lunedì 25 novembre 2013

Paolo Ferrari

Da piccolo a salvarlo fu Gino Cervi,
ha lavorato poi con Strehler (e c’era
anche Brecht), ha prestato la voce
a Humphrey Bogart (“la mia scuola”)
ed è stato il volto del fustino di detersivo
(“mi infuriavo quando
in teatro qualcuno
mi faceva il verso”)
Dopo più di settant’anni
di onorata carriera
si è ritirato in campagna:
“È tempo di chiedermi
che cosa sono venuto a fare
su questa palla”



ennaio di quest’anno.
Nel teatro di Casateno-vo, provincia di Lecco,
Paolo Ferrari recita con
Andrea Giordana in  Un ispettore in ca-sa Birling . Quindi a un sito internet del-la locale annuncia, serenamente e sen-za clamori, il suo ritiro dalle scene dopo
più di settant’anni di lavoro. «Gli anni
passano via veloci. Fare teatro vuol dire
stare lontano da mia moglie, stare lon-tano da casa. Recito da quando avevo
cinque anni, ne ho ottantaquattro. È
tanto no? Così mi sono detto “adesso
basta. Mi fermo qui”» racconta oggi. Ve-terano dello spettacolo italiano, inter-prete teatrale di commedie brillanti, il
mitico Archie Goodwin di una delle più
belle serie tv di  Nero Wolfe, la voce ita-liana di Humphrey Bogart, Ferrari ha
scelto di allontanarsi dalla ribalta con la
stessa discrezione con cui ci ha vissuto.
Ha scelto di farsi dimenticare, più che di
dimenticare.
Si è ritirato in un posto magico, nella
campagna romana, in una bella villa a
un piano, solitaria, isolata tra pioppi e
querce, con un prato davanti e tutto in-torno un bosco fitto, silenzioso. Un luo-go bello e pauroso. «Ma no, è un posto
che invita a guardarsi dentro — dice
Ferrari con la celebre voce dal timbro
caldo che è stata la sua fortuna — Un po-sto dove leggere, ascoltare musica, col-tivare rose, andare in bicicletta, medi-tare. Alla meditazione io dedico ogni
giorno qualche ora. Lasciar passare i
pensieri, lasciarli andare senza tratte-nerli grazie a tecniche speciali, all’om...
aiuta, fa bene. Io lo faccio da parecchio
tempo. Quando recitavo mi mettevo in
camerino e meditavo. Era un modo per
concentrarmi sullo spettacolo».
Paolo Ferrari ha fatto l’attore per un
tempo esagerato. Appunto, tutto co-minciò che aveva cinque anni. Bambi-no, si era pericolosamente avvicinato
all’acqua di un lago ma Gino Cervi lo
aveva preso in braccio portandolo via.
«Ho un vago ricordo di quell’episodio,
ma essere stato tra le braccia di quel
grande attore dev’essere stata una pre-destinazione». Sta di fatto che a soli no-ve anni recita in  Ettore Fieramosca , film
storico-avventuroso di Alessandro Bla-setti, e alla radio fa il giovane balilla; a
tredici anni è già in carriera come atto-re di cinema, a diciannove debutta con
Giorgio Strehler, a trenta è uno dei volti
più popolari della tv. Con Vittorio Gas-smann e Marina Bonfigli, sua prima
moglie, fa Il mattatore  nel ’59, l’anno
dopo con Enza Sampò approda al Fe-stival di Sanremo come presentatore,
poi sarà protagonista di show, varietà,
serie tv. Nel ’64 sarà il signor Collalto del
Giornalino di Gian Burrasca di Lina
Wertmuller con la Pavone (ed era già
stato Barozzo nella versione cinemato-grafica di Sergio Tofano del ’43). Alla
metà degli anni Settanta il grande suc-cesso, è Archie Goodwin nel Nero Wol-fe con Tino Buazzelli. «Quando girai
quella serie non avevo letto neppure un
romanzo: non volevo essere influenza-to. Tino Buazzelli? Un autentico ciocia-ro, un casinista. Il contrario di Gassman
che era timidissimo, nonostante sem-brasse così sicuro di sé. Che risate con
Vittorio una volta, doveva essere pro-prio durante  Il mattatore. Facevamo
uno sketch in cui io dovevo tirargli in te-sta una sedia, ovviamente fatta apposta
per rompersi facilmente. Senonché un
tecnico puntiglioso l’aveva rinforzata,
così quando gliela diedi in testa non so-lo non si ruppe ma un rivolo di sangue
cominciò a scendergli sul viso... Finim-mo poi per riderci su ogni volta che ci in-crociavamo. Per esempio in occasione
de Il sorpasso di Risi. Io fui chiamato a
doppiare Jean Louis Trintignant. Mi ar-rabbiai: “Non lo potevo fare io, il perso-naggio di Trintignant? Non sono Alain
Delon, ma neanche lui”. Mi intortarono
col fatto che era una coproduzione ita-lo francese...». Il doppiaggio è stata una
parte importante della sua carriera di
attore fin dal ’48: David Niven, Franco
Citti e, dall’inizio dei ’70, Humphrey
Bogart ne Il mistero del falco ,  Il grande
sonno ,  Agguato ai tropici. «Non ho fre-quentato nessuna scuola di recitazio-ne. La mia scuola è stata Bogart. Non era
facile doppiarlo perché non apriva mai
la bocca, andare in sincrono era una sfi-da, ma doppiandolo ho potuto vedere
come modificava il suo personaggio,
come cambiava il modo di mettere la si-garetta tra le dita, in bocca, il suo sguar-do... L’ho studiato imparando enorme-mente».
Paolo Ferrari è stato un tipo di attore
molto borghese, misurato, discreto,
equilibrato, perfino modesto. «È vero,
ma anche nella mia vita sono capitate
cose strane. Mio padre, per esempio,
era un uomo dotato di una grossa forza
medianica: parlava e la gente si sentiva
come toccata. Una volta parlando alla
radio salvò un uomo che, confessò poi,
si stava per suicidare, ma ascoltandolo
desistette. E pensare che mio padre per
me era stato a lungo “lo zio”. Solo quan-do sono diventato grande ho saputo
che era il mio vero papà, e non mi di-spiacque. Sì c’era stato anche un padre
“formale”: il mio cognome vero sareb-be Vitta. Ferrari era mia madre, Giuliet-ta, quotata pianista che introdusse in
Italia la musica di César Franck. Fu lei a
dirmi del  mio vero padre e io pensai su-bito che se ero figlio di un uomo così,
qualche cosa dovevo avere dentro an-ch’io. Era console italiano in Belgio. E
questo è il motivo per cui fui scodellato
a Bruxelles». In una vita ricca e lumino-sa, la sola ombra oscura era il fratello,
Leopoldo, che era stato nella polizia fa-scista e morì annegato nel lago di Co-mo. «Era il ’45, eravamo sfollati. Una
mattina mi salutò dicendo che doveva
andare in un posto. Lo vidi allontanarsi
con un uomo, non tornò più. Lo giusti-ziarono i partigiani. Per me fu uno
shock. Dormii per cinque giorni conse-cutivi. Non ce l’ho mai avuta con i par-tigiani per questo, però mi piace ricor-dare che quando il padre di un suo ami-co gli aveva proposto di fuggire per sal-varsi, Leopoldo aveva risposto: “Questa
divisa l’ho presa, l’ho portata, ho la co-scienza pulita, non la tolgo e accada
quel che deve accadere”».
Il giovane Paolo passa il dopoguerra
tra i tavoli di ping pong («giocavo pun-tando soldi e vincevo») e il cinema.
«Finché nel ’49 mi chiamò Strehler. Fu
una cosa divertente e strana. Io non ero
nessuno, avevo fatto fino a quel mo-mento parti da tenentino, nulla più.
Fatto sta che mi chiama il Piccolo Tea-tro per una piccola parte ne Il Corvo di
Carlo Gozzi. Io avevo avuto un’altra
proposta dalla compagnia Stoppa-Morelli. Quindi dissi no al Piccolo. Ma
loro insistevano, due, tre, quattro volte.
Paolo Grassi in persona mi scrisse un
telegramma: prendiamo atto della sua
indisponibilità ma ci teniamo a dirle
che nessuno ha rifiutato con tale osti-nazione una nostra proposta, scrisse.
Io ero incosciente, mi ero pure detto
che forse c’era una omonimia... perché
non capivo quella ostinazione: io non
ero proprio nessuno. Sta di fatto che lo
spettacolo con Stoppa e Morelli saltò. Il
Piccolo venne a saperlo e mi richiamò
ma l’offerta del mio cachet era stata ab-bassata. Non mi restò che prendere il
mio trenino di terza classe e andare a
Milano. Al Piccolo recitai per qualche
anno e nel ’56 dalla platea seguii anche
le prove de  L’opera da tre soldi se ben ri-cordo con Bertold Brecht presente che
fece anche correzioni sul testo». Il Pic-colo, soprattutto, lo laurea definitiva-mente alla carriera teatrale: con il Tea-tro dei Gobbi insieme a Paolo Panelli,
Marina Bonfigli, Anna Menichetti, Mo-nica Vitti, Francesco Mulè, con De Bo-sio, con De Lullo prima di dedicarsi al
repertorio brillante accanto a Valeria
Valeri, per tutti gli anni Settanta e Ot-tanta, l’unica attrice di cui ha la foto sul-la scrivania dello studio. «Il teatro è sta-ta una grande passione. Di diventare
famoso non mi è mai importato gran-ché. Quando feci la pubblicità del Da-sh, quella di “Le do due fustini in cam-bio del suo Dash” e per anni in teatro a
ogni mia apparizione sentivo dalla pla-tea il sibilo del “Dashshshsh”, diventa-vo furente».
Alla visibilità ha sempre preferito il
pudore; alla fama, la sicurezza; agli ec-cessi, la propria malinconia, tanto che
il personaggio che più ha amato è
Adriano di  Anima nera, il dramma di
Patroni Griffi su un uomo tormentato.
«Che bel testo», dice cercando nella
memoria come in trance le battute che
un tempo diceva in scena. “E tu non hai
niente da dirmi? E tu non hai niente da
dirmi? Nooo”, urlavo, “Nooo”». Le
manca essere quello che è stato? Silen-ziosamente si volta e dalla libreria
prende un cofanetto dell’opera omnia
di Beethoven e dal tavolino il libro del-le poesie e dei racconti di Rilke come
due totem pronti a difenderlo dall’iso-lamento. «Mi stendo su questo piccolo
divano e dalla finestra che mia moglie
ha disegnato con questo grande arco,
guardo il bosco, leggendo le mie poesie
e ascoltando la mia musica. Andare a
Roma? A teatro? Al cinema? No, troppa
fatica. E perché poi? Qui ho un po’ di
tempo per ampollosamente guardar-mi dentro, per guardare che succede e
farmi qualche domanda... Che sono
venuto a fare o che dovrei fare dal mo-mento che sono su questa palla. Cose
così... E mi bastano»




martedì 12 novembre 2013

Una vita da anIello Sconta l’ergastolo per due omicidi di camorra. Ma si dichiara innocente. Nel carcere di Volterra ha iniziato a recitare diventando un attore di successo. Ha scritto un libro. E qui racconta la sua rinascita

L
a faccia intensa di Aniello Arena
racconta subito Napoli. Ha la
mascella di Totò, le guance sca-vate di Eduardo, gli occhi puntu-ti di Tina Pica. Come loro Aniel-lo è un attore, anzi un grande attore, che ha
trovato il teatro, il cinema e se stesso dopo
una vita da balordo che lo ha portato fino
all’ergastolo. Ancora incredulo del successo
che lo ha travolto per la sua interpretazione
del pescivendolo allucinato nel film “Reali-ty” di Matteo Garrone, Arena calca ogni
giorno le tavole di un palcoscenico speciale,
quello allestito da Armando Punzo, altro
napoletano di talento, che lavora da decen-ni con i detenuti del carcere di Volterra. 
Restio fino ad oggi a parlare del passato,
della naturale illegalità vissuta in famiglia,
della sua abile tecnica di scippatore, delle
sue rapine, della faida sanguinosa tra ca -morristi di cui ancora si dichiara innocente,
Arena ha riversato tutto in un’autobiogra-fia potente e drammatica, scritta con l’aiuto
di Maria Cristina Olati, che uscirà in libreria
per Rizzoli il 13 novembre. Il titolo “L’aria
è ottima (quando riesce a passare)” allude
soprattutto alla rinascita, allo spiraglio di
vita e di senso che il condannato a fine pena
mai ha saputo dare a se stesso attraverso la
recitazione.
Arena, il suo libro ha pagine dure e difficili.
Come mai ha deciso di mettersi a nudo proprio
ora che è diventato un divo?
«Perché solo ora sono riuscito a disotter-rare certe cose a cui non volevo più pensare.
E poi ho la speranza che quello che ho
scritto possa servire».
A chi?
«Ai ragazzi del Sud che prendono una
strada sbagliata. Vorrei che gli operatori che
combattono nelle periferie degradate gli
dicessero: “Guardate quant’è brutta la
storia di Aniello. Se non ci pensate in tempo,
fate la fine di questo qui”».
Il suo racconto però è anche un grido con-tinuo di innocenza rispetto alla strage per
cui ha avuto l’ergastolo. Pensa che qualcu-no le crederà?
«Non ci spero, ma l’ho voluto raccontare
lo stesso. Vede signora, io nel libro ho scrit -to tutto: i primi scippi, i furti, le rapine, anche
quelle grosse negli uffici postali. Sono anda-to a rubare perché chi, come me, cresce in
certi quartieri lo ritiene un lavoro come un
altro. “Vado a faticà” diciamo a Napoli.
Però io quei due non li ho ammazzati, io
quel giorno ero in un altra città, ma i giudi-ci non mi hanno creduto».
Forse anche perché tutti i detenuti si dicono
innocenti.
«Mica è vero. Lo dicono all’inizio, quando
vengono arrestati. Poi, nelle case penali,
piano piano si smette, perché a parlare
sempre di innocenza si diventa pesanti e ci
si scoccia l’uno con l’altro».
Insomma lei non è stato un camorrista. Eppu -re la sua favola bella è proprio questa: dalla
delinquenza all’empireo del cinema.
«Delinquente sì, con tutti i casini che ho
combinato è pure giusto che mi si chiami
così. Ma io i camorristi veri li ho visti solo
da lontano. Quando da ragazzino lavoravo
come muratore anche dieci ore al giorno
con carichi di un quintale sulle spalle, certe
volte mi fermavo a guardare la bella gente
al bar. Sapevo che non lavoravano eppure
avevano l’auto di lusso, i soldi, gli orologi
costosi... Ero affascinato».  
Non li ha mai avvicinati?
«No, perché poi ho capito presto che le
strade che ti offre la camorra sono solo due:
galera o morte».
A lei è toccata la prima.
«A mio cugino, che è quello che mi ha in-grippato perché mi faceva fare piccoli ser-vizi, vai a chiamare quello, vai a prendere
quell’altro, ma stava con la camorra, è
toccata la seconda: lo hanno ammazzato».
Molte pagine della sua autobiografia sono
dedicate anche al carcere. Lei ha subito quel-li più duri e non risparmia accuse.
Una vita da
anIello
Sconta l’ergastolo per due omicidi di camorra.
Ma si dichiara innocente. Nel carcere di Volterra ha
iniziato a recitare diventando un attore di successo.
Ha scritto un libro. E qui racconta la sua rinascita
CoLLoquIo CoN ANIELLo ArENA dI stEFANIA rossINI
“Garrone mI aveva
scelto per
Gomorra nel rUolo
che poI fU dI
servIllo. ma allora
non potevo UscIre”
14 novembre 2013 |
  
