gnuno di noi «ricorda
la casa in cui è cresciu-to, che l’abbia amata o
m e n o . Q u e l l a d e l l a
mia prima infanzia, a
via San Vitale a Bolo-gna, era un appartamento vecchio,
buio e angusto, ma siccome è lì che
la mia famiglia ha vissuto sia tutto il
periodo prebellico che l’immediato
dopoguerra, nella mia memoria ha
continuato a essere una sorta di ar-chetipo».
Pupi Avati, che racconta la sua
vecchia casa nel bel libro autobio-graficoLa grande invenzione(ed.
Rizzoli), ha cercato di ricreare quel-l’atmosfera anche nel grande ap-partamento romano di via del Ba-buino, dove vive insieme a Nicola,
sua moglie da quasi mezzo secolo,
elegante e riservatissima. «Abbia-mo cercato di rifare la casa bologne-se della nostra infanzia, perché ci
dà quell’idea di continuità che io
cerco in tutte le cose che faccio. Mi
sembra più rassicurante mangiare
in un servizio di piatti che altri han-no già usato infinite volte per delle
cene. Sedermi sulle poltrone che
hanno accolto i miei genitori e poi i
miei figli, gli amici che non ci sono
più. Il presente invecchia in un
istante, non ho mai sentito la neces-sità delle cose nuove».
Nel salotto della casa romana il
tavolo basso è nascosto dal tappeto
indiano riportato da un viaggio,
sulle pareti qualche quadro eredita-to dal nonno antiquario. «Ma quelli
di maggior pregio se ne sono andati
tanti anni fa, quando abbandonai il
posto di direttore vendite in una
importate azienda di surgelati e mi
misi in testa di fare il cinema.
Con i quadri riuscimmo a
pagare le bollette della luce
e del gas e a scongiurare le
minacce di sfratto e pigno-ramento». I corridoi rigur-gitano di libri. Pupi sfiora
l’edizione dei Meridiani di
Baudelaire. «Me lo regalò
Pasolini quando scrivevo per
lui la sceneggiatura di Le 120
giornate di Sodomadi De Sade.
Andai a trovarlo nella sua casa
all’Eur. A un certo punto lui
prende questo libro, lo apre e con
la penna stilografica comincia a
sottolineare alcuni versi con se-gnacci che a me parevano raso-iate. Mi suggerì di interpolare il
racconto della prima narratrice
con i versi del poeta». Ricorda
di aver visto Pasolini, il giorno pri-ma della sua morte, dalla finestra di
questa casa: «Passava sull’altro lato
della strada, un po’ fighetto, co-m’era lui, molto in forma, molto
“Pasolini”, con quel suo fisico
asciutto da calciatore. Non lo chia-mai». Ora il volto di Pasolini lo
guarda da una piccola foto appesa
in mezzo a una foresta di altri volti,
nella strombatura della finestra in
camera da letto. Parenti e amici che
non ci sono più. Tognazzi e Moni-celli, Fellini e la Masina, Pontecorvo
e Nick Novecento, l’indimenticabile
interprete di «Una gita scolastica»e
«Festa di laurea», stroncato giova-nissimo da un infarto. Con loro il
regista intreccia brumose conversa-zioni nelle ore incerte dell’alba. La
zia Amabile, bellissima, che tuttavia
fu tradita dal marito con una came-riera dell’albergo, la prima notte di
nozze, gli ha sussurrato la trama de
«Il cuore grande delle ragazze».
Un altro dei suoi film pieni di po-esia, «Storia di ragazze e di ragazzi»,
scaturisce dall’elefante d’argento
che fu donato ai genitori il giorno
del matrimonio e che Pupi conserva
nello studio. Me lo porge: «Un ele-fante d’argento costruito senza l’ar-gento», recita, come all’inizio della
pellicola la bambina che assiste alla
creazione del soprammobile in una
piccola fabbrica.
«Era il tipico regalo di nozze du-rante il fascismo. Ricordava le colo-nie africane. Siccome tutto l’argen-to era stato donato alla patria per
costruire i cannoni, gli elefanti era-no modellati in gesso e poi immersi
in un bagno che li rendeva argenta-ti. Per me è il simbolo della casa,
della continuità, spero che anche i
miei figli lo conservino con cura».
Nello studio, in mezzo alla colle-zione di clarinetti, spicca una foto
di Pupi con un Lucio Dalla pieno di
capelli neri. Sotto, a penna, la data:
24 dicembre 1960, Barcellona. Ave-vano vinto un premio europeo con
la Doctor Dixie Jazz Band. All’epoca
Pupi coltivava ancora un sogno da
jazzista. Risale a quel viaggio
l’aneddoto che circolava da tempo
immemorabile, secondo il quale
Pupi avrebbe attirato con l’inganno
Lucio su una delle torri della Sagra-da Família con lo scopo di buttarlo
di sotto.
«Sulla torre c’eravamo saliti dav-vero e la voglia di eliminarlo era au-tentica. Perché lui aveva il talento,
io solo la passione. Dopo un po’ ab-bandonai il jazz».
Lauretta Colonnelli
lcolonnelli@corriere.
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