martedì 13 agosto 2013

Aniello Arena

amorrista, omicida
ed ergastolano sta in carcere
da vent’anni e da dieci fa teatro
Protagonista di “Reality”
di Garrone, dopo il premio
al Festival di Cannes
ieri ha vinto anche
il Nastro d’Argento
Ora è in semilibertà:
“La mia fuga
è recitare:
fa uscire ciò che hai dentro
E se sbagli qui, gli altri detenuti
ti fanno nuovo nuovo..



N
astro d’Argen-to come mi-glior attore
dell’anno è
Aniello Arena», annuncia la presenta-trice e la platea del Teatro Antico di
Taormina, quasi tutta cinematografi-ca, esplode in un applauso affettuoso e
commosso. Per Aniello Arena, ieri se-ra, è stato il momento più bello, dopo
la stretta di mano del presidente Na-politano al Quirinale nella finale dei
David un mese fa e dopo il Gran Prix di
Cannes a maggio 2012. Sempre per
Reality, il film di Matteo Garrone di cui
è il superbo protagonista.
Attore impeccabile, lodato, moder-no, nuova star del cinema d’autore ma-de in Italy, ha trovato nel cinema e nel
teatro un mezzo di riscatto, un modo
per coltivare la sua intelligenza, per di-ventare forte, tenace. Per salvarsi, co-me dice lui. Aniello Arena è un detenu-to del carcere di Volterra, condannato
all’ergastolo per omicidio: era l’8 gen-naio del ’91, giovane camorrista napo-letano, aveva 23 anni e fu coinvolto nel-la strage di piazza Crocelle a Barra, la
periferia di Napoli dove è nato e cre-sciuto. Morirono tre persone. Da quel
macigno, dalle notti brave, dai perso-naggi vacui e aggressivi di allora, Aniel-lo si è allontanato come da un incubo
irreale. Ha scontato più di vent’anni
con buona condotta e, grazie all’artico-lo 21 del codice di procedura penale,
oggi è in regime di semilibertà: ogni
mattina esce alle 9.15, rientra alle 18.30.
Lavora dirimpetto al carcere, a  Carte
Blanche, l’organizzazione della Com-pagnia della Fortezza diretta da Ar-mando Punzo, la più celebre e la più
speciale delle realtà artistiche nate in
carcere, dove dieci anni fa Aniello ha
iniziato a recitare. E la sua vita mutilata
è diventata un’altra cosa: la semplicità
e la perfezione di Luciano, il pesciven-dolo di Reality , i personaggi toccanti di
Hamlice,  Pinocchio,  Pescecani,  Mercu-zio non vuole morire... Tutti successi
della Fortezza, che da quest’anno han-no anche girato, come una “normale”
compagnia, in una vera tournée per i
teatri: Firenze, Bologna, Roma... «Solo
che la notte noi non andiamo in hotel,
ma dormiamo nel carcere della città»,
dice con un tocco di autoironia Aniello,
seduto davanti allo specchio nel came-rino di un teatro romano.
Ha 45 anni e sembra più giovane in
jeans e maglietta, fisico palestrato,
non alto, sguardo molto sveglio. Ri-sponde pacato, saldo, anche alle cu-riosità più futili sulla vita del carcere,
mentre si percepisce l’emozione
quando parla di teatro. «Sì, ora mi sen-to di dire che sono un attore. Una volta
dicevo di no. Gli attori per me erano
quelli che sono famosi, che leggiamo
sui giornali. Io ero pieno di entusia-smo, ma tutto lì. Poi, però a un certo
punto ci ho messo anche la testa. For-se è successo quando Matteo Garrone
mi ha chiamato per il film. Non è che fi-no ad allora non mi sentissi attore, ma
il cinema è stata una assunzione di re-sponsabilità forte. Se prima giocavo, lì
ho dovuto davvero fare l’attore».
A “scoprirlo” è stato Armando Pun-zo, l’iperattivo regista della Fortezza
che ha cambiato profondamente il
modo di fare teatro in carcere e da ven-ticinque anni a Volterra lavora pionie-risticamente con i detenuti «non per
rieducare loro, ma per reinventare il
teatro», come dice lui. «Quando sono
arrivato io nel ’99, da Viterbo, dopo aver
girato molte carceri, avevo già sentito
parlare della compagnia. Ma ero in iso-lamento: nella condanna, un’altra tor-tura — ricorda Aniello —. E quando sei
in isolamento devi reagire per non im-pazzire di rabbia. Io facevo ginnastica,
leggevo libri, vedevo documentari.
Parlavo con le guardie e aspettavo i col-loqui». Per fare teatro nella “fortezza”
di Volterra era ed è ancora sufficiente
presentare domanda di partecipazio-ne. I detenuti e Punzo lavorano in una
piccola stanza al piano terra. «Chi pro-va, difficilmente se ne va. Quando io so-no sceso la prima volta, da napoletano
pensavo che il teatro fosse la sceneg-giata napoletana. Era quello che cono-scevo, che avevo visto con mia madre
da ragazzino. “Ma che cosa è?”, mi
chiesi quando vidi cosa facevano. Mi
pareva un altro pianeta. Ci ho messo un
po’ per capire. Ho dovuto immagazzi-nare. Al primo spettacolo, nel 2002,
dall’ Opera da tre soldidi Brecht, ricor-do, mi vergognavo come un matto a
stare in scena. Mi chiedevo cosa avreb-bero pensato quelli che avevano cono-sciuto da ragazzo. C’è voluto tempo.