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«Ho sempre pensato che trattamenti
come quelli che fanno a Poggioreale
generano mostri. Se tu pigli un ragazzi-no che è dentro per uno scippo e lo
tratti brutalmente, lo provochi, lo pesti,
quello quando esce fa pagare tutta la
sua rabbia alla società. Certe galere
sono scuole del crimine».
Lei è mai stato pestato?
«Ho conosciuto le “squadrette”, quelle che,
se facevi qualche protesta, ti venivano a
prendere, ti portavano in cella di isolamen-to e nessuno sapeva più niente di te. Una
volta mi salvai da un pestaggio che promet-teva una morte sicura seguendo il consiglio
di un cellante più anziano: “Fa ’o scemo,
nun fa ’o tosto che t’acciro-no”. Trasformai la mia voce
in quella di un fessacchiotto
e mi stampai in faccia un
sorriso ebete. Fu la mia pri -ma recita ma era fatta per
salvarmi la vita».
In seguito sono arrivate le
recite vere, quelle che l’hanno
trasformata in Mercuzio o in
Pinocchio e che l’hanno por -tata al grande cinema».
«Guardi che neanche que-sto è stato facile. Quando
mi hanno trasferito a Vol-terra, che è un carcere come
dovrebbero essere tutti,
dovevo ancora fare un an-no di isolamento. Poi ho
finito e alcuni mi dicevano:
“C’è il teatro di Punzo, vac-ci, vacci”. Ci sono andato
ma mi vergognavo e per un
anno me ne sono stato in un
angolo a guardare senza
capirci niente».
E poi?
«Mi sono sbloccato e ho
capito che potevo farcela.
Recitare mi faceva sentir
bene anche se non avevo
ancora la consapevolezza
di essere un attore. Mi so-no sentito davvero attore
solo quando sono andato
a girare il film nel 2011.
Ma lo sa che Garrone ave-va scelto me anche per
“Gomorra”?». 
Come protagonista?
«Sì, Servillo si è preso la par-te che toccava a me perché
allora io non godevo ancora della legge 21
per uscire in permesso e il giudice a cui ci
siamo rivolti ha detto: “Eh no, è prematuro
tornare nei luoghi di origine e poi c’è troppa
contiguità con l’argomento del film”».
Invece per “Reality” è andato a finire addirit -tura nel suo vecchio quartiere.
«Abbiamo girato a Barra e mi sono ve-

nuti su tutti i ricordi, chi ero stato, chi ero
attualmente. C’era l’Aniello di un tempo che
faceva tutto per tirarmi nel passato, ma ha
vinto l’Aniello di oggi. Però mi sono do-mandato se questo conflitto è stato un
freno, se potevo andare ancora meglio». 
«Ancora meglio? Arena, lei è stato nella rosa
per il miglior attore a Cannes, ha vinto a Taor-mina. Che voleva di più?
«Beh, certo Cannes è stata una grande
cosa. Seguivo il Festival dalla cella e,
quando hanno pronunciato il mio nome
accanto a quello di Trintignant, ho quasi
gridato: “Ma sono io quello! Ma stiamo
scherzando!”».
Sì è sentito così anche quando, al Quirinale,
Giorgio Napolitano le ha stretto la mano?
«Sono soddisfazioni. Ero trattato come
tutta quella bella gente. Però non c’era bi -sogno del Quirinale per farmi sentire a po -sto, perché è da qualche anno che dentro di
me non sono più un detenuto».
Come la trattano i suoi colleghi attori?
«Un sacco di complimenti, baci e abbracci.
Ma mi hanno riferito che qualcuno ha
detto: “Adesso bisogna essere strani per
avere i premi”».
Lei è in carcere da vent’anni. Come mai nel
suo libro, che parla di tutto, non c’è nessun
accenno alla sessualità, uno dei problemi più
seri di chi è recluso.
«Non volevo strafare con troppe denunce.
Se mi mettevo pure a scrivere che in quasi
tutta Europa, se te lo meriti, ci sono per -messi per stare con la moglie una volta al
mese, potevano dirmi: “Aniè, ma tu chi sei?
Non basta che hai
sbagliato per la giu-stizia e mo’ sei un at-tore famoso. Vuoi
stare pure a criticà”».
E dentro il carcere? Lei
racconta molte situa-zioni, ma del sesso tra
detenuti neanche una
parola.
«Perché non c’è. In carcere, parlando
con rispetto, uno si masturba e basta.
Non c’è altro».
Neanche come sopraffazione o come incon-tro sentimentale?
«Assolutamente no. Se ci sono delle per-sone che già fuori erano gay, se la vedono
tra loro. Ma non si viene mai a sapere
perché è una cosa che non viene accettata.
Non è omofobia, ma non piace».
Lei ha due figli ormai adulti. Com’è stato
essere padre dietro le sbarre?
«Non ve lo so descrivere. È un rapporto
non vissuto: li ho visti sempre con un
bancone fra noi anche se senza vetri.
Oggi che sono grandi a volte li sento
come se fossero estranei». 
Però almeno si è fatto ricco. Li può aiutare
finanziariamente.
«Ma non sono mica stato pagato come un
attore di carriera. La prossima volta forse
potrò chiedere di più. Comunque prima e
adesso ho sempre mandato a casa tutto il
possibile».
Un’ultima domanda, Arena. Quand’è che ha
scoperto di essere intelligente?
«Non so, ci sono tanti tipi di intelligenza.
A quale si riferisce?».
A quella che ha dimostrato lungo tutta
questa intervista.
«Beh, forse ho pensato che stavo diventan-do intelligente quando ho cominciato a
capire che ho buttato via tutta la mia gio-ventù e mi sono detto “Aniè, ma che hai
combinato nella vita?”». n

sabato 9 novembre 2013

Pupi AvatiNella sua abitazione, il regista ripercorre la sua vita attraverso oggetti, ricordi, aneddot

gnuno di noi «ricorda
la casa in cui è cresciu-to, che l’abbia amata o
m e n o . Q u e l l a d e l l a
mia prima infanzia, a
via San Vitale a Bolo-gna, era un appartamento vecchio,
buio e angusto, ma siccome è lì che
la mia famiglia ha vissuto sia tutto il
periodo prebellico che l’immediato
dopoguerra, nella mia memoria ha
continuato a essere una sorta di ar-chetipo».
Pupi Avati, che racconta la sua
vecchia casa nel bel libro autobio-graficoLa grande invenzione(ed.
Rizzoli), ha cercato di ricreare quel-l’atmosfera anche nel grande ap-partamento romano di via del Ba-buino, dove vive insieme a Nicola,
sua moglie da quasi mezzo secolo,
elegante e riservatissima. «Abbia-mo cercato di rifare la casa bologne-se della nostra infanzia, perché ci
dà quell’idea di continuità che io
cerco in tutte le cose che faccio. Mi
sembra più rassicurante mangiare
in un servizio di piatti che altri han-no già usato infinite volte per delle
cene. Sedermi sulle poltrone che
hanno accolto i miei genitori e poi i
miei figli, gli amici che non ci sono
più. Il presente invecchia in un
istante, non ho mai sentito la neces-sità delle cose nuove».
Nel salotto della casa romana il
tavolo basso è nascosto dal tappeto
indiano riportato da un viaggio,
sulle pareti qualche quadro eredita-to dal nonno antiquario. «Ma quelli
di maggior pregio se ne sono andati
tanti anni fa, quando abbandonai il
posto di direttore vendite in una
importate azienda di surgelati e mi
misi in testa di fare il cinema.
Con i quadri riuscimmo a
pagare le bollette della luce
e del gas e a scongiurare le
minacce di sfratto e pigno-ramento». I corridoi rigur-gitano di libri. Pupi sfiora
l’edizione dei Meridiani di
Baudelaire. «Me lo regalò
Pasolini quando scrivevo per
lui la sceneggiatura di Le 120
giornate di Sodomadi De Sade.
Andai a trovarlo nella sua casa
all’Eur. A un certo punto lui
prende questo libro, lo apre e con
la penna stilografica comincia a
sottolineare alcuni versi con se-gnacci che a me parevano raso-iate. Mi suggerì di interpolare il
racconto della prima narratrice
con i versi del poeta». Ricorda
di aver visto Pasolini, il giorno pri-ma della sua morte, dalla finestra di
questa casa: «Passava sull’altro lato
della strada, un po’ fighetto, co-m’era lui, molto in forma, molto
“Pasolini”, con quel suo fisico
asciutto da calciatore. Non lo chia-mai». Ora il volto di Pasolini lo
guarda da una piccola foto appesa
in mezzo a una foresta di altri volti,
nella strombatura della finestra in
camera da letto. Parenti e amici che
non ci sono più. Tognazzi e Moni-celli, Fellini e la Masina, Pontecorvo
e Nick Novecento, l’indimenticabile
interprete di «Una gita scolastica»e
«Festa di laurea», stroncato giova-nissimo da un infarto. Con loro il
regista intreccia brumose conversa-zioni nelle ore incerte dell’alba. La
zia Amabile, bellissima, che tuttavia
fu tradita dal marito con una came-riera dell’albergo, la prima notte di
nozze, gli ha sussurrato la trama de
«Il cuore grande delle ragazze».
Un altro dei suoi film pieni di po-esia, «Storia di ragazze e di ragazzi»,
scaturisce dall’elefante d’argento
che fu donato ai genitori il giorno
del matrimonio e che Pupi conserva
nello studio. Me lo porge: «Un ele-fante d’argento costruito senza l’ar-gento», recita, come all’inizio della
pellicola la bambina che assiste alla
creazione del soprammobile in una
piccola fabbrica.
«Era il tipico regalo di nozze du-rante il fascismo. Ricordava le colo-nie africane. Siccome tutto l’argen-to era stato donato alla patria per
costruire i cannoni, gli elefanti era-no modellati in gesso e poi immersi
in un bagno che li rendeva argenta-ti. Per me è il simbolo della casa,
della continuità, spero che anche i
miei figli lo conservino con cura».
Nello studio, in mezzo alla colle-zione di clarinetti, spicca una foto
di Pupi con un Lucio Dalla pieno di
capelli neri. Sotto, a penna, la data:
24 dicembre 1960, Barcellona. Ave-vano vinto un premio europeo con
la Doctor Dixie Jazz Band. All’epoca
Pupi coltivava ancora un sogno da
jazzista. Risale a quel viaggio
l’aneddoto che circolava da tempo
immemorabile, secondo il quale
Pupi avrebbe attirato con l’inganno
Lucio su una delle torri della Sagra-da Família con lo scopo di buttarlo
di sotto.
«Sulla torre c’eravamo saliti dav-vero e la voglia di eliminarlo era au-tentica. Perché lui aveva il talento,
io solo la passione. Dopo un po’ ab-bandonai il jazz».
Lauretta Colonnelli
lcolonnelli@corriere.

giovedì 7 novembre 2013

Arafat fu assassinato”, il verdetto dei medici Gli specialisti svizzeri: avvelenato con il polonio. Israele: telenovela senza credibilità

