P
ROPRIO nel momento
della vergogna per il caso
Datagate, l’America estrae
dal cilindro della propria demo-crazia vivente uno sconosciuto
sindaco di New York che riac-cende ammirazione, entusia-smi e speranze. Bill de Blasio,
l’ex funzionario del Comune ad-detto alle lagnanze dei cittadini. I
l figlio di quella Brooklyn guarda-ta per generazioni come la sorella
minore della superba Manhattan
nato oltre il ponte del potere, ri-propone tutto quello che il mondo in-vidia a New York e che l’Europa non
riesce a imitare: la capacità di rinno-varsi.
Tre mesi or sono, all’inizio della
campagna elettorale per sostituire il
miliardario Bloomberg, appena due
newyorkesi su dieci conoscevano il
nome di de Blasio e la sua corsa alla
massima poltrona della città appariva
poco più che velleitaria. Martedì sera,
quel voto di tre elettori su quattro, il
73,8%, quasi cinquanta punti percen-tuali più della vittima sacrificale re-pubblicana, ha sbalordito persino i
suoi sondaggisti che pure lo davano
come sicuro vincitore. Neppure l’O-bama trionfale del 2008 aveva saputo
fare altrettanto e si deve tornare al mi-tico Fiorello La Guardia per ritrovare
un plebiscito così massiccio.
Il vento tumultuoso che ha spinto
questo figlio di un padre tedesco che
preferì l’identità e il nome italiani del-la madre, che ha scelto il graffiante
«rap» bianco dei Beasty Boys come co-lonna sonora della vittoria, è quello
che periodicamente si alza nelle de-mocrazie dove il sistema elettorale
non imbriglia, ma intercetta, addirit-tura impone il cambiamento. Che co-sa farà, chi sarà il de Blasio sindaco di
una città che gli lascia due miliardi di
dollari di debito ed è già fra le più tas-sate degli Stati Uniti è ovviamente im-possibile dire. Le sue promesse sono
state molte a tutti e l’esperienza fatta
con Barack Obama ha insegnato a di-stinguere fra la storia personale e le
realizzazioni, a diffidare dei simboli in
attesa della sostanza.
Governare New York è come gover-nare un mondo, se non il mondo. Non
esiste problema che non si riversi su
questa città delle città e de Blasio rap-presenta oggi tutto quello che i
newyorkesi vorrebbero essere e quel-lo che vogliono sentirsi dire da chi li
dovrà guidare. È il prodotto di una
multietnicità, di un meticciato, che è
la sostanza, la natura stessa di New
York, non una debolezza. È il demo-cratico classico, vintage, di sinistra,
che vuole più eguaglianza, più giusti-zia per i dimenticati e per gli ultimi,
dunque più distribuzione della ric-chezza raggrumata nei castelli del po-tere finanziario a Times Square e nelle
rocche di Park Avenue e della East Si-de. È però anche il newyorkese «no
nonsense», poche storie, che prima
solidarizza con i manifestanti di Oc-cupy Wall Street per lamentare la con-centrazione di danaro nei pochi rapa-ci e poi si affretta a chiarire che «Wall
Street è la principale industria della
nostra città», apparentemente con-traddicendosi. Uno che sa bene da che
parte è imburrata la fetta del pane e da
che parte sarebbe tempo di spalmare
più burro.
Ma New York è la mela che fiorisce e
matura nella contraddizione, la me-tropoli che vive perennemente sospe-sa nella formula dickensiana del «mi-gliore dei tempi e del peggiori dei tem-pi» e anche i suoi elettori, che vanno
dalla sinistra più rumorosa ai finan-zieri che hanno alimentato la sua
campagna, lo sanno benissimo. Quel-lo che importa ai residenti di una città
che neppure chi rase al suolo i suoi
monumenti più orgogliosi riuscì ad
abbattere perché confuse il cemento
con la gente, è che le acque si muova-no. Che la ruota della politica giri, che
la palude non ristagni nella soffocan-te stabilità di altre nazioni immobili.
New York elegge, dopo il lungo re-gno, di un conservatore moderato e il-luminato come Bloomberg, il suo op-posto in Bill de Blasio non perché gli
elettori siano improvvisamente dive-nuti rivoluzionari dopo essere stati
reazionari. Ma perché sente di dover
mutare pelle.
Sempre grazie al sistema elettorale
del maggioritario secco, dove un solo
vincitore deve emergere da subito, la
apparente rivoluzione di New York è
soltanto la conferma della propria na-tura e della intuizione di fondo che sta
alla base della propria fortuna: la ne-cessità vitale dell’alternanza. C’è, di-rebbe l’Ecclesiaste, un tempo per fare
soldi e un tempo per distribuirli, un
tempo per diventare ricchi e un tempo
per prendersi cura dei poveri, un tem-po per i finanzieri bancarottieri di Wall
Street e un tempo per i sindacati che
chiedono aumenti di paga. E se anche
Bill de Blasio, il gigante italiano delle
speranze, dovesse fallire – come già
New York è fallita, e ha fatto fallire, più
volte nella propria storia – se ne eleg-gerà un altro, uno completamente di-verso. Perché è il cambiamento quel-lo che tiene viva la città di tutte le città.
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