l 27 maggio di cinquant’anni fa
l’omicidio di Grigoris Lambrakis
Il deputato greco diventò un simbolo
della lotta per la democrazia grazie
anche a un film, “Z-L’orgia del potere”
Il regista che lo girò,
fuggito poi in Francia,
oggi ottantenne racconta
i suoi dietro le quinte:
“Ho sempre lavorato
spinto dall’urgenza,
per questo non mi sono mai
pentito: quello che ho fatto
lo dovevo fare”
È
lui a fare domande, lo
sguardo curioso e impa-ziente in un continuo an-dirivieni tra ieri e oggi, tra
la sua Grecia e la nostra Italia. Incre-dulo, sarcastico davanti alle coazioni a
ripetere: «I colonnelli, sette anni di in-cubo, dal ’67 al ’74, avevano trovato
consenso con una promessa-fanta-sma: salvare la Grecia dai comuni-sti...». La sospensione ironica ammic-ca agli slogan di casa nostra: «Ma come
può la gente continuare a essere così
ingenua? Da voi, per di più, il comuni-smo era diventato, con Berlinguer, un
partito aperto e moderno, con perso-nalità straordinarie come Giorgio Na-politano, che avevo conosciuto e fre-quentato alle Botteghe Oscure».
Nella casina da fiaba dall’intonaco
rosa, dentro un cortiletto-giocattolo
nel cuore del Quartier Latin, le rifles-sioni di Constantinos Gavras, univer-salmente noto come Costa-Gavras,
ottant’anni compiuti lo scorso feb-braio, sono uno strappo al sottofondo
leggero di voci infantili provenienti
dalla vicina scuola materna. Nell’am-pio soggiorno, tra l’ordinatissima li-breria e i quadri infiammati di colori
mediterranei, fa sfoggio di sé uno
specchio d’epoca, con la foto in bian-co e nero della moglie Michèle, anche
sua produttrice, incollata tra le scheg-ge di un’antica frattura. Incidente do-mestico o opera d’arte moderna? «È la
mia riparazione artigianale dopo un
battibecco casalingo con lancio d’og-getti contundenti. L’importante era
salvare lo specchio».
Da quando, cinquantanove anni fa,
ha abbandonato la Grecia, dov’era na-to ventun anni prima a Loutra-Iraias,
il regista non ha mai smesso d’interro-garsi, e interrogare, nel suo cinema di
denuncia, sulle menzogne del nostro
tempo: dove il mondo sembra far da
cassa di risonanza a contraddizioni e
colpe del suo Paese, da La confessione,
sui processi staliniani, a L’Amerikano ,
sulle manovre della Cia in America La-tina, a Missing, sul Cile di Pinochet. La
Grecia come test di lebbre planetarie:
l’ipocrita silenzio del Vaticano davan-ti all’Olocausto ( Amen), il riciclaggio
civile dei criminali di guerra ( Music
Box ), le bieche trappole speculative
delle banche in Le Capital , che ha
chiuso con successo il secondo “Festi-val du film engagé” ad Algeri. Tutti ti-toli su cui traspare, luminoso sfregio di
sfida, una lettera, Z, terzo film di Co-sta-Gavras: «Poteva essere anche l’ul-timo — riflette — e invece è diventato
la bandiera di ogni rivolta contro i cri-mini di Stato». Thriller politico pre-miato a Cannes ’69 e Oscar per il mi-glior film straniero. «Z-L’orgia del po-tere , come me l’avete, ahimè, ribattez-zato in Italia, ripercorre la breve para-bola politica di Grigoris Lambrakis,
medico, atleta e deputato di sinistra,
vittima a Salonicco d’un incidente
stradale orchestrato da polizia ed
esercito su mandato del governo e
morto il 27 maggio 1963, alle 2.30: un
lunedì notte di cinquant’anni fa».
Quella data, minuscolo grumo di ca-lendario nella Grecia di ieri, si allargò,
a macchia, sul Paese: «Già il giorno do-po, dalla processione dei quattrocen-tomila ai funerali di Lambrakis ad Ate-ne, si alzava il grido: Athanatos, “im-mortale”. E nei graffiti sui muri co-minciarono a gocciolare le Z, iniziale
del greco Zei, “È vivo”». Fu un primo al-larme per la destra, da cui scaturirà il
golpe del 21 aprile 1967? «Era nell’aria
un po’ ovunque la paura del nuovo,
l’ostilità a conquiste civili. Sempre nel
’63, qualche mese dopo Lambrakis,
viene assassinato John Fitzgerald
Kennedy a Dallas. JFK non era certo un
comunista. E nemmeno Lambrakis:
esponente dell’Eda (Sinistra demo-cratica unita), si batteva per princìpi
umanitari, per il riavvicinamento ai
Paesi dell’Est e il no alle basi atomiche
Usa in Grecia». Il processo, iniziato al-l’indomani dei funerali, filo rosso del
film, è stato un bel contropiede ai
complotti del potere, alle verità di Sta-to: «Era cominciato male, con un ge-nerale poi condannato per aver eser-citato pressioni sui testimoni. Il giudi-ce istruttore cui poi venne affidato,
Christos Sartzetakis, che stabilì la
complicità di esercito e polizia, era
uno di destra: ma convinto, come giu-dice, che in ogni democrazia prima
viene la giustizia, poi il potere politi-co...». Altra sospensione e sguardo in-terrogativo su casi d’attualità di Paesi
cari e vicini. Nel film, il giudice è Jean-Louis Trintignant, premio per l’inter-pretazione a Cannes: «Fino a quel mo-mento era il belloccio del grande
schermo: è stata la sua prima volta in
un ruolo acido, fastidioso. È entrato al-la perfezione nel personaggio. Anche
grazie allo speciale paio d’occhiali che
gli abbiamo confezionato: lenti spes-se, ma attraverso cui si può vedere
l’occhio, indovinare il pensiero». E
perché dunque il film, il terzo da lei di-retto, poteva essere anche il suo ulti-mo? «Perché dopo, come mi avvicina-vo a un produttore quello scappava.
Realizzare Z è stato per me un atto di
resistenza. Alla vigilia dell’uscita i co-lonnelli mi tolsero la cittadinanza. Il
romanzo di Vassilis Vassilikos, da cui
l’ho tratto, era uscito nel novembre del
’66, cinque mesi prima del golpe. Me
l’aveva passato mio fratello, amico
dell’autore, durante un mio breve sog-giorno a Atene, cinque giorni prima
del putch. Ho cominciato a leggerlo in
aereo, proprio nelle ore del golpe. At-terrato a Parigi, avevo già il film in te-sta. Senza immaginare la lunga serie
d’ostacoli al varco». Superati grazie a
complicità e amicizie che poi attraver-seranno gli anni e i film successivi. Pri-ma di tutto Mikis Theodorakis, il mu-sicista di Zorba il Grecoe Serpico: «Era
in isolamento nel Peloponneso, per-ché nel ’63 s’era messo alla testa del
movimento “Lambrakidès”, organiz-zazione politica con oltre duecento
centri culturali. Per chiedergli le musi-che lo feci avvicinare, con l’aria della
giovane turista, dalla mia fidanzata:
“Prendete quel che volete da quelle già
composte”. E così cominciai a tagliuz-zarle e riadattarle, registrandone una
a rovescio, che lui poi, sorpreso, non
ha riconosciuto». L’altro complice fu
Jacques Perrin, fotoreporter in Z: «De-cise di finanziare il film, debuttando
nella carriera di produttore, il maggio-re oggi in Francia, uno capace di por-tare al successo soggetti mai toccati
prima. Suggerì, come “finta Grecia”,
prima la Sicilia (subito poco disponi-bile), poi l’Algeria, convincendo il mi-nistro dell’Informazione a concedere
autorizzazioni e troupe». Infine, Yves
Montand, l’amico di sempre, che in-terpreta Lambrakis: «È il protagonista
ma, su una durata di due ore e otto mi-nuti, appare due minuti. Quando lo
conobbi, Montand voleva smettere
con il cinema. Grande cantante, an-che se non leggeva la musica e non sa-peva suonare (ma aveva un orecchio
finissimo) era stato agli inizi attore
mediocre. Quando portai a Simone Si-gnoret la sceneggiatura del mio primo
film, Compartiment tueurs del ’65,
proponendo a Montand d’interpreta-re l’ispettore Graziani con l’accento
del Midi, lui s’era subito opposto:
“Non faccio Fernandel!”. Poi, una vol-ta convinto, finalmente cominciò a ti-rar fuori la sua personalità, liberando-si delle pose alla Bogart o alla Fred
Astaire cui s’era abituato in America.
Era una persona splendida, con la ver-ve immutata degli esordi, quando fa-ceva il buffoncello nei cabaret, ragaz-zotto allampanato alle prese con le
canzoni di cowboys o le imitazioni,
appunto, di Fernandel. Ha sempre
mantenuto la sua natura semplice
d’immigrato, figlio di povera gente, ri-fugiatasi a Marsiglia dalla Toscana,
quando lui aveva due anni, per scam-pare all’Italia di Mussolini».
Anche Costa-Gavras, con i suoi film,
ha scavato tracce coerenti sulla storia
contemporanea: «Non c’è film tra quel-li realizzati, anche i meno riusciti, di cui
mi sia pentito. Tutti girati sulla spinta
dell’urgenza, da un senso del dovere:
forse qualcuno, come La confessione,
uscito nel momento meno opportu-no». Ma il momento non è sempre giu-sto quando l’opera è necessaria? «È
quel che abbiamo tutti sentito con Z:
bisognava realizzarlo, subito. La sce-neggiatura la buttai giù di corsa, scri-vendo con Jorge Semprun notte e gior-no, rinchiusi nella casa di campagna di
Montand in Normandia». Ha seguito in
anticipo il consiglio che i Taviani dan-no oggi ai giovani vogliosi di cinema:
“Girate un film quando sentite che vi è
indispensabile”. «È stato il cinema ita-liano che mi ha reso indispensabile fa-re cinema: ne ero un fan assoluto. Nei
miei primi anni in Francia, poi, ero un
assiduo frequentatore della Ciné-mathèque di Henri Langlois, che parla-va greco e che incontravo spesso. Oggi,
da sei anni, ne sono presidente e ho il
grande piacere di ritrovare nelle retro-spettive, di persona, i maestri di gio-ventù, come Francesco Rosi, o, alme-no, i loro film. In autunno dedicheremo
una mostra a Pasolini». Che, è stato, con
la sua morte densa d’ombre, il nostro Z?
«Yánnis Rítsos, poeta amico di Theo-dorakis, lui pure affiliato al movimento
“Lambrakidès”, diceva che “La poesia
non ha mai l’ultima parola / ma ha sem-pre la prima
martedì 25 giugno 2013
domenica 23 giugno 2013
Il mio nome è Uri. Uri Geller IL SENSITIVO HA COLLABORATO CON CIA E MOSSAD MA RICORDA PIÙ AUSTIN POWERS CHE JAMES BOND
ualcuno lo conoscerà perché piegava i cucchiai
o per la sua lunga amicizia con la popstar Mi-chael Jackson, ma apparentemente il famosis-simo sensitivo Uri Geller, che in occasione delle
sue esibizioni riempiva spalti e platee, ha avuto
anche una carriera da agente segreto del Mos-sad e della Cia, pur somigliando più a Austin
Powers che a James Bond. Questa settimana
Uri Geller ha partecipato al Doc Festival di
Sheffield dove si è svolta la prima del film di
Vikram Jayanti The secret life of Uri Geller - Psichic
S py? che fornisce le prove del suo coinvolgi-mento nel misterioso mondo dello spionaggio.
“Uri ha una reputazione controversa. Molti
pensano sia un imbroglione, un ciarlatano ca-pace solo di fare qualche trucchetto. Ma ha
anche un enorme seguito e nella sua carriera ha
fatto cose che nessun altro riesce a fare”, dice
Jayanti del suo personale Zelig. Geller ricono-sce che quando ha visto per la prima volta il
documentario è rimasto alquanto perplesso.
“Ero preoccupato e lo sono ancora. Non sapevo
che Vikram avrebbe fatto un così accurato la-voro di ricerca mettendo insieme tutti i piccoli
indizi che ho seminato nel corso della mia car-riera”. Quando ha firmato il contratto per la
realizzazione del documentario, il sensitivo
ignorava che Vikram avrebbe ricostruito tutti i
rapporti da lui avuti con esponenti del mondo
dello spionaggio. Non di meno, Geller è con-tento di veder rappresentato “l’aspetto serio”
della sua vita. “In alcuni Paesi pensano che
sono soltanto un eccentrico pagliaccio, un buf-fone”, sospira.
Quando gli chiesero: puoi fermare
con la telepatia il cuore di un maiale?
Nel corso dell’intervista Uri Geller cerca di evi-tare il tema dello spionaggio. Tuttavia il sensi-tivo ammette che una volta gli chiesero di ar-restare il battito cardiaco di un maiale con la te-lepatia. Si rifiutò consapevole del fatto che, se
l’esperimento fosse riuscito, l’avrebbero usato
sugli esseri umani. “Ho sempre cercato di fare
cose positive”, spiega Geller. “Ho detto ‘no’
quando una cosa mi sembrava poco chiara”. Ja-yanti non si è basato sulla testimonianza di Uri
Geller che, su questo aspetto della sua vita, è
molto reticente. Ha parlato invece con i pezzi
grossi che lo hanno reclutato e che di lui si sono
serviti. Tra questi gli scienziati dello Stanford
Research Institute e qualche operativo della Cia.
Tra gli intervistati al corrente delle attività spio-nistiche di Uri Geller, l’ex agente della Cia Kit
Green, l’astronauta dell’Apollo 14 Edgar Mit-chell (il sesto uomo a mettere piede sulla luna), i
fisici Russell Targ e Hal Puthoff e il colonnello
dell’esercito, ora in pensione, John Alexander
(reso famoso dal film L’uomo che fissa le capre ).
Nel documentario appare anche Nick Pope, uno
scienziato britannico esperto di Ufo. Inoltre si
accenna al fatto che Uri Geller accettò di usare i
suoi poteri per fare da guardia del corpo al pre-sidente messicano José Lopez
Portillo. Il titolo del film finisce
con un punto interrogativo,
ma le prove sono talmente
schiaccianti e circostanziate da
lasciare ben poco spazio ai di-stinguo e alle incertezze sull’i-potesi di un Geller al soldo dei
servizi segreti. Avesse o meno
poteri da sensitivo, i servizi di
sicurezza americani decisero
di puntare decisamente su Uri
Geller ritenendo il suo aiuto di
fondamentale importanza.
Pare che Geller abbia tentato di
utilizzare i suoi poteri psichici
per mettere fuori uso i radar in
occasione dell’“Operazione
Entebbe” che consentì a un
commando israeliano di met-tere in salvo i passeggeri di un
aereo dirottato. L’abile gioco-liere che piegava i cucchiai fa-cendo spalancare la bocca ai
bambini, ha anche cercato di
usare i suoi poteri per cancel-lare il contenuto dei floppy di-sc che i diplomatici sovietici
portavano dal Messico in
Unione Sovietica e ha tentato
di convincere un ministro rus-so a firmare un trattato per la
riduzione degli armamenti
nucleari (in una foto si vede
Geller vicino al ministro russo
accanto al quale c’è un giovane
e sorridente Al Gore, vicepre-sidente degli Stati Uniti). Nel documentario fa la
sua comparsa anche il primo ministro israeliano
Benjamin Netanyahu che parla della sua ami-cizia con Geller che risale a moltissimi anni fa. La
tesi di Jayanti è che Geller fu reclutato dai servizi
segreti americani impegnati nella “corsa alle ar-mi psichiche” scatenata dalle ricerche portate
avanti dai militari sovietici che sicuramente
bluffavano in merito alle vantate capacità mi-litari dei loro sensitivi.
Quando il presidente Carter
lo convocò alla Casa Bianca
“Quando Jimmy Carter fu eletto presidente, una
delle prime cose che fece fu quella di far con-vocare Uri Geller alla Casa Bianca. Nel corso del
colloquio, durato oltre quattro ore, Geller disse
al presidente cosa pensava della “minaccia” rap-presentata dai sensitivi sovietici. Gli Stati Uniti
temevano di essere rimasti indietro in questo
campo e Uri Geller era l’uomo perfetto cui ri-volgersi. “Talvolta mi chiedo se tutta la carriera
GUERRA FREDDA
I sovietici
millantavano
le capacità psichiche
dei propri agenti
e l’“Agenzia” si rivolse
al mago israeliano
UN COFANETTO DI QUATTRO DVD
CON IL MEGLIO DI MINA
È in uscita “InDVDbile” un cofanetto che
raccoglie i dvd “Mina in Studio”, “Mina
nei Caroselli Barilla”, “Mina alla Bussola
live 72” e “Mina nei Caroselli Tassoni”
NBA: SAN ANTONIO VICINO AL TITOLO
GRAZIE A UN GRANDE GINOBILI
Con un grande Ginobili San Antonio a un
passo dal titolo Nba. Gli Spurs battono in
casa Miami 114-104 in gara 5 delle finali e
conducono 3-2
UNA MOSTRA FOTOGRAFICA
TUTTA DEDICATA AI PEARL JAM
Una mostra fotografica retrospettiva
racconta la storia e l’evoluzione dei
Pearl Jam all’Auditorium Parco della
Musica a Roma fino al 30 luglio
Uri Geller, il “s e n s i t ivo ”
israeliano. A sinistra,
Jimmy Carter
durante il mandato di
presidente Usa La Pre ss e
Il mio nome è Uri. Uri Geller
IL SENSITIVO HA COLLABORATO CON CIA E MOSSAD MA RICORDA PIÙ AUSTIN POWERS CHE JAMES BOND
di uomo di spettacolo di Geller
altro non sia stato che il para-vento delle sue attività nel
mondo dello spionaggio”, af-ferma Jayanti. Dopo l’11 set-tembre il sensitivo Uri Geller fu
“richiamato in servizio”. L’epi-sodio chiave della giovinezza di
Geller risale alla Guerra dei Sei Giorni quando il
giovane Uri, arruolato come soldato di fanteria
nell’esercito israeliano, vide la morte in faccia. Si
trovò dinanzi ad un soldato giordano e per non
essere ucciso fu costretto a sparargli a brucia-pelo.
“Quel secondo, quell’unico secondo in cui uc-cisi un altro essere umano, ha segnato per sem-pre la mia vita e ho degli incubi ancora oggi. Ho
imparato a convivere con quella esperienza”,
racconta Uri Geller. “Quando mi svegliai in un
ospedale di Gerusalemme, compresi ciò che
avevo fatto… oggi quel soldato giordano è se-polto nel mio animo. È come un fratello. È così
che mi sento. Sebbene negli incubi ricorrenti mi
afferri con violenza per conoscere le ragioni del
mio gesto, avverto che la sua anima e la mia sono
una cosa sola”. Malgrado Geller eviti di dire in
che modo ha aiutato il Mossad, non può fare a
meno di raccontare un aneddoto su Moshe Da-yan in un ristorante e l’aneddoto spiega più di
tante parole.
“Dayan era un appassionato collezionista di re-perti archeologici. Lo interessavano in partico-lare i reperti che avevano più di quattrocento,
cinquecento o seicento anni. In Israele se ne tro-vano moltissimi. Quando ci conoscemmo e
venne a sapere dei miei poteri di sensitivo, dopo
aver parlato di problemi militari e di altre cose
del genere, mi chiese ‘Uri, pensi di poter scoprire
manufatti archeologici con i tuoi poteri?’. E io gli
risposi: “Sai Moshe, non ci ho mai provato, ma si
può fare un tentativo’”.
Euro ‘96 e quel rigore sbagliato
durante Scozia-Inghilterra
Dopo questo colloquio Dayan e Geller fecero
molte gite notturne alla ricerca di reperti ar-cheologici sepolti sottoterra. “Trovai diverse co-se”, ricorda Uri Geller. “Dayan era elettrizzato.
Il giardino di casa sua era pieno di reperti ar-cheologici”. Spiare per la Cia è una cosa, il calcio
è tutt’altra cosa. A Sheffield, Geller si è pubbli-camente scusato con gli scozzesi per aver usato i
suoi poteri psichici da un elicottero che volteg-giava su Wembley per fare in modo che Gary
McAllister sbagliasse il rigore nella partita con-tro l’Inghilterra a Euro ‘96. Ha riconosciuto che
in quella circostanza ha violato il suo codice
deontologico. “Quando ricevetti dalla Scozia
centinaia e centinaia di lettere che trasudavano
odio, capii che quello che avevo fatto era mo-ralmente ingiustificato e riprovevole”, confessa
Geller. “Per farmi perdonare ho comprato un’i-sola scozzese. Per me questo vuol dire che sono
in parte scozzese”.
© The Independent
Traduzione di Carlo Antonio Bisc
o per la sua lunga amicizia con la popstar Mi-chael Jackson, ma apparentemente il famosis-simo sensitivo Uri Geller, che in occasione delle
sue esibizioni riempiva spalti e platee, ha avuto
anche una carriera da agente segreto del Mos-sad e della Cia, pur somigliando più a Austin
Powers che a James Bond. Questa settimana
Uri Geller ha partecipato al Doc Festival di
Sheffield dove si è svolta la prima del film di
Vikram Jayanti The secret life of Uri Geller - Psichic
S py? che fornisce le prove del suo coinvolgi-mento nel misterioso mondo dello spionaggio.
“Uri ha una reputazione controversa. Molti
pensano sia un imbroglione, un ciarlatano ca-pace solo di fare qualche trucchetto. Ma ha
anche un enorme seguito e nella sua carriera ha
fatto cose che nessun altro riesce a fare”, dice
Jayanti del suo personale Zelig. Geller ricono-sce che quando ha visto per la prima volta il
documentario è rimasto alquanto perplesso.
“Ero preoccupato e lo sono ancora. Non sapevo
che Vikram avrebbe fatto un così accurato la-voro di ricerca mettendo insieme tutti i piccoli
indizi che ho seminato nel corso della mia car-riera”. Quando ha firmato il contratto per la
realizzazione del documentario, il sensitivo
ignorava che Vikram avrebbe ricostruito tutti i
rapporti da lui avuti con esponenti del mondo
dello spionaggio. Non di meno, Geller è con-tento di veder rappresentato “l’aspetto serio”
della sua vita. “In alcuni Paesi pensano che
sono soltanto un eccentrico pagliaccio, un buf-fone”, sospira.
Quando gli chiesero: puoi fermare
con la telepatia il cuore di un maiale?
Nel corso dell’intervista Uri Geller cerca di evi-tare il tema dello spionaggio. Tuttavia il sensi-tivo ammette che una volta gli chiesero di ar-restare il battito cardiaco di un maiale con la te-lepatia. Si rifiutò consapevole del fatto che, se
l’esperimento fosse riuscito, l’avrebbero usato
sugli esseri umani. “Ho sempre cercato di fare
cose positive”, spiega Geller. “Ho detto ‘no’
quando una cosa mi sembrava poco chiara”. Ja-yanti non si è basato sulla testimonianza di Uri
Geller che, su questo aspetto della sua vita, è
molto reticente. Ha parlato invece con i pezzi
grossi che lo hanno reclutato e che di lui si sono
serviti. Tra questi gli scienziati dello Stanford
Research Institute e qualche operativo della Cia.
Tra gli intervistati al corrente delle attività spio-nistiche di Uri Geller, l’ex agente della Cia Kit
Green, l’astronauta dell’Apollo 14 Edgar Mit-chell (il sesto uomo a mettere piede sulla luna), i
fisici Russell Targ e Hal Puthoff e il colonnello
dell’esercito, ora in pensione, John Alexander
(reso famoso dal film L’uomo che fissa le capre ).