BIO SCUTO
RAMALLAH — Centootto pagine
di relazione medica di dieci clini-ci di fama mondiale sulla morte di
Yasser Arafat, vorrebbero mette-re fine a uno dei grandi misteri del
Medio Oriente: il leader dell’Olp
venne avvelenato la sera del 12
ottobre 2004 con il polonio 210.
Tracce evidenti dell’isotopo ra-dioattivo sono state trovate nei
resti di Arafat, riesumati l’anno
scorso a novembre dal Mausoleo
da esperti svizzeri, francesi e rus-si. I risultati del team dell’istituto
di Losanna hanno rivelato nei re-sti del presidente palestinese
concentrazioni di polonio-210 di
almeno 18 volte superiori alla
media, una quantità in grado di
uccidere. Tenendo in considera-zione gli otto anni trascorsi dalla
morte di Arafat e la qualità dei
campioni prelevati, nel rapporto
svizzero si afferma che i risultati
emersi «avvalorano moderata-mente l’asserzione che la morte
sia stata la conseguenza di avve-lenamento da polonio 210».
L’indagine condotta dagli
esperti svizzeri ha portato alla sco-perta di livelli «inaspettatamente
alti» di polonio 210 nei frammenti
di tessuto e ossei di Arafat. David
Barclay, medico legale britannico
di fama internazionale che per  Al
Jazeera ha studiato la relazione
svizzera, ha sottolineato come le
analisi abbiamo evidenziato livelli
di polonio almeno 18 volte supe-riori alla norma nelle costole e nel
bacino di Arafat. «Le analisi dimo-strano che è stato ucciso, è morto
per avvelenamento da polonio.
Abbiamo trovato la pistola fuman-te, non sappiamo chi l’ha impu-gnata».
I servizi segreti israeliani hanno
sempre negato ogni coinvolgi-mento (invocando anche una pro-messa fatta dall’allora premier
Ariel Sharon a Bill Clinton di «non
attentare all’incolumità di Arafat»)
e ieri il governo ha parlato di
«un’interminabile telenovela sen-za alcuna credibilità»
Ma come arrivò il polonio 210 fi-no al vassoio della cena di Arafat la
sera del 12 ottobre 2004? Quali fra i
tanti nemici del presidente palesti-nese, sfuggito ufficialmente a 13
tentativi di assassinio, è riuscito a
penetrare così profondamente
nella Muqata, dove Arafat era asse-diato e circondato solo dalla cer-chia dei suoi fedelissimi? «C’è stato
certamente un traditore», non
hanno dubbi quelli della Preventi-ve Security, i servizi segreti palesti-nesi, il loro intimo convincimento
per anni è diventato una certezza.
Arafat mangiava pochissimo.
Una volta al giorno i suoi body-guard andavano in un popolare ri-storante di Ramallah a prendere
l’unico pasto che consumava du-rante la giornata. Il polonio-210 era
probabilmente contenuto nel ke-bab o nella frutta che Arafat man-giò la sera del 12 ottobre 2004; quat-tro ore più tardi iniziarono i primi
sintomi — vertigini, vomito, nau-sea — di quella che venne scam-biata per un’influenza. Quando su
un elicottero giordano partì verso
Parigi, le tv inquadrarono un uomo
magro, esile, col volto scavato: mo-rirà l’11 novembre del 2004 all’o-spedale militare di Percy senza che
oltre 50 medici francesi fossero sta-ti in grado di capire qual era la “ma-lattia” che aveva ucciso Etienne
Duvet, il falso nome con cui era sta-to ricoverato. «Stiamo rivelando
un vero crimine, un assassinio po-litico», dice oggi ad  Al JazeeraSuha
Arafat, da Parigi. Ma dopo la morte
del presidente palestinese non fu
eseguita alcuna autopsia proprio
su richiesta della vedova, e i suoi re-sti furono riesumati solo nel no-vembre 2012 (otto anni dopo la
morte), dopo che una prima serie
di analisi sugli indumenti persona-li in luglio aveva evidenziato tracce
della sostanza radioattiva che nel
2006 a Londra aveva ucciso nello
stesso modo l’ex spia russa Alek-sandr Litvinenko. Da allora Suha
Arafat avrebbe cominciato ad ave-re i primi dubbi sulla morte del raìs
palestinese. «Adesso questi risul-tati», dice ancora la vedova, «con-fermano i nostri dubbi. È scientifi-camente provato che la sua morte
non fu dovuta a cause naturali e ab-biamo le prove che fu ucciso».
Le rivelazioni sulle conclusioni
degli esperti svizzeri hanno antici-pato gli esiti dell’indagine medico
legale parallela che è stata condot-ta da specialisti moscoviti. Tace
per ora la Commissione d’inchie-sta palestinese guidata dal genera-le Hisham Tirawi — che comanda i
servizi segreti palestinesi — che lu-nedì ha ricevuto le conclusioni de-gli esperti svizzeri. Disvelato, forse,
il primo mistero che alimenta però
un clima di sospetti che riporta in
primo piano le trame che si muo-vevano allora attorno al vecchio
presidente palestinese. Perché
l’avvelenatore è stato uno, o più
d’uno, ma certamente della cer-chia dei suoi fedelissim

La promessa di Bill il rosso: New York città degli eguali

P
ROPRIO nel momento
della vergogna per il caso
Datagate, l’America estrae
dal cilindro della propria demo-crazia vivente uno sconosciuto
sindaco di New York che riac-cende ammirazione, entusia-smi e speranze. Bill de Blasio,
l’ex funzionario del Comune ad-detto alle lagnanze dei cittadini. I
l figlio di quella Brooklyn guarda-ta per generazioni come la sorella
minore della superba Manhattan
nato oltre il ponte del potere, ri-propone tutto quello che il mondo in-vidia a New York e che l’Europa non
riesce a imitare: la capacità di rinno-varsi.
Tre mesi or sono, all’inizio della
campagna elettorale per sostituire il
miliardario Bloomberg, appena due
newyorkesi su dieci conoscevano il
nome di de Blasio e la sua corsa alla
massima poltrona della città appariva
poco più che velleitaria. Martedì sera,
quel voto di tre elettori su quattro, il
73,8%, quasi cinquanta punti percen-tuali più della vittima sacrificale re-pubblicana, ha sbalordito persino i
suoi sondaggisti che pure lo davano
come sicuro vincitore. Neppure l’O-bama trionfale del 2008 aveva saputo
fare altrettanto e si deve tornare al mi-tico Fiorello La Guardia per ritrovare
un plebiscito così massiccio.
Il vento tumultuoso che ha spinto
questo figlio di un padre tedesco che
preferì l’identità e il nome italiani del-la madre, che ha scelto il graffiante
«rap» bianco dei Beasty Boys come co-lonna sonora della vittoria, è quello
che periodicamente si alza nelle de-mocrazie dove il sistema elettorale
non imbriglia, ma intercetta, addirit-tura impone il cambiamento. Che co-sa farà, chi sarà il de Blasio sindaco di
una città che gli lascia due miliardi di
dollari di debito ed è già fra le più tas-sate degli Stati Uniti è ovviamente im-possibile dire. Le sue promesse sono
state molte a tutti e l’esperienza fatta
con Barack Obama ha insegnato a di-stinguere fra la storia personale e le
realizzazioni, a diffidare dei simboli in
attesa della sostanza.
Governare New York è come gover-nare un mondo, se non il mondo. Non
esiste problema che non si riversi su
questa città delle città e de Blasio rap-presenta oggi tutto quello che i
newyorkesi vorrebbero essere e quel-lo che vogliono sentirsi dire da chi li
dovrà guidare. È il prodotto di una
multietnicità, di un meticciato, che è
la sostanza, la natura stessa di New
York, non una debolezza. È il demo-cratico classico, vintage, di sinistra,
che vuole più eguaglianza, più giusti-zia per i dimenticati e per gli ultimi,
dunque più distribuzione della ric-chezza raggrumata nei castelli del po-tere finanziario a Times Square e nelle
rocche di Park Avenue e della East Si-de. È però anche il newyorkese «no
nonsense», poche storie, che prima
solidarizza con i manifestanti di Oc-cupy Wall Street per lamentare la con-centrazione di danaro nei pochi rapa-ci e poi si affretta a chiarire che «Wall
Street è la principale industria della
nostra città», apparentemente con-traddicendosi. Uno che sa bene da che
parte è imburrata la fetta del pane e da
che parte sarebbe tempo di spalmare
più burro.
Ma New York è la mela che fiorisce e
matura nella contraddizione, la me-tropoli che vive perennemente sospe-sa nella formula dickensiana del «mi-gliore dei tempi e del peggiori dei tem-pi» e anche i suoi elettori, che vanno
dalla sinistra più rumorosa ai finan-zieri che hanno alimentato la sua
campagna, lo sanno benissimo. Quel-lo che importa ai residenti di una città
che neppure chi rase al suolo i suoi
monumenti più orgogliosi riuscì ad
abbattere perché confuse il cemento
con la gente, è che le acque si muova-no. Che la ruota della politica giri, che
la palude non ristagni nella soffocan-te stabilità di altre nazioni immobili.
New York elegge, dopo il lungo re-gno, di un conservatore moderato e il-luminato come Bloomberg, il suo op-posto in Bill de Blasio non perché gli
elettori siano improvvisamente dive-nuti rivoluzionari dopo essere stati
reazionari. Ma perché sente di dover
mutare pelle.
Sempre grazie al sistema elettorale
del maggioritario secco, dove un solo
vincitore deve emergere da subito, la
apparente rivoluzione di New York è
soltanto la conferma della propria na-tura e della intuizione di fondo che sta
alla base della propria fortuna: la ne-cessità vitale dell’alternanza. C’è, di-rebbe l’Ecclesiaste, un tempo per fare
soldi e un tempo per distribuirli, un
tempo per diventare ricchi e un tempo
per prendersi cura dei poveri, un tem-po per i finanzieri bancarottieri di Wall
Street e un tempo per i sindacati che
chiedono aumenti di paga. E se anche
Bill de Blasio, il gigante italiano delle
speranze, dovesse fallire – come già
New York è fallita, e ha fatto fallire, più
volte nella propria storia – se ne eleg-gerà un altro, uno completamente di-verso. Perché è il cambiamento quel-lo che tiene viva la città di tutte le città.

domenica 3 novembre 2013

L’anima buona di Geoffrey Rush «Leggere salva dagli integralismi» L’attore è un padre adottivo sul set: insegno il valore delle parole

LOS ANGELES — «In tempi in cui
tutti sembrano leggere solo su Inter-net maneggiando telefonini e compu-ter, ma dimenticando libri e giornali,
per me è stata una gioia prendere par-te a un film che rilancia il valore delle
parole, dell’immaginazione e della
poesia contrapposte alla violenza di
ogni guerra e alla frattura dei legami
affettivi e sociali», dice Geoffrey Ru-sh, il grande attore australiano di ci-nema e teatro.
E così Hector Barbossa, il capitano
d’onore in stile dark deiPirati dei Ca-raibi, e il logopedista del balbuziente
Giorgio VI d’Inghilterra, è diventato
un uomo dal cuore vulnerabile inSto-ria di una ladra di libri, trasposizione
cinematografica diTheBookThief(La
bambinachesalvavailibri, Frassinel-li) diretta da Brian Percival («Down-ton Abbey»).
Non aspettava altro perché Rush,
laureato in Letteratura Inglese e uno
dei protagonisti del cinema e del pal-coscenico più colti e preparati, amava
il best seller mondiale (tradotto in 35
Paesi, 8 milioni di copie vendute, 7
anni nella best seller list delNew York
Times) dell’australiano Markus Zusak
ambientato in Germania nella Secon-da Guerra Mondiale, dal 1939 al 1943,
in pieno regime nazista. Il film sarà
sugli schermi con il marchio Century
Fox, in tempo per la corsa agli Oscar, e
vede tra i protagonista la tredicenne
Sophie Nélisse, a fianco di Rush e di
Emily Watson, sua moglie nel film.
«Nel film sono sposato da sempre
con la stessa donna, abbiamo due figli
ormai grandi e sono felice di ritrovar-mi padre adottivo di una giovanissi-ma attrice con un talento ecceziona-le», ride l’elegante signore in giacca di
grisaglia, sciarpa di
cachemire e insepa-rabili occhiali cer-chiati di tartaruga
che nella vita ama la
musica operistica,
Brahms e le parole di
Samuel Beckett. Spie-ga: «A Liesel, così disturbata per la
misteriosa scomparsa della madre co-munista e la morte del fratellino, e
che, adottata, arriva nella nostra casa
in provincia di Monaco, è affidato il
senso profondo di tutto il racconto.
Sono io, Hans, che mai mi ero iscritto
al Partito Nazista, a insegnarle a leg-gere, a superare i suoi traumi. Nello
scantinato darò poi riparo al giovane
ebreo Max, trasmettendo a Liesel i ru-dimenti delle iniziali dell’alfabeto per
capire il valore delle parole, contrap-poste all’orrore di quanto sta accaden-do».
Prosegue: «Il primo libro che Liesel
prende dalle mani del fratellino, che
stava per essere interrato, si intitolaIl
manuale del necroforoe io lo uso per
insegnarle a leggere. C’è sempre un
primo libro che ci fa amare parole e
immaginazione e, come farà Liesel,
anch’io desidero possederli tutti, farli
miei». Fa una pausa, pensieroso, poi
aggiunge: «Mi è accaduta la stessa co-sa con i miei impegni teatrali, con i
film profondi e quelli di avventura ti-po la saga dei pirati o il mio prossimo
kolossal,Gods of Egypt. Credo con
tutto me stesso al valore dell’Arte,
contro ogni tempo cupo di estremi-smi, integralismi, e agli slanci di chi,
come Liesel, pensa anche di poter re-galare una nuvola disegnandola per
l’ebreo Max nascosto nello scantinato
al quale porta pietre colorate, pezzet-tini di stoffa colorata, foglie e persino
un pugno di neve. La voce narrante è
quella della Morte, è “lei” a dirci tutto
quanto accade nel libro e nel film, una
Morte che sa ridere, provare compas-sione se ruba la vita troppo presto a
qualcuno e se vede marciare verso Da-chau esseri senza colpe se non quella,
per chi voleva annientarli, della loro
etnia».
«Sophie — dice Rush — mi ha dato
tanto. L’avevo ammirata in Monsieur
Lazhared è stato bello anche
incontrare altri giovani atto-ri, il piccolo Rudy, che sogna
d i e m u l a re i l ca m p i o n e
olimpionico Jesse Owens im-parando a ribellarsi all’ideolo-gia nazista della super razza».
«È stato un altro regalo che la
carriera mi ha offerto — conclude
Rush —, comeLa migliore offertadi
Tornatore, e vorrei dire a Giuseppe,
alla sua grande sensibilità e creatività,
che inThe Book Thiefla strada tede-sca dove vivono i bimbi si chiama Via
del Paradiso, ma viene distrutta dai
bombardamenti che li costringevano
a rifugiarsi in cantina, dove Liesel sa-peva rasserenare tutti leggendo le pa-gine dei libri che rubava dalla casa del
sindaco o dai falò del Führer».
Giovanna Gra

