domenica 7 luglio 2013

GREGOTTI

 non fosse per le mani — afflitte da un’artrosi — Vittorio Gre-gotti dimostrerebbe meno dei suoi 85 anni. È un uomo mental-mente agguerrito. Che sa perfettamente quali sono gli alleati e gli
avversari. Si avverte, per esempio, un certo disprezzo — come si
ricava dal nuovo libro  Il sublime al tempo del contemporaneo —
per i danni, dice lui, provocati dal postmoderno.
Nella bella casa milanese — con lo studio sottostante — si mo-stra disteso e ospitale. Quadri importanti e libri, tanti libri. Mi at-tira un dipinto di Anselm Kiefer dove si intravedono due torri
sconnesse e rossastre, emblema forse di una modernità trabal-lante. Gregotti dice che il primo a parlargli di Kiefer fu Joseph
Beuys. E che il lavoro di questo artista per anni è stato per lui fon-te di inquietudine: «Un architetto deve interessarsi di arti figu-rative, purtroppo nei nostri ultimi anni imperano solo i due
estremi: la specializzazione e la tuttologia», aggiunge accarez-zandosi la barba bianca.
Non sono in grado di giudicare il lavoro di architetto, ma spes-so i suoi progetti, le sue realizzazioni sono stati fatti segno di po-lemiche e contestazioni. Lui tira dritto o spara
qualche bordata sulla decadenza di un mestiere
che pensa — dice — a fare solo quattrini.
Ci si fa amici nel suo campo?
«Pochi. I miei amici — tranne forse Gae Au-lenti che fu compagna all’università — sono tut-ti fuori. Da Umberto e Renate Eco, a Tullio Peri-coli, a Guido Rossi e Rosellina Archinto, potrei
aggiungere altri nomi: sono le persone che vedo
e con cui mi ritrovo meglio».
Che ricordo ha dell’Aulenti?
«Penso a lei come a una donna che ha sfidato
una situazione difficile per intraprendere la car-riera di architetto. Troppi conformismi e pre-giudizi. Ha lottato e ha vinto. Aveva un senso del-la realtà fisica che sapeva capovolgere a suo fa-vore. Una bravissima scenografa e arredatrice. Il
suo problema più grande fu conservare il suc-cesso che si era guadagnato».
E qual è il suo rapporto con il successo?
«Premetto che mi ritengo un uomo fortunato,
anche se ora mi sento un po’ un disastro. Nel sen-so che se faccio un progetto è spesso accolto co-me fosse un’ovvietà assoluta. Capisce? Ho una
storia, un linguaggio, una coerenza e magari arriva uno che sen-tenzia: no, troppo scontato. È chiaro che il successo è importan-te. Ma non può essere la preoccupazione principale. Invece mol-ti architetti oggi pensano che il successo sia una categoria dello
spirito. Ricordo di avere avuto una lunga discussione su questo
argomento con Jacques Derrida».
Un filosofo di successo, è il caso di aggiungere.
«Una star, non c’è dubbio. Vedeva nel successo una forma di
affermazione, dove molto è affidato al caso, e all’idea che ognu-no che decreta il tuo successo sta in realtà immaginando di pren-dere il tuo posto. Alla fine questo affascinante pensatore diven-ne una specie di giocoliere della parola. E anche un po’ ripetiti-vo».
Lei ha avuto frequentazioni intellettuali promiscue.
«Mi piace esplorare campi diversi. Fui molto amico di Lucia-no Berio, un compositore di grande talento. Forse un po’ troppo
americaneggiante. Ma credo che questa inclinazione gli fu tra-smessa direttamente dalla moglie Cathy Barberian. Una volta,
un po’ scherzando, Giulio Einaudi disse: secondo me Berio va a
ANTONIO GNOLI
L’architettura attendeva.
«Al contrario. Feci lì — nello studio dei fratelli Perret — la pri-ma esperienza lavorativa. Vidi una sola volta il grande Auguste
Perret, un uomo elegante e fascinoso. Stava realizzando il pro-getto di ricostruzione di Le Havre. Capii che quello sarebbe sta-to il mio mestiere. Poi a Londra nel 1951 ne ebbi la conferma pie-na».
Cosa accadde?
«Ero ancora studente, ma già collaboravo con Ernesto Rogers.
Fu lui a farmi invitare a un seminario internazionale che quel-l’anno si tenne a Hoddesdon, una cittadella tra Cambridge e
Londra. Passai una settimana con i grandi architetti: Le Corbu-sier, Ove Arup, Van Eesteren, Gropius. C’era un clima affabile e
sereno. Noi giovani imparavamo discutendo con i maestri. E tut-ti a rotazione, come fossimo in un convento di francescani, ser-vivamo a tavola. L’ultimo giorno toccò a Gropius. Girò con il car-rello delle pietanze e alla fine si venne a sedere accanto a me. Ave-va una vaga somiglianza con Thomas Mann. Anni dopo gli sc si chiedendogli un giudizio su Peter Behrens. Avevo appreso che
Gropius tra il 1907 e il 1910 lavorò nello studio di Behrens a Ber-lino».
E le rispose?