Nel documentario appare anche Nick Pope, uno
scienziato britannico esperto di Ufo. Inoltre si
accenna al fatto che Uri Geller accettò di usare i
suoi poteri per fare da guardia del corpo al pre-sidente messicano José Lopez
Portillo. Il titolo del film finisce
con un punto interrogativo,
ma le prove sono talmente
schiaccianti e circostanziate da
lasciare ben poco spazio ai di-stinguo e alle incertezze sull’i-potesi di un Geller al soldo dei
servizi segreti. Avesse o meno
poteri da sensitivo, i servizi di
sicurezza americani decisero
di puntare decisamente su Uri
Geller ritenendo il suo aiuto di
fondamentale importanza.
Pare che Geller abbia tentato di
utilizzare i suoi poteri psichici
per mettere fuori uso i radar in
occasione dell’“Operazione
Entebbe” che consentì a un
commando israeliano di met-tere in salvo i passeggeri di un
aereo dirottato. L’abile gioco-liere che piegava i cucchiai fa-cendo spalancare la bocca ai
bambini, ha anche cercato di
usare i suoi poteri per cancel-lare il contenuto dei floppy di-sc che i diplomatici sovietici
portavano dal Messico in
Unione Sovietica e ha tentato
di convincere un ministro rus-so a firmare un trattato per la
riduzione degli armamenti
nucleari (in una foto si vede
Geller vicino al ministro russo
accanto al quale c’è un giovane
e sorridente Al Gore, vicepre-sidente degli Stati Uniti). Nel documentario fa la
sua comparsa anche il primo ministro israeliano
Benjamin Netanyahu che parla della sua ami-cizia con Geller che risale a moltissimi anni fa. La
tesi di Jayanti è che Geller fu reclutato dai servizi
segreti americani impegnati nella “corsa alle ar-mi psichiche” scatenata dalle ricerche portate
avanti dai militari sovietici che sicuramente
bluffavano in merito alle vantate capacità mi-litari dei loro sensitivi.
Quando il presidente Carter
lo convocò alla Casa Bianca
“Quando Jimmy Carter fu eletto presidente, una
delle prime cose che fece fu quella di far con-vocare Uri Geller alla Casa Bianca. Nel corso del
colloquio, durato oltre quattro ore, Geller disse
al presidente cosa pensava della “minaccia” rap-presentata dai sensitivi sovietici. Gli Stati Uniti
temevano di essere rimasti indietro in questo
campo e Uri Geller era l’uomo perfetto cui ri-volgersi. “Talvolta mi chiedo se tutta la carriera
GUERRA FREDDA
I sovietici
millantavano
le capacità psichiche
dei propri agenti
e l’“Agenzia” si rivolse
al mago israeliano
UN COFANETTO DI QUATTRO DVD
CON IL MEGLIO DI MINA
È in uscita “InDVDbile” un cofanetto che
raccoglie i dvd “Mina in Studio”, “Mina
nei Caroselli Barilla”, “Mina alla Bussola
live 72” e “Mina nei Caroselli Tassoni”
NBA: SAN ANTONIO VICINO AL TITOLO
GRAZIE A UN GRANDE GINOBILI
Con un grande Ginobili San Antonio a un
passo dal titolo Nba. Gli Spurs battono in
casa Miami 114-104 in gara 5 delle finali e
conducono 3-2
UNA MOSTRA FOTOGRAFICA
TUTTA DEDICATA AI PEARL JAM
Una mostra fotografica retrospettiva
racconta la storia e l’evoluzione dei
Pearl Jam all’Auditorium Parco della
Musica a Roma fino al 30 luglio
Uri Geller, il “s e n s i t ivo ”
israeliano. A sinistra,
Jimmy Carter
durante il mandato di
presidente Usa La Pre ss e
Il mio nome è Uri. Uri Geller
IL SENSITIVO HA COLLABORATO CON CIA E MOSSAD MA RICORDA PIÙ AUSTIN POWERS CHE JAMES BOND
di uomo di spettacolo di Geller
altro non sia stato che il para-vento delle sue attività nel
mondo dello spionaggio”, af-ferma Jayanti. Dopo l’11 set-tembre il sensitivo Uri Geller fu
“richiamato in servizio”. L’epi-sodio chiave della giovinezza di
Geller risale alla Guerra dei Sei Giorni quando il
giovane Uri, arruolato come soldato di fanteria
nell’esercito israeliano, vide la morte in faccia. Si
trovò dinanzi ad un soldato giordano e per non
essere ucciso fu costretto a sparargli a brucia-pelo.
“Quel secondo, quell’unico secondo in cui uc-cisi un altro essere umano, ha segnato per sem-pre la mia vita e ho degli incubi ancora oggi. Ho
imparato a convivere con quella esperienza”,
racconta Uri Geller. “Quando mi svegliai in un
ospedale di Gerusalemme, compresi ciò che
avevo fatto… oggi quel soldato giordano è se-polto nel mio animo. È come un fratello. È così
che mi sento. Sebbene negli incubi ricorrenti mi
afferri con violenza per conoscere le ragioni del
mio gesto, avverto che la sua anima e la mia sono
una cosa sola”. Malgrado Geller eviti di dire in
che modo ha aiutato il Mossad, non può fare a
meno di raccontare un aneddoto su Moshe Da-yan in un ristorante e l’aneddoto spiega più di
tante parole.
“Dayan era un appassionato collezionista di re-perti archeologici. Lo interessavano in partico-lare i reperti che avevano più di quattrocento,
cinquecento o seicento anni. In Israele se ne tro-vano moltissimi. Quando ci conoscemmo e
venne a sapere dei miei poteri di sensitivo, dopo
aver parlato di problemi militari e di altre cose
del genere, mi chiese ‘Uri, pensi di poter scoprire
manufatti archeologici con i tuoi poteri?’. E io gli
risposi: “Sai Moshe, non ci ho mai provato, ma si
può fare un tentativo’”.
Euro ‘96 e quel rigore sbagliato
durante Scozia-Inghilterra
Dopo questo colloquio Dayan e Geller fecero
molte gite notturne alla ricerca di reperti ar-cheologici sepolti sottoterra. “Trovai diverse co-se”, ricorda Uri Geller. “Dayan era elettrizzato.
Il giardino di casa sua era pieno di reperti ar-cheologici”. Spiare per la Cia è una cosa, il calcio
è tutt’altra cosa. A Sheffield, Geller si è pubbli-camente scusato con gli scozzesi per aver usato i
suoi poteri psichici da un elicottero che volteg-giava su Wembley per fare in modo che Gary
McAllister sbagliasse il rigore nella partita con-tro l’Inghilterra a Euro ‘96. Ha riconosciuto che
in quella circostanza ha violato il suo codice
deontologico. “Quando ricevetti dalla Scozia
centinaia e centinaia di lettere che trasudavano
odio, capii che quello che avevo fatto era mo-ralmente ingiustificato e riprovevole”, confessa
Geller. “Per farmi perdonare ho comprato un’i-sola scozzese. Per me questo vuol dire che sono
in parte scozzese”.
© The Independent
Traduzione di Carlo Antonio Bisc
Raffaella Carrà
a ragazza più amata
dagli italiani festeggia
domani i 70 anni. A Manila,
per sfuggire alle celebrazioni
Ma nessuno pensi che sia
sazia. Assolutamente no:
vive ogni giorno a 100 all’o ra
É l’i co n a
del “nazional
p o p o l a re”
di Malcom Pagani
A
Manila, dice?”. “A Manila”. Nel condominio delle
vedove inconsolabili, a due passi da dove Aldo Mo-ro andava a messa, Gianni Boncompagni non veste
di nero. Per un mese, in attesa che i fucili delle ce-lebrazioni tacciano e i 70 anni di Raffaella Carrà siano su-perati da più contemporanee urgenze, al centro commerciale
con vista sull’autostrada, per lo struscio della domenica po-meriggio, andrà da solo. È arrivata l’estate e Raffaella Carrà,
per sfuggire ai bilanci obbligati “gliel’ha data su”. A 10 mila
piedi e 11.000 chilometri da Roma, in un punto scelto a caso
sul mappamondo, il più distante possibile dalle perversioni
consumistiche di Bonco, dal libro dei ricordi in cui le tappe
esistenziali somigliano all’ultimo esilio volontario. Oggi le
Filippine. Ieri, sempre in viaggio, la Francia, l’America e la
Spagna. Di valige usurate e alte quote, Raffaella è un’esperta.
Da Bologna: “Il luogo delle fatiche e del dovere” al bar di
Bellaria: “Con il profumo delle piadine e le ragazze in bikini”.
Dalla Romagna a Hollywood. Dalle acque basse dell’Adria -tico allo stagno della nostra memoria. Dalla provincia al-l’altra parte della luna. Sotto il segno astrale dei predestinati,
Raffaella lascia la bici alla stazione e prende il treno per Roma
a otto anni. La leva precoce, rigida e meccanica, è l’Acca -demia di danza diretta dall’ucraina Evgenija Borisenko. Alta,
magra, severa. La chiamano Jia Ruskaia, “Io, Russia” e non è
un caso. Si fluttua sulle punte, si prova e si riprova, in una
estenuante selezione naturale che di naturale non ha niente:
“Ossessioni, esercizi interminabili, sacrifici”. Il padre è lon-tano. Conflittuale. Nell’avventura la scorta il matriarcato di
casa Carrà. Di Raffaella e dei suoi sogni si occupano la madre
Iris e una nonna “che amava musica, teatro e violino”. Di
plasmarli, allontanandosi in fretta dalle sofferenze di una
scuola militaresca, si incarica invece Raffaella. Per farle sbat-tere la porta, basta un dialogo dubitativo sulle artistiche pro-spettive della bionda. Ruskaia tenta la carta di una brutale
sincerità: “Hai le caviglie piccole, ti vedo male, se continui
così, forse a 28 anni diventerai coreografa”. Raffaella ne ha 14,
lancia il mazzo e si allontana. I balletti classici in cantina.
L’iscrizione al Centro sperimentale di cinematografia.
Il cinema
Sullo schermo era già apparsa per la prima volta a nove anni
in “Tormento del passato” di Mario Bonnard. È Graziella,
figlia di Luisa e di un padre distante, come nella realtà. Guar-da una scimmia che applaude in un negozio di giocattoli e la
chiede in regalo: “Guarda come balla bene”. Le viene negata.
Il cinema le apre le porte do-po il diploma. Figlia di un
antifascista sullo sfondo del-la nebbiosa, ambigua Ferra-ra dipinta da Bassani per l’e-sordio di Florestano Vanci-ni nel drammatico “La lunga
notte del ‘43”. Marta ne “I
compagni” di Monicelli nel-la Torino operaia a cavallo
tra ‘800 e ‘900 con Ma-stroianni e Folco Lulli impe-gnati in dialoghi rischiosi:
“Che città è questa?”, “Una
città di merda”. Fidanzata di
un tedesco fucilata a bordo
di un treno ne “Il colonnello
Von Ryan con Frank Sina-tra. Sul set, a Cortina d’Am -pezzo, “The voice” perde la
testa. Galanterie e doni: “Un
giorno mi regala una colla-na. Arrossisco. Vado dal suo
manager e protesto. La col-lana mi sembrava troppo”.
Quelli non ci sentono: “Nel
fine settimana potresti an-dare a Roma con Sinatra”. E
Raffaella, secca, che si sveste
da ancella: “Se volete la don-na del gangster avete sba-gliato indirizzo” accende la Mini Morris e
torna a Bologna dalla madre. La convocano a
Los Angeles. E all’ora dell’aperitivo, tra una
confidenza impropria e l’altra, la signora
Pelloni (il nome Carrà, raccontò Barbara Pa-lombelli, fu un guizzo di Davide Guardama-gna, autore esausto di sentirla chiamare Bel-loni o Palloni dai tecnici) rimpiange San Lu-ca: “Assoluti sconosciuti mi dicevano ‘I love
you’ e ‘darling’ come se dicessero buongior-no, ma ‘i love you’ a chi? Abbiamo mai man-giato insieme?”.
Dietro Raffaella Carrà c’è un grande uomo.
Raffaella Carrà. Che ha amato, ma subdo-rando la truffa, non si è mai sposata. Non con
Gino Stacchini, calciatore della Juve. Non
con Little Tony. Loquace. Fin troppo since-ro: “Era ‘bbona ‘bbona. Se proprio me lo vo-lete fa’ di’, Raffaella era una bonazza. Dalla
vita in giù la carrozzeria diventava ‘na favola.
L’ho corteggiata fino alla morte. Andavo a
prenderla con l’Alfa duemila e passeggiava-mo sull’Appia Antica. No, no non è successo
niente. È stato un amore innocente. Io so’ un
Acquario, se vedo che nun è aria, non faccio
l’affondo”. Non con l’adorato Gianni Boncompagni, fratello
maggiore di giochi e autoironia: “Che non ha preso gli aerei
giusti quando sarebbe stato il caso di imbarcarsi in fretta e
correre da me”, ma in fondo onesto e incapace di negare la
pigrizia del ménage: “Sono stato con lei 10 anni, 3 in più che
con mia moglie. Raffaella era stakanovista. Io lavoravo poco e
lei si arrabbiava perché guadagnavo il doppio”.
I suoi grandi amori
Non con Sergio Japino (il brutto per antonomasia, accom-pagnato dalla principessa Raffaella): “Le stavo indicando un
movimento di danza, le tenevo un braccio intorno alla vita. Ci
siamo guardati negli occhi: è finita la musica e abbiamo con-tinuato a osservarci a lungo, in silenzio”. A nozze, davvero,
con gli anelli, il giuramento e tutto il resto, solo nel suo alveo.
La tv. Professionalità maniacale, decisionismo, nessuna au-toindulgenza e fiducia nel proporsi. Raffaella è lì da mezzo
secolo. Ha superato le mode e le stagioni parlando e ancheg-giando a sterminate distese popolari. Ha inventato un lin-guaggio di gesti almeno in parte inconsapevolmente sofi-sticato. Ha dettato legge e provocato interpellanze parlamen-tari. Ha fatto arrabbiare Craxi: “Stavo mangiando davanti al
telegiornale, avevo una forchetta piena di spaghetti. Rimase a
mezz’aria, sul video c’era il presidente del Consiglio che gdava: ‘Il contratto della Carrà è
una vergogna per gli italiani’.
Ha impoverito Berlusconi, ac-ceso le brame di Benigni e in-tervistato Kissinger. Conqui-stato i gay e i moralismi delle
femministe. Per avere la sua
possibilità in televisione, Raf-faella chiede e non si vergogna.
Vorrebbe tre minuti tutti per sé
in “Io, Agata e tu”: “Li ha otte-nuti anche padre Rotondi, per-ché a me no?”. Le danno retta e
con Nino Ferrer, finisce nel
Brionvega arancione di sua ma-dre Iris a ballare “Oh che bel ca-stello”. Iris telefona alla Rai. Bo-logna-Via Teulada. Molti getto-ni. Lunga attesa. Se la fa passare
con fatica: “Ma ieri sera non eri
mica tu”, “Ma mamma, non mi
hai riconosciuta?” E la madre,
candida: “No, ieri sera eri un’al -tra””.
La signora Pelloni ha ragione. La prima copertina di Raffaella
è del marzo 1970. In un istante, l’Italia precipita negli om-belichi di Canzonissima lasciati scoperti dal costumista Ruf-fini: “Che cosa ci trovassero di tanto straordinario nel mio
ombelico me lo svelò mia madre: "Piace perché è un ombelico
alla bolognese”.
L’ombelico del mondo. Alla bolognese
Nel Tuca Tuca. Nell’esiziale “Chissà se va” irradiata dai Ju-ke-box: “Sai quanto me ne importa/?che me ne importa a
me/?per una che va storta/ una dritta c'e'”. Negli oroscopi per
bambini di Maga Maghella e nel magnifico “Milleluci” di
quello straordinario artigiano di Antonello Falqui che per
elidere i quindici centrimetri di differenza in altezza tra Mina
e Raffaella, senza dir nulla alla Tigre di Cremona, le fa ac-quistare due paia di Zatteroni. Uno con il tacco alto per la
prove, l’altro riabbassato alla bisogna per la diretta, certo “che
nell’agitazione non se ne sarebbe mai accorta”. Nella sigla
finale (“Io non gioco più”) Mina canta in versi il suo addio
definitivo alle scene e Raffaella, già benedetta anni prima dal-lo storico direttore generale Rai Ettore Bernabei: “Lei è come
la Ferrari, la esporteremo ovunque” prosegue da sola. In-carna mille anime. Veste centinaia di abiti. Rassicura le fa-miglie e le turba. Recita duetti con Topo Gigio e danza sexy da
STAR DI NOSTRA TIVVÙ
star male in “rumore”. Non si presta a
definizioni certe, ma espatria a ondate
regolari in Spagna dove trionfa con
“La Hora de Raffaella” e diventa buo-na amica dei reali. Prima di “Ma che
sera!” con Bice Valori, Noschese e
Paolo Panelli e di melodie trasforma-te in Inni di Mameli: “Com’è bello far
l’amore da Trieste in giù? L’impor -tante farlo sempre con chi hai voglia
tu” che nel 1978 segnano il ritorno in
tv dopo quasi un quinquennio di as-senza, Raffaella è già ampiamente ra-dicata nell’immaginario. Il suo casco
giallo, sempre uguale: “Credo nella
pulizia di una linea e a me l’eccesso
non è mai piaciuto”. La sua prepara-zione. Le sue gite in via delle Botteghe
Oscure a bordo di una Vespa per fe-steggiare la politica quando l’ideale
aveva ancora un senso. La capacità di
staccare tra il mestiere, i camerini, le
partite a Tressette e le avvelenate di
Burraco con Renato Zero. Il coraggio
di sparire al momento giusto, “perché il pubblico si stanca di
vedere sempre le stesse facce” e la televisione: “Va velocis-sima e per seguirne il ritmo non puoi fare a meno di guardarla
anche da fuori”: Allontanando i consigli di un maestro come
Pippo Baudo. Lui le suggerisce di non abbandonare mai il
campo. Una filosofia realista: “Devi fare uno show all’anno”
che Raffaella rifiuta prendendo anni sabbatici che si dilatano:
“Una forma di igiene, riposo e rispetto per se stessi”.
Un effetto ottico perché Raffaella anche quando non c’è, pas-seggia nello stesso territorio di Mike Bongiorno e Raimondo
Vianello. Icone immobili, punti di riferimento che lo spet-tatore non dimentica. Esistono anche le crisi, certo. Lo sci-rocco creativo. Il timore di aver già scritto la pagina migliore.
Ogni volta che è accaduto, la rete invisibile di protezione ha
restituito alla Carrà la correttezza che aveva seminato. Le
casalinghe di Voghera impazziscono per scoprire quanti fa-gioli sono nel barattolo di “Pronto Raffaella” (ancora Bon-compagni) e mentre Beniamino Placido la irride per una cer-ta aria fittizia di reciproca bonomia con gli ospiti e attacca le
incertezze del suo inglese in una delle tante trasferte statu-nitensi di “Buonasera Raffaella”, l’arcitaliano parla in dia-letto: “Ghè pensi mi” e fa campagna acquisti. Per averla a
Cologno Monzese, Berlusconi si impunta in una trattativa in
stile Lodo Mondadori. Le spedisce gioielli, poi la trascina a
Mediaset in groppa a cavalli dorati. Dura poco. A fine ’8affaella torna in Rai e poi
di nuovo in Spagna, nel
’92, per tre strapremiate
tornate televisive archi-tettando nei tempi morti
il più machiavellico dei
piani. C’è un format in-glese, si intitola “Surprise
surprise” e nell’incontro
inatteso tra persone che
non si vedono da decenni,
mette in piazza stupore e
lacrime. Raffa capisce che
è il programma giusto e
nel ’95, a 52 anni, a un pas-so dal Natale si ripresenta
in Italia per condurlo.
Spettatori a decine di mi-lioni, 40% di share, ironie
della critica e pianti a fa-vore di telecamera. Raf-faella ride. Tutte le volte
che in viale Mazzini nic-chiano sul suo nome, di-mostrano di avere torto. La celebrano per i trent’anni di car-riera e insieme al suo profilo sobrio, gli acquirenti del suo
disco “Fiesta” sono omaggiati con una statuetta che è il trion-fo del kitsch. Le contraddizioni di Raffa. Che officia un Sa-nremo di esito medio alto nel 2001.
Tra Carramba e Sanremo
Il Festival è ritmato da qualche incomprensione con lo stilista
Gai Mattiolo: “Non voleva scoprire le spalle, aveva dei tabù
incomprensibili. Raffaella è un monumento nazionale, ma se
si critica la Cappella Sistina, perché non si può criticare lei?”.
Raffa non replica e assiste poi a un piccolo scippo tematico in
Rai che la amareggia. La Carrà “un po' Ginger Rogers un po'
Jessica Rabbit” descritta da Natalia Aspesi salta oltre ed emi-gra di nuovo: “Sono una donna che sa giocarsi le sue carte e
non permette che le giochino gli altri”. Lontana dunque, ma
ancora pronta a viaggiare a ritroso in un mezzo che conosce
come pochi. La prima serata di Rai Due, “The voice”, l’ultima
perla della collana. Riluce ancora. Anche se i figli, rimpianto
di un’esistenza intera, non sono mai arrivati. Sostituiti dalle
adozioni a distanza. Da altri simulacri. L’amore della gente. Il
tempo tutto suo. Le gite in Maremma. Il salutismo. Il dentista
a Madrid. Azzannare la vita fa venire fame. Raffaella non è
sazia. Non è sazia anco
dagli italiani festeggia
domani i 70 anni. A Manila,
per sfuggire alle celebrazioni
Ma nessuno pensi che sia
sazia. Assolutamente no:
vive ogni giorno a 100 all’o ra
É l’i co n a
del “nazional
p o p o l a re”
di Malcom Pagani
A
Manila, dice?”. “A Manila”. Nel condominio delle
vedove inconsolabili, a due passi da dove Aldo Mo-ro andava a messa, Gianni Boncompagni non veste
di nero. Per un mese, in attesa che i fucili delle ce-lebrazioni tacciano e i 70 anni di Raffaella Carrà siano su-perati da più contemporanee urgenze, al centro commerciale
con vista sull’autostrada, per lo struscio della domenica po-meriggio, andrà da solo. È arrivata l’estate e Raffaella Carrà,
per sfuggire ai bilanci obbligati “gliel’ha data su”. A 10 mila
piedi e 11.000 chilometri da Roma, in un punto scelto a caso
sul mappamondo, il più distante possibile dalle perversioni
consumistiche di Bonco, dal libro dei ricordi in cui le tappe
esistenziali somigliano all’ultimo esilio volontario. Oggi le
Filippine. Ieri, sempre in viaggio, la Francia, l’America e la
Spagna. Di valige usurate e alte quote, Raffaella è un’esperta.
Da Bologna: “Il luogo delle fatiche e del dovere” al bar di
Bellaria: “Con il profumo delle piadine e le ragazze in bikini”.