Il ritorno dei gemelli divini “Addio giungla e fucili mai più con le armi in mano” A 12 anni guidavano i ribelli in Birmania

ANGKOK — A forza di sentirselo di-re perfino da preti e missionari cri-stiani l’avevano creduto anche loro, e
combattevano senza temere i proiet-tili del nemico. A 12 anni sparavano e
uccidevano, lanciandosi all’attacco
fucili in mano convinti di essere im-mortali grazie alle loro preghiere.
Non a caso i loro seguaci si chiama-vano l’Esercito di Dio, devoti fino al-l’estremo sacrificio ai due leggendari
gemelli di presunta natura celeste,
Luther e Johnny Htoo: i guerrieri di
Peter Pan.
Crociati bambini di una guerra
santa del popolo cristiano Karen con-tro l’invasore buddhista birmano,
erano nati in una capanna di conta-dini durante una pausa tra le molte
guerre lungo i confini tra Birmania e
Thailandia. Combatterono a lungo
alla fine degli Anni ‘90 avvolti dal ma-gico alone dell’invincibilità nata dal-la devozione e alimentata da messe e
preghiere quotidiane prima di ogni
battaglia. Dei gemelli e delle loro ge-sta si parlò e si scrisse in tutto il mon-do, finché nel 2001 il sostegno offerto
a un gruppo di combattenti indipen-dentisti ancora più estremi pose fine
alla loro carriera e molti dei loro com-pagni trovarono una morte violenta.
Per un paio d’anni Luther e Johnny
vissero in un campo profughi lungo il
confine, poi Luther lasciò i tropici per
finire in Svezia al freddo ma in una ca-sa confortevole, con la possibilità di
studiare Economia e Storia, come ha
raccontato di ritorno in Thailandia
durante un’intervista rilasciata as-sieme al fratello all’ Associated press
mentre il fratello finiva - «per un in-ganno», dice oggi - nelle mani dei bir-mani. Le immagini che li vedono riu-niti, ormai 25enni, mostrano due
personalità diverse, non solo rispetto
al volto duro di quando imbracciava-no i fucili più lunghi delle loro brac-cia, ma soprattutto per via della tra-sformazione avvenuta nelle loro esi-stenze. Mentre Luther, abituato a
viaggiare e a conoscere altre genti, si
mostra spigliato, l’altro resta quasi
nascosto dietro al fratello, che ri-sponde al suo posto.
Johnny infatti ha passato senza
studiare né lavorare gli anni di sepa-razione, arrangiandosi nel povero
campo profughi vicino alla frontiera
tra Thailandia e Birmania, mentre la
madre e una sorella si sono trasferite
in Nuova Zelanda, dove Luther conta
di far andare anche il gemello con
qualche aiuto. «Ma c’è ancora un sac-co di gente con cui devo parlare per-ché possa succedere», racconta, rive-lando che il fratello si consegnò alle
autorità nel 2006 con la promessa di
un impiego mai mantenuta. Infatti
dopo aver coltivato campi di riso,
tornò tra i rifugiati, e presto gran par-te dei guerriglieri Karen depose le ar-mi accettando un cessate il fuoco con
il nuovo governo degli ex militari bir-mani oggi avviati verso la democra-zia.
Nel ristorante thailandese dove si
sono salutati prima di rivedersi tra
chissà quanti anni, Luther indossa
una elegante camicia tradizionale
Karen sopra i jeans, un orecchino
d’argento all’orecchio sinistro e due
al destro. Johnny invece ha una vec-chia camicia di quelle offerte dalle as-sociazioni caritatevoli, di qualche ta-glia più grande, come quando lo foto-grafarono nella divisa abbondante
durante gli anni della guerriglia. Ai
giornalisti è apparso stanco e nervo-so, l’ombra di quel ragazzino vispo
coi capelli lunghi che fumava sigari e
dopo ogni vittoria in battaglia si la-sciava trasportare a spalla in tripudio
dai suoi devoti commilitoni. In Thai-landia, Luther dice di aver indagato
sulla sorte dei loro compagni, «scom-parsi nel nulla» dal giorno in cui si ar-resero alla polizia thai. «Le loro mogli
e i figli sono ancora in attesa», dice.
«Sono passati 13 anni. Credo che tut-ti siano morti».
Ad accelerare la dissoluzione del-l’esercito di Dio e del mito dei due co-mandanti bambini, fu l’ingresso sul-la scena della guerra indipendentista
dei “Vigorosi studenti guerrieri bir-mani”, un gruppo di giovani ribelli
Karen che assaltò l’ambasciata bir-mana di Bangkok nel ‘99. L’assedio
durò poco e gli assalitori vennero
portati dai militari thai oltre il confine
nel territorio controllato dai “gemelli
divini”, che li accolsero attirandosi le
ire dei soldati thai e birmani. La fine
della invincibilità di Luter e Johnny
corrisponde alla tragica conclusione
di un’altra impresa dei “Vigorosi stu-denti”, che nel 2000 occuparono l’o-spedale provinciale di Ratchaburi in
Thailandia, scatenando la rappresa-glia dei soldati reali. Dieci assalitori
furono uccisi dai militari, che spara-rono anche contro quanti si arrende-vano, e molti altri Karen morirono
durante i bombardamenti contro il
quartier generale dell’Esercito di Dio.
I gemelli si salvarono grazie alla fa-ma delle loro gesta e alla popolarità
conquistata sui media. Nessuno dei
due oggi sogna di riprendere le armi,
«a meno che la nostra gente non tor-ni ad essere colpita», dice Luther. No-nostante il freddo e la neve — raccon-ta — ama tornarsene nella cittadina a
300 km da Stoccolma in Svezia «per-ché è un Paese tranquillo, dove nes-suno si spara e ferisce a vicenda».
«Ora che ho paura di morire — am-mette l’ex guerriero bambino — non
è più divertente combattere. Nessu-no vuole combattere a meno che sia
costretto a farlo

sabato 2 novembre 2013

FONZIE

 utto quello che io non ero e avrei voluto
essere». Henry Franklin Winkler, 68 anni
appena compiuti, lo dice sorridendo
mentre si guarda attorno in una libreria
del centro di Milano. Camicia a quadri,
cardigan, pantaloni con le pence beige,
giocherella con gli occhiali da vista che
porta al collo. «Sono figlio di una coppia di
ebrei tedeschi arrivati a New York fuggen-do dal nazismo», racconta. «Da ragazzo
ero un insicuro, tutt’altro che alla moda e
le donne non mi sfioravano nemmeno
con lo sguardo. Non c’entravo nulla con
quell’italo-americano di provincia. Uno
che, a differenza di me, sapeva sempre co-sa fare». Del personaggio interpretato per
dieci anni in tv, nella serie Happy Daysche
in Italia spopolò a partire dal 1977, oggi
sembra esser rimasto poco. Almeno a pri-ma vista kler è un ame-ricano cordiale, un po’ sovrappeso, di
piccola statura. Che abbia fatto l’attore è
noto, che invece abbia deciso di darsi al-la letteratura si deduce solo dal luogo del
nostro appuntamento. Ma il bello è che
in entrambi i casi si è trattato di carriere
sulla carta impossibili.
Considerato dal padre un fallito,
avrebbe dovuto entrare nella ditta di fa-miglia specializzata in importazione di
legname. Ottenne la parte di Arthur Fon-zarelli quasi per caso e altrettanto per ca-so è diventato uno scrittore di successo
malgrado sia dislessico. La serie di libri
per bambini, esce in Italia nei prossimi
giorni il secondo volume intitolato  Hank
Zipzer e la pagella nel tritacarne (Uovo-nero), ha venduto quasi cinque milioni
di copie. Il protagonista è un ragazzino
dislessico e talentuoso, ovviamente. Un
JAIME D’ALESSANDRO
HO IMPIEGATO
ANNI
PER FARE
PACE CON
ME STESSO
I PROGETTI?
UN ROMANZO
SCRITTO DAL
PUNTO DI VISTA
DI UN CANE
“DAI SERIAL TV
AI ROMANZI
LE MIE CARRIERE
IMPOSSIBILI”
BREVE
GUIDA
FRA
CINEMA
E
LETTURE
piccolo eroe che combatte, con parec-chia ironia, il mondo ottuso degli adulti.
«La mia vita ha preso un’altra direzio-ne quando avevo 28 anni, semplicemen-te cambiando il tono della voce in quel
provino per Happy Days». Winkler met-te le mani in tasca, alza lo sguardo e Fon-zie torna in vita d’improvviso. Inizia a
parlare in inglese con uno strepitoso ac-cento italiano, che noi tutti abbiamo per-so essendo il doppiaggio negli anni Set-tanta inevitabile. Un accento molto si-mile, se non identico, a quello che i pro-tagonisti del serial I Soprano sfoggeran-no molto tempo dopo.
«E così Henry, che pensava di sbaglia-re sempre, divenne Fonzie che non sba-gliava mai», prosegue lui. «Grazie a quel-l’intercalare, “heii”… (alza i pollici). Gli
altri attori lo allungavano troppo, il mio
invece era breve, secco. E poi “wow”, an-che quello detto corto. Cominciai con
una serie di battute, in tutto sei righe. E di
puntata in puntata il mio personaggio
crebbe di popolarità. Ma non mi sentivo
una star, nemmeno quando iniziarono
ad arrivare 50 mila lettere a settimana dai
fan (conferma: cinquantamila). Conti-nuavo ad essere basso e quella massa di
lettere non mi faceva crescere di un cen-timetro né mi permetteva di superare i
miei problemi con la dislessia. Ero sem-pre e solo Winkler, con tutti i miei limiti.
Ogni lunedì ci riunivamo per leggere il
copione e ogni lunedì per me era umi-liante. Ron Howard che vestiva i panni di
Richie Cunningham, poi è diventato un
amico fraterno, mi aiutava e mi sostene-va anche il resto del cast. Eppure ho im-piegato anni a sentirmi a mio agio con
me stesso. Sono cambiato perché ero
stufo delle mie insicurezze e stanco de e mie paure. Ho dovuto però staccare dal-le ossa il vecchio Henry pezzo per pezzo».
Il processo cominciò durante un viag-gio. Winkler era in vacanza con il figlioccio
di tre anni Jed e la moglie Stacey. Visitaro-no un villaggio degli indiani Hopi in Arizo-na e Jed al ritorno doveva scrivere un pic-colo tema ma non riuscì a farlo. «Le inse-gnanti dicevano di lui tutto quello che ave-vano detto di me: bravissimo a parlare e
incapace di scrivere, brillante ma svoglia-to, con difficoltà nella concentrazione.
Capii che il mio figlioccio era dislessico,
ma soprattutto venni a sapere a 31 anni
suonati che anche io lo
ero. La scuola per me era
stata una tortura. L’unica
cosa in cui eccellevo era la
pausa pranzo. I miei ge-nitori mi trattavano come
un cretino, mi insultava-no perché facevo fatica a
leggere. Avevo bisogno di
qualcuno che mi soste-nesse, perché mi sentivo
già da solo una nullità, in-vece mi hanno schiaccia-to. Quando stavo in clas-se sognavo di tornare a
casa e di non trovarli più,
speravo scappassero
senza lasciare indirizzi
dove rintracciarli. Ecco
perché ho giurato solen-nemente che non sarei
diventato un genitore si-mile. E ai miei tre figli, che
hanno ereditato la disles-sia, ho insegnato che per
quanto lo studio sia diffi-cile e penoso, non c’entra
nulla con le proprie chan-ce nella vita».
Obiettiamo che la ge-nerazione passata attra-verso la guerra, la stessa
contro la quale da noi si è
scatenato il ‘68, non ave-va certo gli strumenti di
oggi per capire l’infanzia.
Ma Winkler non ci sente.
Anzi, si mette ad imitare la madre con l’ac-cento tedesco facendone una parodia
amara. «Li rispetto per quel che hanno
passato», dice poi serio. «Per esser scap-pati dalla Germania ed aver cominciato
una nuova vita in America. Ma non li per-dono per come si sono comportati con
me. Quando finii in tv e “the Fonz” diven-ne famoso, era il 1974 (negli Usa  Happy
Daysvenne trasmesso fra il ‘74 e l’84), si
vantavano. Ma non c’erano stati quando
avevo avuto bisogno di loro».
La seconda carriera, dopo esser diven-tato anche produttore e regista, Winkler
l’ha iniziata nel 2003. Lui si schernisce,
non si reputa nemmeno un autore di be-stseller. «È capitato, non è una cosa che io
abbia inseguito», spiega. «Un’amica, Lin
Oliver (coautrice della serie di Hank Zip-zer), dopo aver saputo quel che avevo pas-sato a scuola mi ha chiesto: perché non ne
scrivi? Ma a me avevano detto per anni che
ero stupido, come avrei mai potuto scri-vere un libro? Mesi dopo la mia amica è
tornata alla carica e allora feci un tentati-vo. Ci vedevamo dalle 10 di mattina alle
due di pomeriggio. Io
parlavo, lei scriveva. In
questo modo abbiamo
dato alle stampe 17 libri
venduti in milioni di co-pie».
Romanzi concepiti da
chi ha problemi a leggere
e fatti per chi, fra i 7 e gli 11
anni, ha le stesse diffi-coltà. «Non compatiamo
i nostri lettori, né li trat-tiamo come delle vittime.
Raccontiamo la verità in
un buon modo, con iro-nia e qualche scorciatoia
che possa dare un po’ di
soddisfazione. Inseren-do ad esempio dei capi-toli di un solo paragrafo
per incoraggiare a prose-guire. Hank è un ragazzo
sveglio malgrado la di-slessia e ha due buoni
amici che a scuola lo pro-teggono. Quelli che io,
per inciso, avrei sempre
voluto avere. Forse non
riuscirà mai a compren-dere davvero cos’è la ma-tematica e continuerà a
penare sui testi, ma è pie-no di talento e ha davanti
a sé tante, tantissime op-portunità che gli apriran-no delle porte quando
meno se l’aspetta».
Così come è capitato anni fa a un giova-ne attore pieno di insicurezze, presenta-tosi ad un provino convinto che nella vita
non avrebbe combinato nulla di buono. E
che ora, da dislessico, si ritrova perfino a
fare lo scrittore. Con un nuovo progetto in
testa, sulla carta difficile quando gli altri
due: un romanzo scritto dal punto di vista
di un cane. «Perché? Non lo so bene», am-mette lui. «Mi sembra divertente l’idea.
Tutto qui».

