Cinecittà non c’è più il cinema, spenti i riflettori nei
teatri di posa, sbarrati i cancelli, mitici, sulla via Tu-scolana. Gli scarsi visitatori entrano dall’ingresso se-condario e si incamminano tra solennità di carton-gesso rimaste lì in memoria di un glorioso passato. Ma non sono so-le. Dante Ferretti, uno che non ci lavora da quando non disegnò
Gangs of New York di Martin Scorsese, una decina di anni fa, si osti-na a mantenere il suo laboratorio di scenografia proprio qui, sulla
destra del viale centrale, quasi di fronte al celebre Teatro 5. È qui che
comincia l’ideazione delle sue scenografie prima di raggiungere il
luogo delle riprese ed è qui, nel grande spazio luminoso del suo ate-lier, che lo incontriamo. Ha abbandonato per qualche giorno gli stu-dios londinesi di Pinewood, dove sta lavorando a Cinderella, il film
della Disney con la regia di Kenneth Branagh. E con un paio di assi-stenti raccoglie i materiali (alcuni pubblicati in anteprima nelle pa-gine successive, ndr) per la grande mostra che da settembre a feb-braio gli dedicherà il MoMa di New York. «Ci saranno disegni, boz-zetti, certamente l’orologio di Hugo Cabret, i lampadari di Salò , le
statue dei leoni di Venezia, un pezzo di aereo di The Aviator , la testa
del cavallo del Barone di Münchausen , più allestimenti vari. Ma cre-do che l’elemento più divertente sarà il labirinto di Fellini, un gioco
di teli sui quali proietteranno le immagini dei suoi film».
La mostra newyorchese è anche un’occasione per celebrare i set-tant’anni di Ferretti — «Ma io, sono sincero, mi sento un ragazzetto»
— vero maestro di cinema, art director tra i migliori al mondo. «Il mio
è un mestiere bellissimo. Ogni film a cui lavoro mi permette di vive-re in un mondo diverso, quello creato dalla fantasia del regista e a cui
io dò una forma». La sua prima scenografia fu per Medea, anno 1969.
«È stato Pasolini a promuovermi da assistente a scenografo. Da Me-dea in poi ho fatto tutti i suoi film. Ci siamo sempre dati del lei, ma
c’era un rapporto bello, di stima e di profondo rispetto reciproco»
a Pasolini in poi le diverse fasi del la-voro non sono mai cambiate. «La
prima idea si materializza con uno
schizzo su qualsiasi materiale mi
trovi davanti. Uso con più facilità il
carboncino e la matita. Per ogni
ambiente butto giù svariati schizzi. Il passo suc-cessivo è il bozzetto. È il mondo dei colori, mi piace
la ricercatezza, la perfezione del segno, la cura del
particolare. Spesso faccio bozzetti enormi, para-dossalmente perché sono un pigro: quando il regi-sta mi chiede qualcosa, invece di parlare c’è il boz-zetto che risponde per me». Sono poi gli assistenti
— pochissimi o una squadra, dipende dal budget
— a elaborare i disegni tecnici e i modellini: «Sono
particolarmente importanti per le scene comples-se, impossibili da definire sul disegno. Lavorare sui
modellini consente sempre di aggiungere qualco-sa di nuovo sulla costruzione. Costruire, seppure in
miniatura, vuol dire confrontarsi con i problemi
tecnici ed estetici di una sequenza, emergono con
più precisione le esigenze di altri professionisti, il
direttore della fotografia per esempio. Ma soprat-tutto il regista ha la possibilità di verificare se gli ef-fetti drammatici si sposano con la costruzione che
fa da sfondo alla scena».
Il budget di Cinderella gli permette di lavorare
con quasi duecento assistenti. «Le riprese comin-ceranno ad agosto, Branagh sta ultimando il cast,
l’unica sicura è Cate Blanchett, la matrigna. Stiamo
costruendo il palazzo reale, il castello, lo scalone su
cui Cenerentola perde la scarpetta, la zucca che di-venta carrozza. Il film è abbastanza fedele alla fa-vola, solo ambientato a metà dell’Ottocento in una
zona tra Austria e Francia, un po’ come la princi-pessa Sissi. Mi sono divertito a usare Fragonard co-me artista di riferimento. Anche in questo, come in
tutti i film, cerco di mettere qualcosa di sbagliato.
Secondo me ci vuole sempre un errore, in modo
che tutto sembri vero».
Da qualche settimana sul set di Cinderellac’è an-che Francesca Lo Schiavo, arredatrice, moglie,
complice. Si conobbero in Sardegna, una sera d’e-state a cena da un amico comune, Fabrizio De An-dré. «Chiacchierando scoprimmo che a Roma abi-tavamo a due strade di distanza e che usavamo lo
stesso garage. Cominciammo a lasciarci bigliettini
sulla macchina: la nostra storia è nata così, e sono
passati trentasei anni», racconta Ferretti. Che a empi era già uno scenografo affermato. Lei lavo-rava in uno studio di design. «Ci siamo sposati do-po un anno e mezzo, è arrivato subito il primo fi-glio. Io ero molto occupato, e stavo spesso fuori, e
Francesca mi chiese di lavorare con me. All’inizio
ero contrario, non mi piaceva l’idea di moglie e ma-rito sempre insieme, a casa e al lavoro, potevamo
stancarci l’uno dell’altra. Il nostro primo film in-sieme è stato La pelledi Liliana Cavani. Poi Fellini,
è stato lui che ha preso Francesca al laccio e che l’ha
promossa». È nata così una collaborazione da
Oscar, sei candidature e tre statuette vinte da en-trambi — The Aviator (2005), Sweeney Todd (2008),
Hugo Cabret(2012) — che si confondono tra deci-ne di altre statuette e premi internazionali che
affollano uno
scaffale della loro
bella casa romana.