«Sì, mi inviò una lettera che ancora conservo in cui esaltava in-sieme alla tradizione del moderno quella generazione di archi-tetti come Otto Wagner, Van de Velde, Perret e altri, che aveva vis-suto il rinnovamento come dovere etico nei confronti di una so-cietà che stava cambiando velocemente. La lettera datava apri-le 1960. Decisi allora di andare a Berlino sulle tracce di Behrens».
Proprio quell’anno fu costruito il Muro. Che cosa vide?
«In realtà il muro sarebbe stato eretto pochi mesi dopo. La di-stinzione dalla parte Ovest si coglieva dall’odore di cavoli e di car-burante che stagnava a Est. La città era ancora disseminata di ro-vine e di resti di una tradizione monumentale che aveva perso la
sua imponenza. La prima sera che giunsi in città non riuscii a tro-vare dove andare a dormire. Ingeborg Bachmann — che avevo
conosciuto tramite Max Frisch, che allora era il suo compagn si offrì di ospitarmi. Dormii da lei una sola notte. Nonostante
fosse già famosa mi fece l’impressione di una ragazza bizzarra e
malinconica. Comunque Berlino mi sembrava un’isola nella
Germania. Nonostante le numerose ferite conservava il volto del
moderno».
Volto al quale lei è rimasto sempre fedele?
«Direi di sì, appartengo a una generazione che ha criticato il
moderno ma ne ha colto l’importanza nelle realizzazioni socia-li. L’ultima volta che incontrai Alvar Aalto fu a Milano, gli dove-vano consegnare la laurea  honoris causa. Festeggiammo in un
bar davanti a un aperitivo. A un certo punto feci l’elogio della Fin-landia e del paesaggio. Lui mi fermò e disse: la Finlandia è solo
una meravigliosa geografia; la storia la facciamo noi architetti».
Ed è così?
«Lo è stato. Oggi non più, l’architetto è diventato un illustra-tore. Che tutto immola al trionfo dell’evento e della comunica-zione. Cioè all’essenza dell’ideologia postmodernista».
Cosa non le piace del postmoderno È il frutto del passaggio dal capitalismo industria-le a quello finanziario globale. Il postmoderno è figlio
di Reagan e della Thatcher. E l’architettura, come l’ar-te del resto, è andata a rimorchio di questa situazione.
Il sublime si è fatto perverso: è il successo, i soldi, la
mancanza di distanza critica dalla realtà. L’estetica
non incide, decora. Il mercato è dei furbacchioni. De-vo continuare?».
Il suo elogio del moderno o di ciò che ne resta non
l’ha messa al riparo da critiche e polemiche sul suo
lavoro. Penso allo Zen di Palermo o alla Bicocca a Mi-lano.
«Lo Zen lo rifarei uguale al progetto. Lì il solo errore
è stato non aver capito quale formidabile potere aves-se la mafia. È rimasto un progetto incompiuto. Men-tre Bicocca è quasi finita ed è la sola periferia di Mila-no con una logica».
Non ha mai dubbi?
«Tanti. Sono un borghese all’antica con una spic-cata passione per la ragione, ma so che questa ha dei
limiti. Ci sono parti di noi che non conosciamo o co-nosciamo poco».
È il vasto territorio indagato dalla psicoanalisi.
«Scrissi tanti anni fa un piccolo libro sulle forme del-l’architettura mancata che si ispirava a Freud. È un
campo che mi interessa, sono stato amico di Giovan-ni Zapparoli, Franco Fornari, Elvio Fachinelli. Ho per-fino conosciuto Lacan».
Dove?
«Andai a sentire alcune sue lezioni. Parlava con vo-ce bassissima, tanto che un allievo esclamò: non sen-tiamo. E lui: molto meglio. Lo incontrai all’Harris Bar
di Venezia. Era seduto e circondato da un gruppo di
donne adoranti. Lui tirò fuori uno dei suoi sigari con-torti, che si faceva arrivare dal Brasile, e così fecero le
sue accompagnatrici. Era una persona difficile da capi-re. Sembrava che parlasse con il mondo più che con te».
Diffida dell’oscurità?
«Diffido dell’eclettismo. Non si può vivere il linguaggio
delle avanguardie e privarlo dell’aspetto rivoluzionario,
sia sociale che linguistico. Benjamin e Adorno individua-rono pienamente il problema».
Adorno ce l’aveva con il gergo dell’autenticità.
«Non sopportava Heidegger, la sua scrittura allusiva. Ma so-prattutto la sua compromissione con il nazismo. Adorno era so-fisticato. Ma restai deluso dal suo aspetto fisico, mi parve un
ometto insignificante quando mi fu presentato da un amico ar-chitetto che doveva progettargli una villetta ad Ascona. Poi, l’an-no dopo, morì e non se ne fece più niente».
Le piace la casa che progettò Wittgenstein a Vienna?
«È bellissima, molto coerente con il suo pensiero. Anche se
confesso che la sua filosofia mi interessa meno. Preferisco Benja-min».
Gliela avrebbe progettata la casa?
«A Benjamin anche gratis».
Cosa rivorrebbe indietro dal suo mestiere?
«Nulla di più di quello che ho fatto nella vita. L’architettura è
un’arte collettiva. Rivorrei indietro tutte le persone con cui ho la-vorato e dalle quali ho imparato. Con molte di loro ci rivedremo,
spero tardi, da qualche altra parte

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