lunedì 25 novembre 2013

Paolo Ferrari

Da piccolo a salvarlo fu Gino Cervi,
ha lavorato poi con Strehler (e c’era
anche Brecht), ha prestato la voce
a Humphrey Bogart (“la mia scuola”)
ed è stato il volto del fustino di detersivo
(“mi infuriavo quando
in teatro qualcuno
mi faceva il verso”)
Dopo più di settant’anni
di onorata carriera
si è ritirato in campagna:
“È tempo di chiedermi
che cosa sono venuto a fare
su questa palla”



ennaio di quest’anno.
Nel teatro di Casateno-vo, provincia di Lecco,
Paolo Ferrari recita con
Andrea Giordana in  Un ispettore in ca-sa Birling . Quindi a un sito internet del-la locale annuncia, serenamente e sen-za clamori, il suo ritiro dalle scene dopo
più di settant’anni di lavoro. «Gli anni
passano via veloci. Fare teatro vuol dire
stare lontano da mia moglie, stare lon-tano da casa. Recito da quando avevo
cinque anni, ne ho ottantaquattro. È
tanto no? Così mi sono detto “adesso
basta. Mi fermo qui”» racconta oggi. Ve-terano dello spettacolo italiano, inter-prete teatrale di commedie brillanti, il
mitico Archie Goodwin di una delle più
belle serie tv di  Nero Wolfe, la voce ita-liana di Humphrey Bogart, Ferrari ha
scelto di allontanarsi dalla ribalta con la
stessa discrezione con cui ci ha vissuto.
Ha scelto di farsi dimenticare, più che di
dimenticare.
Si è ritirato in un posto magico, nella
campagna romana, in una bella villa a
un piano, solitaria, isolata tra pioppi e
querce, con un prato davanti e tutto in-torno un bosco fitto, silenzioso. Un luo-go bello e pauroso. «Ma no, è un posto
che invita a guardarsi dentro — dice
Ferrari con la celebre voce dal timbro
caldo che è stata la sua fortuna — Un po-sto dove leggere, ascoltare musica, col-tivare rose, andare in bicicletta, medi-tare. Alla meditazione io dedico ogni
giorno qualche ora. Lasciar passare i
pensieri, lasciarli andare senza tratte-nerli grazie a tecniche speciali, all’om...
aiuta, fa bene. Io lo faccio da parecchio
tempo. Quando recitavo mi mettevo in
camerino e meditavo. Era un modo per
concentrarmi sullo spettacolo».
Paolo Ferrari ha fatto l’attore per un
tempo esagerato. Appunto, tutto co-minciò che aveva cinque anni. Bambi-no, si era pericolosamente avvicinato
all’acqua di un lago ma Gino Cervi lo
aveva preso in braccio portandolo via.
«Ho un vago ricordo di quell’episodio,
ma essere stato tra le braccia di quel
grande attore dev’essere stata una pre-destinazione». Sta di fatto che a soli no-ve anni recita in  Ettore Fieramosca , film
storico-avventuroso di Alessandro Bla-setti, e alla radio fa il giovane balilla; a
tredici anni è già in carriera come atto-re di cinema, a diciannove debutta con
Giorgio Strehler, a trenta è uno dei volti
più popolari della tv. Con Vittorio Gas-smann e Marina Bonfigli, sua prima
moglie, fa Il mattatore  nel ’59, l’anno
dopo con Enza Sampò approda al Fe-stival di Sanremo come presentatore,
poi sarà protagonista di show, varietà,
serie tv. Nel ’64 sarà il signor Collalto del
Giornalino di Gian Burrasca di Lina
Wertmuller con la Pavone (ed era già
stato Barozzo nella versione cinemato-grafica di Sergio Tofano del ’43). Alla
metà degli anni Settanta il grande suc-cesso, è Archie Goodwin nel Nero Wol-fe con Tino Buazzelli. «Quando girai
quella serie non avevo letto neppure un
romanzo: non volevo essere influenza-to. Tino Buazzelli? Un autentico ciocia-ro, un casinista. Il contrario di Gassman
che era timidissimo, nonostante sem-brasse così sicuro di sé. Che risate con
Vittorio una volta, doveva essere pro-prio durante  Il mattatore. Facevamo
uno sketch in cui io dovevo tirargli in te-sta una sedia, ovviamente fatta apposta
per rompersi facilmente. Senonché un
tecnico puntiglioso l’aveva rinforzata,
così quando gliela diedi in testa non so-lo non si ruppe ma un rivolo di sangue
cominciò a scendergli sul viso... Finim-mo poi per riderci su ogni volta che ci in-crociavamo. Per esempio in occasione
de Il sorpasso di Risi. Io fui chiamato a
doppiare Jean Louis Trintignant. Mi ar-rabbiai: “Non lo potevo fare io, il perso-naggio di Trintignant? Non sono Alain
Delon, ma neanche lui”. Mi intortarono
col fatto che era una coproduzione ita-lo francese...». Il doppiaggio è stata una
parte importante della sua carriera di
attore fin dal ’48: David Niven, Franco
Citti e, dall’inizio dei ’70, Humphrey
Bogart ne Il mistero del falco ,  Il grande
sonno ,  Agguato ai tropici. «Non ho fre-quentato nessuna scuola di recitazio-ne. La mia scuola è stata Bogart. Non era
facile doppiarlo perché non apriva mai
la bocca, andare in sincrono era una sfi-da, ma doppiandolo ho potuto vedere
come modificava il suo personaggio,
come cambiava il modo di mettere la si-garetta tra le dita, in bocca, il suo sguar-do... L’ho studiato imparando enorme-mente».