martedì 22 ottobre 2013

Frida Giannini

Da bambina aveva una parete di casa
per dipingere e girava i cantieri
col padre architetto. Da studentessa
di Belle arti sperimentava su di sé:
“Un giorno ero pariolina
e un altro
rockettara”
Oggi, a quarant’anni,
è art director di Gucci
e impone al mondo
un’idea nuova di lusso
e di azienda attenta  anche al sociale:
“Non facciamo soltanto cose belle,
ma anche cose buone”



uella notte dello scorso
giugno al Twickenham
Stadium di Londra c’era-no cinquantamila perso-ne, e sull’immenso palco si alternavano
Rita Ora e Madonna, Jennifer Lopez e
Simon Le Bon, James Franco e Jessica
Chastain, ma anche il premio Nobel per
la Pace Leyman Gbowee e tanti altri e, in
un video, pure l’arcivescovo Desmond
Tutu. L’ultima folgorazione per un
pubblico impazzito fu l’apparire di
Beyoncé, presentata da Salma Hayek
Pinault e da Frida Giannini: tre donne
belle e celebri, organizzatrici di quella
indimenticabile serata di gioia e di ge-nerosità, cofondatrici, con Gucci, di
“Chime for Change”, la campagna per
raccogliere fondi destinati a migliorare
la vita di donne e bambine di paesi di-sagiati: «Con più giustizia, più salute,
più istruzione, per consentire loro di li-berarsi dalla povertà, dalla sottomissio-ne, dalla paura. Siamo andati in paesi
dimenticati dalla società del benessere
come il Malawi, e la Gucci ha deciso di
puntare soprattutto sull’istruzione,
perché una bambina o un bambino che
escono dal buio dell’ignoranza, impa-rano ad avere dei diritti, a immaginare
un futuro diverso da quello che gli im-porrebbero l’isolamento e l’abbando-no in cui sono nati. Imparare a leggere
aiuta le donne africane a proteggere i lo-ro figli, le bambine a capire come difen-dersi da violenze e stupri».
Frida Giannini è l’immagine nuova
della donna di potere: direttore artisti-co di tutto ciò che porta il marchio Guc-ci, dagli abiti al museo fiorentino della
maison, è una quarantenne di delicata,
serena bellezza, che si potrebbe defini-re, superando la banalità, botticelliana;
alta e sottile, lunghi capelli biondi lisci,
occhi dorati, carnagione chiara, un’ele-ganza discreta, appunto neogucciana.
Lavorando per il lusso sempre più lus-suoso, invadendo il mondo di oggetti
desiderati perché legati a una firma di
antico, costoso prestigio, quindi desti-nati ai privilegiati di censo, che sono
una moltitudine, o agli sconsiderati di
gusto, che sono una folla, si può prova-re, se si è intelligenti e consci del mon-do, il bisogno di non chiudere gli occhi
sull’immenso popolo di chi si dibatte in
vite di abbandono, fatica, invisibilità,
dolore: il dovere di perdonarsi la fortu-na e il successo occupandosi degli altri,
non solo elargendo denaro, ma anche
impegnandosi personalmente. Dice
Frida Giannini, con autentica soddisfa-zione: «In quella sola notte di giugno a
un concerto live con un miliardo di
spettatori in centocinquanta paesi, ab-biamo raccolto tre milioni di euro e at-traverso Catapult li abbiamo distribuiti
a 84 organizzazioni no-profit ».
La bella signora romana, padre ar-chitetto, madre docente di storia del-l’arte, è cresciuta in una casa dove la cul-tura faceva parte della quotidianità:
«Avevo molta passione per il disegno,
da piccola i miei mi avevano destinato
una parete di casa su cui dipingere con
i pennarelli. Alle elementari mi regala-rono un tecnigrafo, dopo il liceo dove-vo scegliere, tra iscrivermi ad architet-tura o all’Accademia di belle arti. Mio
padre mi portava nei cantieri, mi iscris-si ad architettura ma capii subito che
quella non era la mia vocazione. Intan-to sperimentavo su di me le strade del
look: un giorno ero pariolina, il giorno
dopo rockettara. Scelsi l’Accademia
dove, malgrado la mia passione per i
travestimenti, ero la più sobria. Avevo
insegnanti meravigliosi, come Argan e
Monicelli, e intanto nasceva in me la
passione per la moda, non perdevo una
rivista. Ho fatto il classico percorso, da
studente a stagista in varie aziende,
sempre non pagata, ho raggiunto il mio
primo contratto di formazione lavoro, e
poi di nuovo precaria. Sono state espe-rienze importanti, ho imparato a stare
sempre al mio posto, con umiltà ma an-che molta curiosità, molta voglia di im-parare e capire. A 25 anni ho avuto la for-tuna di essere chiamata da Fendi, un’a-zienda di donne, le cinque famose so-relle, più figlie e nipoti: non ho mai do-vuto neppure agli inizi dare gomitate
come deve fare una donna in un mon-do di uomini».
Non erano più i favolosi anni ’90, ma
la moda italiana continuava a brillare e
a fare affari e i nostri grandi marchi ave-vano cominciato a interessare i potenti
gruppi stranieri del lusso, che si con-tendevano i giovani creativi. La Gucci,
diventata da qualche anno di proprietà
del gruppo francese PPR, chiamò nel
2002 la giovane Frida come direttore
stilistico della borsetteria. In azienda
imperava Tom Ford, il creatore texano
che aveva fatto credere alle donne che
bastava un vestito da dominatrice cru-dele per sedurre il mondo: per questa il-lusione le donne lo adoravano, e il suo
successo era tale che a ogni sua sfilata
cadevano in deliquio. Frida era una
trentenne in jeans e camicia bianca che
nel marchio ipersessualizzato riporta-va con la sua persona, in un momento
di grande cambiamento sociale ed eco-nomico, l’immagine di una nuova don-na, seducente per classe, eleganza, rite-gno, intelligenza. La sua carriera nell’a-zienda fiorentina, nata nel 1921, è stata
fulminea: nel 2004 diventa direttore
creativo di tutti gli accessori, dopo la
rottura tra Gucci e Tom Ford, nel 2005 la
nominano direttore creativo dell’abbi-gliamento donna, l’anno dopo anche di
quello uomo. Oggi col suo gruppo stili-stico di decine di persone impone la sua
visione del lusso, fatto di raffinatezza,
equilibrio, ricerca, rispetto della perso-na e dell’ambiente, su tutto ciò che por-ta il celebre marchio. Partendo dalle
meraviglie dell’archivio storico Gucci e
chiedendo ai fornitori, sempre italiani,
di studiare nuovi materiali, privilegian-do quelli, come dice lei “ecosensibi-li”:«Tutto è certificato, all’interno della
nostra filiera produttiva: abbiamo al-meno duemila controlli l’anno. Usia-mo tessuti jeans che non abbiano subi-to lavaggi dannosi, né la famosa sabbia-tura, molto pericolosa per chi la lavora.
Usiamo nuova resine per fare gli oc-chiali, certe ricavate persino da semi di
ricino; ci impegniamo perché tutto sia
biodegradabile, come certe gomme
per le sneakers, o riciclabile, come tutto
il packaging. Per la conceria, cerchiamo
di usare pelli non lavorate col cromo. E
abbiamo creato una linea di borse con
un logo speciale, Green Carpet Chal-lenge, fatte con pelli di animali allevati
in pascoli non ottenuti distruggendo la
foresta amazzonica».
Non è facile assuefarsi all’idea che il
lusso, giudicato dai moralisti, e spesso a
ragione, come peccato, spreco, sfrutta-mento, gelido business, possa anche
avere un fine umanitario: e per esempio
la signora Giannini ha accettato di crea-re una linea Gucci per bambini, certo fi-gli di genitori non indigenti e forse esa-gerati, (infatti va benissimo), «solo se
prodotta tutta in Italia, e non in Thai-landia, Pakistan o Cina, dove i controlli
sono difficili: e devolvendo un milione
di euro l’anno all’Unicef». Dal 2005,
Gucci ha donato all’Unicef più di 14 mi-lioni di dollari, per sostenere tra l’altro i
progetti educativi per l’Aids nell’Africa
subsahariana. Quindi i clienti nei nuo-vi paradisi della ricchezza come Russia
e Cina, e pure in Europa e in Italia, in cri-si ma non troppo (si è da poco inaugu-rato a Milano, di fronte a Brera, un son-tuoso negozio Gucci a tre piani solo per
uomo), che collezionano spensierata-mente borse, valigie, profumi e giacche
come fossero cartoline, possono sen-tirsi buoni, anche se non eccessiva-mente interessati al fatto che una parte
di quello che spendono finisca per
esempio nelle regioni sperdute della
Cina per curare una grave malattia ocu-lare che colpisce laggiù dodici milioni
di bambini. L’azienda francofiorentina
ha venduto l’anno scorso per 3,1 miliar-di di euro, impiega direttamente otto-mila persone nel mondo, alimentando
un indotto di 45 mila, delle quali 7 mila
attorno a Firenze. «Non facciamo solo
cose belle, ma anche cose buone» dice
sorridendo Frida Giannini. Anche buo-nissime, come la piccina di ormai cin-que mesi, figlia sua e del presidente del-la maison Patrizio Di Marco. «Abbiamo
un’intesa personale e professionale, io
ho imparato a non farmi divorare dal la-voro e dall’ansia, arriva un momento in
cui stacco, torno a casa, preparo un
piatto di spaghetti, sto con la mia bam-bina. Fuori dall’azienda, il mio compa-gno e io non parliamo mai di lavoro, ma
delle tante cose belle che ci interessano
e ci accomunano. Abbiamo deciso per
ora di non vivere insieme per non farci
spegnere dalla quotidianità e avere i
nostri momenti di solitudine».
Anche il cinema ringrazia il logo di
due G, passione di Frida e storia del
marchio negli anni ’60, quando arriva-vano a Roma i divi americani e assaliva-no le raffinate boutique del centro. «Dal
2006 sovvenzioniamo la Film Founda-tion di Martin Scorsese per il restauro di
capolavori soprattutto italiani, come Le
amichedi Antonioni, Il gattopardo di
Visconti,  La dolce vita di Fellini, Il caso
Mattei di Rosi. Ma crediamo anche nei
giovani e nel futuro del cinema, e colla-boriamo con la Biennale di Venezia al
progetto College, di formazione, ricer-ca e sperimentazione». Alla prossima
mostra vedremo le prime opere.

domenica 20 ottobre 2013

La sfida del re degli scoop “Lascio il Guardian per eBay”

