L
a faccia intensa di Aniello Arena
racconta subito Napoli. Ha la
mascella di Totò, le guance sca-vate di Eduardo, gli occhi puntu-ti di Tina Pica. Come loro Aniel-lo è un attore, anzi un grande attore, che ha
trovato il teatro, il cinema e se stesso dopo
una vita da balordo che lo ha portato fino
all’ergastolo. Ancora incredulo del successo
che lo ha travolto per la sua interpretazione
del pescivendolo allucinato nel film “Reali-ty” di Matteo Garrone, Arena calca ogni
giorno le tavole di un palcoscenico speciale,
quello allestito da Armando Punzo, altro
napoletano di talento, che lavora da decen-ni con i detenuti del carcere di Volterra.
Restio fino ad oggi a parlare del passato,
della naturale illegalità vissuta in famiglia,
della sua abile tecnica di scippatore, delle
sue rapine, della faida sanguinosa tra ca -morristi di cui ancora si dichiara innocente,
Arena ha riversato tutto in un’autobiogra-fia potente e drammatica, scritta con l’aiuto
di Maria Cristina Olati, che uscirà in libreria
per Rizzoli il 13 novembre. Il titolo “L’aria
è ottima (quando riesce a passare)” allude
soprattutto alla rinascita, allo spiraglio di
vita e di senso che il condannato a fine pena
mai ha saputo dare a se stesso attraverso la
recitazione.
Arena, il suo libro ha pagine dure e difficili.
Come mai ha deciso di mettersi a nudo proprio
ora che è diventato un divo?
«Perché solo ora sono riuscito a disotter-rare certe cose a cui non volevo più pensare.
E poi ho la speranza che quello che ho
scritto possa servire».
A chi?
«Ai ragazzi del Sud che prendono una
strada sbagliata. Vorrei che gli operatori che
combattono nelle periferie degradate gli
dicessero: “Guardate quant’è brutta la
storia di Aniello. Se non ci pensate in tempo,
fate la fine di questo qui”».
Il suo racconto però è anche un grido con-tinuo di innocenza rispetto alla strage per
cui ha avuto l’ergastolo. Pensa che qualcu-no le crederà?
«Non ci spero, ma l’ho voluto raccontare
lo stesso. Vede signora, io nel libro ho scrit -to tutto: i primi scippi, i furti, le rapine, anche
quelle grosse negli uffici postali. Sono anda-to a rubare perché chi, come me, cresce in
certi quartieri lo ritiene un lavoro come un
altro. “Vado a faticà” diciamo a Napoli.
Però io quei due non li ho ammazzati, io
quel giorno ero in un altra città, ma i giudi-ci non mi hanno creduto».
Forse anche perché tutti i detenuti si dicono
innocenti.
«Mica è vero. Lo dicono all’inizio, quando
vengono arrestati. Poi, nelle case penali,
piano piano si smette, perché a parlare
sempre di innocenza si diventa pesanti e ci
si scoccia l’uno con l’altro».
Insomma lei non è stato un camorrista. Eppu -re la sua favola bella è proprio questa: dalla
delinquenza all’empireo del cinema.
«Delinquente sì, con tutti i casini che ho
combinato è pure giusto che mi si chiami
così. Ma io i camorristi veri li ho visti solo
da lontano. Quando da ragazzino lavoravo
come muratore anche dieci ore al giorno
con carichi di un quintale sulle spalle, certe
volte mi fermavo a guardare la bella gente
al bar. Sapevo che non lavoravano eppure
avevano l’auto di lusso, i soldi, gli orologi
costosi... Ero affascinato».
Non li ha mai avvicinati?
«No, perché poi ho capito presto che le
strade che ti offre la camorra sono solo due:
galera o morte».
A lei è toccata la prima.
«A mio cugino, che è quello che mi ha in-grippato perché mi faceva fare piccoli ser-vizi, vai a chiamare quello, vai a prendere
quell’altro, ma stava con la camorra, è
toccata la seconda: lo hanno ammazzato».
Molte pagine della sua autobiografia sono
dedicate anche al carcere. Lei ha subito quel-li più duri e non risparmia accuse.
Una vita da
anIello
Sconta l’ergastolo per due omicidi di camorra.
Ma si dichiara innocente. Nel carcere di Volterra ha
iniziato a recitare diventando un attore di successo.
Ha scritto un libro. E qui racconta la sua rinascita
CoLLoquIo CoN ANIELLo ArENA dI stEFANIA rossINI
“Garrone mI aveva
scelto per
Gomorra nel rUolo
che poI fU dI
servIllo. ma allora
non potevo UscIre”
14 novembre 2013 |
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«Ho sempre pensato che trattamenti
come quelli che fanno a Poggioreale
generano mostri. Se tu pigli un ragazzi-no che è dentro per uno scippo e lo
tratti brutalmente, lo provochi, lo pesti,
quello quando esce fa pagare tutta la
sua rabbia alla società. Certe galere
sono scuole del crimine».
Lei è mai stato pestato?