Paolo Ferrari è stato un tipo di attore
molto borghese, misurato, discreto,
equilibrato, perfino modesto. «È vero,
ma anche nella mia vita sono capitate
cose strane. Mio padre, per esempio,
era un uomo dotato di una grossa forza
medianica: parlava e la gente si sentiva
come toccata. Una volta parlando alla
radio salvò un uomo che, confessò poi,
si stava per suicidare, ma ascoltandolo
desistette. E pensare che mio padre per
me era stato a lungo “lo zio”. Solo quan-do sono diventato grande ho saputo
che era il mio vero papà, e non mi di-spiacque. Sì c’era stato anche un padre
“formale”: il mio cognome vero sareb-be Vitta. Ferrari era mia madre, Giuliet-ta, quotata pianista che introdusse in
Italia la musica di César Franck. Fu lei a
dirmi del  mio vero padre e io pensai su-bito che se ero figlio di un uomo così,
qualche cosa dovevo avere dentro an-ch’io. Era console italiano in Belgio. E
questo è il motivo per cui fui scodellato
a Bruxelles». In una vita ricca e lumino-sa, la sola ombra oscura era il fratello,
Leopoldo, che era stato nella polizia fa-scista e morì annegato nel lago di Co-mo. «Era il ’45, eravamo sfollati. Una
mattina mi salutò dicendo che doveva
andare in un posto. Lo vidi allontanarsi
con un uomo, non tornò più. Lo giusti-ziarono i partigiani. Per me fu uno
shock. Dormii per cinque giorni conse-cutivi. Non ce l’ho mai avuta con i par-tigiani per questo, però mi piace ricor-dare che quando il padre di un suo ami-co gli aveva proposto di fuggire per sal-varsi, Leopoldo aveva risposto: “Questa
divisa l’ho presa, l’ho portata, ho la co-scienza pulita, non la tolgo e accada
quel che deve accadere”».
Il giovane Paolo passa il dopoguerra
tra i tavoli di ping pong («giocavo pun-tando soldi e vincevo») e il cinema.
«Finché nel ’49 mi chiamò Strehler. Fu
una cosa divertente e strana. Io non ero
nessuno, avevo fatto fino a quel mo-mento parti da tenentino, nulla più.
Fatto sta che mi chiama il Piccolo Tea-tro per una piccola parte ne Il Corvo di
Carlo Gozzi. Io avevo avuto un’altra
proposta dalla compagnia Stoppa-Morelli. Quindi dissi no al Piccolo. Ma
loro insistevano, due, tre, quattro volte.
Paolo Grassi in persona mi scrisse un
telegramma: prendiamo atto della sua
indisponibilità ma ci teniamo a dirle
che nessuno ha rifiutato con tale osti-nazione una nostra proposta, scrisse.
Io ero incosciente, mi ero pure detto
che forse c’era una omonimia... perché
non capivo quella ostinazione: io non
ero proprio nessuno. Sta di fatto che lo
spettacolo con Stoppa e Morelli saltò. Il
Piccolo venne a saperlo e mi richiamò
ma l’offerta del mio cachet era stata ab-bassata. Non mi restò che prendere il
mio trenino di terza classe e andare a
Milano. Al Piccolo recitai per qualche
anno e nel ’56 dalla platea seguii anche
le prove de  L’opera da tre soldi se ben ri-cordo con Bertold Brecht presente che
fece anche correzioni sul testo». Il Pic-colo, soprattutto, lo laurea definitiva-mente alla carriera teatrale: con il Tea-tro dei Gobbi insieme a Paolo Panelli,
Marina Bonfigli, Anna Menichetti, Mo-nica Vitti, Francesco Mulè, con De Bo-sio, con De Lullo prima di dedicarsi al
repertorio brillante accanto a Valeria
Valeri, per tutti gli anni Settanta e Ot-tanta, l’unica attrice di cui ha la foto sul-la scrivania dello studio. «Il teatro è sta-ta una grande passione. Di diventare
famoso non mi è mai importato gran-ché. Quando feci la pubblicità del Da-sh, quella di “Le do due fustini in cam-bio del suo Dash” e per anni in teatro a
ogni mia apparizione sentivo dalla pla-tea il sibilo del “Dashshshsh”, diventa-vo furente».
Alla visibilità ha sempre preferito il
pudore; alla fama, la sicurezza; agli ec-cessi, la propria malinconia, tanto che
il personaggio che più ha amato è
Adriano di  Anima nera, il dramma di
Patroni Griffi su un uomo tormentato.
«Che bel testo», dice cercando nella
memoria come in trance le battute che
un tempo diceva in scena. “E tu non hai
niente da dirmi? E tu non hai niente da
dirmi? Nooo”, urlavo, “Nooo”». Le
manca essere quello che è stato? Silen-ziosamente si volta e dalla libreria
prende un cofanetto dell’opera omnia
di Beethoven e dal tavolino il libro del-le poesie e dei racconti di Rilke come
due totem pronti a difenderlo dall’iso-lamento. «Mi stendo su questo piccolo
divano e dalla finestra che mia moglie
ha disegnato con questo grande arco,
guardo il bosco, leggendo le mie poesie
e ascoltando la mia musica. Andare a
Roma? A teatro? Al cinema? No, troppa
fatica. E perché poi? Qui ho un po’ di
tempo per ampollosamente guardar-mi dentro, per guardare che succede e
farmi qualche domanda... Che sono
venuto a fare o che dovrei fare dal mo-mento che sono su questa palla. Cose
così... E mi bastano»




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