D
allo scoop dell’an-no nasce un’impre-sa che cercherà di
farne uno dietro
l’altro. Glenn
Greenwald, il blogger-giornali-sta che ha scritto per il  Guardian
le rivelazioni del Datagate, la-scia il quotidiano londinese per
fondare un portale di giornali-smo investigativo on line finan-ziato niente di meno che da
eBay, il sito su cui si commercia
liberamente di tutto, uno dei gi-ganti della rivoluzione digitale.
E’ una di quelle alleanze che
potrebbero nascere soltanto dal
web. Greenwald, americano, una
sorta di Robin Hood delle inchie-ste, vive da tempo in Brasile con il
suo partner: se fosse in Gran Bre-tagna rischierebbe di essere arre-stato ed estradato negli Stati Uni-ti come complice di Edward
Snowden, la “talpa” della Nsa e
della Cia che ha fornito a lui, al
quotidiano londinese e al  Wa-shington Post il dossier sulle in-tercettazioni di massa di email e
telefonate da parte dei governi
americani e britannici. Pierre
Omydar, fondatore di eBay, è un
iraniano nato in Francia e natura-lizzato statunitense con una for-tuna stimata in 8 miliardi e mezzo
di dollari, che in passato ha elo-giato su Twitter il lavoro di
Greenwald e ora gli ha fatto «una
di quelle offerte che capitano una
sola volta nella vita», come la de-finisce lo stesso protagonista.
Non è perciò qualche dissenso
con il  Guardianall’origine della
decisione di lasciare il giornale e
mettersi in proprio, bensì la pos-sibilità di creare qualcosa di più
grosso, un’agenzia online di cac-ciatori di scoop, con vasti mezzi e
grandi ambizioni.
Il nome della nuova organizza-zione non è ancora noto. Si sa
però che ne faranno parte, oltre a
Greenwald nei panni di direttore,
Laura Poitras, la documentarista
che lo ha messo per prima in con-tatto con Snowden, e Jeremy
Scahill, un giornalista esperto di
questioni di sicurezza nazionale
che ha lavorato finora a The Na-tion , storico settimanale di sini-stra americano. Ma di assunzioni
ce ne saranno molte altre, lascia
capire il neo-direttore, così come
sedi a New York, Washington e
San Francisco e indagini in ogni
campo. Omydar aveva già dimo-strato il suo interesse per i media
d’inchiesta finanziando l ’Hono-lulu Civil Beat, una testata delle
Hawaii il cui pezzo forte era il gior-nalismo investigativo e che ora si
è alleata con l’ Huffington Postper
creare il sito HuffPost Hawaii.
In America finora esisteva un
solo sito dedicato agli scoop inve-stigativi,  ProPublica , che ha già
vinto un premio Pulitzer dimo-strando quanto il web possa or-mai fare concorrenza a giornali di
carta con storia centenaria. «La
decisione di lasciare il  Guardian
non è stata facile, abbiamo avuto
una collaborazione estrema-mente fruttuosa e soddisfacente,
ho grande rispetto per il giornale
e per i giornalisti con cui ho lavo-rato e sono incredibilmente or-goglioso dei risultati che abbia-mo raggiunto insieme - afferma
Greenwald - ma questa era una ti-pica offerta che non si può rifiuta-re. Saremo pieni di soldi, non
avremo alcuna particolare ideo-logia politica, sebbene mettere in
piedi un’organizzazione che usa
il giornalismo per inchiodare il
potere alle sue responsabilità è in
un certo senso un’ideologia».
Il direttore del Guardian,Alan
Rusbridger, si è detto “dispiaciu-to” di perdere Greenwald, una fir-ma di prestigio del quotidiano
progressista inglese, autore di va-ri scoop, ma ha detto di compren-dere le ragioni della sua scelta e gli
fa gli auguri per la sua «nuova e
molto interessante avventura».
Greenwald è anche l’unico ad
avere l’intero archivio di docu-menti riservati forniti da Snow-den ai giornali, un tesoro scot-tante che sarebbe stato sicura-mente requisito se fosse stato
nella sede del Guardian(anche
per questo il suo direttore ne ha
mandato una copia a un destina-tario segreto negli Usa).
Proprio ieri il primo ministro
britannico David Cameron ha
detto in parlamento che secondo
lui il Guardian dovrebbe essere
messo sotto inchiesta per avere
pubblicato le rivelazioni di Snow-den. Nuovi dati sulla mole im-mensa di intercettazioni sono
stati pubblicati dal  Washington
Post : in un solo giorno, nel 2012, la
National Security Agency ameri-cana ha intercettato 444mila liste
di contatti email da Yahoo, 82 mi-la da Facebook e 33mila da Gmail.
Gli scoop sul Datagate, insomma,
andranno avanti, anche con
Snowden in esilio a Mosca e
Greenwald praticamente impos-sibilitato a tornare negli Usa: per-fino il suo partner, David Miran-da, rischia l’arresto se andasse in
America, mentre in Brasile la cop-pia si sente relativamente al sicu-ro. A loro del resto basta poter na-vigare sul web, non hanno biso-gno di spostarsi fisicamente per
fare inchieste e rivelazioni.
Paradossalmente, però,
Greenwald avrebbe voluto aspet-tare ancora qualche giorno prima
di rendere pubblica la sua nuova
iniziativa: ma è stato bruciato da
una soffiata, la notizia ieri circola-va già su internet e allora il diretto
interessato ha deciso di annun-ciarla subito. Anche il re degli
scoop, nella nuova era digitale, ne
ha subito uno sulla propria pelle

Lapo Elkann: “Vi racconto la mia vita con il male”

È il momento di dire la verità: dai 13 anni, in collegio, ho vissuto
cose brutte. Parlo di abusi fisici. Sessuali”. Il nipote dell’Av vo c a to
racconta il passato mai svelato prima. E parla del rapporto ritrovato
con la madre, degli attacchi di Della Valle, della caduta di
Berlusconi e delle lezioni di Kissinger 



Lapo Elkann è nato a New York il 7 ottobre 1977. È il
secondo figlio di Margherita Agnelli e Alain Elkann,
e nipote dell’avvocato Gianni Agnelli. Si diploma
a Parigi e studia Relazioni internazionali alla Euro-
pean Business School di Londra. Presta servizio mi-

litare nel corpo degli Alpini. È presidente e fondatore
di LA Holding, LA s.r.l., Italia Independent e Indepen-dent Ideas. È consulente di Ferrari. È stato respon-sabile Brand promotion Fiat Group per cui ha ideato
alcune felici campagne pubblicitarie, rilanciando
l'immagine del gruppo e fornendo tra l'altro il suo
apporto al lancio di gadget di diversa natura, primi
fra tutti, le felpe con il marchio vintage della casa
automobilistica torinese e il lancio della Fiat Gran-de Punto