«Ho conosciuto le “squadrette”, quelle che,
se facevi qualche protesta, ti venivano a
prendere, ti portavano in cella di isolamen-to e nessuno sapeva più niente di te. Una
volta mi salvai da un pestaggio che promet-teva una morte sicura seguendo il consiglio
di un cellante più anziano: “Fa ’o scemo,
nun fa ’o tosto che t’acciro-no”. Trasformai la mia voce
in quella di un fessacchiotto
e mi stampai in faccia un
sorriso ebete. Fu la mia pri -ma recita ma era fatta per
salvarmi la vita».
In seguito sono arrivate le
recite vere, quelle che l’hanno
trasformata in Mercuzio o in
Pinocchio e che l’hanno por -tata al grande cinema».
«Guardi che neanche que-sto è stato facile. Quando
mi hanno trasferito a Vol-terra, che è un carcere come
dovrebbero essere tutti,
dovevo ancora fare un an-no di isolamento. Poi ho
finito e alcuni mi dicevano:
“C’è il teatro di Punzo, vac-ci, vacci”. Ci sono andato
ma mi vergognavo e per un
anno me ne sono stato in un
angolo a guardare senza
capirci niente».
E poi?
«Mi sono sbloccato e ho
capito che potevo farcela.
Recitare mi faceva sentir
bene anche se non avevo
ancora la consapevolezza
di essere un attore. Mi so-no sentito davvero attore
solo quando sono andato
a girare il film nel 2011.
Ma lo sa che Garrone ave-va scelto me anche per
“Gomorra”?».
Come protagonista?
«Sì, Servillo si è preso la par-te che toccava a me perché
allora io non godevo ancora della legge 21
per uscire in permesso e il giudice a cui ci
siamo rivolti ha detto: “Eh no, è prematuro
tornare nei luoghi di origine e poi c’è troppa
contiguità con l’argomento del film”».
Invece per “Reality” è andato a finire addirit -tura nel suo vecchio quartiere.
«Abbiamo girato a Barra e mi sono ve-
nuti su tutti i ricordi, chi ero stato, chi ero
attualmente. C’era l’Aniello di un tempo che
faceva tutto per tirarmi nel passato, ma ha
vinto l’Aniello di oggi. Però mi sono do-mandato se questo conflitto è stato un
freno, se potevo andare ancora meglio».
«Ancora meglio? Arena, lei è stato nella rosa
per il miglior attore a Cannes, ha vinto a Taor-mina. Che voleva di più?
«Beh, certo Cannes è stata una grande
cosa. Seguivo il Festival dalla cella e,
quando hanno pronunciato il mio nome
accanto a quello di Trintignant, ho quasi
gridato: “Ma sono io quello! Ma stiamo
scherzando!”».
Sì è sentito così anche quando, al Quirinale,
Giorgio Napolitano le ha stretto la mano?
«Sono soddisfazioni. Ero trattato come
tutta quella bella gente. Però non c’era bi -sogno del Quirinale per farmi sentire a po -sto, perché è da qualche anno che dentro di
me non sono più un detenuto».
Come la trattano i suoi colleghi attori?
«Un sacco di complimenti, baci e abbracci.
Ma mi hanno riferito che qualcuno ha
detto: “Adesso bisogna essere strani per
avere i premi”».
Lei è in carcere da vent’anni. Come mai nel
suo libro, che parla di tutto, non c’è nessun
accenno alla sessualità, uno dei problemi più
seri di chi è recluso.
«Non volevo strafare con troppe denunce.
Se mi mettevo pure a scrivere che in quasi
tutta Europa, se te lo meriti, ci sono per -messi per stare con la moglie una volta al
mese, potevano dirmi: “Aniè, ma tu chi sei?
Non basta che hai
sbagliato per la giu-stizia e mo’ sei un at-tore famoso. Vuoi
stare pure a criticà”».
E dentro il carcere? Lei
racconta molte situa-zioni, ma del sesso tra
detenuti neanche una
parola.
«Perché non c’è. In carcere, parlando
con rispetto, uno si masturba e basta.
Non c’è altro».
Neanche come sopraffazione o come incon-tro sentimentale?
«Assolutamente no. Se ci sono delle per-sone che già fuori erano gay, se la vedono
tra loro. Ma non si viene mai a sapere
perché è una cosa che non viene accettata.
Non è omofobia, ma non piace».
Lei ha due figli ormai adulti. Com’è stato
essere padre dietro le sbarre?
«Non ve lo so descrivere. È un rapporto
non vissuto: li ho visti sempre con un
bancone fra noi anche se senza vetri.
Oggi che sono grandi a volte li sento
come se fossero estranei».
Però almeno si è fatto ricco. Li può aiutare
finanziariamente.
«Ma non sono mica stato pagato come un
attore di carriera. La prossima volta forse
potrò chiedere di più. Comunque prima e
adesso ho sempre mandato a casa tutto il
possibile».
Un’ultima domanda, Arena. Quand’è che ha
scoperto di essere intelligente?
«Non so, ci sono tanti tipi di intelligenza.
A quale si riferisce?».
A quella che ha dimostrato lungo tutta
questa intervista.
«Beh, forse ho pensato che stavo diventan-do intelligente quando ho cominciato a
capire che ho buttato via tutta la mia gio-ventù e mi sono detto “Aniè, ma che hai
combinato nella vita?”». n
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