà provengono dall’iso-la. E qualcuno ha così l’idea di utilizzare agenti si-culo-americani prima dello sbarco. Vengono
contattate società di «mutuo soccorso» a New
York e a Filadelfia, a Tampa e a Detroit. Poi parte il
“Piano Corvo” — dal nome del soldato Biagio
Massimo Corvo, cittadino naturalizzato america-no ma nato in provincia di Siracusa — che preve-de la penetrazione in Sicilia di un piccolo esercito
«con elementi che parlano il loro dialetto» per fo-mentare una rivolta e spianare la strada alla gran-de invasione.
L’ultimo fascicolo è catalogato «segretissimo»,
datato 14 giugno 1943, esattamente un mese pri-ma dell’“Operazione Husky”. È un elenco di per-sonalità siciliane da avvicinare. C’è Enrico Ducrot
«piazza Olivuzza, Palermo, capace, molto filo-bri-tannico». Ci sono Vincenzo Florio e il vescovo di
Caltanissetta Giovanni Iacono. C’è Vito La Man-tia, capomafia, «incolto ma influente, che grazie
alla complicità dei suoi seguaci è sfuggito alle pur-ghe del prefetto Mori». Poi c’è una lista di «perso-naggi controversi», fra i quali il direttore del Gior-nale di Sicilia Vincenzo Consiglio («Diventa fasci-sta solo quando costretto, potrebbe esserci utile
come giornalista») e infine i nomi dei simpatiz-zanti fascisti. Conti, duchi, principi

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