Dalla Romagna a Hollywood. Dalle acque basse dell’Adria -tico allo stagno della nostra memoria. Dalla provincia al-l’altra parte della luna. Sotto il segno astrale dei predestinati,
Raffaella lascia la bici alla stazione e prende il treno per Roma
a otto anni. La leva precoce, rigida e meccanica, è l’Acca -demia di danza diretta dall’ucraina Evgenija Borisenko. Alta,
magra, severa. La chiamano Jia Ruskaia, “Io, Russia” e non è
un caso. Si fluttua sulle punte, si prova e si riprova, in una
estenuante selezione naturale che di naturale non ha niente:
“Ossessioni, esercizi interminabili, sacrifici”. Il padre è lon-tano. Conflittuale. Nell’avventura la scorta il matriarcato di
casa Carrà. Di Raffaella e dei suoi sogni si occupano la madre
Iris e una nonna “che amava musica, teatro e violino”. Di
plasmarli, allontanandosi in fretta dalle sofferenze di una
scuola militaresca, si incarica invece Raffaella. Per farle sbat-tere la porta, basta un dialogo dubitativo sulle artistiche pro-spettive della bionda. Ruskaia tenta la carta di una brutale
sincerità: “Hai le caviglie piccole, ti vedo male, se continui
così, forse a 28 anni diventerai coreografa”. Raffaella ne ha 14,
lancia il mazzo e si allontana. I balletti classici in cantina.
L’iscrizione al Centro sperimentale di cinematografia.
Il cinema
Sullo schermo era già apparsa per la prima volta a nove anni
in “Tormento del passato” di Mario Bonnard. È Graziella,
figlia di Luisa e di un padre distante, come nella realtà. Guar-da una scimmia che applaude in un negozio di giocattoli e la
chiede in regalo: “Guarda come balla bene”. Le viene negata.
Il cinema le apre le porte do-po il diploma. Figlia di un
antifascista sullo sfondo del-la nebbiosa, ambigua Ferra-ra dipinta da Bassani per l’e-sordio di Florestano Vanci-ni nel drammatico “La lunga
notte del ‘43”. Marta ne “I
compagni” di Monicelli nel-la Torino operaia a cavallo
tra ‘800 e ‘900 con Ma-stroianni e Folco Lulli impe-gnati in dialoghi rischiosi:
“Che città è questa?”, “Una
città di merda”. Fidanzata di
un tedesco fucilata a bordo
di un treno ne “Il colonnello
Von Ryan con Frank Sina-tra. Sul set, a Cortina d’Am -pezzo, “The voice” perde la
testa. Galanterie e doni: “Un
giorno mi regala una colla-na. Arrossisco. Vado dal suo
manager e protesto. La col-lana mi sembrava troppo”.
Quelli non ci sentono: “Nel
fine settimana potresti an-dare a Roma con Sinatra”. E
Raffaella, secca, che si sveste
da ancella: “Se volete la don-na del gangster avete sba-gliato indirizzo” accende la Mini Morris e
torna a Bologna dalla madre. La convocano a
Los Angeles. E all’ora dell’aperitivo, tra una
confidenza impropria e l’altra, la signora
Pelloni (il nome Carrà, raccontò Barbara Pa-lombelli, fu un guizzo di Davide Guardama-gna, autore esausto di sentirla chiamare Bel-loni o Palloni dai tecnici) rimpiange San Lu-ca: “Assoluti sconosciuti mi dicevano ‘I love
you’ e ‘darling’ come se dicessero buongior-no, ma ‘i love you’ a chi? Abbiamo mai man-giato insieme?”.
Dietro Raffaella Carrà c’è un grande uomo.
Raffaella Carrà. Che ha amato, ma subdo-rando la truffa, non si è mai sposata. Non con
Gino Stacchini, calciatore della Juve. Non
con Little Tony. Loquace. Fin troppo since-ro: “Era ‘bbona ‘bbona. Se proprio me lo vo-lete fa’ di’, Raffaella era una bonazza. Dalla
vita in giù la carrozzeria diventava ‘na favola.
L’ho corteggiata fino alla morte. Andavo a
prenderla con l’Alfa duemila e passeggiava-mo sull’Appia Antica. No, no non è successo
niente. È stato un amore innocente. Io so’ un
Acquario, se vedo che nun è aria, non faccio
l’affondo”. Non con l’adorato Gianni Boncompagni, fratello
maggiore di giochi e autoironia: “Che non ha preso gli aerei
giusti quando sarebbe stato il caso di imbarcarsi in fretta e
correre da me”, ma in fondo onesto e incapace di negare la
pigrizia del ménage: “Sono stato con lei 10 anni, 3 in più che
con mia moglie. Raffaella era stakanovista. Io lavoravo poco e
lei si arrabbiava perché guadagnavo il doppio”.
I suoi grandi amori
Non con Sergio Japino (il brutto per antonomasia, accom-pagnato dalla principessa Raffaella): “Le stavo indicando un
movimento di danza, le tenevo un braccio intorno alla vita. Ci
siamo guardati negli occhi: è finita la musica e abbiamo con-tinuato a osservarci a lungo, in silenzio”. A nozze, davvero,
con gli anelli, il giuramento e tutto il resto, solo nel suo alveo.
La tv. Professionalità maniacale, decisionismo, nessuna au-toindulgenza e fiducia nel proporsi. Raffaella è lì da mezzo
secolo. Ha superato le mode e le stagioni parlando e ancheg-giando a sterminate distese popolari. Ha inventato un lin-guaggio di gesti almeno in parte inconsapevolmente sofi-sticato. Ha dettato legge e provocato interpellanze parlamen-tari. Ha fatto arrabbiare Craxi: “Stavo mangiando davanti al
telegiornale, avevo una forchetta piena di spaghetti. Rimase a
mezz’aria, sul video c’era il presidente del Consiglio che gdava: ‘Il contratto della Carrà è
una vergogna per gli italiani’.
Ha impoverito Berlusconi, ac-ceso le brame di Benigni e in-tervistato Kissinger. Conqui-stato i gay e i moralismi delle
femministe. Per avere la sua
possibilità in televisione, Raf-faella chiede e non si vergogna.
Vorrebbe tre minuti tutti per sé
in “Io, Agata e tu”: “Li ha otte-nuti anche padre Rotondi, per-ché a me no?”. Le danno retta e
con Nino Ferrer, finisce nel
Brionvega arancione di sua ma-dre Iris a ballare “Oh che bel ca-stello”. Iris telefona alla Rai. Bo-logna-Via Teulada. Molti getto-ni. Lunga attesa. Se la fa passare
con fatica: “Ma ieri sera non eri
mica tu”, “Ma mamma, non mi
hai riconosciuta?” E la madre,
candida: “No, ieri sera eri un’al -tra””.
La signora Pelloni ha ragione. La prima copertina di Raffaella
è del marzo 1970. In un istante, l’Italia precipita negli om-belichi di Canzonissima lasciati scoperti dal costumista Ruf-fini: “Che cosa ci trovassero di tanto straordinario nel mio
ombelico me lo svelò mia madre: "Piace perché è un ombelico
alla bolognese”.
L’ombelico del mondo. Alla bolognese
Nel Tuca Tuca. Nell’esiziale “Chissà se va” irradiata dai Ju-ke-box: “Sai quanto me ne importa/?che me ne importa a
me/?per una che va storta/ una dritta c'e'”. Negli oroscopi per
bambini di Maga Maghella e nel magnifico “Milleluci” di
quello straordinario artigiano di Antonello Falqui che per
elidere i quindici centrimetri di differenza in altezza tra Mina
e Raffaella, senza dir nulla alla Tigre di Cremona, le fa ac-quistare due paia di Zatteroni. Uno con il tacco alto per la
prove, l’altro riabbassato alla bisogna per la diretta, certo “che
nell’agitazione non se ne sarebbe mai accorta”. Nella sigla
finale (“Io non gioco più”) Mina canta in versi il suo addio
definitivo alle scene e Raffaella, già benedetta anni prima dal-lo storico direttore generale Rai Ettore Bernabei: “Lei è come
la Ferrari, la esporteremo ovunque” prosegue da sola. In-carna mille anime. Veste centinaia di abiti. Rassicura le fa-miglie e le turba. Recita duetti con Topo Gigio e danza sexy da
STAR DI NOSTRA TIVVÙ
star male in “rumore”. Non si presta a
definizioni certe, ma espatria a ondate
regolari in Spagna dove trionfa con
“La Hora de Raffaella” e diventa buo-na amica dei reali. Prima di “Ma che
sera!” con Bice Valori, Noschese e
Paolo Panelli e di melodie trasforma-te in Inni di Mameli: “Com’è bello far
l’amore da Trieste in giù? L’impor -tante farlo sempre con chi hai voglia
tu” che nel 1978 segnano il ritorno in
tv dopo quasi un quinquennio di as-senza, Raffaella è già ampiamente ra-dicata nell’immaginario. Il suo casco
giallo, sempre uguale: “Credo nella
pulizia di una linea e a me l’eccesso
non è mai piaciuto”. La sua prepara-zione. Le sue gite in via delle Botteghe
Oscure a bordo di una Vespa per fe-steggiare la politica quando l’ideale
aveva ancora un senso. La capacità di
staccare tra il mestiere, i camerini, le
partite a Tressette e le avvelenate di
Burraco con Renato Zero. Il coraggio
di sparire al momento giusto, “perché il pubblico si stanca di
vedere sempre le stesse facce” e la televisione: “Va velocis-sima e per seguirne il ritmo non puoi fare a meno di guardarla
anche da fuori”: Allontanando i consigli di un maestro come
Pippo Baudo. Lui le suggerisce di non abbandonare mai il
campo. Una filosofia realista: “Devi fare uno show all’anno”
che Raffaella rifiuta prendendo anni sabbatici che si dilatano:
“Una forma di igiene, riposo e rispetto per se stessi”.
Un effetto ottico perché Raffaella anche quando non c’è, pas-seggia nello stesso territorio di Mike Bongiorno e Raimondo
Vianello. Icone immobili, punti di riferimento che lo spet-tatore non dimentica. Esistono anche le crisi, certo. Lo sci-rocco creativo. Il timore di aver già scritto la pagina migliore.
Ogni volta che è accaduto, la rete invisibile di protezione ha
restituito alla Carrà la correttezza che aveva seminato. Le
casalinghe di Voghera impazziscono per scoprire quanti fa-gioli sono nel barattolo di “Pronto Raffaella” (ancora Bon-compagni) e mentre Beniamino Placido la irride per una cer-ta aria fittizia di reciproca bonomia con gli ospiti e attacca le
incertezze del suo inglese in una delle tante trasferte statu-nitensi di “Buonasera Raffaella”, l’arcitaliano parla in dia-letto: “Ghè pensi mi” e fa campagna acquisti. Per averla a
Cologno Monzese, Berlusconi si impunta in una trattativa in
stile Lodo Mondadori. Le spedisce gioielli, poi la trascina a
Mediaset in groppa a cavalli dorati. Dura poco. A fine ’8affaella torna in Rai e poi
di nuovo in Spagna, nel
’92, per tre strapremiate
tornate televisive archi-tettando nei tempi morti
il più machiavellico dei
piani. C’è un format in-glese, si intitola “Surprise
surprise” e nell’incontro
inatteso tra persone che
non si vedono da decenni,
mette in piazza stupore e
lacrime. Raffa capisce che
è il programma giusto e
nel ’95, a 52 anni, a un pas-so dal Natale si ripresenta
in Italia per condurlo.
Spettatori a decine di mi-lioni, 40% di share, ironie
della critica e pianti a fa-vore di telecamera. Raf-faella ride. Tutte le volte
che in viale Mazzini nic-chiano sul suo nome, di-mostrano di avere torto. La celebrano per i trent’anni di car-riera e insieme al suo profilo sobrio, gli acquirenti del suo
disco “Fiesta” sono omaggiati con una statuetta che è il trion-fo del kitsch. Le contraddizioni di Raffa. Che officia un Sa-nremo di esito medio alto nel 2001.
Tra Carramba e Sanremo
Il Festival è ritmato da qualche incomprensione con lo stilista
Gai Mattiolo: “Non voleva scoprire le spalle, aveva dei tabù
incomprensibili. Raffaella è un monumento nazionale, ma se
si critica la Cappella Sistina, perché non si può criticare lei?”.
Raffa non replica e assiste poi a un piccolo scippo tematico in
Rai che la amareggia. La Carrà “un po' Ginger Rogers un po'
Jessica Rabbit” descritta da Natalia Aspesi salta oltre ed emi-gra di nuovo: “Sono una donna che sa giocarsi le sue carte e
non permette che le giochino gli altri”. Lontana dunque, ma
ancora pronta a viaggiare a ritroso in un mezzo che conosce
come pochi. La prima serata di Rai Due, “The voice”, l’ultima
perla della collana. Riluce ancora. Anche se i figli, rimpianto
di un’esistenza intera, non sono mai arrivati. Sostituiti dalle
adozioni a distanza. Da altri simulacri. L’amore della gente. Il
tempo tutto suo. Le gite in Maremma. Il salutismo. Il dentista
a Madrid. Azzannare la vita fa venire fame. Raffaella non è
sazia. Non è sazia anco
“Sono orgogliosa di cantare per don Gallo al FuoriOrario”
Mi aspetterai perché il tempo
non inganna”, canta Malika
Ayane passeggiando in una
coloratissima e allegra cam-pagna nel videoclip di uno
degli ultimi successi. Ma l’a t-tesa per il concertone della fe-sta del Fatto Quotidiano al mi-tico circolo Arci Fuori Orario
(Taneto di Gattatico, provin-cia di Reggio Emilia) sta per
finire. Domenica, a partire
dalle 18 – presentati da Vic-toria Cabello, con il contri-buto di Rossella Brescia, Alba
Parietti, Vauro e Moni Ova-dia – si alterneranno sul pal-co, con la loro musica, Ban-dabardò, Cisco, Flerida, Irene
Grandi, Marlene Kuntz, Fa-brizio Moro, Motel Connec-tion, Nomadi. E gli Ostinati e
contrari Zena, la band nata
dalla Comunità san Benedet-to al porto di Genova, da po-chi giorni orfana di don An-drea Gallo, a cui andrà il ri-cavato del concertone. La se-rata sarà impreziosita dalla
straordinaria voce di Malika
Ayane, 29 anni, ma già una
delle più importanti interpre-ti della musica italiana, in
questo momento impegnata
nel “Ricreazione tour” (a giu-gno a Milano il 26, a Torino il
28 e a Senigallia il 29). Ma
domenica prossima, per don
Gallo, non mancherà al con-certone al Fuori Orario: “S o-no orgogliosa di poter essere
sul vostro palco”.
“Il colore di questa voce è un
arancione scuro che sa di
spezia amara e rara”. Quale
migliore presentazione, so-prattutto perché firmata Pao-lo Conte. Ti ritrovi in questa
definizione di te?
Più passa il tempo più mi ren-do conto che l’attenzione che
Paolo ha messo sulla mia vo-ce è equivalente alla certifi-cazione di un vino prezioso.
Spesso chi non conosce la
mia musica mi apprezza sulla
fiducia grazie alle sue paro-le... Per me, il solo fatto che il
Maestro abbia creduto in me,
prima degli altri, vale più di
un Grammy.
Sei al terzo album della tua
carriera. La conferma di un
successo strepitoso che ti ha
travolto fin da subito. Perché
il titolo è “R i c re a z i o n e”?
“Ricreazione” è un titolo scel-to per l’ambivalenza della pa-rola. Si tratta di riprendere in
mano quello che ho imparato
negli anni dei primi album e
tenerne il giusto per iniziare
una nuova fase. Contempo-raneamente, una volta con-sapevole del fatto che il mer-cato è in pezzi, quello che re-sta è la libertà di fare un disco
divertendosi, mettendo in
primo piano il proprio gusto il divertimento, fondamen-tali per dare qualche emozio-ne a chi lo ascolterà.
“Il tempo non inganna” è for-se la canzone simbolo del di-sco, perché un testo molto
serio è accompagnato da una
grande sensazione di legge-rezza. È una combinazione di
elementi voluta o casuale?
“Il tempo” è una delle mie fi-glie predilette. E mi lusinga
molto che tu abbia notato
questo elemento che caratte-rizza un po’ tutto l’album.
L’ambizione era quella di riu-scire a evocare determinate
emozioni attraverso più sfere
sensoriali, senza mai giudica-re o pretendere di spiegare
uno stato d’animo, ma esclu sivamente raccontandolo dal
punto di vista di chi lo pro-va.
Recentemente sei ritornata in
Marocco. Che cosa significa
quella terra per te? Quanto
conta anche nel tuo percorso
artistico, se conta?
Il Marocco è metà del mio ni-do di origine e più passano gli
anni più mi sento legata a una
terra di cui noto squilibri che
mi fanno tanto arrabbiare per
la distrazione che li ha resi
possibili quanto mi stimola-no a cercare di fare la mia
parte nella costruzione dello
sviluppo e dell’orgoglio che
merita... Artisticamente cre-do che sia responsabile della
mia ossessione per i paesaggi
e finestrini sul mondo. Gli
spazi immensi del Marocco
aprono voragini che so tra-durre solo in canzone o ar-rangiamenti.
Il ricavato del concertone di
domenica, al quale partecipe-rai, andrà alla Comunità di
don Gallo, che ha lasciato
purtroppo orfani i suoi ragaz-zi... Siamo molto contenti di
poterti avere sul nostro palco.
Sono tanto contenta e orgo-gliosa anch’io, che tra l’altro
non vedo un concerto della
Bandabardò dal mojito foot-ball club!
Twitter @viabrancaleone
non inganna”, canta Malika
Ayane passeggiando in una
coloratissima e allegra cam-pagna nel videoclip di uno
degli ultimi successi. Ma l’a t-tesa per il concertone della fe-sta del Fatto Quotidiano al mi-tico circolo Arci Fuori Orario
(Taneto di Gattatico, provin-cia di Reggio Emilia) sta per
finire. Domenica, a partire
dalle 18 – presentati da Vic-toria Cabello, con il contri-buto di Rossella Brescia, Alba
Parietti, Vauro e Moni Ova-dia – si alterneranno sul pal-co, con la loro musica, Ban-dabardò, Cisco, Flerida, Irene
Grandi, Marlene Kuntz, Fa-brizio Moro, Motel Connec-tion, Nomadi. E gli Ostinati e
contrari Zena, la band nata
dalla Comunità san Benedet-to al porto di Genova, da po-chi giorni orfana di don An-drea Gallo, a cui andrà il ri-cavato del concertone. La se-rata sarà impreziosita dalla
straordinaria voce di Malika
Ayane, 29 anni, ma già una
delle più importanti interpre-ti della musica italiana, in
questo momento impegnata
nel “Ricreazione tour” (a giu-gno a Milano il 26, a Torino il
28 e a Senigallia il 29). Ma
domenica prossima, per don
Gallo, non mancherà al con-certone al Fuori Orario: “S o-no orgogliosa di poter essere
sul vostro palco”.
“Il colore di questa voce è un
arancione scuro che sa di
spezia amara e rara”. Quale
migliore presentazione, so-prattutto perché firmata Pao-lo Conte. Ti ritrovi in questa
definizione di te?
Più passa il tempo più mi ren-do conto che l’attenzione che
Paolo ha messo sulla mia vo-ce è equivalente alla certifi-cazione di un vino prezioso.
Spesso chi non conosce la
mia musica mi apprezza sulla
fiducia grazie alle sue paro-le... Per me, il solo fatto che il
Maestro abbia creduto in me,
prima degli altri, vale più di
un Grammy.
Sei al terzo album della tua
carriera. La conferma di un
successo strepitoso che ti ha
travolto fin da subito. Perché
il titolo è “R i c re a z i o n e”?
“Ricreazione” è un titolo scel-to per l’ambivalenza della pa-rola. Si tratta di riprendere in
mano quello che ho imparato
negli anni dei primi album e
tenerne il giusto per iniziare
una nuova fase. Contempo-raneamente, una volta con-sapevole del fatto che il mer-cato è in pezzi, quello che re-sta è la libertà di fare un disco
divertendosi, mettendo in
primo piano il proprio gusto il divertimento, fondamen-tali per dare qualche emozio-ne a chi lo ascolterà.
“Il tempo non inganna” è for-se la canzone simbolo del di-sco, perché un testo molto
serio è accompagnato da una
grande sensazione di legge-rezza. È una combinazione di
elementi voluta o casuale?
“Il tempo” è una delle mie fi-glie predilette. E mi lusinga
molto che tu abbia notato
questo elemento che caratte-rizza un po’ tutto l’album.
L’ambizione era quella di riu-scire a evocare determinate
emozioni attraverso più sfere
sensoriali, senza mai giudica-re o pretendere di spiegare
uno stato d’animo, ma esclu sivamente raccontandolo dal
punto di vista di chi lo pro-va.
Recentemente sei ritornata in
Marocco. Che cosa significa
quella terra per te? Quanto
conta anche nel tuo percorso
artistico, se conta?
Il Marocco è metà del mio ni-do di origine e più passano gli
anni più mi sento legata a una
terra di cui noto squilibri che
mi fanno tanto arrabbiare per
la distrazione che li ha resi
possibili quanto mi stimola-no a cercare di fare la mia
parte nella costruzione dello
sviluppo e dell’orgoglio che
merita... Artisticamente cre-do che sia responsabile della
mia ossessione per i paesaggi
e finestrini sul mondo. Gli
spazi immensi del Marocco
aprono voragini che so tra-durre solo in canzone o ar-rangiamenti.
Il ricavato del concertone di
domenica, al quale partecipe-rai, andrà alla Comunità di
don Gallo, che ha lasciato
purtroppo orfani i suoi ragaz-zi... Siamo molto contenti di
poterti avere sul nostro palco.
Sono tanto contenta e orgo-gliosa anch’io, che tra l’altro
non vedo un concerto della
Bandabardò dal mojito foot-ball club!
Twitter @viabrancaleone
giovedì 13 giugno 2013
23/5/13 - ddio a don Gallo il prete dei dimenticati di vito mancuso
D
ON Andrea Gallo vivrà
nell’immaginario degli
italiani con il suo sigaro,
il cappello nero e l’immancabile
colletto da prete, i segni più ca-ratteristici della doppia appar-tenenza che ha contraddistinto
la sua lunga e felice vita: l’appar-tenenza al mondo e alla chiesa,
alla terra e al cielo. Termini tutti
ugualmente importanti per uno
che vi ha dedicato la vita.M
a il primo posto per don Gallo spet-tava al mondo e alla terra, perché
era solo in funzione di essi che per
lui aveva senso poi parlare di chie-sa e di cielo. La stola sacerdotale, che egli ama-va e a cui è sempre stato fedele, veniva dopola
sciarpa arcobaleno con i colori della pace che
spesso indossava, e veniva dopo la sciarpa
rossa spesso parimenti indossata per l’ideale
di giustizia e di uguaglianza che a lui richia-mava.
È stato questo primato del mondo e della ter-ra che ha condotto don Gallo a essere un prete
ribelle, contestatore, mai allineato con i detta-mi della gerarchia, soprattutto in campo etico
e sociale. Un ribelle per amore, per amore del
mondo e della sua gente, mai invece contro la
sua Chiesa solo per il fatto di essere contro . Se
don Gallo è giunto spesso a essere contro, lo ha
fatto solo perché era la condizione per essere
per, per essere al fianco dei più emarginati, dei
più umili, dei più bisognosi, e per non tradire
mai la sua coscienza con il dover ripetere pre-cetti o divieti di cui non vedeva il senso o che ri-teneva ingiusti.
Una volta gli chiesero che cosa pensasse del-la Trinità, come riuscisse a conciliare il rebus di
questo Dio unico in tre persone, con tutte le
processioni, le missioni e gli altri complessi
concetti speculativi che il dogma trinitario
porta con sé. Egli rispose che non si curava di
queste sottigliezze dogmatiche perché gli im-portava solo una cosa: che Dio fosse antifasci-sta!