Se per lei «è l’Oscar
per The Aviator quel-lo che più mi tocca il
cuore, il primo, ricordo che cercavo di contenere le
emozioni, non riuscivo ad essere contenta, solo
dopo mi sono resa conto...», per lui è «particolar-mente caro il primo David per Un mondo nuovo,
l’unico film con Scola... ma mi emoziona anche la
prima nomination, che fu per Le avventure del Ba-rone di Münchausen , anche perché un critico ame-ricano scrisse era la più bella scenografia della sto-ria del cinema».Il legame tra
Dante Ferretti e
Francesca Lo
Schiavo si è raffor-zato grazie anche
all’amore per il pro-prio mestiere. Lei ne parla con naturalezza: «È un
lavoro fatto di lunghe ricerche e di concentrazione,
gli arredi devono riempire gli spazi e restituire il sa-pore di un’epoca, ma bisogna sempre aggiungere
un tocco personale». Lui ritrova a tratti l’entusia-smo e la curiosità di un ragazzo: «Lo stesso di quan-do accompagnai mio padre a Roma, doveva con-segnare alcuni mobili da Macerata dove aveva una
piccola fabbrica. Aspettandolo andai al cinema, vi di Ben Hur, fu una folgorazione. Gli dissi che avevo
deciso: dovevo venire a studiare a Roma, dovevo
imparare a costruire le scene dei film. Me lo permi-se solo dopo che con uno sforzo incredibile riuscii
a superare gli esami di maturità».
Negli anni la collaborazione tra scenografo e ar-redatrice è diventata sempre più facile. «Ci parlia-mo sempre meno. Lo facciamo all’inizio di un film,
poi lei vede i miei bozzetti e va avanti per conto suo,
non ho bisogno di dire niente, so quello che fa, è
brava, amatissima da Martin (Scorsese, ndr), lui di-ce che lei ha il mestiere nel Dna. Con Francesca mi
sento tranquillo, soprattutto lavorando in Ameri-ca. Quando lei salta un film per me è un lavoro in
più, devo controllare tutto. Molti stranieri sono
bravi, ma spesso ignorano l’arte italiana, i maestri
della pittura, la cultura europea».
Il cinema internazionale ha celebrato con molti
riconoscimenti la genialità di Ferretti ma, a parte
Scorsese con cui è nato un legame anche di amici-zia, i suoi veri miti restano tutti i grandi italiani: «So-no quelli con cui mi sono formato: Bellocchio, Pe-tri, Scola, Comencini, Cavani. Pasolini in partico-lare. Da lui ho imparato che le immagini possono
diventare poesia. E naturalmente Fellini, col quale
ho scoperto la libertà della fantasia, il cinema della
visionarietà, del sogno». Con lui ha lavorato per
quindici anni, da Prova d’orchestraa La voce della
luna. Tra i due c’era un rapporto speciale. «Lui di
Rimini, io di Macerata, due provinciali, avevamo memorie comuni, l’adolescenza sull’Adriatico, gli
incontri bizzarri. Mentre parlava aveva l’abitudine
di disegnare schizzi di caratteri, in fondo era lui che
mi ispirava, non a caso lo chiamavo il Faro. La do-menica si andava a pranzo a Fregene, ero un po’
suo prigioniero, se non altro perché ero io che gui-davo. Ogni tanto mi chiedeva di accompagnarlo
per un sopralluogo. Inutile, sapevamo entrambi
che avrebbe ricostruito tutto a Cinecittà, ma gli pia-ceva l’idea. Una volta andammo a Bologna solo
perché voleva mangiare in un ristorante che cono-sceva». Fellini diceva che in una gara di bugie Fer-retti lo avrebbe battuto. «Il fatto è che quando era-vamo in auto mi chiedeva sempre che cosa avevo
sognato. All’inizio dicevo cose banali, poi comin-ciai a inventare sogni che somigliavano a sequen-ze dei suoi film e lui rideva. Ma era impossibile es-sere più bugiardi di lui».
Ferretti e Lo Schiavo hanno doppio passaporto,
una casa a Roma e una a Miami. Sono ventidue an-ni, da Amletodi Zeffirelli, che non fanno un film ita-liano. «Qualche volta mi hanno chiamato, ma ero
sempre occupato altrove. Devo anche dire che per
uno che, come me, ha amato il cinema grandioso e
colossale, Hollywood era un richiamo irresistibi-le». E mostra una foto sbiadita della prima volta
della coppia a Los Angeles per il film di Ferreri
Storie di ordinaria follia : sullo sfondo c’è la col-lina con la celebre scritta, la stessa che sta an-che sulle magliette di Dante e Francesca, e i
due che sorridono con l’entusiasmo dei tu-risti giunti alla meta.
Proprio a Los Angeles lo ha chiamato
Renzo Piano per lavorare insieme ad al-cuni interventi sul nuovo Museo del Ci-nema, mentre fuori dal set Ferretti
continua anche l’impegno al
Museo Egizio di Torino, dove ha
realizzato lo Statuario di cui va
molto fiero: «Gli ingressi sono
aumentati del 400 per cento,
ho inventato l’Egitto di notte,
tutto stellato, e ho messo tanti di
quegli specchi...». E poi ancora c’è l’Expo
di Milano 2015: «Devo vestire il Decumano e
il Cardo, due chilometri e mezzo con una
piazza. Ai lati ci saranno i padiglioni, mi sono
inventato un esercito di statue ispirate ai guer-rieri di terracotta cinesi, e poiché il tema è il cibo,
sono coperte di frutta fino ai piedi, come l’Arcim-boldo, tutte diverse una dall’altra. Ermanno Ol
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