P
oi il momento arriva: “Per
dire la verità, per smetterla
di nascondere le cose, per
affrontare quel che mi è
successo ed essere onesto,
con me stesso e gli altri”. Da
36 anni, con relativa fantasia, Lapo Elkann è
declinato sempre con la stessa nota. Alter-nativamente raccontato come l’erede incon-cludente, l’eterna promes-sa, il ragazzo selvaggio per-so nell’apparenza, l’esteta
annegato negli amori di
frontiera, negli errori e nei
vizi. “Oggi sono schiavo so-lo delle sigarette” dice. E
mentre aggredisce un pac-chetto di Marlboro, libera i
silenzi rimasti chiusi a chia-ve. Li tira fuori senza filtro,
una boccata dopo l’altra, e
in una nuvola di fumo, ve-stito di velluto arancione,
scherza: “Quando Torino è
così grigia bisogna fregarla
con il colore”.
Lapo affronta le curve della
memoria senza freni. Va ve-loce. Si schianta spesso. Ri-parte sempre. Guarda nello
specchietto retrovisore del
passato e vede l’infanzia, la
dislessia, i traumi mai svelati
prima, le incomprensioni e i
sensi di colpa. Li osserva con
la malinconica consapevo-lezza del sopravvissuto. Sot-to le luci del neon, parla per
quattro ore. Soffre, ride, si
cerca dentro.
Tortura il volto tra le mani e
non smette di rievocare
neanche quando in una va-schetta di alluminio, arriva
una milanese da divorare al
ritmo di un’intensa seduta di
autoanalisi. Sull’epopea me-diatica che ne segue ogni
passo riverberandone un’im -magine alterata, ha le idee
chiare: “In Italia l’eccentricità
non è ben accetta perché non
sei incasellabile in una sca-tola. E io di essere messo in
una scatola non ho voglia.
Credo di averne il diritto. Io
non sono solo una persona
leggera, un imprenditore, il
nipote di Gianni Agnelli o il
figlio di Margherita. Sono
tantissime altre cose. Ho le
mie sfaccettature e i miei di-fetti, ma forse la mia fortu-na è che i miei difetti sono
stati resi pubblici costrin-gendomi ad affrontarli.
Uno sforzo che mi ha reso
più umano. Più libero. Sono
a un punto della mia vita in
cui ho deciso di essere coe-rente al cento per cento”.
Nell’ufficio torinese, cir-condato dai coetanei che la-vorano alla creazione dei
suoi occhiali dal nome scio-vinista: “Italia indepen-dent”, diffusione planetaria
e quotazione borsistica da
decine di milioni di euro,
brillano lenti di tutti i tipi. Occhiali che gal-leggiano. Occhiali che puoi torcere. Occhiali
di legno, di velluto. Leggeri, pesanti, per la
fauna e l’amazzonia, a tinte arcobaleno per il
Gay Pride e neri in stile Batman per il volto
di Lady Gaga: “Provateli, sono in Carbonio”.
Lapo si muove tra le stanze e ci vede be-nissimo. In fondo ai ricordi c’è una camerata
e una divisa verde.
Brigata Taurinense, fine anni Novanta. Sol-dato semplice Lapo Elkann: “Non sono mai
stato un chierichetto e qualche cazzata, anzi
più di qualche cazzata, l’ho fatta anch’io. Non
sono stato perfetto neanche durante la leva.
Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a
Cuneo, come diceva Totò”La leva finì in commedia?
Mio nonno voleva che facessi l’allievo ufficiale.
Ma io non ne avevo alcuna intenzione. Grazie a
Dio ero già ipertatuato. Mi declassarono. Che
soddisfazione.
Pe rc h é ?
Così non ero tra i raccomandati. Però i com-militoni mi vedevano lo stesso come un mar-ziano. Un volontario di carriera mi provocava.
Quando mi vedeva lavare i piatti mi prendeva
per il culo: “Agnellino di merda, pulisci anche
questo”. Allora mi sono incaz-zato.
E che è successo?
Sarò anche buono e non sono
cinico, ma so come difender-mi. Sono uscito dalla mensa ed
è finita a botte. Non dico che
ho fatto bene, i pugni non sono
mai una soluzione, ma da quel
giorno mi hanno rispettato
tutti. Non ero più solo il co-gnome o la mezza calza senza
coraggio, ma Lapo. Il Capitano
Valle però non era d’accordo e
mi diede qualche giorno di ca-mera di consegna. Ho avuto
sfiga, tifava per il Toro.
Che disse?
“Elkann, dove credi di esse-re?”. Gli spiegai che poteva pu-nirmi. Ma se provocato anco-ra, pur essendo un non vio-lento, l’avrei rifatto. Accetto
tutto, non gli insulti alla mia
famiglia.
LA FAMIGLIA
Eredità pesante sin da bambi-n o?
Da piccolo non capivo che co-sa avevamo di così speciale.
Anche perché io volevo fare il
negoziante. Vedevo i miei
amici francesi, ebrei sefarditi,
con le loro botteghe, sempre
pieni di contanti. Si potevano
comprare i vestiti e mille altre
cose. Io mi vendevo gli stivali
da cow boy in lucertola e il
giubbotto dell’Avirex per
comprarmi il motorino. Vole-vo essere come loro, che invece
mi guardavano stupiti e mi di-cevano: “Ma che vuoi? Tu hai
le fabbriche”.
Non doveva essere male cre-scere tra cavallini rampanti e
autografi di Platini.
Il mio film preferito era  Big.
Vedi Tom Hanks da bambino
circondato da macchinine. Io
avevo proprio la fissa. Andavo
da mio nonno e gli chiedevo:
“Scusa, se tu fai le macchine
perché non posso avere le mi-ni-macchine anch’io?”. Quan-do ci hanno regalato il go kart,
a Villar Perosa, è stato un so-gno. Giravamo da mattina a
sera. Le estati più belle, disin-volte e libere della mia vita.
C’erano mio fratello e i cugini
a cui di notte mettevo il den-tifricio nelle orecchie. Invece
mia sorella Ginevra era diver-sissima: lei bruna, io biondo.
Ci scambiavano per fidanzati.
Ce la ridevamo.
LE FERITE
Eravate tutti a scuola insieme?
No, perché in classe avevo grandi difficoltà. Ero
dislessico, amavo solo le lingue e la storia. Ero
molto più bravo a parlare che a scrivere. Dun-que i miei fratelli sono rimasti al liceo pubblico,
e io, che ero il secondo di otto, sono stato spe-dito in collegio, dai gesuiti. L’ho vissuta come
una vera e propria punizione.
Come mai?
Da quando ho compiuto 13 anni ho vissuto
cose dolorose che poi mi hanno creato grosse
difficoltà nella vita. Cose capitate a me e ad altri
ragazzi. Parlo di abusi fisici. Sessuali. Mi è ac-caduto, li ho subiti. Altre persone che hanno
vissuto cose simili non sono riuscite ad affron-tarle. Il mio migliore amico, che era in collegio
con me per quasi 10 anni e ha vissuto quello che
ho vissuto io, si è ammazzato un anno e mezzo
fa. Non ne ho mai parlato prima anche perché
voglio che questa storia serva a qualcuno. Sto
pensando a una fondazione. Voglio aiutare chi
ha passato quello che ho passato io. Parlare è
giusto, ma facendo qualcosa di utile, di po-sitivo.
Che impatto hanno avuto queste esperienze
nella tua vita?
Tu puoi essere una persona solare e positiva,
ma certe cose, quelle cose, riescono a confic-carti il male dentro. Però io non mi considero
una vittima, le vittime sono altre.
Come si affronta un trauma simile?
Ho dovuto fare un enorme lavoro su me stesso,
anche vedere cose che non avevo voglia di ve-dere. Non nasconderle più. Non nascondermi.
Ho dovuto essere sincero con me stesso e con
gli altri. Anche perché quando si ammazza il
tuo migliore amico ti metti in discussione. Ti
fai delle domande. Avrei potuto fare qualcosa?
Stargli più vicino? Me lo sono chiesto anche
quando è morto mio zio Edoardo.
Il figlio di Gianni Agnelli scomparso nel 2000.
A mio zio penso molto spesso. Mi manca. Mi
mancano anche tutti gli altri: mio nonno, Gio-vannino, Umberto, mio cugino Filippo, che se
ne è appena andato. Tutti. Però Edoardo era
una persona speciale. Atipica. Che ha vissuto
una vita estremamente travagliata. Certe cose
dure che ha vissuto, oggi le capisco ancora me-glio di ieri. E ho sempre un grande dolore nel
pensare che si sarebbe potuto fare di più. Che
avremmo dovuto fare tutti di più.
L’AV VO C ATO
Hai detto che essere nipote dell’Avvocato è sta-to più facile che esserne il figlio.
Molto più facile. Essere figlio di Gianni Agnelli
non poteva essere una passeggiata di salute.
Sono sicuro che non sia stato semplice averlo
come padre. Perché il nonno te lo puoi godere,
ma un genitore ti deve educare. Da giovane
volevo somigliare a mio nonno. Era il mio
esempio, il mio modello. Pensavo esistesse sololui. Poi ho capito che il nonno era il nonno e io
sono solo io. È giusto così. Oggi non ho più
nessuna voglia di essere come lui, il che non
vuol dire che non lo rispetti. Però io sono di-verso.
Pensi di avere più cose in comune con tua non-na, donna Marella?
Non faccio mai confronti. I paragoni sono pe-ricolosi. Presuntuosi. Sarebbe facile sostenere
che mia nonna è bella ed elegante, ma pre-ferisco dire che è una donna forte e veramente
buona. Una persona che mi è stata vicina nei
momenti più bui. Quando ho sofferto di più, lei
c’era. Con grande generosità. Buona com’era
anche la madre di mio padre, nonna Carla che
hanno rapito nel 1977 eppure non ha mai perso
la gioia di vivere.
Si parla da anni della rottura con Margherita
Agnelli.
Non è vero che non parlo con mia madre. Nei
rapporti umani ci sono delle fasi. Succede con
fratelli, amici, cugini e anche con i genitori.Non sono fiero di certe cose che ho detto su di
lei e del modo in cui le ho dette, ma ho i miei
limiti, non ho mai preteso di essere perfetto.
Ho avuto momenti di grande insicurezza e
sofferenza personale e professionale che mi
hanno portato a essere duro, freddo e, a volte,
verbalmente violento. Poi io e mia madre ci
siamo confrontati. Ma quello che ci siamo detti
riguarda solo noi, non lo condivido con i gior-nali. E anche se oggi con lei ho un dialogo nel
quale di certe cose non si parla e non si discute,
il rapporto è costruttivo. E auspico che con il
tempo migliori. Parto sempre dal presupposto
che se c’è buona volontà da entrambe le parti,
le cose possano prendere una buona piega. An-che perché so che per me è basilare.
LE DONNE
Per arrivare a cosa?
Io nasco da lei. Non da un’altra donna. E se un
domani voglio costruire una famiglia tutta mia
so che il rapporto con mia madre è fonda-mentale per avere una relazione sana con le
donne, per non nutrire uno spirito vendica-tivo, o cattivo nei confronti delle donne in
generale.
Ci pensi davvero, a mettere la testa a posto?
Una volta pensavo che sarei stato ricco solo
dopo aver guadagnato da solo i miei soldi. Og-gi credo che la vera ricchezza non dipenda da
quanti zeri hai sul conto in banca. Ma da come
stai interiormente. E io ho ancora tanta strada
davanti. Per me farcela significa conquistare
una vita normale e creare la mia famiglia, averdei bambini. Non vedo la mia vita senza moglie
e figli. Ho 36 anni, entro i 40 ci arrivo.
È vero che vuoi chiamare tua figlia Italia?
Certo che è vero. Sempre che la moglie sia
d’accordo. Come esistono Asia e India, perché
Italia non va bene?
L’ I TA L I A
Sei innamorato di un Paese che va sempre peg-g i o.
Non sono d’accordo. I problemi ci sono, ma
anche i segnali positivi. Guardate questo Papa,
è fantastico, umano, moderno. E anche se il
Vaticano non è in Italia, la sua influenza si
sente parecchio. L’Italia soffre, ma non è scon-fitta. Solo che dovremmo evitare di prenderci a
schiaffi da soli. C’è un enorme potenziale non
espresso.
Per esempio?
Si parla tanto di Alitalia, ma ancora prima bi-sogna guardare ai problemi strutturali. Abbia-mo infrastrutture inadeguate. Gli aeroporti,
per dire, vengono gestiti molto male. Se atterri
a Madrid o a Barcellona – e cito la Spagna
perché sta peggio di noi – puoi passare la gior-nata a girare i duty free senza annoiarti. A
Fiumicino un’esperienza come quella raccon-tata nel film The Terminalme la risparmio vo-lentieri.
E del declino di Berlusconi cosa pensi?
Non sono paraculo né finto, e a differenza di
molti altri dirò le cose come stanno. Ammetto
che io Berlusconi, nel ’94, l’ho votato. Nel suo
lavoro aveva creato slancio e pensavo potessereplicare lo stesso schema in politica. Poi mol-to di quel che era stato promesso non è stato
fatto e io non l’ho votato più. Come impren-ditore e italiano il mio scopo non è dimen-ticarmi delle tasse. Guadagno e sono contento
di pagarle. Poi Berlusconi che pure non è un
mio amico, non mi sta affatto sulle palle. Non
partecipo al tiro al bersaglio. Qui da sempre
prima si fa un applauso, poi si prepara il plo-tone di esecuzione. Troppo comodo.
La sua epoca è davvero finita?
È una domanda complessa. Berlusconi non è
solo un individuo. È un sistema: un modo di
pensare, comportarsi, comunicare. Ha com-piuto errori, come tanti altri, ma sarei stato
felice se avesse fatto di più. Per me non è mai
stata questione di destra o di sinistra. Non fac-cio il radical chic, né fingo di essere comunista
o di sinistra. Di principe rosso ce n’era uno e si
chiamava Carlo Caracciolo. Fantastico e ini-mitabile, ma io sono diverso.
Oggi governano Letta e Alfano, il parricida.
Possono fare un buon lavoro e anagraficamen-te, il tempo è dalla loro parte. Quando c’è stato
lo  show down nel Pdl, ho cercato il numero di
Alfano che incontro spesso in treno e poi l’ho
chiamato: “Lei ha dato prova di avere grandi
coglioni”, gli ho detto.
L’Huffington Post Italia in primavera titolava
‘Elkann vota Grillo’.
Impossibile, ero in America, non avrei potuto
neanche volendo. Ma non l’avrei votato co-munque.
Nella stessa intervista si riferisce di un tuo du-ro giudizio su Renzi: “Si è venduto a Bersani
per un piatto di lenticchie”.
Impossibile anche questo. Non ho mai parlato
male di Renzi. Mi pare uno che si comporta
nello stesso modo che abbia davanti un ca-meriere o il presidente della Repubblica. Un
atteggiamento che mi piace. Troppo facile gio-care a fare il duro con chi lavora per te, meno
semplice farlo con chi ha più capacità, intel-ligenza o palle di te.
Guarda che ti invita a pranzo.
All’epoca del mio incidente di percorso Renzi
mi scrisse una lettera estremamente gentile e
umana. Altri dissero cose più sgradevoli. Fini
dichiarò che mi dovevo vergognare. Quando
penso ai politici separati dalla realtà, appartati
in comode salette e circondati da guardie del
corpo, penso a gente come lui.
ZITTI E MUTI
Un altro uomo di potere che critica spesso gli
Agnelli è Diego della Valle.
Sono amico di suo figlio, ma a Diego Della
Valle che ho incrociato spesso, non ho mai
risposto nel merito. Un po’ perché credo che
quando dice: “Parlano i risultati” abbia ragione
mio fratello. Un po’ perché non sono un tut-tologo e su certi temi, mi astengo. Come im-prenditore Della Valle ha fatto un gran cam-mino, ma non basta trasformare un’aziendina
in un’aziendona per far di te uno che può par-lar di tutto e di tutti. Della Valle non se l’è presa
soltanto con la mia famiglia, ma anche e in
maniera poco graziosa, con Giorgio Armani.
Ha detto che avrebbe dovuto restaurare il Ca-stello Sforzesco come lui aveva fatto con il Co-losseo.
Armani cosa ha risposto?
Gli ha fatto sapere che se deve far beneficenza
lo fa con i suoi soldi e non con quelli degli
azionisti e che in ogni caso, non ha bisogno di
sbandierarlo. Nella storia italiana esistono due
GA. Uno era Gianni Agnelli, l’altro è Giorgio
Armani e allora zitti e muti perché Armani è
uno che si è fatto da solo, è un esempio di
distinzione, garbo ed eleganza, è in ufficio alle
7 e 30 del mattino e rappresenta l’Italia in giro
per il mondo al massimo livello. Detto questo,
non ho nessuna animosità né nessuna pole-mica da rialimentare con Della Valle. Spero
capisca che è inutile perder tempo e che oggi il
Paese non ha bisogno di conflitti interni né di
piccoli giochi di potere. Ci sono imprenditori
interessati ai Cda delle banche e dei giornali,
ma c’è anche chi, di quel sistema, non ha voglia
di far parte né oggi né domani. In generale, se
devo confrontarmi con gente con cui non vado
d’accordo, la chiamo direttamente. Non ho bi-sogno di pubblicità e se posso averne meno,
sono anzi più sereno. Provoca dicendo che la
mia famiglia ama andare in barca a vela. É vero,
ma gli ricordo che io la barca l’affitto, lui ce l’ha
di proprietà LA FIAT
Della Valle se la prende con la Fiat che delo-calizza. Come giudichi le scelte di Marchionne?
Prima di lui la Fiat era un’azienda europea,
oggi è mondiale. Marchionne non aveva mol-te opzioni. L’alternativa era tra vivere e mo-rire. Penso abbia scelto bene. E vedo la de-localizzazione come una forma di internazio-nalizzazione. Ma parlo da
azionista, in Fiat non lavoro
più dal 2005, quando mi di-misi.
Prima di quello scandalo le-gato alle tue dipendenze si
parlava di te come futuro
presidente della Ferrari. È un
sogno che coltivi ancora?
A Maranello vado circa cin-que giorni al mese, ho un
contratto di consulenza. Le
macchine sono il mio primo
amore, una vera passione.
Ma il lavoro che faccio ora
con “Italia Independent”
non è un gioco. Ci sono fa-miglie che dipendono da
me, prospettive, orizzonti
che, al momento, nel mon-do dell’auto non ci sono.
La prima esperienza nelle
aziende di famiglia è stata
però alla Piaggio di Pontede-ra, sotto falso nome.
Io ero il terzo in linea di
montaggio, linea 2 amortiz-zatore-cavalletto in un con-testo molto comunista e iper
incazzoso. C’era un operaio
che si vestiva come mio
nonno. Si metteva l’orologio
sulla camicia. Era il figo del-la linea di montaggio, io non
volevo farmi scoprire, ero
discreto e mi vestivo con le
canotte da Renegade, quelle
con l’aquila. Questo mi
prendeva da parte e diceva
ad alta voce: “Oh, sei vestito
come uno sfigato! Un po’ di
stile”. Stetti due mesi, dor-mivo in una pensioncina al
centro di Pontedera, ma non
ci prendiamo per il culo. La
gavetta è un’altra cosa e due
mesi non sono niente. Quel-lo in fabbrica è un lavoro du-rissimo, dalla monotonia
straziante, per cui provo
profondo rispetto.
Ti hanno scoperto?
Ebbi un gran culo. Il giorno
in cui ho smesso alla Piaggio
sono andato a vedere la Juve
allo stadio. Mi videro in tv,
ma lo stage era già finito.
Peccato, perché a Pontedera
ero pazzo di un’operaia, che
era veramente bella. Ma mi
frenai e mi dissi: “Non ti per-mettere neanche di pensar-lo, sarebbe una cosa da
stronzo”.
È vero che, a Capri, rubasti
un Taxi al grido di “la Fiat è
mia”?
Ma vi pare che avrei mai det-to “La Fiat è mia”? Il “Lei
non sa chi sono io” non mi
appartiene a iniziare dal lei. Io do del tu a tutti.
A Capri non è andata così. Ho tanti difetti, ma
non sono arrogante. Eravamo un po’ brilli,
c’era stato il compleanno di un amico. Scher-zai con un tassista e guidai l’auto per 10 metri.
La mia fidanzata di allora mi disse di smetterla
e finì lì. Qualcuno pensò poi di sfruttare la
storia per fare pubblicità all’isola, ma non suc-cesse niente. Veramente niente.
Però in Fiat hai lavorato: alcune idee, come le
felpe col logo dell’azienda, furono efficaci.
Arrivai in Fiat in un momento drammatico.
L’azienda aveva perso il proprio padre e in-ventare comunicazione senza soldi e ringio-vanire un marchio senza prodotto partendo
dalla Stilo non fu facile. Bisognava ricrear empatia attorno a un marchio che vende auto
ma paradossalmente, non ha auto. Riaccendere
l’orgoglio, anche internamente. Per prima cosa
inaugurammo l’Open Space. Una questione di
trasparenza, non si doveva nascondere nulla ai
lavoratori.
LA DIPENDENZA
Poi è arrivato il 2005, lo spartiacque della tua
vita. Sei finito in rianimazione e sulle prime pa-gine dei giornali di tutto il mondo. Come è stato
risalire dallo sprofondo?
Lento, sofferto, complesso.
Difficilissimo come tutte le
scalate per raggiungere il bel-lo. Sono servite fatica e soffe-renza.
E adesso ti senti in salvo?
Ora sono a metà strada. Adesso ho una certa
pace interiore perché a quella definitiva – e
chi lo nega mente – non arrivi mai. Ho pianto
il mio miglior amico, ho visto gente morire,
ho perso una donna che amavo molto e un
lavoro che adoravo. Mi sono salvato per un
soffio dopo aver visto la morte in faccia, ho
avuto l’immensa fortuna di potermi giocare
una seconda occasione. Ma il mio passato
alla fine è stato un enorme aiuto. Anche con
Italia Indipendent non è stato tutto rose e
fiori. Momenti durissimi. Ma quando hai
vissuto quello che ho vissuto io certo non ti
fai scoraggiare. E oggi, senza presunzione, se
penso alla competizione, penso a Ray-Ban.
Con i nostri occhiali arriveremo o siamo gi arrivati in Europa, America, Giappone ed
Emirati Arabi. Vogliamo diventare quello
che era la Swatch negli anni Ottanta.
LA RISALITA
Si dice che il primo a convincerti a uscire di ca-sa, dopo lo scandalo, fu l’ex segretario di Stato
americano Henry Kissinger.
So cosa dicono di lui. Che è una persona senza
etica, un figlio di puttana per quello che fece in
Vietnam e in Sudamerica negli anni 70. Ma con
me è stato leale e paterno. Mi ha aiutato mol-tissimo, è stato tra i primi a tendermi la mano.
Co s ’hai imparato da lui?
Mi ha fatto capire che qualsiasi cosa facessi non
era mai abbastanza. E che la fame la si coltiva, da
ricchi e da poveri. Per migliorare non ci sono
scorciatoie, devi combattere e lottare. Se mi chie-di di dare il 100 per cento nel lavoro, io non ci
riesco. Do sempre il 400 per cento. E sapete per-ché? Perché i miei eccessi e la mia natura additiva
non remano solo contro di me. Per la passione
che ci metto sono lo stereotipo di un italiano.
Che uomo vuole diventare Lapo Elkann?
Uno che riesce a raggiungere i suoi obiettivi
con etica, correttezza e umanità. Ho l’illusione
che si possa emergere senza sotterfugi. Con la
bontà: essere buoni non è qualità né un difetto.
Se la classe imprenditoriale ha fatto credere che
essere furbi fosse un valore, io rivendico il va-lore della bontà. Ci sono quelli che mi criti-cheranno sempre e quelli a cui non piacerò
mai. Io vado per la mia strada. Senza arroganza,
magari sbagliando, ma a modo mio