Al di là della brillante battuta che gli servì per
uscire indenne dalle insidie della teologia tri-nitaria, l’espressione “Dio antifascista” rac-chiude al meglio il messaggio spirituale che la
vita di don Gallo ha rappresentato e continuerà
a rappresentare per tutti coloro che l’hanno
amato, l’hanno applaudito e hanno letto i suoi
libri: intendo riferirmi alla cultura della pace,
della solidarietà e della giustizia; alla lotta con-tro l’arroganza del potere e del denaro; al rifiu-to di ogni forma di violenza, anche solo verba-le, per ricorrere invece all’arma sempre più ef-ficace dell’ironia e del-l’umorismo.
Quello che mi colpiva
e mi piaceva di don Gal-lo era che in lui, a diffe-renza di altri cristiani
contestatori e di una
certa musoneria risenti-ta abbastanza diffusa
nella sua parte politica,
mancavano del tutto il risentimento e l’astio,
per lasciare spazio invece a un’allegria di fon-do, una bonarietà, uno sguardo pulito, un ac-cordo armonioso con il ritmo della vita, come
si percepiva anche dalla musicalità grave della
sua bellissima voce.
L’ultima volta che l’ho visto è stato due me-si fa, all’indomani dell’elezione del nuovo Pa-pa, quando Fabio Fazio ci chiamò nel suo pro-gramma per commentarla. Don Gallo fu bril-lantissimo, ogni sua parola suscitava un lun-go applauso del pubblico, era felice come un
bambino per la speranza che il Papa venuto
dalla fine del mondo stava riaprendo ai cre-denti come lui, quelli che sono nella chiesa
non a dispetto del mondo, ma per servirne al
meglio la vita, cioè cercando di dare agli uo-mini ciò che il mondo costitutivamente non
può dare loro, vale a dire la speranza che i sa-cri ideali dell’umanità (il bene, la giustizia, l’a-more) non sono illusioni destinate a cadere
“all’apparir del vero”, ma la dimensione più
vera dell’essere da cui ognuno di noi proviene
e nella quale ritornerà. Era proprio per questa
speranza che don Gallo credeva in Dio e nel
messaggio di Gesù. Egli vedeva in questa fede
uno dei più nobili gesti d’amore verso la vita e
verso gli uomini che l’attraversano spesso sof-frendo. La fede di don Gallo era un profetico
atto di fedeltà al mondo e di amore per gli uo-mini. In un cattolicesimo quale quello del no-stro Paese, spesso privo di schiettezza e di li-bertà di parola, calcolatore, politico, amico
del potere, caratterizzato da un conformismo
che fa allineare pubblicamente tutti alla voce
del padrone, compresi coloro che privata-mente fanno i profeti e gli innovatori, in que-sto cattolicesimo cortigiano e privo di corag-gio, la figura di don Gallo con il suo sigaro e il
suo cappello ha svettato e svetterà per onestà
intellettuale e libertà di spirito, perché egli
non temeva di ripetere dovunque (in tv o da-vanti al suo vescovo non aveva importanza) i
concetti sostenuti tra nuvole di fumo nelle
lunghe nottate genovesi con gli amici della sua
comunità
Addio a don Gallo, il prete degli ultimi
una vita in strada sul filo dell’eresia
Genova, aveva 84 anni. “Ha costretto anche gli atei a pregare per lui
ENOVA — Dicono che il cuore
abbia cessato di battere alle ore
17: 45 di ieri, ma non è vero. Il cuo-re di don Andrea Gallo continua a
pulsare. In direzione ostinata e
contraria, come ha sempre fatto.
Come quello di Fabrizio De An-dré, che con il “prete degli ultimi”
aveva stretto un’amicizia forte e
discreta, molto genovese: «Per-ché non vuole fare di tutto per
mandarmi in paradiso», mugu-gnava — sollevato — il cantauto-re. E nemmeno il “don” ci ha mai
pensato, all’aldilà. Troppo impe-gnato a «restare umano», come gli
piaceva dire. Se ne è andato ieri
pomeriggio, nonostante un dilu-vio di preghiere — «Anche quelle
di noi atei: non mollare proprio
ora!», gli tweettavano, irriducibili
— , confortato dall’amore dei
suoi ragazzi della Comunità di
San Benedetto al Porto. A luglio
avrebbe compiuto 85 anni.
Giovedì scorso un caffè be-vuto in canonica con Davi-de Ballardini, l’allenatore
di calcio che qualche
giorno prima aveva
contributo alla salvezza
del “suo” Genoa. Poi si è
messo a letto nel suo pic-colo studio, circondato
dalle immagini dei cari
— la mamma Maria To-masina, Papa Giovanni,
Don Bosco — , ad aspet-tare. A ripensare a una vi-ta ribelle e indomita, av-venturosa e solidale. Sem-pre al servizio dei dimentica-ti. Sempre e comunque contro.
«Mi restano poca carne, ossa
malandate e una testa sempre più
balenga», mormorava l’altro gior-no. Ma no, è sempre stato un leo-ne. Fino all’ultimo istante e da
quando era ventenne e novizio,
con i Salesiani a Varazze. Le mis-sioni in Brasile però c’era la ditta-tura ed era tornato — frustrato,
ancora obbediente — a Genova.
Da sacerdote, il primo esemplare
incarico: la Garaventa, nave-scuola riformatorio per minoren-ni in grado di “raddrizzare” anche
le teste più dure. Non quella di
don Gallo, ostinato e contrario:
per tre anni cercò di introdurre un
metodo educativo basato sulla fi-ducia e la libertà, conquistandosi
l’affetto dei giovani ma gli anate-mi dei superiori, che lo costrinse-ro a lasciare l’incarico. A quei tem-pi nei carruggi era una vita che
non si facevano prigionieri, però
questo “strano” prete riusciva a
toccare le corde dei più deboli. E
quando il cardinale Giuseppe Siri,
conservatore come nessuno mai,
ne ordinò il trasferimento — «I
contenuti delle sue prediche non
sono religiosi ma politici, non cri-stiani ma comunisti» — , nell’an-giporto scoppiò una rivoluzione
che era un urlo di libertà, un ane-lito di amore.
Don Federico Rebora nei primi
anni Settanta lo accolse nella par-rocchia di San Benedetto. «Così è
cominciato tutto», raccontava
don Andrea, e intanto gli veniva
una bella luce negli occhi. I vicoli,
un tossicomane agonizzante. «A
quei tempi l’eroina era quasi sco-nosciuta, gli ospedali rifiutavano
il ricovero perché per la legge di al-lora i consumatori dovevano es-sere arrestati. Ma il ragazzo stava
morendo. Dove lo porto?». In
chiesa ogni giorno era già un via-vai di disperati. «È nata la Comu-nità di San Benedetto». La batta-glia per riconoscere i tossicodi-pendenti come malati. L’acco-glienza dei disperati, degli ultimi.
Di quelli che tutti rifiutavano. An-che i trans del “ghetto”, che nella
Comunità trovano finalmente
una zona “franca” dove po-tersi sentire come tutti gli altri.
Amati, compresi.
Senza volerlo Don Andrea di-venta un simbolo, una bandiera.
Con i fatti, con l’esempio di ogni
giorno. Perché ci mette sempre la
faccia, basta chiamarlo per una
causa “giusta”, e cioè perdente:
disponibile, infaticabile. Un pro-vocatore, se serve. «La droga è una
sostanza, in sé non è un bene o un
male. Dipende dall’uso che se ne
fa». Confessa: «Ho ceduto alle ten-tazioni della carne, fra i trenta e i
quarant’anni. Un pecca-tore sì, ma non incallito». Con
quel sigaro ad ingiallirgli le dita e il
cappello nero, in prima linea nei
giorni del tragico G8 di Genova.
Una carezza per Carlo Giuliani, il
ragazzo di piazza Alimonda. Un
anno fa sponsor determinante di
Marco Doria, sindaco arancione
che spariglia la tradizione Pd. Il
mese scorso l’ultima battaglia
pubblica, a favore di un teatro ge-novese che rischia la chiusura, il
Modena. Ormai parlava a fatica:
«Scusate, se non riesco a chiudere
le parentesi. Ma non mi arrendo».
No, non si è mai arreso. Ed è per
questo che nei vicoli di Genova di-cono che il cuore di don Gallo
continui a battere
ON Andrea Gallo vivrà
nell’immaginario degli
italiani con il suo sigaro,
il cappello nero e l’immancabile
colletto da prete, i segni più ca-ratteristici della doppia appar-tenenza che ha contraddistinto
la sua lunga e felice vita: l’appar-tenenza al mondo e alla chiesa,
alla terra e al cielo. Termini tutti
ugualmente importanti per uno
che vi ha dedicato la vita.M
a il primo posto per don Gallo spet-tava al mondo e alla terra, perché
era solo in funzione di essi che per
lui aveva senso poi parlare di chie-sa e di cielo. La stola sacerdotale, che egli ama-va e a cui è sempre stato fedele, veniva dopola
sciarpa arcobaleno con i colori della pace che
spesso indossava, e veniva dopo la sciarpa
rossa spesso parimenti indossata per l’ideale
di giustizia e di uguaglianza che a lui richia-mava.
È stato questo primato del mondo e della ter-ra che ha condotto don Gallo a essere un prete
ribelle, contestatore, mai allineato con i detta-mi della gerarchia, soprattutto in campo etico
e sociale. Un ribelle per amore, per amore del
mondo e della sua gente, mai invece contro la
sua Chiesa solo per il fatto di essere contro . Se
don Gallo è giunto spesso a essere contro, lo ha
fatto solo perché era la condizione per essere
per, per essere al fianco dei più emarginati, dei
più umili, dei più bisognosi, e per non tradire
mai la sua coscienza con il dover ripetere pre-cetti o divieti di cui non vedeva il senso o che ri-teneva ingiusti.
Una volta gli chiesero che cosa pensasse del-la Trinità, come riuscisse a conciliare il rebus di
questo Dio unico in tre persone, con tutte le
processioni, le missioni e gli altri complessi
concetti speculativi che il dogma trinitario
porta con sé. Egli rispose che non si curava di
queste sottigliezze dogmatiche perché gli im-portava solo una cosa: che Dio fosse antifasci-sta!
Al di là della brillante battuta che gli servì per
uscire indenne dalle insidie della teologia tri-nitaria, l’espressione “Dio antifascista” rac-chiude al meglio il messaggio spirituale che la
vita di don Gallo ha rappresentato e continuerà
a rappresentare per tutti coloro che l’hanno
amato, l’hanno applaudito e hanno letto i suoi
libri: intendo riferirmi alla cultura della pace,
della solidarietà e della giustizia; alla lotta con-tro l’arroganza del potere e del denaro; al rifiu-to di ogni forma di violenza, anche solo verba-le, per ricorrere invece all’arma sempre più ef-ficace dell’ironia e del-l’umorismo.
Quello che mi colpiva
e mi piaceva di don Gal-lo era che in lui, a diffe-renza di altri cristiani
contestatori e di una
certa musoneria risenti-ta abbastanza diffusa
nella sua parte politica,
mancavano del tutto il risentimento e l’astio,
per lasciare spazio invece a un’allegria di fon-do, una bonarietà, uno sguardo pulito, un ac-cordo armonioso con il ritmo della vita, come
si percepiva anche dalla musicalità grave della
sua bellissima voce.
L’ultima volta che l’ho visto è stato due me-si fa, all’indomani dell’elezione del nuovo Pa-pa, quando Fabio Fazio ci chiamò nel suo pro-gramma per commentarla. Don Gallo fu bril-lantissimo, ogni sua parola suscitava un lun-go applauso del pubblico, era felice come un
bambino per la speranza che il Papa venuto
dalla fine del mondo stava riaprendo ai cre-denti come lui, quelli che sono nella chiesa
non a dispetto del mondo, ma per servirne al
meglio la vita, cioè cercando di dare agli uo-mini ciò che il mondo costitutivamente non
può dare loro, vale a dire la speranza che i sa-cri ideali dell’umanità (il bene, la giustizia, l’a-more) non sono illusioni destinate a cadere
“all’apparir del vero”, ma la dimensione più
vera dell’essere da cui ognuno di noi proviene
e nella quale ritornerà. Era proprio per questa
speranza che don Gallo credeva in Dio e nel
messaggio di Gesù. Egli vedeva in questa fede
uno dei più nobili gesti d’amore verso la vita e
verso gli uomini che l’attraversano spesso sof-frendo. La fede di don Gallo era un profetico
atto di fedeltà al mondo e di amore per gli uo-mini. In un cattolicesimo quale quello del no-stro Paese, spesso privo di schiettezza e di li-bertà di parola, calcolatore, politico, amico
del potere, caratterizzato da un conformismo
che fa allineare pubblicamente tutti alla voce
del padrone, compresi coloro che privata-mente fanno i profeti e gli innovatori, in que-sto cattolicesimo cortigiano e privo di corag-gio, la figura di don Gallo con il suo sigaro e il
suo cappello ha svettato e svetterà per onestà
intellettuale e libertà di spirito, perché egli
non temeva di ripetere dovunque (in tv o da-vanti al suo vescovo non aveva importanza) i
concetti sostenuti tra nuvole di fumo nelle
lunghe nottate genovesi con gli amici della sua
comunità
Addio a don Gallo, il prete degli ultimi
una vita in strada sul filo dell’eresia
Genova, aveva 84 anni. “Ha costretto anche gli atei a pregare per lui
ENOVA — Dicono che il cuore
abbia cessato di battere alle ore
17: 45 di ieri, ma non è vero. Il cuo-re di don Andrea Gallo continua a
pulsare. In direzione ostinata e
contraria, come ha sempre fatto.
Come quello di Fabrizio De An-dré, che con il “prete degli ultimi”
aveva stretto un’amicizia forte e
discreta, molto genovese: «Per-ché non vuole fare di tutto per
mandarmi in paradiso», mugu-gnava — sollevato — il cantauto-re. E nemmeno il “don” ci ha mai
pensato, all’aldilà. Troppo impe-gnato a «restare umano», come gli
piaceva dire. Se ne è andato ieri
pomeriggio, nonostante un dilu-vio di preghiere — «Anche quelle
di noi atei: non mollare proprio
ora!», gli tweettavano, irriducibili
— , confortato dall’amore dei
suoi ragazzi della Comunità di
San Benedetto al Porto. A luglio
avrebbe compiuto 85 anni.
Giovedì scorso un caffè be-vuto in canonica con Davi-de Ballardini, l’allenatore
di calcio che qualche
giorno prima aveva
contributo alla salvezza
del “suo” Genoa. Poi si è
messo a letto nel suo pic-colo studio, circondato
dalle immagini dei cari
— la mamma Maria To-masina, Papa Giovanni,
Don Bosco — , ad aspet-tare. A ripensare a una vi-ta ribelle e indomita, av-venturosa e solidale. Sem-pre al servizio dei dimentica-ti. Sempre e comunque contro.
«Mi restano poca carne, ossa
malandate e una testa sempre più
balenga», mormorava l’altro gior-no. Ma no, è sempre stato un leo-ne. Fino all’ultimo istante e da
quando era ventenne e novizio,
con i Salesiani a Varazze. Le mis-sioni in Brasile però c’era la ditta-tura ed era tornato — frustrato,
ancora obbediente — a Genova.
Da sacerdote, il primo esemplare
incarico: la Garaventa, nave-scuola riformatorio per minoren-ni in grado di “raddrizzare” anche
le teste più dure. Non quella di
don Gallo, ostinato e contrario:
per tre anni cercò di introdurre un
metodo educativo basato sulla fi-ducia e la libertà, conquistandosi
l’affetto dei giovani ma gli anate-mi dei superiori, che lo costrinse-ro a lasciare l’incarico. A quei tem-pi nei carruggi era una vita che
non si facevano prigionieri, però
questo “strano” prete riusciva a
toccare le corde dei più deboli. E
quando il cardinale Giuseppe Siri,
conservatore come nessuno mai,
ne ordinò il trasferimento — «I
contenuti delle sue prediche non
sono religiosi ma politici, non cri-stiani ma comunisti» — , nell’an-giporto scoppiò una rivoluzione
che era un urlo di libertà, un ane-lito di amore.
Don Federico Rebora nei primi
anni Settanta lo accolse nella par-rocchia di San Benedetto. «Così è
cominciato tutto», raccontava
don Andrea, e intanto gli veniva
una bella luce negli occhi. I vicoli,
un tossicomane agonizzante. «A
quei tempi l’eroina era quasi sco-nosciuta, gli ospedali rifiutavano
il ricovero perché per la legge di al-lora i consumatori dovevano es-sere arrestati. Ma il ragazzo stava
morendo. Dove lo porto?». In
chiesa ogni giorno era già un via-vai di disperati. «È nata la Comu-nità di San Benedetto». La batta-glia per riconoscere i tossicodi-pendenti come malati. L’acco-glienza dei disperati, degli ultimi.
Di quelli che tutti rifiutavano. An-che i trans del “ghetto”, che nella
Comunità trovano finalmente
una zona “franca” dove po-tersi sentire come tutti gli altri.
Amati, compresi.
Senza volerlo Don Andrea di-venta un simbolo, una bandiera.
Con i fatti, con l’esempio di ogni
giorno. Perché ci mette sempre la
faccia, basta chiamarlo per una
causa “giusta”, e cioè perdente:
disponibile, infaticabile. Un pro-vocatore, se serve. «La droga è una
sostanza, in sé non è un bene o un
male. Dipende dall’uso che se ne
fa». Confessa: «Ho ceduto alle ten-tazioni della carne, fra i trenta e i
quarant’anni. Un pecca-tore sì, ma non incallito». Con
quel sigaro ad ingiallirgli le dita e il
cappello nero, in prima linea nei
giorni del tragico G8 di Genova.
Una carezza per Carlo Giuliani, il
ragazzo di piazza Alimonda. Un
anno fa sponsor determinante di
Marco Doria, sindaco arancione
che spariglia la tradizione Pd. Il
mese scorso l’ultima battaglia
pubblica, a favore di un teatro ge-novese che rischia la chiusura, il
Modena. Ormai parlava a fatica:
«Scusate, se non riesco a chiudere
le parentesi. Ma non mi arrendo».
No, non si è mai arreso. Ed è per
questo che nei vicoli di Genova di-cono che il cuore di don Gallo
continui a battere
22/5/13 - Addio a Manzarek tastierista di Morrison che inventò i Doors
on il suo piano è sta-to la matrice e il mo-tore del suono dei
Doors e grazie al suo
inconfondibile Fen-der Rhodes è diventato uno dei
giganti del rock del ventesimo
secolo. Ray Manzarek, il tastieri-sta che seppe sostenere e valo-rizzare la voce di Jim Morrison, e
che insieme a lui aveva fondato
la band nel 1965 in California, se
n’è andato a 74 anni, poco dopo
la mezzanotte di lunedì, alla Ro-Med Clinic di Rosenheim, in
Germania, dov’era in cura per il
cancro che l’aveva colpito alle
vie biliari. Aveva 74 anni, era na-to a Chicago da una famiglia di
immigrati polacchi ma era cre-sciuto in California.
A lui si devono alcuni dei mag-giori successi dei Doors, anche
se poi attribuiti a tutta la band,
da “The crystal ship” a “Light my
fire”, da “The end” a “Roadhou-se blues”. E il suo tocco inimita-bile è il marchio fondamentale
di uno dei loro brani più famosi,
“Riders on the storm”, per la cui
composizione Manzarek spiegò
di aver attinto alle sue ispirazio-ni più forti: il folk, intorno al qua-le aveva costruito il giro di basso,
il blues e il jazz. Non mancava
nelle canzoni un deciso elemen-to cinematografico e proprio al-l’interno del Dipartimento di ci-nematografia dell’Università di
California, la Ucla di Los Ange-les, Manzarek
aveva cono-sciuto Morri-son, prima di
incontrarlo di
nuovo a Venice
Beach quando,
leggendo le pa-role di quella
che sarebbe di-ventata
“Moonlight
drive”, insieme gettarono le ba-si per la band in cui coinvolsero
il chitarrista Robby Krieger e il
batterista John Densmore. Da
quel giorno la band ebbe un suc-cesso formidabile in tutto il
mondo, arrivando a vendere ol-tre cento milioni di album.
«Sono grato per aver potuto
suonare con lui le canzoni dei
Doors negli ultimi dieci anni,
Ray è stato una parte fondamen-tale della mia vita e credo che mi
mancherà per sempre», ha detto
Krieger apprendendo la notizia.
Dopo la morte di Jim Morrison
nel 1971, infatti, i Doors avevano
tentato di proseguire con Man-zarek alla voce in due altri album
ma senza il carisma di Morrison
il tentativo non aveva incontra-to il favore dei fan. Così, dopo
aver intrapreso una carriera so-lista e firmato alcune colonne
sonore, Manzarek nel 2002 ave-va ripreso l’attività live insieme a
Krieger, riportando con un certo
successo sul
palco le canzo-ni dei Doors.
«Non c’era ta-stierista sul
pianeta più ap-propriato per
supportare le
parole di Jim
Morrison» ha
detto il batteri-sta dei Doors,
John Densmore. «Ray, mi senti-vo totalmente in sintonia con te.
Era come se fossimo una sola
mente, tenendo insieme le fon-damenta su cui Jim e Robby vol-teggiavano. Mi mancherai, mio
fratello musicale».
In un messaggio su Twitter il
chitarrista dei Guns’n’Roses
Slash, interpretando così il pen-siero di moltissimi fan dei Doors
in tutto il mondo, ha scritto: «I
Doors erano il suono di Los An-geles. Riposa in pace Ray, le pa-role non hanno significato ora
Doors e grazie al suo
inconfondibile Fen-der Rhodes è diventato uno dei
giganti del rock del ventesimo
secolo. Ray Manzarek, il tastieri-sta che seppe sostenere e valo-rizzare la voce di Jim Morrison, e
che insieme a lui aveva fondato
la band nel 1965 in California, se
n’è andato a 74 anni, poco dopo
la mezzanotte di lunedì, alla Ro-Med Clinic di Rosenheim, in
Germania, dov’era in cura per il
cancro che l’aveva colpito alle
vie biliari. Aveva 74 anni, era na-to a Chicago da una famiglia di
immigrati polacchi ma era cre-sciuto in California.
A lui si devono alcuni dei mag-giori successi dei Doors, anche
se poi attribuiti a tutta la band,
da “The crystal ship” a “Light my
fire”, da “The end” a “Roadhou-se blues”. E il suo tocco inimita-bile è il marchio fondamentale
di uno dei loro brani più famosi,
“Riders on the storm”, per la cui
composizione Manzarek spiegò
di aver attinto alle sue ispirazio-ni più forti: il folk, intorno al qua-le aveva costruito il giro di basso,
il blues e il jazz. Non mancava
nelle canzoni un deciso elemen-to cinematografico e proprio al-l’interno del Dipartimento di ci-nematografia dell’Università di
California, la Ucla di Los Ange-les, Manzarek
aveva cono-sciuto Morri-son, prima di
incontrarlo di
nuovo a Venice
Beach quando,
leggendo le pa-role di quella
che sarebbe di-ventata
“Moonlight
drive”, insieme gettarono le ba-si per la band in cui coinvolsero
il chitarrista Robby Krieger e il
batterista John Densmore. Da
quel giorno la band ebbe un suc-cesso formidabile in tutto il
mondo, arrivando a vendere ol-tre cento milioni di album.
«Sono grato per aver potuto
suonare con lui le canzoni dei
Doors negli ultimi dieci anni,
Ray è stato una parte fondamen-tale della mia vita e credo che mi
mancherà per sempre», ha detto
Krieger apprendendo la notizia.
