Da bambina aveva una parete di casa
per dipingere e girava i cantieri
col padre architetto. Da studentessa
di Belle arti sperimentava su di sé:
“Un giorno ero pariolina
e un altro
rockettara”
Oggi, a quarant’anni,
è art director di Gucci
e impone al mondo
un’idea nuova di lusso
e di azienda attenta anche al sociale:
“Non facciamo soltanto cose belle,
ma anche cose buone”
uella notte dello scorso
giugno al Twickenham
Stadium di Londra c’era-no cinquantamila perso-ne, e sull’immenso palco si alternavano
Rita Ora e Madonna, Jennifer Lopez e
Simon Le Bon, James Franco e Jessica
Chastain, ma anche il premio Nobel per
la Pace Leyman Gbowee e tanti altri e, in
un video, pure l’arcivescovo Desmond
Tutu. L’ultima folgorazione per un
pubblico impazzito fu l’apparire di
Beyoncé, presentata da Salma Hayek
Pinault e da Frida Giannini: tre donne
belle e celebri, organizzatrici di quella
indimenticabile serata di gioia e di ge-nerosità, cofondatrici, con Gucci, di
“Chime for Change”, la campagna per
raccogliere fondi destinati a migliorare
la vita di donne e bambine di paesi di-sagiati: «Con più giustizia, più salute,
più istruzione, per consentire loro di li-berarsi dalla povertà, dalla sottomissio-ne, dalla paura. Siamo andati in paesi
dimenticati dalla società del benessere
come il Malawi, e la Gucci ha deciso di
puntare soprattutto sull’istruzione,
perché una bambina o un bambino che
escono dal buio dell’ignoranza, impa-rano ad avere dei diritti, a immaginare
un futuro diverso da quello che gli im-porrebbero l’isolamento e l’abbando-no in cui sono nati. Imparare a leggere
aiuta le donne africane a proteggere i lo-ro figli, le bambine a capire come difen-dersi da violenze e stupri».
Frida Giannini è l’immagine nuova
della donna di potere: direttore artisti-co di tutto ciò che porta il marchio Guc-ci, dagli abiti al museo fiorentino della
maison, è una quarantenne di delicata,
serena bellezza, che si potrebbe defini-re, superando la banalità, botticelliana;
alta e sottile, lunghi capelli biondi lisci,
occhi dorati, carnagione chiara, un’ele-ganza discreta, appunto neogucciana.
Lavorando per il lusso sempre più lus-suoso, invadendo il mondo di oggetti
desiderati perché legati a una firma di
antico, costoso prestigio, quindi desti-nati ai privilegiati di censo, che sono
una moltitudine, o agli sconsiderati di
gusto, che sono una folla, si può prova-re, se si è intelligenti e consci del mon-do, il bisogno di non chiudere gli occhi
sull’immenso popolo di chi si dibatte in
vite di abbandono, fatica, invisibilità,
dolore: il dovere di perdonarsi la fortu-na e il successo occupandosi degli altri,
non solo elargendo denaro, ma anche
impegnandosi personalmente. Dice
Frida Giannini, con autentica soddisfa-zione: «In quella sola notte di giugno a
un concerto live con un miliardo di
spettatori in centocinquanta paesi, ab-biamo raccolto tre milioni di euro e at-traverso Catapult li abbiamo distribuiti
a 84 organizzazioni no-profit ».
La bella signora romana, padre ar-chitetto, madre docente di storia del-l’arte, è cresciuta in una casa dove la cul-tura faceva parte della quotidianità:
«Avevo molta passione per il disegno,
da piccola i miei mi avevano destinato
una parete di casa su cui dipingere con
i pennarelli. Alle elementari mi regala-rono un tecnigrafo, dopo il liceo dove-vo scegliere, tra iscrivermi ad architet-tura o all’Accademia di belle arti. Mio
padre mi portava nei cantieri, mi iscris-si ad architettura ma capii subito che
quella non era la mia vocazione. Intan-to sperimentavo su di me le strade del
look: un giorno ero pariolina, il giorno
dopo rockettara. Scelsi l’Accademia
dove, malgrado la mia passione per i
travestimenti, ero la più sobria. Avevo
insegnanti meravigliosi, come Argan e
Monicelli, e intanto nasceva in me la
passione per la moda, non perdevo una
rivista. Ho fatto il classico percorso, da
studente a stagista in varie aziende,
sempre non pagata, ho raggiunto il mio
primo contratto di formazione lavoro, e
poi di nuovo precaria. Sono state espe-rienze importanti, ho imparato a stare
sempre al mio posto, con umiltà ma an-che molta curiosità, molta voglia di im-parare e capire. A 25 anni ho avuto la for-tuna di essere chiamata da Fendi, un’a-zienda di donne, le cinque famose so-relle, più figlie e nipoti: non ho mai do-vuto neppure agli inizi dare gomitate
come deve fare una donna in un mon-do di uomini».