Mimmo Calopresti

l padre lasciò la Calabria per andare
a lavorare in Fiat. Lui nella Torino
anni Settanta scoprì cinema, musica
e politica. Da allora
il regista de “La seconda
volta” racconta pezzi
del suo mondo: operai,
fabbriche, lotte,
anni di piombo. E storie
di vita quotidiana:
“Mi interessano
le cose e le persone
normali. Faccio film
per renderle eccezionali”



V
ivere per me si-gnifica andare a
caccia del futu-ro». Mimmo
Calopresti è emozionato e parla piano
mentre passiamo di fronte ai cancelli
della Fiat Mirafiori per raggiungere il
set del nuovo film di cui è produttore. Si
gira nell’ex stabilimento di Fiat Engi-neering, uno dei tanti capannoni indu-striali dismessi nella periferia sud di To-rino, dove il regista de  La seconda volta
e  La parola amore esiste ha scelto di am-bientare l’opera prima di Stefano Di
Polito, Mirafiori Lunapark. «Qui tutto
parla del mio passato, della mia storia
— confessa candido — ma in fondo an-che del mio futuro ed è per questo che
ho scelto di ripartire da questo posto.
Voglio ricominciare dai ragazzi che ho
coinvolto in questo film e in cui vedo il
fuoco che mi bruciava dentro quando
volevo spaccare il mondo».
Una stagione della vita che per Calo-presti coincide con lo scenario della
Torino operaia degli anni ’70 e ’80,
quando studia all’università e milita in
Lotta Continua. Classe 1955, Mimmo
nasce in Calabria, a Polistena, che però
presto lascia con tutta la famiglia per
seguire il padre che viene assunto a To-rino, alla Fiat. Scopre la sua vera pas-sione intorno ai vent’anni, quando ab-bandona Scienze Politiche per iscriver-si a Lettere con indirizzo in Storia e cri-tica del cinema. «Una folgorazione. Al-l’improvviso vedo tutti questi studenti
che la mattina vanno al cinema invece
di entrare in aula. Una cosa meraviglio-sa. Potevi andarti a vedere tutta la Nou-velle Vague, tutto il cinema indipen-dente americano, tutto il neorealismo
italiano, e finalmente potevo farlo an-ch’io. Ogni giorno. Invece di andare a
lezione. Poi per qualche motivo ho ca-pito che dentro la Nouvelle Vague so-prattutto c’era il cinema che volevo fa-re. Mi è bastato vedere  La signora della
porta accanto di Truffaut, e tutto mi è
apparso chiaro». Da lì il passaggio al set
fu pressoché immediato. «C’era una
scena creativa molto interessante in
questa città — ricorda — era un mo-mento magico, prolifico. Tra chi faceva
cinema, teatro, cultura, c’erano rap-porti veri, importanti. Lo dico: ci si vo-leva bene. Era una città viva, anche gra-zie alla politica e alle lotte che rendeva-no la mia vita assolutamente piena, e
divertente. Per questo ho un ricordo
gioioso di quel periodo. Andavamo da-vanti alle fabbriche, a Mirafiori, faceva-mo la contestazione, i cortei. E poi c’e-ra la musica, la new wave, c’erano i Ge-nesis, i Clash che ascoltai in un concer-to indimenticabile al Parco Ruffini, gra-tis. Tutto quello che volevo era a porta-ta di mano. Mi sono fatto trascinare,
semplicemente, e a un certo punto mi
è venuta voglia di raccontarlo, questo
mondo».
Sono gli anni in cui prendono forma
i suoi primi lavori, dal video Rock con-tro il nucleare al corto Luxury, per ap-prodare alla collaborazione con l’Ar-chivio Audiovisivo del Movimento
Operaio e Democratico per cui realizza
A proposito di sbavature (videointervi-sta a Tonino De Bernardi, cineasta vi-sionario e indipendente), premiato nel
1985 in una delle prime edizioni del Ci-nema Giovani, che oggi si chiama Tori-no Film Festival. Anni sperimentali, di
grande fermento, su cui incombeva la
nube minacciosa della lotta armata.
«Improvvisamente l’atmosfera in città
si fece cupa. Me lo ricordo quel mo-mento, ero in piazza Castello su una Re-nault 4, pioveva. Mi ferma la polizia e mi
fanno spogliare, mi fanno togliere pure
gli stivali. Lì ho capito che tutto era cam-biato. Era arrivato il terrorismo, come
una valanga di fango. Da quell’istante
in poi tutto è diventato buio e feroce.
L’ho raccontato nel mio film». È  La se-conda volta , il suo primo lungometrag-gio presentato al Festival di Cannes nel
’96, quello che gli procura la notorietà
internazionale anche grazie ai due in-terpreti: Nanni Moretti (produttore del
film con la Sacher) nei panni del do-cente universitario ferito alla testa e Va-leria Bruni Tedeschi, ex brigatista in se-milibertà che incontra per caso la sua
vittima molti anni dopo. «Credo di es-sere riuscito a fare un film importante
che mi ha catapultato nel mondo del ci-nema. Di colpo esistevo anch’io in quel
mondo. Lì ho capito che il cinema è
sempre una grande occasione di vita».
E di futuro. «Certo, con il cinema guar-do sempre avanti. Il mio prossimo film
si intitolerà Uno per tutticome il libro di
Gaetano Savatteri cui mi ispiro. È una
storia a tinte noir che esplora i rapporti
più segreti e intimi tra le persone. E poi
c’è il progetto di un documentario per
la tv su Sócrates, una leggenda del cal-cio brasiliano ma anche un personag-gio scomodo perché politicamente si è
sempre schierato a sinistra, al fianco
dei più deboli e dei lavoratori». Non è
un caso che Calopresti sia affascinato
dalla sua storia, lui, tifoso granata ma
soprattutto figlio di operai. «Mio padre
è emigrato dalla Calabria con mia ma-dre e quattro figli. Nei primi anni a To-rino continuava ad arrivare gente a ca-sa nostra con in tasca solo il nostro in-dirizzo, e noi li ospitavamo, gli davamo
da mangiare per uno o due giorni, e poi
li aiutavamo a trovare una soffitta libe-ra . L’idea era l’America, andiamo lì per-ché c’è lavoro. Ma è una cosa molto bel-la vista da oggi in una fase in cui il lavo-ro manca, non ci sono aspettative e
nessuno si muove. Quella era un’epoca
in cui la gente lavorava, si trasferiva, è
stato un grande momento di movi-mento, e le persone in movimento so-no sempre interessanti. Il cinema stes-so mi interessa perché è movimento».
Calopresti usa non a caso il video, più
maneggevole e a basso costo, per la sua
indagine sulla città-fabbrica negli anni
’80 e ’90, quando realizza i documenta-ri  Alla Fiat era così, Paolo ha un lavoro e
Tutto era Fiat . «Sono nato in mezzo al-la strada — racconta più tardi a cena,
davanti a un bicchiere di vino rosso —
per me era difficile immaginare che mi
sarei potuto occupare soltanto di cine-ma. Per fortuna ci ho provato con quel-lo che avevo a disposizione e stando
sempre dalla parte di chi si batte per i
propri diritti». Molte persone lo hanno
accompagnato nel cammino e alcuni
incontri sono stati davvero speciali.
«Moretti è un genio, tutto quello che fa
non l’ha mai fatto nessun altro prima.
Anche Valeria è una grande attrice eu-ropea. Quando arrivò a Torino per gira-re La seconda voltaparlava con la erre
moscia e aveva un atteggiamento da si-gnorina bene francese, ma nel giro di
qualche mese si era messa il suo giub-botto proletario e girava per la città co-me una persona qualunque. Era entra-ta nella parte». Per tutti i suoi film degli
anni Zero, come La parola amore esiste
(1998),  Preferisco il rumore del mare
(1999),  La felicità non costa niente
(2002) e  L’abbuffata (2007), ha sempre
scelto i migliori interpreti del nostro ci-nema e non solo, da Fabrizio Bentivo-glio a Silvio Orlando, da Francesca Ne-ri a Gérard Depardieu, privilegiando
quasi di più il lato umano che quello at-toriale. Una scelta in linea con la sua
idea di cinema. «Mi piace raccontare
una storia in quella frazione di spazio e
di tempo che è il cinema — dice abbas-sando di nuovo il tono di voce — una
parentesi in cui quelle vite diventano il
centro del mondo e tu ti annulli come
spettatore, perché vivi con loro. E per-ché il cinema rende eccezionali le per-sone normali». Lo ha fatto anche in uno
dei suoi ultimi documentari, La fabbri-ca dei tedeschi, nel 2008, sulla tragedia
della ThyssenKrupp, nel cui prologo gli
attori (fra cui Valeria Golino e Monica
Guerritore) impersonano i parenti del-le vittime e rievocano gli ultimi mo-menti di normale quotidianità prima di
quel terribile incidente.
Militante della vita, come ama defi-nirsi, Calopresti da tempo abita a Roma
dove si è sposato solo qualche anno fa
con la giornalista Cristina Cosentino,
da cui ha avuto una figlia, Clio, che ora
in tenera età comincia a frequentare il
set facendo la comparsa. Stavolta ha
accompagnato il papà a Torino, vicino
alla grande fabbrica raccontata da Ca-lopresti nel libro  Io e l’Avvocato. Storia
dei nostri padri. «L’ho scritto ripensan-do all’esperienza di mio padre alla Fiat
e all’illusione del posto sicuro che già
negli anni ’80 tramonta con l’arrivo dei
robot. Quel posto gli operai lo hanno
amato e difeso con le unghie per dare
un futuro alle proprie famiglie. Per que-sto nel libro c’è il rapporto tra padri e fi-gli. Quello tra Edoardo e l’Avvocato e tra
Mico ed Emilio, figlio di un operaio, che
ho descritto attraverso pezzi di storia
della mia famiglia. Uno di quei pezzi
appartiene a mia madre, che rifiutò la
casa Fiat per non farsi ghettizzare. In
questi giorni abbiamo girato in un ap-partamento proprio dentro quei palaz-zi da cui ti affacci sulla fabbrica. Da lì ve-di solo la fabbrica, nient’altro. Ho pen-sato subito a lei, a mia madre, e alla sua
miracolosa intuizione»