Dopo la morte di Jim Morrison
nel 1971, infatti, i Doors avevano
tentato di proseguire con Man-zarek alla voce in due altri album
ma senza il carisma di Morrison
il tentativo non aveva incontra-to il favore dei fan. Così, dopo
aver intrapreso una carriera so-lista e firmato alcune colonne
sonore, Manzarek nel 2002 ave-va ripreso l’attività live insieme a
Krieger, riportando con un certo
successo sul
palco le canzo-ni dei Doors.
«Non c’era ta-stierista sul
pianeta più ap-propriato per
supportare le
parole di Jim
Morrison» ha
detto il batteri-sta dei Doors,
John Densmore. «Ray, mi senti-vo totalmente in sintonia con te.
Era come se fossimo una sola
mente, tenendo insieme le fon-damenta su cui Jim e Robby vol-teggiavano. Mi mancherai, mio
fratello musicale».
In un messaggio su Twitter il
chitarrista dei Guns’n’Roses
Slash, interpretando così il pen-siero di moltissimi fan dei Doors
in tutto il mondo, ha scritto: «I
Doors erano il suono di Los An-geles. Riposa in pace Ray, le pa-role non hanno significato ora
mercoledì 5 giugno 2013
20/5/13 - Tweet, nucleare e frugalità il regime inventa l’asso Jalili IL PERSONAGGIO I protagonisti © RIPRODUZIONE RISERVATA IL PERSONAGGIO PER SAPERNE DI PIÙ www.president.ir/en www.tehrantimes.com RAFSANJANI L’ex presidente nel 1997 si schierò con i riformisti e la sua candidatura ha rianimato l’opposizione AHMADINEJAD Quattro anni fa il presidente uscente fu eletto con il 62% dei voti ma le elezioni furono contestate I
ra anche i Guardiani
della Rivoluzione, i
potenti pasdaran,
avvertono che le
prossime elezioni
presidenziali del 14 giugno po-trebbero essere occasione di tur-bolenze. Il risultato del voto è “im-prevedibile”, ha detto un alto co-mandante dei pasdaran metten-do in guardia dal ripetersi di di-sordini come quelli che seguirono
alla rielezione di Ahmadinejad
quattro anni fa. In Iran il voto di-venta imprevedibile quando gli
iraniani decidono in massa all’ul-timo momento di andare a votare.
A quel punto aggiustare il risulta-to diventa difficile. Successe con
l’elezione di Khatami nel 1997 e
con quella (rimasta controversa)
di Ahmadinejad nel 2005. Chi ha
mandato in tilt le previsioni elet-torali, che finora apparivano co-me un gioco senza sorprese tra
quattro o cinque candidati tutti
fedeli al Leader supremo Khame-nei, è stata la candidatura di Ha-shemi Rafsanjani. Nel ‘97 era sta-to proprio grazie alle sue insisten-ze se il voto plebiscitario per il
riformatore Khatami fu rispettato
e dopo la sua candidatura una
corrente di energia ha rianimato il
campo riformatore, che era stato
completamente eliminato dopo il
2009 (tanta paura fanno al regime
i riformatori che i due loro princi-pali esponenti, Moussavi e Kar-roubi, sono ancora agli arresti do-miciliari).
Il Consiglio dei Guardiani, che
ha il compito istituzionale di va-gliare i candidati, potrebbe squa-lificare Rafsanjani. Già è in corso
sui giornali e alla tv una campa-gna aggressiva in cui Rafsanjani
viene associato alla “sedizione” di
quattro anni fa (così vengono
chiamate ufficialmente le prote-ste dell’Onda Verde), e un libro di
sue interviste è stato sequestrato
alla Fiera del Libro di Teheran
qualche settimana fa. Domani si
saprà se i dodici membri del Con-siglio oseranno respingere la sua
candidatura. Ma una squalifica
sembra improbabile. Rafsanjani
è uno dei pilastri della Rivoluzio-ne islamica, l’ultimo rimasto in-sieme a Khamenei dei cinque uo-mini che fin dagli inizi avevano la-vorato a fianco dell’Imam Kho-meini, e ha ancora il sostegno di
molti, nel bazar e a Qom. Togliere
un pilastro portante da un edificio
è un’operazione che può farlo
crollare, e sembra difficile che
Khamenei, ben consapevole del-la impopolarità crescente del re-gime, voglia correre questo ri-schio.
Il Leader Supremo ha invece in
mente un piano più astuto. Pre-sentare un candidato che possa
rappresentare un’alternativa vin-cente e arrivare così a un duello,
nel quale mobilitare contro Raf-sanjani i tanti iraniani ai cui occhi
l’ex presidente — lo “Squalo” — è
ancora il simbolo di una nomen-clatura ricca e corrotta che ha di-menticato i mostazafin , i poveri
nel cui nome era stata fatta la rivo-luzione. Il candidato prescelto dal
Leader è Said Jalili, il negoziatore
nucleare, l’uomo che da anni dice
no a una capitolazione dell’Iran di
fronte all’Occidente sul dossier
nucleare. Il programma nucleare
è considerato dagli iraniani lo
strumento per entrare nella mo-dernità; e l’arroganza dell’Occi-dente, che continua a imporre
sanzioni senza prospettare all’I-ran nessuna via d’uscita credibile,
lo ha reso il simbolo dell’orgoglio
nazionale, dell’autosufficienza e
del rispetto di sé che fa parte del
dna di tutti gli iraniani.
Che Jalili sia il prescelto lo si è
capito subito da come è entrato
nella competizione un po’ in sor-dina rispetto alla prosopopea de-gli altri candidati che già fanno
campagna elettorale da tempo, e
da come i predicatori del Venerdì
si sono subito spesi per lui, facen-do notare che il 48enne diploma-tico, che è stato nell’Ufficio del
Leader da quando aveva 35 anni,
guida una Pride, che sarebbe co-me dire una Panda, mentre altri,
non nominati, vanno in giro in
Mercedes (Rafsanjani notoria-mente ha una Mercedes blu). E lo
si è capito anche perché Jalili da
tre giorni fa si è messo a twittare
con grande impegno. Nel suo ha-sh whyvote4Jalili scrive in conti-nuazione, ricordando ogni volta
che ha un dottorato e parla tre lin-gue (persiano arabo e inglese).
Un’operazione, dicono i diplo-matici che hanno avuto a che fare
con lui, mirata a dargli un po’ di
glamour, visto che ha fama di es-sere uomo noioso che parla per
ore mettendo alla prova lo sbadi-glio degli interlocutori (nel suo ul-timo tweet dice però di essere «uo-mo che parla poco ma agisce»). Il
paradosso curioso è che Twitter,
in Iran, è ufficialmente proibito
(come Facebook e Google e una
miriade di altri siti) anche se tutti
gli iraniani, o almeno i giovani,
sanno come installare un antifil-tro per renderli accessibili.
Ancora una volta, dunque, le
elezioni del 14 giugno saranno un
duello — e i duelli infiammano gli
iraniani. E’ scongiurato così il pe-ricolo che le urne vadano deserte,
che si era già manifestato alle ulti-me elezioni parlamentari e al
quale il regime è estremamente
sensibile perché ha bisogno delle
file di gente davanti ai seggi per
poter dimostrare al mondo la pro-pria legittimità. Un duello al pri-mo turno — così spera Khamenei.
Ma prima deve convincere gli al-tri candidati a lui fedeli ma molto
ambiziosi a farsi da parte
della Rivoluzione, i
potenti pasdaran,
avvertono che le
prossime elezioni
presidenziali del 14 giugno po-trebbero essere occasione di tur-bolenze. Il risultato del voto è “im-prevedibile”, ha detto un alto co-mandante dei pasdaran metten-do in guardia dal ripetersi di di-sordini come quelli che seguirono
alla rielezione di Ahmadinejad
quattro anni fa. In Iran il voto di-venta imprevedibile quando gli
iraniani decidono in massa all’ul-timo momento di andare a votare.
A quel punto aggiustare il risulta-to diventa difficile. Successe con
l’elezione di Khatami nel 1997 e
con quella (rimasta controversa)
di Ahmadinejad nel 2005. Chi ha
mandato in tilt le previsioni elet-torali, che finora apparivano co-me un gioco senza sorprese tra
quattro o cinque candidati tutti
fedeli al Leader supremo Khame-nei, è stata la candidatura di Ha-shemi Rafsanjani. Nel ‘97 era sta-to proprio grazie alle sue insisten-ze se il voto plebiscitario per il
riformatore Khatami fu rispettato
e dopo la sua candidatura una
corrente di energia ha rianimato il
campo riformatore, che era stato
completamente eliminato dopo il
2009 (tanta paura fanno al regime
i riformatori che i due loro princi-pali esponenti, Moussavi e Kar-roubi, sono ancora agli arresti do-miciliari).
Il Consiglio dei Guardiani, che
ha il compito istituzionale di va-gliare i candidati, potrebbe squa-lificare Rafsanjani. Già è in corso
sui giornali e alla tv una campa-gna aggressiva in cui Rafsanjani
viene associato alla “sedizione” di
quattro anni fa (così vengono
chiamate ufficialmente le prote-ste dell’Onda Verde), e un libro di
sue interviste è stato sequestrato
alla Fiera del Libro di Teheran
qualche settimana fa. Domani si
saprà se i dodici membri del Con-siglio oseranno respingere la sua
candidatura. Ma una squalifica
sembra improbabile. Rafsanjani
è uno dei pilastri della Rivoluzio-ne islamica, l’ultimo rimasto in-sieme a Khamenei dei cinque uo-mini che fin dagli inizi avevano la-vorato a fianco dell’Imam Kho-meini, e ha ancora il sostegno di
molti, nel bazar e a Qom. Togliere
un pilastro portante da un edificio
è un’operazione che può farlo
crollare, e sembra difficile che
Khamenei, ben consapevole del-la impopolarità crescente del re-gime, voglia correre questo ri-schio.
Il Leader Supremo ha invece in
mente un piano più astuto. Pre-sentare un candidato che possa
rappresentare un’alternativa vin-cente e arrivare così a un duello,
nel quale mobilitare contro Raf-sanjani i tanti iraniani ai cui occhi
l’ex presidente — lo “Squalo” — è
ancora il simbolo di una nomen-clatura ricca e corrotta che ha di-menticato i mostazafin , i poveri
nel cui nome era stata fatta la rivo-luzione. Il candidato prescelto dal
Leader è Said Jalili, il negoziatore
nucleare, l’uomo che da anni dice
no a una capitolazione dell’Iran di
fronte all’Occidente sul dossier
nucleare. Il programma nucleare
è considerato dagli iraniani lo
strumento per entrare nella mo-dernità; e l’arroganza dell’Occi-dente, che continua a imporre
sanzioni senza prospettare all’I-ran nessuna via d’uscita credibile,
lo ha reso il simbolo dell’orgoglio
nazionale, dell’autosufficienza e
del rispetto di sé che fa parte del
dna di tutti gli iraniani.
Che Jalili sia il prescelto lo si è
capito subito da come è entrato
nella competizione un po’ in sor-dina rispetto alla prosopopea de-gli altri candidati che già fanno
campagna elettorale da tempo, e
da come i predicatori del Venerdì
si sono subito spesi per lui, facen-do notare che il 48enne diploma-tico, che è stato nell’Ufficio del
Leader da quando aveva 35 anni,
guida una Pride, che sarebbe co-me dire una Panda, mentre altri,
non nominati, vanno in giro in
Mercedes (Rafsanjani notoria-mente ha una Mercedes blu). E lo
si è capito anche perché Jalili da
tre giorni fa si è messo a twittare
con grande impegno. Nel suo ha-sh whyvote4Jalili scrive in conti-nuazione, ricordando ogni volta
che ha un dottorato e parla tre lin-gue (persiano arabo e inglese).
Un’operazione, dicono i diplo-matici che hanno avuto a che fare
con lui, mirata a dargli un po’ di
glamour, visto che ha fama di es-sere uomo noioso che parla per
ore mettendo alla prova lo sbadi-glio degli interlocutori (nel suo ul-timo tweet dice però di essere «uo-mo che parla poco ma agisce»). Il
paradosso curioso è che Twitter,
in Iran, è ufficialmente proibito
(come Facebook e Google e una
miriade di altri siti) anche se tutti
gli iraniani, o almeno i giovani,
sanno come installare un antifil-tro per renderli accessibili.
Ancora una volta, dunque, le
elezioni del 14 giugno saranno un
duello — e i duelli infiammano gli
iraniani. E’ scongiurato così il pe-ricolo che le urne vadano deserte,
che si era già manifestato alle ulti-me elezioni parlamentari e al
quale il regime è estremamente
sensibile perché ha bisogno delle
file di gente davanti ai seggi per
poter dimostrare al mondo la pro-pria legittimità. Un duello al pri-mo turno — così spera Khamenei.
Ma prima deve convincere gli al-tri candidati a lui fedeli ma molto
ambiziosi a farsi da parte
martedì 4 giugno 2013
FRANCA RAME
È morta Franca Rame
Fo: “Senza di lei
non posso recitare”
“AVEVA FINITO DI SCRIVERE UN TESTO TEATRALE SULLA SUA ESPERIENZA IN SENATO,
AVREMMO DOVUTO PORTARLO INSIEME SUL PALCOSCENICO...
ario Fo
continua a
parlare di
lei. Non
tanto del
passato, del
teatro, della passione politica,
dei ricordi di una vita insieme.
Ma del futuro: dei progetti per
le prossime settimane, per i
prossimi mesi. Sono passate
poche ore da quando Franca
Rame si è spenta. Si era sveglia-ta la mattina, si era alzata, poi si
era sentita male. I soccorritori
del 118 hanno tentato di riani-marla, ma hanno dovuto infine
constatarne la morte. Aveva 84
anni. Non si era mai del tutto
ristabilita dopo l’ictus che l’a-veva colpita un anno fa, faceva
fatica a muoversi dopo alcune
cadute che le avevano procura-to brutte fratture. Ma al telefo-no continuava a mostrarsi bat-tagliera e curiosa. E, come sem-pre, indignata: per la politica,
gli impresentabili dei partiti, la
violenza sulle donne... Nessuno
si aspettava che se ne andasse
così.
NEL SALOTTO di casa, Dario
continua a parlare di lei al fu-turo. Racconta: “Franca ha
scritto un testo teatrale sulla sua
esperienza in Senato, da portare
insieme sul palcoscenico”.
Aspettava che si ristabilisse per
tornare ad andare in scena.
Aveva progetti e inviti a Verona
e in giro per l’Italia. La casa di
Dario Fo e Franca Rame, a un
passo da Porta Romana, è sem-pre stata un cantiere di idee e
lavori, un laboratorio di teatro e
pittura, una sede d’incontri e di-scussioni. “Qui non ci fermia-mo mai”, dice Dario. Poi, dopo
un attimo di silenzio: “Ma ora io
non posso più fare le cose che
avevamo programmato insie-me. Non posso salire sul palco
con qualcun altro. Se non c’è lei,
non ci sono neppure io, ci vorrà
un’altra attrice, ma anche un al-tro attore: non certo io”.
Da casa, nella mattinata, erano
passati gli amici per l’ultimo sa-luto: Gad Lerner, Paolo Rossi,
Sergio Cusani, Basilio Rizzo...
Nel pomeriggio, da Alcatraz, il
centro che ha fondato in Um-bria, è arrivato il figlio Jacopo
Fo. Agli amici più stretti e ai pa-renti, nella giornata di oggi e
stanotte, fino alle 9 di domani, si
uniranno i cittadini di Milano,
per rendere omaggio a Franca:
nel foyer del Piccolo Teatro
Grassi di via Rovello. Domani il
feretro sarà accompagnato al
Teatro Strehler di largo Greppi,
dove alle 11 saranno ricordati la
sua vita e il suo impegno.
Quando la notizia della morte è
arrivata a Roma, nei palazzi del-la politica che faceva fatica ad
ascoltarla da viva, le reazioni so-no state commosse. È stata Bar-bara Pollastrini a comunicare la
scomparsa alla Camera dei de-putati: “Donna coltissima e di
grandissimo cuore”. I deputati
l’hanno salutata, in piedi, con
un lungo applauso. In Senato,
dove era entrata nel 2006, eletta
nelle liste dell’Italia dei Valori
(si era poi dimessa dopo 19 mesi
di battaglie e di delusioni), il
presidente Pietro Grasso le ha
reso omaggio chiedendo un mi-nuto di silenzio. Antonio Di
Pietro la ricorda così: “Un’ami -ca, una donna che ho avuto l’o-nore di conoscere e di apprez-zare per la sua generosità d’a-nimo, la sua passione civile, la
sua fermezza, la sua coerenza, il
suo essere diretta e senza ma-schere. Voglio ricordare di lei
quelle battaglie comuni, vissute
in Parlamento e nelle piazze,
quei momenti condivisi in no-me della legalità e in difesa dei
diritti civili e dei più deboli.
Quando fu eletta al Senato, en-trava nelle aule delle commis-sioni e spulciava i bilanci degli
enti di Stato, faceva la lista degli
sprechi pubblici. Lei in quel-l’ambiente ci stava male, era un
pesce fuori dall’acqua, com-prendeva la falsità di quei po-litici e contrastava il loro attac-camento alla poltrona. Urlava
in solitudine contro il conflitto
d’interessi di Berlusconi, e lo fa-ceva davanti a un’Aula sorda.
Aveva un modo d’agire rivolu-zionario, fuori dagli schemi, che
lasciava perplessi i burocrati di
Stato. Lei aveva una passione ci-vile che la divorava, non usava il
politichese, ma diceva pane al
pane e vino al vino. Lo dissi a
gran voce: Franca Rame deve
essere il prossimo presidente
della Repubblica. La propo-nemmo in Parlamento, peccato
però che la votammo solo noi”.
L’ha ricordata anche Vito Cri-mi, capogruppo del Movimen-to 5 Stelle al Senato: “Franca Ra-me è stata al nostro fianco”,
scrive Crimi sulla sua bacheca
Facebook, “da libera cittadina
in tante nostre battaglie civili.
Da quella per un Parlamento
Pulito senza condannati a quel-la per una corretta gestione dei
rifiuti senza inceneritori e di-scariche”. “Una donna molto
coraggiosa che ha fatto del tea-tro con ilarità, gioia e allegria,
un teatro comico ma allo stesso
tempo critico nei confronti del-la società”. Questo il ricordo
della scrittrice Dacia Maraini.
“È un miracolo che faceva an-che la commedia dell’arte, cri-ticare la società facendo ridere:
è quello che lei ha fatto con la
compagnia di Dario Fo”.
“GRAZIE, Franca, per essere
stata una bellissima e grandis-sima donna”. Così Mario Ca-panna, ex leader del movimen-to studentesco a Milano. “A la-sciarci è una straordinaria figu-ra di artista, di intellettuale, una
donna di eccezionale ricchezza
interiore e generosità e lo posso
testimoniare di persona, per le
mille battaglie condotte e vissu-te insieme, con lei e Dario Fo.
Dalle prove di Mistero buffo
nell’aula magna dell’Universit
atale di Milano nel 1969, alla
lotta per impedire l’installazio -ne di centrali elettronucleari in
Lombardia, dall’indimentica -bile viaggio in Cina nel 1975 ai
comizi tenuti insieme all’Alfa
Romeo di Arese”.
La ricorda anche la ministra per
le pari opportunità Josefa Idem:
“Con Franca Rame tutte le don-ne perdono una voce che, nel
deserto della nostra società, non
si stancava di urlare contro la
violenza nei loro confronti. Con
le sue coraggiose battaglie civili
e con la sua arte raffinata, Fran-ca Rame era un monito vivente
ai giorni tristi che stiamo viven-do, riempiti con cadenza ormai
quotidiana dalle cronache di
violenze fisiche, sessuali e psi-cologiche contro le donne. A
suo marito, Dario Fo, voglio
esprimere vicinanza e affetto in
questo momento di sofferenza e
spero che gli sia di conforto al-meno il pensiero di aver avuto
accanto una donna meraviglio-sa, la cui mancanza da oggi ci
rende tutti un po’ più poveri”.
I teatri, la piazza
e la galera: con Dario
sempre al suo fianco
nche il cielo si mette a
piangere, grandine e
vento. Poco prima delle
nove Franca Rame ha
smesso di respirare, in
una primavera di tri-stezza che in poche settimane si è portata
via Enzo Jannacci e Don Gallo: ci sono
vuoti più difficili da colmare e spesso sono
i lutti collettivi. Scrivere chi e cosa è stata
questa Marilyn italiana, bellissima e di
straordinario talento, è impresa quasi im-possibile: una vita lunga, intensa, percorsa
con una generosità assai di rado ricambia-ta tra il palcoscenico e l’impegno politico.
In un solo articolo non ci staranno la forza,
il coraggio, l’ironia, l’umanità, l’impegno
civile. E mille gesti, testimonianze pubbli-che che hanno aiutato questo paese a cre-scere culturalmente e nella conquista dei
diritti, nonostante l’ostilità per nulla celata
(e cronica) del potere.
COMINCIÒ TUTTO subito, il destino nei
primi vagiti. Era nata a Parabiago, nel ‘29,
da una famiglia di artisti, una dinastia che
faceva teatro da secoli: la sua carriera iniziò
senza che lei nem-meno se ne rendes-se conto, quando
ancora in fasce in-terpretava ruoli da
neonato. Poi negli
anni Cinquanta, la
mitica rivista. Mila-no, Teatro Olimpia,
va in scena Ghe pensi
mi di Marcello Mar-chesi. La fama del-l’attrice alta, magra
e stupenda porta a
teatro schiere di
giovanotti. Ne usci-ranno con il torcicollo, tanto non si riusciva
a levarle gli occhi di dosso. Tra loro, anche
un attore ancora sconosciuto: “Era brutti-no, dinoccolato, magrissimo con il nasone,
e quegli occhi strani. Eppure, al contrario di
tanti miei bellissimi corteggiatori non mi
filava per niente”. Dario Fo in realtà è già
innamorato, anzi spacciato (“Non si pote-va non guardarla”), ma troppo timido per
prendere l'iniziativa. Allora una sera, dietro
le quinte, lei lo appiccica al muro e lo bacia.
Non si lasceranno mai più: anzi quasi mai.
Nel 1987 Franca va in televisione e spiega ai
telespettatori di Raffaella Carrà che sta per
divorziare da suo marito. Lui, ignaro, ci ri-mane malissimo. In una meravigliosa in-tervista a Natalia Aspesi su Re p u b b l i ca , dieci
anni fa, lei commentò così: “Ero stufa di
fare la moglie, l’oca giuliva che si occupa
solo di palcoscenico e carceri, e per il resto
deve far finta di niente. Soffrivo come una
bestia, perché le pene d’amore sono lanci-nanti, offensive. Sì, forse siamo stati sepa-rati un anno, senza far rumore. Ma tutte le
donne lo sanno che capitano tra due co-niugi fatti che poi non hanno valore, che
passano”. E lui: “Attorno a me c’erano, ci
sono uomini che piantano tutto per ragaz-ze giovani, ma io avevo capito che l’avven -tura è solo una pausa, un intervallo per
prendere fiato, perché ci sono legami così
indissolubili con la tua compagna di vita,
che non puoi distruggere senza perderti”.
Forse non lo sai ma pure questo è amore . Nel ‘52
interpreta Lo sai che i papavericon Walter
Chiari: “Mi avevano messo un vestito di la-mé talmente aderente che me lo dovevano
cucire letteralmente addosso”. Due anni
dopo sposa Dario e nel ‘55 nasce Jacopo.