Non erano più i favolosi anni ’90, ma
la moda italiana continuava a brillare e
a fare affari e i nostri grandi marchi ave-vano cominciato a interessare i potenti
gruppi stranieri del lusso, che si con-tendevano i giovani creativi. La Gucci,
diventata da qualche anno di proprietà
del gruppo francese PPR, chiamò nel
2002 la giovane Frida come direttore
stilistico della borsetteria. In azienda
imperava Tom Ford, il creatore texano
che aveva fatto credere alle donne che
bastava un vestito da dominatrice cru-dele per sedurre il mondo: per questa il-lusione le donne lo adoravano, e il suo
successo era tale che a ogni sua sfilata
cadevano in deliquio. Frida era una
trentenne in jeans e camicia bianca che
nel marchio ipersessualizzato riporta-va con la sua persona, in un momento
di grande cambiamento sociale ed eco-nomico, l’immagine di una nuova don-na, seducente per classe, eleganza, rite-gno, intelligenza. La sua carriera nell’a-zienda fiorentina, nata nel 1921, è stata
fulminea: nel 2004 diventa direttore
creativo di tutti gli accessori, dopo la
rottura tra Gucci e Tom Ford, nel 2005 la
nominano direttore creativo dell’abbi-gliamento donna, l’anno dopo anche di
quello uomo. Oggi col suo gruppo stili-stico di decine di persone impone la sua
visione del lusso, fatto di raffinatezza,
equilibrio, ricerca, rispetto della perso-na e dell’ambiente, su tutto ciò che por-ta il celebre marchio. Partendo dalle
meraviglie dell’archivio storico Gucci e
chiedendo ai fornitori, sempre italiani,
di studiare nuovi materiali, privilegian-do quelli, come dice lei “ecosensibi-li”:«Tutto è certificato, all’interno della
nostra filiera produttiva: abbiamo al-meno duemila controlli l’anno. Usia-mo tessuti jeans che non abbiano subi-to lavaggi dannosi, né la famosa sabbia-tura, molto pericolosa per chi la lavora.
Usiamo nuova resine per fare gli oc-chiali, certe ricavate persino da semi di
ricino; ci impegniamo perché tutto sia
biodegradabile, come certe gomme
per le sneakers, o riciclabile, come tutto
il packaging. Per la conceria, cerchiamo
di usare pelli non lavorate col cromo. E
abbiamo creato una linea di borse con
un logo speciale, Green Carpet Chal-lenge, fatte con pelli di animali allevati
in pascoli non ottenuti distruggendo la
foresta amazzonica».
Non è facile assuefarsi all’idea che il
lusso, giudicato dai moralisti, e spesso a
ragione, come peccato, spreco, sfrutta-mento, gelido business, possa anche
avere un fine umanitario: e per esempio
la signora Giannini ha accettato di crea-re una linea Gucci per bambini, certo fi-gli di genitori non indigenti e forse esa-gerati, (infatti va benissimo), «solo se
prodotta tutta in Italia, e non in Thai-landia, Pakistan o Cina, dove i controlli
sono difficili: e devolvendo un milione
di euro l’anno all’Unicef». Dal 2005,
Gucci ha donato all’Unicef più di 14 mi-lioni di dollari, per sostenere tra l’altro i
progetti educativi per l’Aids nell’Africa
subsahariana. Quindi i clienti nei nuo-vi paradisi della ricchezza come Russia
e Cina, e pure in Europa e in Italia, in cri-si ma non troppo (si è da poco inaugu-rato a Milano, di fronte a Brera, un son-tuoso negozio Gucci a tre piani solo per
uomo), che collezionano spensierata-mente borse, valigie, profumi e giacche
come fossero cartoline, possono sen-tirsi buoni, anche se non eccessiva-mente interessati al fatto che una parte
di quello che spendono finisca per
esempio nelle regioni sperdute della
Cina per curare una grave malattia ocu-lare che colpisce laggiù dodici milioni
di bambini. L’azienda francofiorentina
ha venduto l’anno scorso per 3,1 miliar-di di euro, impiega direttamente otto-mila persone nel mondo, alimentando
un indotto di 45 mila, delle quali 7 mila
attorno a Firenze. «Non facciamo solo
cose belle, ma anche cose buone» dice
sorridendo Frida Giannini. Anche buo-nissime, come la piccina di ormai cin-que mesi, figlia sua e del presidente del-la maison Patrizio Di Marco. «Abbiamo
un’intesa personale e professionale, io
ho imparato a non farmi divorare dal la-voro e dall’ansia, arriva un momento in
cui stacco, torno a casa, preparo un
piatto di spaghetti, sto con la mia bam-bina. Fuori dall’azienda, il mio compa-gno e io non parliamo mai di lavoro, ma
delle tante cose belle che ci interessano
e ci accomunano. Abbiamo deciso per
ora di non vivere insieme per non farci
spegnere dalla quotidianità e avere i
nostri momenti di solitudine».
Anche il cinema ringrazia il logo di
due G, passione di Frida e storia del
marchio negli anni ’60, quando arriva-vano a Roma i divi americani e assaliva-no le raffinate boutique del centro. «Dal
2006 sovvenzioniamo la Film Founda-tion di Martin Scorsese per il restauro di
capolavori soprattutto italiani, come Le
amichedi Antonioni, Il gattopardo di
Visconti, La dolce vita di Fellini, Il caso
Mattei di Rosi. Ma crediamo anche nei
giovani e nel futuro del cinema, e colla-boriamo con la Biennale di Venezia al
progetto College, di formazione, ricer-ca e sperimentazione». Alla prossima
mostra vedremo le prime opere.
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