C’è voluto il lavoro con Armando, il no-stro regista. Lui ti fa uscire quello che
hai dentro, lavora su di te, su quello che
sei. Io fino a quel momento non avevo
avuto strumenti per capire. Il teatro in-vece mi ha dato la possibilità di vedere.
Attraverso i personaggi, attraverso le
parole degli autori ho dissotterrato co-se di me che mi hanno aiutato. Non è fa-cile. Noi, poi, lavoriamo in una stanzet-ta piccola e siamo tanti. Da maggio a lu-glio, come adesso, quando stiamo per
arrivare allo spettacolo, siamo una cin-quantina e quasi non ci si può muove-re. Per questo Armando si batte per far
diventare la nostra compagnia un “tea-tro stabile”: per una sala da costruire ex
novo nella parte esterna del carcere, e
avere più spazio. Questo non vuol dire
che lasceremo la “nostra” stanza. Per
noi è il luogo della condivisione del
gruppo. Lavorare sotto lo sguardo de-gli altri è qualcosa di particolare e i de-tenuti sono spietati, anche se con affet-to. Sai a priori che non devi sbagliare
perché dopo ti fanno nuovo nuovo».
La vita del carcere per Aniello è vita
domestica. «Da quando sono passato
nella sezione dei semiliberi siamo in
due in cella, una cella grande, mentre
prima di là, nella sezione interni, ero da
solo, perché a Volterra tutte le celle so-no singole. Che fai? Diventi casalingo.
Dicono che noi del reparto maschile
siamo maniaci, se potessimo mette-remmo le pattine ai piedi. Rifai il letto,
pulisci il pavimento. Ti organizzi per la
spesa, perché si fa una volta alla setti-mana, quindi per il giorno del turno
devi dare alle guardie la nota di quello
che ti serve, se no sono altri sette gior-ni: detersivi, schiuma da barba, strofi-nacci per lavare a terra, la bomboletta
del gas, l’acqua, il caffè».
Aniello è stato arrestato nel gennaio
del ’93, due anni dopo l’omicidio.
«Non ne parliamo», implora, più per
non avvilire quello che è oggi che per
autoindulgenza. Non si trova atte-nuanti. «A Barra, periferia di Napoli
non è che ho avuto un’infanzia chissà
che. Forse un po’ travagliata, forse la
mia famiglia era un po’ disagiata, forse
l’ambiente in cui sono cresciuto, Na-poli... Non voglio giustificarmi, lo dico
per raccontare di me. Il carcere è un de-stino obbligato se da ragazzo non ca-pisci niente, non rifletti. Io pensavo
che il mondo ce l’avesse con me e di
conseguenza io ce l’avevo con lui. Ca-pivo poco e agivo. Ero un impulsivo. Lo
sono anche adesso, ma rifletto di più».
Racconta che quando entrò a Pog-gioreale a venticinque anni, pensò che
la sua vita fosse finita lì. «Il carcere di
Napoli era come l’inferno. Se sei un ra-gazzo che ha accumulato odio e finisci
lì, Poggioreale genera mostri. Ho in-contrato ragazzi che sono solo peggio-rati. Ai tempi miei eravamo anche ven-ti in una cella. Forse qualcosa è cam-biato, ma il trasferimento è stata la mia
fortuna».
Anche per questo a Napoli non ci
tornerà più. I due figli, un maschio e
una femmina di ventidue e venticin-que anni, orgogliosi del suo successo,
vivono anche loro fuori Napoli. E dalla
moglie si è separato. «Sono napoleta-no e sono fiero di esserlo, ma vivere lì
no. Non mi appartiene più come città.
Sono cambiato e per come sono oggi
non riuscirei a vivere in una città che è
difficile, ferma nei suoi meccanismi».
Se un giorno uscirà, dice, gli piacereb-be andare a Firenze o nel nord o dove
lo porterà il teatro, il cinema, la noto-rietà. Dopo Cannes lo hanno cercato
giornalisti e tv di mezza Europa. Que-sta estate reciterà nell’atteso Santo Ge-net commediante e martire diretto da
Armando Punzo, il nuovo spettacolo
della Compagnia che festeggia i venti-cinque anni di attività e che sarà il cuo-re, dal 18 al 26 luglio, del Festival di Vol-terra, evento davvero unico perché
tutto si svolgerà nel carcere, spettaco-li, artisti, spettatori tutti nella Fortezza
(per entrare bisogna chiedere i per-messi su www.compagniadellafortez-za.org ) e intanto sta ultimando un libro
sulla sua vita che uscirà in autunno da
Rizzoli Controtempo, a cura di Maria
Cristina Olati.
La domanda forse è ingenua: mai
pensato di scappare durante una delle
tournée? La risposta è semplice, senza
ambiguità: «E a che servirebbe? Dovre-sti scappare sempre. E come vivresti a
quel punto? La prigione sarebbe den-tro di te. No, spero di poter uscire con i
benefici di legge, se ce la faccio. Otti-mista? Quando ero ragazzo vedevo
tutto nero. Ed essendo napoletano di-co che uno alla fine il nero se lo tira ad-dosso. Quindi ho imparato a liberarmi
delle ombre. Ho imparato a trasforma-re la rabbia in passione».




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