Pausa a parte, hanno attraversato insieme
tutto: le piazze, i teatri, “i casini, i dolori, i 40
processi, le violenze, gli arresti, gli sgom-beri, la galera, le bombe nei teatri, la casa
incendiata, nessuno che voleva più affittar-cene una obbligandoci a lasciare Milano”.
Nel ’58 fondano la Compagnia Dario
Fo-Franca Rame, nel ‘62 la Rai li caccia da
C a n zo n i ss i m a per uno sketch su un costrut-tore edile. Nel ‘69 va in scena per la prima
volta quel capolavoro di creatività e inno-vazione che è Mistero buffo, lei interpreta
Maria che tenta invano di salvare il figlio
crocifisso. In quegli anni di rivolta matura
la scelta di uscire dai circuiti ufficiali per
portare in scena il teatro militante: con La
co m u n e si creano spazi alternativi (circoli
Arci, Case del Popolo, sedi sindacali), dove
sfuggire alla censura. Nascono spettacoli
come Morte accidentale di un anarchicoma
anche commedie (scritte in gran parte da
lei) come La signora è da buttare , Tutta casa
letto e chiesa. È stata davvero femminista,
Franca Rame: a lei le donne italiane devono
tanto. Questo impegno lo pagò carissimo:
nel ’73 fu sequestrata e stuprata da un com-mando neofascista. Nessuno fu condanna-to per quello scempio, 25 anni dopo il ver-detto dichiarò prescritto il reato. Resta il
monologo che lei scrisse su quanto le ave-vano fatto: il più toccante e terribile ma-nifesto contro la violenza che si possa im-maginare. Poi c’è l’impegno politico, che
ha attraversato l’intera vita di Franca Rame,
presente in tutte le battaglie civili.
CAPITA di sbagliare, lei inciampò su Pri-mavalle. Era una delle anime di Soccorso
rosso, prese una cantonata dopo il rogo in
cui morirono i fratelli Mattei e di cui il mi-litante di Potere operaio Achille Lollo con-fessò anni dopo le responsabilità: si spinse a
difenderlo fino a scrivere una lettera al Pre-sidente Leone. Nel 2006 accettò la proposta
dell’Italia dei valori, fu eletta in Senato. Se
ne andò due anni dopo, schifata da un si-stema marcio. Ma aveva preso appunti: sta-va ultimando un libro di denuncia sulla sua
esperienza parlamentare. Non ha mai
smesso di far sentire la sua voce però, spes-so chiamava in redazione: “Vorrei scrivere
un pezzo”. L’ultimo grido diretto al Pd, pri-ma del voto: “Via dalle liste gli impresen-tabili. Spero che oggi, cari dirigenti del Pd,
prendiate decisioni che piacciono agli ita-liani. Pensateci bene. Altrimenti sarà guer-ra fredda, perché sarete voi (e non Ingroia o
Grillo) a far vincere Berlusconi”. L’ultimo
blog sul nostro sito, è una lettera d’amore.
A Dario, la metà di tutto. “Ci siamo spesso
detti che se, per assurdo, avessimo una se-conda vita, vorremmo trascorrerla insie-me”. L’ha scritto Andrè Gorz per la moglie,
è un pensiero perfetto anche per Franca e
Dari
La violenza dei fascisti, servizio del Tg2
non gradito da zeroviolenzadonne.it
“UNA DONNA bellissima, amata e
odiata: tra chi la definiva una donna
di talento che sapeva mettere in gioco
la propria carriera teatrale per un
ideale di militanza politica totalizzan-te, chi invece una pasionaria rossa che
approfittava della propria bellezza fi-sica per imporre attenzione, finché il 9
marzo del 1973 fu sequestrata e stu-prata. Ci vollero 25 anni per scoprire i
nomi degli aggressori, ma tutto era ca-duto in prescrizione”. È una parte del
servizio del Tg2 delle 13 di ieri che in-tendeva ricordare l’attrice scomparsa.
Accostamento fra bellezza e violenza,
e la mancata matrice fascista dello stu-pro, hanno suscitato reazioni polemi-che sul web. Il sito www.zeroviolenza-donne.it ha scritto una lettera aperta
al direttore della testata, Marcello Ma-si. Eccone un passaggio: “Del suo stu-pro ha parlato la stessa Franca Rame
in più di un’occasione, indicando nel-la matrice fascista i suoi aggressori.
Metterla in discussione o peggio – co-me è stato fatto nel vostro servizio –
ometterla, è sicuramente una scelta
ben precisa di cui ci stupiamo. Ma ciò
che più ci fa rabbrividire è la giustifi-cazione neppure troppo velata degli
stupratori, perché questo è stato fatto!
Incolpare Franca Rame di “ a p p ro f i t ta re
della propria bellezza fisica per imporre
attenzione; finché il 9 marzo del 1973 fu
sequestrata e stuprata”ci sembra del
tutto inaccettabile”
L’Angelo Custode
di Franca, sempre
pieno di impegni
L’ULTIMO RACCONTO, INEDITO, PER “IL FATTO”: UN VIAGGIO A RITROSO FRA MEMORIE
E DIALOGHI SURREALI CON UN “ANGIOLINO” CHE PER UN DISGUIDO BUROCRATICO
SI È DOVUTO OCCUPARE MENO DI LEI E PIÙ DI UN BAMBINO NERO DI NOME OBAMA DI FRANCA RAME
i sono messa a letto alle 10,
intenzionata a farmi una
bella riposata. Avevo lavo-rato tutto il giorno. Mi ad-dormenterò subito – pen-savo. Sbadigli da slogarmi
la mascella, invece niente.
Quando mi succede così ripasso monologhi…
“Medea”, “Maria sotto la croce”… poi il cervello
va per suo conto e mi propone idee che mi sem-brano storie, chiavi teatrali bellissime… me le
ricorderò domattina? La mattina dopo, vuoto
assoluto nella testa. Penso e ripenso. Bisogna
che mi decida alzarmi la notte quando mi ar-rivano… e prendere almeno un ap-punto. Ma temo di disturbare Dario
che ha il sonno leggero. Mi sono
messa sotto il cuscino un blocchetto,
ma scrivere al buio non mi viene be-ne. Scarabocchi illeggibili. Mi sono
comprata dai cinesi una pila minu-scola come il dito mignolo, 1 euro e
20, fa luce tremenda, ma con la mano
davanti illumina appena permetten-domi di arrivare alla porta ed uscire
dalla camera senza svegliare Dario.
Sono le 4. Bell’ora… posso fare un
sacco di cose senza disturbare nes-suno… e che nessuno mi disturbi. Mi
mangio un yogurt greco: una bontà.
Accendo il computer e penso a che
scrivere.
Mi vengono in mente certe serate
bellissime… dopo uno spettacolo
che so “Tutta casa, letto e chiesa”…
sesso? Grazie tanto per gradire”…
donne commosse, felici… che mi
stritolano con abbracci frenetici.
Hanno mani sudate per l’emozione,
c’è chi scoppia a piangere e mi ab-braccia forte, qualcuna m’ha detto: “quando so-no triste, disperata con la voglia di morire…
penso a te e mi torna la calma nel cuore”.
Le donne mi dicono:
”Tu per me sei un mito!”
Sono convita che esagerino, mi vedono come un
non so ché… “Per me sei un mito!” Ma daiiiiii.
Mi meraviglia sempre il desiderio che hanno le
donne di lasciarmi qualcosa di loro. Chi si toglie
un braccialettino d’argento e me lo dona, chi un
accendino… mezzo pacchetto di Malboro…
Negli anni ho accumulato di tutto: una scatoletta
di fiammiferi con sopra scritto “Carolina a Fran-ca con amore”. Un completo per maninicure e
una raffinata mascherina per la notte regalo di
Marina De Juli, la mia grande amica. Un minu-scolo portacipria d’argento, un pettinino, una
molletta con sopra una rosa rossa… un uovo di
legno dipinto a mano, un uovo vero con un cuore
rosso e una bandierina bianca-rossa-verde che
sventola, una sciarpa fatta a mano con tanti co-lori arrotolati insieme di nonna Ersilia: “L’ho fat-ta per te! Non lasciarla mai. Ti porterà tanta for-tuna.” E un mare di altre cose costose e no, co-munque “tutte” per me preziosissime. Se il dono
è di valore cerco di rifiutare, ma è impossibile. È
tale la felicità che hanno queste ragazze, donne,
nonne e bisnonne nel donarmi
qualcosa di loro che mi dà grande
emozione. All’inizio riponevo tut-to in un cassetto del mio comodi-no. Poi quando di cassetti ne ho
riempiti 3 ho deciso di catalogare il
tutto, inscatolarlo e spedirlo ad Al-catraz da Jacopo. Nel museo che
prima di morire intendo fare… ab-biamo un mare di materiale, accu-mulato in 60 anni di spettacoli, che
va dalle scene teatrali ad armadi
pieni di costumi d’epoca, di abiti
moderni, da donna, da uomo, ar-madi con scarpe donna-uomo di
tutte le misure, cappelli, magliette,
calzamaglie. Bauli e bauli zeppi di fondali. Il ma-teriale di una vita di lavoro teatrale. Ecco lì… nel
mio museo, ci sarà un reparto particolare con un
cartello: “regali ricevuti da Franca durante la sua
vita”. Ed ogni oggetto avrà il suo nome e cogno-me. Forse non tutti, ma molti sì. Dalle finestre
spalancate mi abbraccia un’aria mite, vedo un
bel cielo che mi sorride… si sta schiarendo, do-mani ci sarà sole. È ora di andare a letto altri-menti domani sarò morta di stanchezza. Nel let-to, mentre il sonno non arriva, osservo un an-giolino appeso che brilla ad ogni passar di mac-china. “Ma dove va la gente in giro a quest’ora?”
mi chiedo sempre da impicciona.
L’angiolino me l’ha donato la mia mamma: l’a-veva fatto lei. Alto un 20 cm. un faccino di panno
lenci, con l’abito di pizzo bianco foderato di rosa
e le ali in tulle, tempestate di piccole stelle. Un
capolavoro. Dicevo sempre: “Mamma tu hai le
mani d’oro!” Sorrideva appena ma si sentiva che
il complimento le faceva piacere. Il sorriso di mia
madre non lo dimenticherò mai.
“Questo è il tuo angelo custode… è lui che ti pro-tegge e consiglia. Dagli sempre retta!” ‘Sto fatto
dell’angelo custode mi aveva fatto molta impres-sione, “E dove sta l’angelo, mamma, quello ve-ro?” “Dietro alle tue spalle…” “Di qua o di là? Di
spalle ne ho due.” “Sicuramente dalla parte del
cuore!”. Mamma le
sapeva tutte. Come
mi sentivo fortunata!
“Ogni volta che hai
qualche problema lo
puoi dire a me o a lui.
Ti vogliamo tutti e
due un gran bene.”
“Si, ma lui non lo vedo mai!”
“Si farà vedere, abbi pazienza”.
Avevo 6 anni. Me ne stavo pensosa e zitta ad im-maginarmi l’angiolo dietro la mia spalla sinistra.
Che sta facendo? Io sono seduta, e lui se ne sta in
piedi? Chissà quanto sarà stanco la sera. Bisbi-gliavo: “Dai angiolino siediti… mettiti como-do!” e gli facevo posto. Mi seccava molto non ve-derlo. “Vuoi un po’ di cioccolato? Ma maledi-zione, rispondi! Sì o no… stare zitto così non è
nemmeno buona educazione!”
Quando alla maestra chiesi
ma Gesù è bianco o nero?
Chiedevo in giro informazioni… ma le risposte
che ricevevo erano sciocche, banali. La gente di-ce spesso cretinate e non solo ai bambini.
Avevo sei anni quando ho deciso di escludere i
“grandi” dalla mia vita. Li ho lasciati perdere. Li
guardavo un po’ dall’alto in basso… pardon dal
basso in alto. A scuola peggio ancora, alla do-manda dove sta l’angelo custode la maestra non
mi ha nemmeno risposto. Mi ha chiuso la bocca
con uno sguardo di compatimento da raggelar-mi. E quando ho chiesto durante l’ora di religio-ne se Gesù era bianco o nero la suora ha pregato
mia madre di ritirarmi dalla lezione. “Fa doman-de disturbanti”- disse ed è finita lì. Non ero con-tenta di starmene per un’ora seduta a terra in si-lenzio davanti alla porta chiusa. Forse troverò il
coraggio di dire a suor Maria: non farò più do-mande, starò zitta. Ma ‘sto coraggio non l’ho mai
trovato.
In quell’ora me la prendevo con l’angelo custode.
“Non mi dici niente, non mi consigli… Non po-tevi non farmi chiedere di che colore è Gesù? Che
custode sei?” Lui zitto. Muto. Forse era andato a
fare pipì. Un momento, ma gli angeli la fanno?
Bella domanda… e chi mai mi darà la risposta? E
a chi la faccio ‘sta domanda per non essere man-data al diavolo? Alla zia Ida. La zia Ida stava con
noi, era stata la moglie di non so quale parente
morto e ci era rimasta in eredità. Capelli crespi,
grigiastri, gote naturalmente rosse, pelle screpo-lata, i geloni d’inverno, non era bella, ma era sim-patica. Parlava con me, trascurata dalla famiglia
- così mi sembrava - come fossi un’adulta. “Gli
angeli la pipì la fanno sulle rose, è per quello ch
profumano!” Rispondeva alle mie domande e mi
regalava certe caramelle amare che fingevo di
succhiare ed invece sputavo di nascosto. Gliele
aveva regalate un suo amico di Varese… Le fa-ceva lui… Con la cacca, credo.
Chissà che pensava l’angelo delle mie caramelle?
Sono passati molti anni, una vita quasi, e qualche
mese fa, frugando in un armadio che ti vedo? Le
caramelle! Erano lì, tutte avvolte come le avevo
lasciate! Ne assaggio una... Chissà che con il tem-po si siano migliorate...Dio! sono peggio ancora!
E l’ho sputata. All’istante mi è apparso l’angelo.
Una faccia splendida che mi diceva: “E perché la
sputi! Perché la sputi!” Di scatto ho voltato la te-sta quasi in gesto di rifiuto, poi ho gridato: “Era
ora! Stai con me da una vita… Mai un sospiro…
Un gemito e adesso mi vieni a rompere perché
sputo una caramella? La sputo perché fa schifo.
Mangiatele tu!”
Giuro che ero sveglia, non ho sognato: il pac-chettino delle caramelle s’è spostato nell’aria…
Ho visto una caramella volare… Poi la carta che
l’avvolgeva è finita a terra… “Ah, non mi credi è?
La vuoi assaggiare…” Non finisco di parlare che
la caramella m’è arrivata sopra una scarpa come
se qualcuno me l’avesse sputata addosso. “Visto
che fanno schifo? Ma sai angelo che sei un ma-leducato? Non si sputano le caramelle, anche sdi cacca!” E l’angelo s’è messo a
ridere. “Si ridi, ridi, ma non mi
hai spiegato ancora perchè in
tutto questo tempo non ti sei
fatto mai vedere!” “Hai ragio-ne, ma purtroppo mi è succes-so, circa 40 anni fa, di dovermi
occupare di un bambino che
era rimasto senza angelo.” “Un bambino senza
angelo?” “ Sì, un disguido burocratico” E riden-do a mia volta ho esclamato: “La burocrazia an-che in cielo?
“Eh si, era un bambino dalla pelle dorata che era
appena arrivato dall’africa negli Stati Uniti. E dal
momento che era rimasto senza angelo... Dall’al-to mi hanno pregato di curarmi di lui” “Sì, ma
dico, in tutti questi anni non hai mai avuto un
attimo per venirmi a salutare?” “Te l’ho detto che
mi trovavo dall’altra parte dell’oceano! E anche
per noi, attraversarlo, non è una passeggiata. Ad
ogni modo mi scuso. Ti prometto che d’ora in
poi, appena posso ti vengo a dare un bacino. Ma
abbi pazienza. Mi è così difficile seguire quel
bimbo che naturalmente, oggi, ormai è diven-tato grande! Ma ha un sacco da fare! Non sta mai
fermo un attimo!” “E che mestiere fa?” “Il pre-sidente degli Stati Uniti”.
23 novembre 2012, or
Su ilfattoquotidiano.it scrisse:
“Morire è difficilissimo”
SONO NATA nel 1929. Quando ero pic-cola, sette, otto anni, mi veniva in testa
un pensiero che mi esaltava: morire.
Quando morirò? Com’è quando si muo-re? Come mi vestirò da morta? Forse
mamma mi metterà quel bel vestito che
m’ha cucito lei di taffetà lilla pallido or-lato da un bordino di pizzo d’oro. “Sembri
un angelo! Quanto è bella la mia bimba
che compie gli anni!” mi diceva. (...) O ra
siamo nel 2013. Da allora sono passati
molti anni. Sono arrivata agli 84 il 18 lu-glio. (...) Una volta, quando eravamo più
giovani Dario ed io ci si faceva festa ai
compleanni. Festa? Una festicciola…
nulla di speciale. La torta, le candeline…
dell’anno prima, qualche amica, amici…
Ricordo invece un fantastico complean-no, il mio settantesimo a Sala di Cese-natico. Non mi aspettavo nulla di spe-ciale. Invece…
Quella mattina mi svegliai un po’ t a rd i ,
Jacopo venne a prendermi in
camera dicendomi che Dario
aveva bisogno di me… Nean-che la mattina del mio com-pleanno posso restare disoc-cupata… scendo le scale,
esco in veranda, e lì mi trovo
una folla con i musicisti che
suonavano, clown e masche-re e tanta gente, amici venuti
da ogni parte, ci saranno sta-te cento persone, tutti a cantare tanti au-guri a te… Mi sono messa ad abbracciare
tutti uno per uno… Erano veramente tan-ti, che a un certo punto mi sono dovuta
s e d e re … Anche per l’emozione. (...) So-no felice di aiutare Dario che è il MIO
TUTTO, curare i suoi testi, prepararli per
la stampa, ma mi manca qualcosa… quel
qualcosa che non mi fa amare più la vita.
È per questo che voglio morire. Ma non
so come fare. Immersa nella vasca da
bagno e tagliarmi le vene? Poi penso allo
spavento di chi mi trova in tutto quel ros-so. Buttarmi dalla finestra, ma sotto ci
sono gli alberi e finisce che mi rompo
tutta senza morire: ingessata dalla testa
ai piedi. Avvelenarmi con sonniferi… ci
ho già provato una volta… tre, quattro
pastiglie e acqua… avanti così per un po’
e mi sono addormentata con la testa sul
t avo l o … Insomma, morire è difficilissi-mo! (...) Caro Dario tutto quanto ho scritto
è per dirti che se non torno
in teatro muoio di malinco-nia. Un bacio grande….
Franca Rame
Il testo è un piccolo
estratto di “Lettera
d’amore a Dario”
Pubblicata
il 30 gennaio 2013:
è l’ultimo post sul blog
su i l fa t to q u o t i d i a n o. i t
Fo: “Senza di lei
non posso recitare”
“AVEVA FINITO DI SCRIVERE UN TESTO TEATRALE SULLA SUA ESPERIENZA IN SENATO,
AVREMMO DOVUTO PORTARLO INSIEME SUL PALCOSCENICO...
ario Fo
continua a
parlare di
lei. Non
tanto del
passato, del
teatro, della passione politica,
dei ricordi di una vita insieme.
Ma del futuro: dei progetti per
le prossime settimane, per i
prossimi mesi. Sono passate
poche ore da quando Franca
Rame si è spenta. Si era sveglia-ta la mattina, si era alzata, poi si
era sentita male. I soccorritori
del 118 hanno tentato di riani-marla, ma hanno dovuto infine
constatarne la morte. Aveva 84
anni. Non si era mai del tutto
ristabilita dopo l’ictus che l’a-veva colpita un anno fa, faceva
fatica a muoversi dopo alcune
cadute che le avevano procura-to brutte fratture. Ma al telefo-no continuava a mostrarsi bat-tagliera e curiosa. E, come sem-pre, indignata: per la politica,
gli impresentabili dei partiti, la
violenza sulle donne... Nessuno
si aspettava che se ne andasse
così.
NEL SALOTTO di casa, Dario
continua a parlare di lei al fu-turo. Racconta: “Franca ha
scritto un testo teatrale sulla sua
esperienza in Senato, da portare
insieme sul palcoscenico”.
Aspettava che si ristabilisse per
tornare ad andare in scena.
Aveva progetti e inviti a Verona
e in giro per l’Italia. La casa di
Dario Fo e Franca Rame, a un
passo da Porta Romana, è sem-pre stata un cantiere di idee e
lavori, un laboratorio di teatro e
pittura, una sede d’incontri e di-scussioni. “Qui non ci fermia-mo mai”, dice Dario. Poi, dopo
un attimo di silenzio: “Ma ora io
non posso più fare le cose che
avevamo programmato insie-me. Non posso salire sul palco
con qualcun altro. Se non c’è lei,
non ci sono neppure io, ci vorrà
un’altra attrice, ma anche un al-tro attore: non certo io”.
Da casa, nella mattinata, erano
passati gli amici per l’ultimo sa-luto: Gad Lerner, Paolo Rossi,
Sergio Cusani, Basilio Rizzo...
Nel pomeriggio, da Alcatraz, il
centro che ha fondato in Um-bria, è arrivato il figlio Jacopo
Fo. Agli amici più stretti e ai pa-renti, nella giornata di oggi e
stanotte, fino alle 9 di domani, si
uniranno i cittadini di Milano,
per rendere omaggio a Franca:
nel foyer del Piccolo Teatro
Grassi di via Rovello. Domani il
feretro sarà accompagnato al
Teatro Strehler di largo Greppi,
dove alle 11 saranno ricordati la
sua vita e il suo impegno.
Quando la notizia della morte è
arrivata a Roma, nei palazzi del-la politica che faceva fatica ad
ascoltarla da viva, le reazioni so-no state commosse. È stata Bar-bara Pollastrini a comunicare la
scomparsa alla Camera dei de-putati: “Donna coltissima e di
grandissimo cuore”. I deputati
l’hanno salutata, in piedi, con
un lungo applauso. In Senato,
dove era entrata nel 2006, eletta
nelle liste dell’Italia dei Valori
(si era poi dimessa dopo 19 mesi
di battaglie e di delusioni), il
presidente Pietro Grasso le ha
reso omaggio chiedendo un mi-nuto di silenzio. Antonio Di
Pietro la ricorda così: “Un’ami -ca, una donna che ho avuto l’o-nore di conoscere e di apprez-zare per la sua generosità d’a-nimo, la sua passione civile, la
sua fermezza, la sua coerenza, il
suo essere diretta e senza ma-schere. Voglio ricordare di lei
quelle battaglie comuni, vissute
in Parlamento e nelle piazze,
quei momenti condivisi in no-me della legalità e in difesa dei
diritti civili e dei più deboli.
Quando fu eletta al Senato, en-trava nelle aule delle commis-sioni e spulciava i bilanci degli
enti di Stato, faceva la lista degli
sprechi pubblici. Lei in quel-l’ambiente ci stava male, era un
pesce fuori dall’acqua, com-prendeva la falsità di quei po-litici e contrastava il loro attac-camento alla poltrona. Urlava
in solitudine contro il conflitto
d’interessi di Berlusconi, e lo fa-ceva davanti a un’Aula sorda.
Aveva un modo d’agire rivolu-zionario, fuori dagli schemi, che
lasciava perplessi i burocrati di
Stato. Lei aveva una passione ci-vile che la divorava, non usava il
politichese, ma diceva pane al
pane e vino al vino. Lo dissi a
gran voce: Franca Rame deve
essere il prossimo presidente
della Repubblica. La propo-nemmo in Parlamento, peccato
però che la votammo solo noi”.
L’ha ricordata anche Vito Cri-mi, capogruppo del Movimen-to 5 Stelle al Senato: “Franca Ra-me è stata al nostro fianco”,
scrive Crimi sulla sua bacheca
Facebook, “da libera cittadina
in tante nostre battaglie civili.
Da quella per un Parlamento
Pulito senza condannati a quel-la per una corretta gestione dei
rifiuti senza inceneritori e di-scariche”. “Una donna molto
coraggiosa che ha fatto del tea-tro con ilarità, gioia e allegria,
un teatro comico ma allo stesso
tempo critico nei confronti del-la società”. Questo il ricordo
della scrittrice Dacia Maraini.
“È un miracolo che faceva an-che la commedia dell’arte, cri-ticare la società facendo ridere:
è quello che lei ha fatto con la
compagnia di Dario Fo”.
“GRAZIE, Franca, per essere
stata una bellissima e grandis-sima donna”. Così Mario Ca-panna, ex leader del movimen-to studentesco a Milano. “A la-sciarci è una straordinaria figu-ra di artista, di intellettuale, una
donna di eccezionale ricchezza
interiore e generosità e lo posso
testimoniare di persona, per le
mille battaglie condotte e vissu-te insieme, con lei e Dario Fo.
Dalle prove di Mistero buffo
nell’aula magna dell’Universit
atale di Milano nel 1969, alla
lotta per impedire l’installazio -ne di centrali elettronucleari in
Lombardia, dall’indimentica -bile viaggio in Cina nel 1975 ai
comizi tenuti insieme all’Alfa
Romeo di Arese”.
La ricorda anche la ministra per
le pari opportunità Josefa Idem:
“Con Franca Rame tutte le don-ne perdono una voce che, nel
deserto della nostra società, non
si stancava di urlare contro la
violenza nei loro confronti. Con
le sue coraggiose battaglie civili
e con la sua arte raffinata, Fran-ca Rame era un monito vivente
ai giorni tristi che stiamo viven-do, riempiti con cadenza ormai
quotidiana dalle cronache di
violenze fisiche, sessuali e psi-cologiche contro le donne. A
suo marito, Dario Fo, voglio
esprimere vicinanza e affetto in
questo momento di sofferenza e
spero che gli sia di conforto al-meno il pensiero di aver avuto
accanto una donna meraviglio-sa, la cui mancanza da oggi ci
rende tutti un po’ più poveri”.
I teatri, la piazza
e la galera: con Dario
sempre al suo fianco
nche il cielo si mette a
piangere, grandine e
vento. Poco prima delle
nove Franca Rame ha
smesso di respirare, in
una primavera di tri-stezza che in poche settimane si è portata
via Enzo Jannacci e Don Gallo: ci sono
vuoti più difficili da colmare e spesso sono
i lutti collettivi. Scrivere chi e cosa è stata
questa Marilyn italiana, bellissima e di
straordinario talento, è impresa quasi im-possibile: una vita lunga, intensa, percorsa
con una generosità assai di rado ricambia-ta tra il palcoscenico e l’impegno politico.
In un solo articolo non ci staranno la forza,
il coraggio, l’ironia, l’umanità, l’impegno
civile. E mille gesti, testimonianze pubbli-che che hanno aiutato questo paese a cre-scere culturalmente e nella conquista dei
diritti, nonostante l’ostilità per nulla celata
(e cronica) del potere.
COMINCIÒ TUTTO subito, il destino nei
primi vagiti. Era nata a Parabiago, nel ‘29,
da una famiglia di artisti, una dinastia che
faceva teatro da secoli: la sua carriera iniziò
senza che lei nem-meno se ne rendes-se conto, quando
ancora in fasce in-terpretava ruoli da
neonato. Poi negli
anni Cinquanta, la
mitica rivista. Mila-no, Teatro Olimpia,
va in scena Ghe pensi
mi di Marcello Mar-chesi. La fama del-l’attrice alta, magra
e stupenda porta a
teatro schiere di
giovanotti. Ne usci-ranno con il torcicollo, tanto non si riusciva
a levarle gli occhi di dosso. Tra loro, anche
un attore ancora sconosciuto: “Era brutti-no, dinoccolato, magrissimo con il nasone,
e quegli occhi strani. Eppure, al contrario di
tanti miei bellissimi corteggiatori non mi
filava per niente”. Dario Fo in realtà è già
innamorato, anzi spacciato (“Non si pote-va non guardarla”), ma troppo timido per
prendere l'iniziativa. Allora una sera, dietro
le quinte, lei lo appiccica al muro e lo bacia.
Non si lasceranno mai più: anzi quasi mai.
Nel 1987 Franca va in televisione e spiega ai
telespettatori di Raffaella Carrà che sta per
divorziare da suo marito. Lui, ignaro, ci ri-mane malissimo. In una meravigliosa in-tervista a Natalia Aspesi su Re p u b b l i ca , dieci
anni fa, lei commentò così: “Ero stufa di
fare la moglie, l’oca giuliva che si occupa
solo di palcoscenico e carceri, e per il resto
deve far finta di niente. Soffrivo come una
bestia, perché le pene d’amore sono lanci-nanti, offensive. Sì, forse siamo stati sepa-rati un anno, senza far rumore. Ma tutte le
donne lo sanno che capitano tra due co-niugi fatti che poi non hanno valore, che
passano”. E lui: “Attorno a me c’erano, ci
sono uomini che piantano tutto per ragaz-ze giovani, ma io avevo capito che l’avven -tura è solo una pausa, un intervallo per
prendere fiato, perché ci sono legami così
indissolubili con la tua compagna di vita,
che non puoi distruggere senza perderti”.
Forse non lo sai ma pure questo è amore . Nel ‘52
interpreta Lo sai che i papavericon Walter
Chiari: “Mi avevano messo un vestito di la-mé talmente aderente che me lo dovevano
cucire letteralmente addosso”. Due anni
dopo sposa Dario e nel ‘55 nasce Jacopo.
Pausa a parte, hanno attraversato insieme
tutto: le piazze, i teatri, “i casini, i dolori, i 40
processi, le violenze, gli arresti, gli sgom-beri, la galera, le bombe nei teatri, la casa
incendiata, nessuno che voleva più affittar-cene una obbligandoci a lasciare Milano”.
Nel ’58 fondano la Compagnia Dario
Fo-Franca Rame, nel ‘62 la Rai li caccia da
C a n zo n i ss i m a per uno sketch su un costrut-tore edile. Nel ‘69 va in scena per la prima
volta quel capolavoro di creatività e inno-vazione che è Mistero buffo, lei interpreta
Maria che tenta invano di salvare il figlio
crocifisso. In quegli anni di rivolta matura
la scelta di uscire dai circuiti ufficiali per
portare in scena il teatro militante: con La
co m u n e si creano spazi alternativi (circoli
Arci, Case del Popolo, sedi sindacali), dove
sfuggire alla censura. Nascono spettacoli
come Morte accidentale di un anarchicoma
anche commedie (scritte in gran parte da
lei) come La signora è da buttare , Tutta casa
letto e chiesa. È stata davvero femminista,
Franca Rame: a lei le donne italiane devono
tanto. Questo impegno lo pagò carissimo:
nel ’73 fu sequestrata e stuprata da un com-mando neofascista. Nessuno fu condanna-to per quello scempio, 25 anni dopo il ver-detto dichiarò prescritto il reato. Resta il
monologo che lei scrisse su quanto le ave-vano fatto: il più toccante e terribile ma-nifesto contro la violenza che si possa im-maginare. Poi c’è l’impegno politico, che
ha attraversato l’intera vita di Franca Rame,
presente in tutte le battaglie civili.
CAPITA di sbagliare, lei inciampò su Pri-mavalle. Era una delle anime di Soccorso
rosso, prese una cantonata dopo il rogo in
cui morirono i fratelli Mattei e di cui il mi-litante di Potere operaio Achille Lollo con-fessò anni dopo le responsabilità: si spinse a
difenderlo fino a scrivere una lettera al Pre-sidente Leone. Nel 2006 accettò la proposta
dell’Italia dei valori, fu eletta in Senato. Se
ne andò due anni dopo, schifata da un si-stema marcio. Ma aveva preso appunti: sta-va ultimando un libro di denuncia sulla sua
esperienza parlamentare. Non ha mai
smesso di far sentire la sua voce però, spes-so chiamava in redazione: “Vorrei scrivere
un pezzo”. L’ultimo grido diretto al Pd, pri-ma del voto: “Via dalle liste gli impresen-tabili. Spero che oggi, cari dirigenti del Pd,
prendiate decisioni che piacciono agli ita-liani. Pensateci bene. Altrimenti sarà guer-ra fredda, perché sarete voi (e non Ingroia o
Grillo) a far vincere Berlusconi”. L’ultimo
blog sul nostro sito, è una lettera d’amore.
A Dario, la metà di tutto. “Ci siamo spesso
detti che se, per assurdo, avessimo una se-conda vita, vorremmo trascorrerla insie-me”. L’ha scritto Andrè Gorz per la moglie,
è un pensiero perfetto anche per Franca e
Dari
La violenza dei fascisti, servizio del Tg2
non gradito da zeroviolenzadonne.it
“UNA DONNA bellissima, amata e
odiata: tra chi la definiva una donna
di talento che sapeva mettere in gioco
la propria carriera teatrale per un
ideale di militanza politica totalizzan-te, chi invece una pasionaria rossa che
approfittava della propria bellezza fi-sica per imporre attenzione, finché il 9
marzo del 1973 fu sequestrata e stu-prata. Ci vollero 25 anni per scoprire i
nomi degli aggressori, ma tutto era ca-duto in prescrizione”. È una parte del
servizio del Tg2 delle 13 di ieri che in-tendeva ricordare l’attrice scomparsa.
Accostamento fra bellezza e violenza,
e la mancata matrice fascista dello stu-pro, hanno suscitato reazioni polemi-che sul web. Il sito www.zeroviolenza-donne.it ha scritto una lettera aperta
al direttore della testata, Marcello Ma-si. Eccone un passaggio: “Del suo stu-pro ha parlato la stessa Franca Rame
in più di un’occasione, indicando nel-la matrice fascista i suoi aggressori.
Metterla in discussione o peggio – co-me è stato fatto nel vostro servizio –
ometterla, è sicuramente una scelta
ben precisa di cui ci stupiamo. Ma ciò
che più ci fa rabbrividire è la giustifi-cazione neppure troppo velata degli
stupratori, perché questo è stato fatto!
Incolpare Franca Rame di “ a p p ro f i t ta re
della propria bellezza fisica per imporre
attenzione; finché il 9 marzo del 1973 fu
sequestrata e stuprata”ci sembra del
tutto inaccettabile”
L’Angelo Custode
di Franca, sempre
pieno di impegni
L’ULTIMO RACCONTO, INEDITO, PER “IL FATTO”: UN VIAGGIO A RITROSO FRA MEMORIE
E DIALOGHI SURREALI CON UN “ANGIOLINO” CHE PER UN DISGUIDO BUROCRATICO
SI È DOVUTO OCCUPARE MENO DI LEI E PIÙ DI UN BAMBINO NERO DI NOME OBAMA DI FRANCA RAME
i sono messa a letto alle 10,
intenzionata a farmi una
bella riposata. Avevo lavo-rato tutto il giorno. Mi ad-dormenterò subito – pen-savo. Sbadigli da slogarmi
la mascella, invece niente.
Quando mi succede così ripasso monologhi…
“Medea”, “Maria sotto la croce”… poi il cervello
va per suo conto e mi propone idee che mi sem-brano storie, chiavi teatrali bellissime… me le
ricorderò domattina? La mattina dopo, vuoto
assoluto nella testa. Penso e ripenso. Bisogna
che mi decida alzarmi la notte quando mi ar-rivano… e prendere almeno un ap-punto. Ma temo di disturbare Dario
che ha il sonno leggero. Mi sono
messa sotto il cuscino un blocchetto,
ma scrivere al buio non mi viene be-ne. Scarabocchi illeggibili. Mi sono
comprata dai cinesi una pila minu-scola come il dito mignolo, 1 euro e
20, fa luce tremenda, ma con la mano
davanti illumina appena permetten-domi di arrivare alla porta ed uscire
dalla camera senza svegliare Dario.
Sono le 4. Bell’ora… posso fare un
sacco di cose senza disturbare nes-suno… e che nessuno mi disturbi. Mi
mangio un yogurt greco: una bontà.
Accendo il computer e penso a che
scrivere.
Mi vengono in mente certe serate
bellissime… dopo uno spettacolo
che so “Tutta casa, letto e chiesa”…
sesso? Grazie tanto per gradire”…
donne commosse, felici… che mi
stritolano con abbracci frenetici.
Hanno mani sudate per l’emozione,
c’è chi scoppia a piangere e mi ab-braccia forte, qualcuna m’ha detto: “quando so-no triste, disperata con la voglia di morire…
penso a te e mi torna la calma nel cuore”.
Le donne mi dicono:
”Tu per me sei un mito!”
Sono convita che esagerino, mi vedono come un
non so ché… “Per me sei un mito!” Ma daiiiiii.
Mi meraviglia sempre il desiderio che hanno le
donne di lasciarmi qualcosa di loro. Chi si toglie
un braccialettino d’argento e me lo dona, chi un
accendino… mezzo pacchetto di Malboro…
Negli anni ho accumulato di tutto: una scatoletta
di fiammiferi con sopra scritto “Carolina a Fran-ca con amore”. Un completo per maninicure e
una raffinata mascherina per la notte regalo di
Marina De Juli, la mia grande amica. Un minu-scolo portacipria d’argento, un pettinino, una
molletta con sopra una rosa rossa… un uovo di
legno dipinto a mano, un uovo vero con un cuore
rosso e una bandierina bianca-rossa-verde che
sventola, una sciarpa fatta a mano con tanti co-lori arrotolati insieme di nonna Ersilia: “L’ho fat-ta per te! Non lasciarla mai. Ti porterà tanta for-tuna.” E un mare di altre cose costose e no, co-munque “tutte” per me preziosissime. Se il dono
è di valore cerco di rifiutare, ma è impossibile. È
tale la felicità che hanno queste ragazze, donne,
nonne e bisnonne nel donarmi
qualcosa di loro che mi dà grande
emozione. All’inizio riponevo tut-to in un cassetto del mio comodi-no. Poi quando di cassetti ne ho
riempiti 3 ho deciso di catalogare il
tutto, inscatolarlo e spedirlo ad Al-catraz da Jacopo. Nel museo che
prima di morire intendo fare… ab-biamo un mare di materiale, accu-mulato in 60 anni di spettacoli, che
va dalle scene teatrali ad armadi
pieni di costumi d’epoca, di abiti
moderni, da donna, da uomo, ar-madi con scarpe donna-uomo di
tutte le misure, cappelli, magliette,
calzamaglie. Bauli e bauli zeppi di fondali. Il ma-teriale di una vita di lavoro teatrale. Ecco lì… nel
mio museo, ci sarà un reparto particolare con un
cartello: “regali ricevuti da Franca durante la sua
vita”. Ed ogni oggetto avrà il suo nome e cogno-me. Forse non tutti, ma molti sì. Dalle finestre
spalancate mi abbraccia un’aria mite, vedo un
bel cielo che mi sorride… si sta schiarendo, do-mani ci sarà sole. È ora di andare a letto altri-menti domani sarò morta di stanchezza. Nel let-to, mentre il sonno non arriva, osservo un an-giolino appeso che brilla ad ogni passar di mac-china. “Ma dove va la gente in giro a quest’ora?”
mi chiedo sempre da impicciona.
L’angiolino me l’ha donato la mia mamma: l’a-veva fatto lei. Alto un 20 cm. un faccino di panno
lenci, con l’abito di pizzo bianco foderato di rosa
e le ali in tulle, tempestate di piccole stelle. Un
capolavoro. Dicevo sempre: “Mamma tu hai le
mani d’oro!” Sorrideva appena ma si sentiva che
il complimento le faceva piacere. Il sorriso di mia
madre non lo dimenticherò mai.
“Questo è il tuo angelo custode… è lui che ti pro-tegge e consiglia. Dagli sempre retta!” ‘Sto fatto
dell’angelo custode mi aveva fatto molta impres-sione, “E dove sta l’angelo, mamma, quello ve-ro?” “Dietro alle tue spalle…” “Di qua o di là? Di
spalle ne ho due.” “Sicuramente dalla parte del
cuore!”. Mamma le
sapeva tutte. Come
mi sentivo fortunata!
“Ogni volta che hai
qualche problema lo
puoi dire a me o a lui.
Ti vogliamo tutti e
due un gran bene.”
“Si, ma lui non lo vedo mai!”
“Si farà vedere, abbi pazienza”.
Avevo 6 anni. Me ne stavo pensosa e zitta ad im-maginarmi l’angiolo dietro la mia spalla sinistra.
Che sta facendo? Io sono seduta, e lui se ne sta in
piedi? Chissà quanto sarà stanco la sera. Bisbi-gliavo: “Dai angiolino siediti… mettiti como-do!” e gli facevo posto. Mi seccava molto non ve-derlo. “Vuoi un po’ di cioccolato? Ma maledi-zione, rispondi! Sì o no… stare zitto così non è
nemmeno buona educazione!”
Quando alla maestra chiesi
ma Gesù è bianco o nero?
Chiedevo in giro informazioni… ma le risposte
che ricevevo erano sciocche, banali. La gente di-ce spesso cretinate e non solo ai bambini.
Avevo sei anni quando ho deciso di escludere i
“grandi” dalla mia vita. Li ho lasciati perdere. Li
guardavo un po’ dall’alto in basso… pardon dal
basso in alto. A scuola peggio ancora, alla do-manda dove sta l’angelo custode la maestra non
mi ha nemmeno risposto. Mi ha chiuso la bocca
con uno sguardo di compatimento da raggelar-mi. E quando ho chiesto durante l’ora di religio-ne se Gesù era bianco o nero la suora ha pregato
mia madre di ritirarmi dalla lezione. “Fa doman-de disturbanti”- disse ed è finita lì. Non ero con-tenta di starmene per un’ora seduta a terra in si-lenzio davanti alla porta chiusa. Forse troverò il
coraggio di dire a suor Maria: non farò più do-mande, starò zitta. Ma ‘sto coraggio non l’ho mai
trovato.
In quell’ora me la prendevo con l’angelo custode.
“Non mi dici niente, non mi consigli… Non po-tevi non farmi chiedere di che colore è Gesù? Che
custode sei?” Lui zitto. Muto. Forse era andato a
fare pipì. Un momento, ma gli angeli la fanno?
Bella domanda… e chi mai mi darà la risposta? E
a chi la faccio ‘sta domanda per non essere man-data al diavolo? Alla zia Ida. La zia Ida stava con
noi, era stata la moglie di non so quale parente
morto e ci era rimasta in eredità. Capelli crespi,
grigiastri, gote naturalmente rosse, pelle screpo-lata, i geloni d’inverno, non era bella, ma era sim-patica. Parlava con me, trascurata dalla famiglia
- così mi sembrava - come fossi un’adulta. “Gli
angeli la pipì la fanno sulle rose, è per quello ch
profumano!” Rispondeva alle mie domande e mi
regalava certe caramelle amare che fingevo di
succhiare ed invece sputavo di nascosto. Gliele
aveva regalate un suo amico di Varese… Le fa-ceva lui… Con la cacca, credo.
Chissà che pensava l’angelo delle mie caramelle?
Sono passati molti anni, una vita quasi, e qualche
mese fa, frugando in un armadio che ti vedo? Le
caramelle! Erano lì, tutte avvolte come le avevo
lasciate! Ne assaggio una... Chissà che con il tem-po si siano migliorate...Dio! sono peggio ancora!
E l’ho sputata. All’istante mi è apparso l’angelo.
Una faccia splendida che mi diceva: “E perché la
sputi! Perché la sputi!” Di scatto ho voltato la te-sta quasi in gesto di rifiuto, poi ho gridato: “Era
ora! Stai con me da una vita… Mai un sospiro…
Un gemito e adesso mi vieni a rompere perché
sputo una caramella? La sputo perché fa schifo.
Mangiatele tu!”
Giuro che ero sveglia, non ho sognato: il pac-chettino delle caramelle s’è spostato nell’aria…
Ho visto una caramella volare… Poi la carta che
l’avvolgeva è finita a terra… “Ah, non mi credi è?
La vuoi assaggiare…” Non finisco di parlare che
la caramella m’è arrivata sopra una scarpa come
se qualcuno me l’avesse sputata addosso. “Visto
che fanno schifo? Ma sai angelo che sei un ma-leducato? Non si sputano le caramelle, anche sdi cacca!” E l’angelo s’è messo a
ridere. “Si ridi, ridi, ma non mi
hai spiegato ancora perchè in
tutto questo tempo non ti sei
fatto mai vedere!” “Hai ragio-ne, ma purtroppo mi è succes-so, circa 40 anni fa, di dovermi
occupare di un bambino che
era rimasto senza angelo.” “Un bambino senza
angelo?” “ Sì, un disguido burocratico” E riden-do a mia volta ho esclamato: “La burocrazia an-che in cielo?
“Eh si, era un bambino dalla pelle dorata che era
appena arrivato dall’africa negli Stati Uniti. E dal
momento che era rimasto senza angelo... Dall’al-to mi hanno pregato di curarmi di lui” “Sì, ma
dico, in tutti questi anni non hai mai avuto un
attimo per venirmi a salutare?” “Te l’ho detto che
mi trovavo dall’altra parte dell’oceano! E anche
per noi, attraversarlo, non è una passeggiata. Ad
ogni modo mi scuso. Ti prometto che d’ora in
poi, appena posso ti vengo a dare un bacino. Ma
abbi pazienza. Mi è così difficile seguire quel
bimbo che naturalmente, oggi, ormai è diven-tato grande! Ma ha un sacco da fare! Non sta mai
fermo un attimo!” “E che mestiere fa?” “Il pre-sidente degli Stati Uniti”.
23 novembre 2012, or
Su ilfattoquotidiano.it scrisse:
“Morire è difficilissimo”
SONO NATA nel 1929. Quando ero pic-cola, sette, otto anni, mi veniva in testa
un pensiero che mi esaltava: morire.
Quando morirò? Com’è quando si muo-re? Come mi vestirò da morta? Forse
mamma mi metterà quel bel vestito che
m’ha cucito lei di taffetà lilla pallido or-lato da un bordino di pizzo d’oro. “Sembri
un angelo! Quanto è bella la mia bimba
che compie gli anni!” mi diceva. (...) O ra
siamo nel 2013. Da allora sono passati
molti anni. Sono arrivata agli 84 il 18 lu-glio. (...) Una volta, quando eravamo più
giovani Dario ed io ci si faceva festa ai
compleanni. Festa? Una festicciola…
nulla di speciale. La torta, le candeline…
dell’anno prima, qualche amica, amici…
Ricordo invece un fantastico complean-no, il mio settantesimo a Sala di Cese-natico. Non mi aspettavo nulla di spe-ciale. Invece…
Quella mattina mi svegliai un po’ t a rd i ,
Jacopo venne a prendermi in
camera dicendomi che Dario
aveva bisogno di me… Nean-che la mattina del mio com-pleanno posso restare disoc-cupata… scendo le scale,
esco in veranda, e lì mi trovo
una folla con i musicisti che
suonavano, clown e masche-re e tanta gente, amici venuti
da ogni parte, ci saranno sta-te cento persone, tutti a cantare tanti au-guri a te… Mi sono messa ad abbracciare
tutti uno per uno… Erano veramente tan-ti, che a un certo punto mi sono dovuta
s e d e re … Anche per l’emozione. (...) So-no felice di aiutare Dario che è il MIO
TUTTO, curare i suoi testi, prepararli per
la stampa, ma mi manca qualcosa… quel
qualcosa che non mi fa amare più la vita.
È per questo che voglio morire. Ma non
so come fare. Immersa nella vasca da
bagno e tagliarmi le vene? Poi penso allo
spavento di chi mi trova in tutto quel ros-so. Buttarmi dalla finestra, ma sotto ci
sono gli alberi e finisce che mi rompo
tutta senza morire: ingessata dalla testa
ai piedi. Avvelenarmi con sonniferi… ci
ho già provato una volta… tre, quattro
pastiglie e acqua… avanti così per un po’
e mi sono addormentata con la testa sul
t avo l o … Insomma, morire è difficilissi-mo! (...) Caro Dario tutto quanto ho scritto
è per dirti che se non torno
in teatro muoio di malinco-nia. Un bacio grande….
Franca Rame
Il testo è un piccolo
estratto di “Lettera
d’amore a Dario”
Pubblicata
il 30 gennaio 2013:
è l’ultimo post sul blog
su i l fa t to q u o t i d i a n o. i t
lunedì 3 giugno 2013
18/5/13 - Valeria Solarino
o sport non è
un hobby, è un’ossessione». Valeria Solarino
non è tipo da pilates. «Mi sono iscritta in pale-stra più volte di quante ci sia andata. Ma quan-do vedo uno che corre in tuta penso che stia
perdendo tempo: ma torna a casa, dove vai?
Io non mi sento sportiva, non so neanche che
significhi. Io non faccio sport: io prendo can-tonate». E l’ultima è per la racchetta. Lei vole-va essere Agassi, altro che Claudia Cardinale:
«È una mania. Mi sveglio pensando al tennis
e mi addormento guardando le partite in tv su
Supertennis. Sono schiava del tennis».
la Repubblica
DIREPUBBLICA
SABATO 18 MAGGIO 2013
L’ATTRICE
RACCONTA
LA SUA PASSIONE:
“OSSESSIONATA
DAL TENNIS”
HI TECH TENDENZE
I VENT’ANNI
DEGLI ABITI
ORIGAMI
DI MIYAKE
NON SOLO
TOUCH
IL RITORNO
DEL PENNINO one. «Gioco quattro o cin-que ore alla settimana. Non penso ad altro.
Non smetterei mai di giocare. È totalizzan-te, mi ha preso, mi ha trascinata. Mi piace
perfino che la terra rossa rimasta sotto lo
suole si sparga poi per casa per pesticciarla
il giorno dopo. Sono malata, lo so. Ma il ten-nis è la mia follia, è qualcosa che va oltre: mi
ha salvato la vita».
La vita, addirittura? «L’anno scorso da
aprile fino all’autunno non avevo lavoro e
buttarmi su una passione nuova così forte
mi ha dato un senso. Adesso sto veramente
bene e sono felice: so che quando non ho un
set, ho un campo. Il tennis è regole, discipli-na, obiettivi. Io sono molto competitiva,
non ho mai giocato tanto per fare. Anche
quando faccio snowboard in montagna de-vo avere qualcuno con cui gareggiare sennò
mi annoio. Mi piace che ci sia qualcuno che
mi guarda e mi giudica, mi va bene anche
l’arbitro, altrimenti non ha significato». Al-troché benessere e relax, solo agonismo.
«Non mi piace la parola hobby, non la capi-sco. Quando avevo sei anni mia madre mi
portava a fare ginnastica artistica e ritmica,
quelle cose che si fanno fare alle bambine.
Nella palestra accanto c’erano i più grandi
che facevano le gare volteggiando su travi e
anelli. Io volevo diventare così, ma la mae-stra mi disse che a quei livelli non sarei po-tuta arrivare: ho chiuso subito con la ginna-stica, prima ancora di cominciare».
Ed arrivò la pallacanestro: tredici anni,
dai 9 ai 21, fino alla serie C nel Moncalieri in
provincia di Torino. «Il basket ha significato
il passaggio dall’infanzia alla vita adulta, mi
ha cresciuta, mi ha formato, mi ha regalato
una delle mie migliori amiche, Sara, e mi ha
insegnato il principio che vinci solo miglio-rando te stesso. Più sei bravo e più vai avan-ti: lo sport sì che è meritocratico. Ero una
guardia, la mia specialità non era il tiro ben-sì la difesa: mi davano sempre da marcare
quella più forte dell’altra squadra. Menavo
anche, abbastanza. Mi piaceva l’allena mento, la fatica, l’unione con le compagne.
Mi ricordo una delle ultime partite: avevo
informato l’allenatore che avrei mollato la
squadra per dedicarmi al teatro, lui s’arrab-biò e per ripicca mi tolse dal quintetto per te-nermi in panchina tra le riserve. Perdevamo
di brutto e a un certo punto mi mandò in
campo a marcare la migliore delle altre: non
fece più un punto, rimontammo, anche se
poi non riuscimmo a vincere. Se avessi avu-to per il basket la stessa spinta che ho ora per
il tennis, avrei continuato».
Galeotto fu il libro. «La scorsa estate ho letto Opendi Andre Agassi. Un libro meravi-glioso sulla vita: sul rapporto col padre, il do-vere, il rispetto, l’odio e l’amore. Mi ha con-quistato il senso mistico del suo approccio
al tennis: continuare a ripetere gesti all’infi-nito come un robot puntando alla perfezio-ne, la determinazione anche nel perdere,
l’imparare dalla sconfitta e dagli errori. L’os-sessione dell’obiettivo. A me angoscia l’idea
di una vita che sia sempre quella, e già mi
rendo conto di essere una privilegiata per-ché ho un lavoro che mi fa sognare. Sentire
di avere limiti fisici che posso superare mi dà
un’adrenalina pazzesca. Così mi sono but-tata sul tennis». Buttata, proprio. «Sapere
che quella palla corta un giorno potrò arri-vare a prenderla o quel colpo riuscirò a piaz-zarlo come dico io, mi inebria. Sapere che
c’è un futuro. Non gioco mai con gli amici,
ma solo con gli istruttori. Perché se c’è uno
di là che sbaglia, mi irrita. Così come trovo
umiliante se dall’altra parte della rete c’è
qualcuno che me la tira piano apposta, co-me fanno il mio compagno Giovanni o suo
fratello Sandro. Il mio obiettivo è giocarme-la con loro alla pari, è partecipare a un tor-neo e sentire gli avversari che dicono “oh no,
c’è quella” perché mi temono. E per questo
mi alleno solo coi maestri senza perdere
tempo in partitine. Quando mi iscriverò a
un torneo, dovrò essere pronta: l’idea di per-dere male non mi va. Io per una sconfitta
posso anche piangere». Il controllo delle
emozioni, altro obiettivo: «Quando giocavo
a basket i tiri liberi decisivi li sbagliavo. Sono
sempre stata molto emotiva. Anche adesso
magari dopo aver fatto un dritto incrociato
perfetto, il mio colpo migliore, il maestro di-ce “chi fa questa vince” e io la sbaglio... Ave-re il traguardo di conquistare la lucidità e la
freddezza necessarie mi piace tantissimo».
Estrae dalla borsetta il pass per gli Inter-nazionali di tennis romani. «Sono andata a
Torino a vedere la Coppa Davis. E al Foro Ita-lico questa settimana ci sono stata tutti i
giorni. Ho conosciuto Roger Federer e ho
chiesto il primo autografo della mia vita.
Non l’avevo voluto nemmeno da Bruce
Springsteen, che è il mio mito fin da ragaz-za: avevo i suoi poster in camera, portavo la
bandana come il Boss. Ma quando me lo so-no trovata davanti qualche anno fa a un
cocktail sono stata l’unica a non farsi la foto
ricordo con lui. Federer no, è un’altra cosa.
E ancora di più mi piace Nadal. Loro hanno
la bellezza del talento. Mi innamoro di gio-catori che se vedessi per strada neanche mi
volterei a guardarli, sul piano estetico, in-tendo. Devo ancora capire cosa mi è succes-so: il tennis mi ha cambiato la vita...». E il sor-riso con cui lo dice, prendendosi un po’ in gi-ro, è come uno smash della Sharapova drit-to sulle gengive
un hobby, è un’ossessione». Valeria Solarino
non è tipo da pilates. «Mi sono iscritta in pale-stra più volte di quante ci sia andata. Ma quan-do vedo uno che corre in tuta penso che stia
perdendo tempo: ma torna a casa, dove vai?
Io non mi sento sportiva, non so neanche che
significhi. Io non faccio sport: io prendo can-tonate». E l’ultima è per la racchetta. Lei vole-va essere Agassi, altro che Claudia Cardinale:
«È una mania. Mi sveglio pensando al tennis
e mi addormento guardando le partite in tv su
Supertennis. Sono schiava del tennis».
la Repubblica
DIREPUBBLICA
SABATO 18 MAGGIO 2013
L’ATTRICE
RACCONTA
LA SUA PASSIONE:
“OSSESSIONATA
DAL TENNIS”
HI TECH TENDENZE
I VENT’ANNI
DEGLI ABITI
ORIGAMI
DI MIYAKE
NON SOLO
TOUCH
IL RITORNO
DEL PENNINO one. «Gioco quattro o cin-que ore alla settimana. Non penso ad altro.
Non smetterei mai di giocare. È totalizzan-te, mi ha preso, mi ha trascinata. Mi piace
perfino che la terra rossa rimasta sotto lo
suole si sparga poi per casa per pesticciarla
il giorno dopo. Sono malata, lo so. Ma il ten-nis è la mia follia, è qualcosa che va oltre: mi
ha salvato la vita».
La vita, addirittura? «L’anno scorso da
aprile fino all’autunno non avevo lavoro e
buttarmi su una passione nuova così forte
mi ha dato un senso. Adesso sto veramente
bene e sono felice: so che quando non ho un
set, ho un campo. Il tennis è regole, discipli-na, obiettivi. Io sono molto competitiva,
non ho mai giocato tanto per fare. Anche
quando faccio snowboard in montagna de-vo avere qualcuno con cui gareggiare sennò
mi annoio. Mi piace che ci sia qualcuno che
mi guarda e mi giudica, mi va bene anche
l’arbitro, altrimenti non ha significato». Al-troché benessere e relax, solo agonismo.
«Non mi piace la parola hobby, non la capi-sco. Quando avevo sei anni mia madre mi
portava a fare ginnastica artistica e ritmica,
quelle cose che si fanno fare alle bambine.
Nella palestra accanto c’erano i più grandi
che facevano le gare volteggiando su travi e
anelli. Io volevo diventare così, ma la mae-stra mi disse che a quei livelli non sarei po-tuta arrivare: ho chiuso subito con la ginna-stica, prima ancora di cominciare».
Ed arrivò la pallacanestro: tredici anni,
dai 9 ai 21, fino alla serie C nel Moncalieri in
provincia di Torino. «Il basket ha significato
il passaggio dall’infanzia alla vita adulta, mi
ha cresciuta, mi ha formato, mi ha regalato
una delle mie migliori amiche, Sara, e mi ha
insegnato il principio che vinci solo miglio-rando te stesso. Più sei bravo e più vai avan-ti: lo sport sì che è meritocratico. Ero una
guardia, la mia specialità non era il tiro ben-sì la difesa: mi davano sempre da marcare
quella più forte dell’altra squadra. Menavo
anche, abbastanza. Mi piaceva l’allena mento, la fatica, l’unione con le compagne.
Mi ricordo una delle ultime partite: avevo
informato l’allenatore che avrei mollato la
squadra per dedicarmi al teatro, lui s’arrab-biò e per ripicca mi tolse dal quintetto per te-nermi in panchina tra le riserve. Perdevamo
di brutto e a un certo punto mi mandò in
campo a marcare la migliore delle altre: non
fece più un punto, rimontammo, anche se
poi non riuscimmo a vincere. Se avessi avu-to per il basket la stessa spinta che ho ora per
il tennis, avrei continuato».
Galeotto fu il libro. «La scorsa estate ho letto Opendi Andre Agassi. Un libro meravi-glioso sulla vita: sul rapporto col padre, il do-vere, il rispetto, l’odio e l’amore. Mi ha con-quistato il senso mistico del suo approccio
al tennis: continuare a ripetere gesti all’infi-nito come un robot puntando alla perfezio-ne, la determinazione anche nel perdere,
l’imparare dalla sconfitta e dagli errori. L’os-sessione dell’obiettivo. A me angoscia l’idea
di una vita che sia sempre quella, e già mi
rendo conto di essere una privilegiata per-ché ho un lavoro che mi fa sognare. Sentire
di avere limiti fisici che posso superare mi dà
un’adrenalina pazzesca. Così mi sono but-tata sul tennis». Buttata, proprio. «Sapere
che quella palla corta un giorno potrò arri-vare a prenderla o quel colpo riuscirò a piaz-zarlo come dico io, mi inebria. Sapere che
c’è un futuro. Non gioco mai con gli amici,
ma solo con gli istruttori. Perché se c’è uno
di là che sbaglia, mi irrita. Così come trovo
umiliante se dall’altra parte della rete c’è
qualcuno che me la tira piano apposta, co-me fanno il mio compagno Giovanni o suo
fratello Sandro. Il mio obiettivo è giocarme-la con loro alla pari, è partecipare a un tor-neo e sentire gli avversari che dicono “oh no,
c’è quella” perché mi temono. E per questo
mi alleno solo coi maestri senza perdere
tempo in partitine. Quando mi iscriverò a
un torneo, dovrò essere pronta: l’idea di per-dere male non mi va. Io per una sconfitta
posso anche piangere». Il controllo delle
emozioni, altro obiettivo: «Quando giocavo
a basket i tiri liberi decisivi li sbagliavo. Sono
sempre stata molto emotiva. Anche adesso
magari dopo aver fatto un dritto incrociato
perfetto, il mio colpo migliore, il maestro di-ce “chi fa questa vince” e io la sbaglio... Ave-re il traguardo di conquistare la lucidità e la
freddezza necessarie mi piace tantissimo».
Estrae dalla borsetta il pass per gli Inter-nazionali di tennis romani. «Sono andata a
Torino a vedere la Coppa Davis. E al Foro Ita-lico questa settimana ci sono stata tutti i
giorni. Ho conosciuto Roger Federer e ho
chiesto il primo autografo della mia vita.
Non l’avevo voluto nemmeno da Bruce
Springsteen, che è il mio mito fin da ragaz-za: avevo i suoi poster in camera, portavo la
bandana come il Boss. Ma quando me lo so-no trovata davanti qualche anno fa a un
cocktail sono stata l’unica a non farsi la foto
ricordo con lui. Federer no, è un’altra cosa.
E ancora di più mi piace Nadal. Loro hanno
la bellezza del talento. Mi innamoro di gio-catori che se vedessi per strada neanche mi
volterei a guardarli, sul piano estetico, in-tendo. Devo ancora capire cosa mi è succes-so: il tennis mi ha cambiato la vita...». E il sor-riso con cui lo dice, prendendosi un po’ in gi-ro, è come uno smash della Sharapova drit-to sulle gengive
18/5/13 - È morto il dittatore Videla terrorizzò l’Argentina con torture e desaparecidos Aveva 87 anni, confessò ma non si è mai pentito
NON si è mai pentito Jorge Ra-fael Videla, l’ex dittatore argenti-no morto in cella, nel carcere di
Marcos Paz, ieri mattina a 87 an-ni. Tutte le volte che qualcuno gli
ha chiesto ragione delle migliaia
di morti negli anni dell’ultima
dittatura militare (1976-83) ri-spondeva sempre che “el Proce-so” — così si chiamò il program-ma di eliminazione sistematica
degli oppositori politici — era
stata una «necessità per spurga-re l’Argentina dai sovversivi».
Sequestri, lager, torture, e desa-parecidos: nulla venne lasciato al
caso dai responsabili della giun-ta militare che presero potere il
24 marzo del 1976, esautorando
l’irrilevante Isabelita, la donna
che Perón aveva conosciuto in
un cabaret di Panama e alla qua-le, morendo, aveva lasciato la
guida delle sorti dell’Argentina.
Il programma di sterminio era
pronto già prima del golpe e ven-ne messo in pratica senza rimor-so alcuno rivendicando il geno-cidio con l’esigenza di ricondur-re il paese nel solco dei «valori
occidentali e cristiani». Dio, pa-tria e famiglia. Così l’Argentina
divenne anche un “laboratorio”
— c’erano anche Licio Gelli e
Umberto Ortolani da quelle par-ti, insieme al nunzio Pio Laghi —
sul modo nel quale potevano es-sere cancellati dal pianeta i mo-vimenti della sinistra rivoluzio-naria sorti in tutto il mondo negli
anni successivi al ‘68.
L’idea di Videla, a capo della
giunta militare dal ‘76 all’81, fu
quella di rendere l’operazione
più profonda e allo stesso tempo
più segreta possibile. Per non
spaventare la classe media filo-golpista e le élite economiche
che avevano appoggiato l’inter-vento militare ma non avevano
molto interesse nel conoscere i
dettagli. Come per i campi di
sterminio nazisti degli ebrei ci
volle tempo per capire in quale
orrore era precipitato il paese e
svelare la macchina della morte
che era stata accuratamente
messa in opera. Ed anche quan-do si seppe furono in pochi ad al-zare la voce. Di certo non la Mo-sca di Breznev, che aveva biso-gno del grano argentino, ma
neppure Londra o Washington.
Tanto che mentre migliaia di ra-gazzi e ragazze morivano, lan-ciati dagli aerei, bendati e legati a
un sasso, nelle acque dell’Ocea-no, Buenos Aires e le altre città
dell’Argentina ospitavano nien-temeno che i mondiali di calcio,
era il 1978.
Poi per molti anni Videla, co-me gli altri generali della dittatu-ra e gli ufficiali e i torturatori che
avevano agito nei lager, rimase a
piede libero. Grazie a due leggi:
quella del “perdono” che il pri-mo presidente democratico,
Raul Alfonsin, fu quasi costretto
a firmare per scongiurare nuovi
putsch e rivolte nelle Forze ar-mate; e quella dell’indulto che,
anni dopo, Carlos Menen con-cesse ai militari. Solo dopo il de-fault del 2001, e in seguito ad una
iniziativa dell’ex magistrato spa-gnolo Baltasar Garzón, i politici
argentini si mossero. Garzón vo-leva processare i generali riven-dicando la nazionalità spagnola
di alcuni desaparecidose fu allo-ra che Nestor Kirchner interven-ne. Il presidente promosse e ot-tenne la cancellazione in Parla-mento di perdoni e indulti. In
questo modo si riaprirono i pro-cessi e arrivarono, ormai
trent’anni dopo i fatti, le con-danne. Negli ultimi anni Videla è
stato prima agli arresti domici-liari, poi nel carcere militare di
Campo de mayo e, infine, l’anno
scorso, dopo l’ennesima intervi-sta nella quale rivendicava i suoi
delitti, era stato trasferito nella
prigione di Marcos Paz, lontano
dalle comodità e dalle attenzio-ni di cui ancora godeva nei cen-tri di detenzione delle Forze ar-mate.
«Ci sono uomini buoni e uo-mini cattivi — ha commentato a
caldo la morte del dittatore Este-la de Carlotto, la presidente del-le Abuelas — Videla era un uomo
cattivo». «Oggi — ha aggiunto —
sono più tranquilla perché un
essere spregevole ha lasciato
questo mondo
Marcos Paz, ieri mattina a 87 an-ni. Tutte le volte che qualcuno gli
ha chiesto ragione delle migliaia
di morti negli anni dell’ultima
dittatura militare (1976-83) ri-spondeva sempre che “el Proce-so” — così si chiamò il program-ma di eliminazione sistematica
degli oppositori politici — era
stata una «necessità per spurga-re l’Argentina dai sovversivi».
Sequestri, lager, torture, e desa-parecidos: nulla venne lasciato al
caso dai responsabili della giun-ta militare che presero potere il
24 marzo del 1976, esautorando
l’irrilevante Isabelita, la donna
che Perón aveva conosciuto in
un cabaret di Panama e alla qua-le, morendo, aveva lasciato la
guida delle sorti dell’Argentina.
Il programma di sterminio era
pronto già prima del golpe e ven-ne messo in pratica senza rimor-so alcuno rivendicando il geno-cidio con l’esigenza di ricondur-re il paese nel solco dei «valori
occidentali e cristiani». Dio, pa-tria e famiglia. Così l’Argentina
divenne anche un “laboratorio”
— c’erano anche Licio Gelli e
Umberto Ortolani da quelle par-ti, insieme al nunzio Pio Laghi —
sul modo nel quale potevano es-sere cancellati dal pianeta i mo-vimenti della sinistra rivoluzio-naria sorti in tutto il mondo negli
anni successivi al ‘68.
L’idea di Videla, a capo della
giunta militare dal ‘76 all’81, fu
quella di rendere l’operazione
più profonda e allo stesso tempo
più segreta possibile. Per non
spaventare la classe media filo-golpista e le élite economiche
che avevano appoggiato l’inter-vento militare ma non avevano
molto interesse nel conoscere i
dettagli. Come per i campi di
sterminio nazisti degli ebrei ci
volle tempo per capire in quale
orrore era precipitato il paese e
svelare la macchina della morte
che era stata accuratamente
messa in opera. Ed anche quan-do si seppe furono in pochi ad al-zare la voce. Di certo non la Mo-sca di Breznev, che aveva biso-gno del grano argentino, ma
neppure Londra o Washington.
Tanto che mentre migliaia di ra-gazzi e ragazze morivano, lan-ciati dagli aerei, bendati e legati a
un sasso, nelle acque dell’Ocea-no, Buenos Aires e le altre città
dell’Argentina ospitavano nien-temeno che i mondiali di calcio,
era il 1978.
Poi per molti anni Videla, co-me gli altri generali della dittatu-ra e gli ufficiali e i torturatori che
avevano agito nei lager, rimase a
piede libero. Grazie a due leggi:
quella del “perdono” che il pri-mo presidente democratico,
Raul Alfonsin, fu quasi costretto
a firmare per scongiurare nuovi
putsch e rivolte nelle Forze ar-mate; e quella dell’indulto che,
anni dopo, Carlos Menen con-cesse ai militari. Solo dopo il de-fault del 2001, e in seguito ad una
iniziativa dell’ex magistrato spa-gnolo Baltasar Garzón, i politici
argentini si mossero. Garzón vo-leva processare i generali riven-dicando la nazionalità spagnola
di alcuni desaparecidose fu allo-ra che Nestor Kirchner interven-ne. Il presidente promosse e ot-tenne la cancellazione in Parla-mento di perdoni e indulti. In
questo modo si riaprirono i pro-cessi e arrivarono, ormai
trent’anni dopo i fatti, le con-danne. Negli ultimi anni Videla è
stato prima agli arresti domici-liari, poi nel carcere militare di
Campo de mayo e, infine, l’anno
scorso, dopo l’ennesima intervi-sta nella quale rivendicava i suoi
delitti, era stato trasferito nella
prigione di Marcos Paz, lontano
dalle comodità e dalle attenzio-ni di cui ancora godeva nei cen-tri di detenzione delle Forze ar-mate.
«Ci sono uomini buoni e uo-mini cattivi — ha commentato a
caldo la morte del dittatore Este-la de Carlotto, la presidente del-le Abuelas — Videla era un uomo
cattivo». «Oggi — ha aggiunto —
sono più tranquilla perché un
essere spregevole ha lasciato
questo mondo
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