domenica 20 ottobre 2013

Lapo Elkann: “Vi racconto la mia vita con il male”

È il momento di dire la verità: dai 13 anni, in collegio, ho vissuto
cose brutte. Parlo di abusi fisici. Sessuali”. Il nipote dell’Av vo c a to
racconta il passato mai svelato prima. E parla del rapporto ritrovato
con la madre, degli attacchi di Della Valle, della caduta di
Berlusconi e delle lezioni di Kissinger 



Lapo Elkann è nato a New York il 7 ottobre 1977. È il
secondo figlio di Margherita Agnelli e Alain Elkann,
e nipote dell’avvocato Gianni Agnelli. Si diploma
a Parigi e studia Relazioni internazionali alla Euro-
pean Business School di Londra. Presta servizio mi-

litare nel corpo degli Alpini. È presidente e fondatore
di LA Holding, LA s.r.l., Italia Independent e Indepen-dent Ideas. È consulente di Ferrari. È stato respon-sabile Brand promotion Fiat Group per cui ha ideato
alcune felici campagne pubblicitarie, rilanciando
l'immagine del gruppo e fornendo tra l'altro il suo
apporto al lancio di gadget di diversa natura, primi
fra tutti, le felpe con il marchio vintage della casa
automobilistica torinese e il lancio della Fiat Gran-de Punto



P
oi il momento arriva: “Per
dire la verità, per smetterla
di nascondere le cose, per
affrontare quel che mi è
successo ed essere onesto,
con me stesso e gli altri”. Da
36 anni, con relativa fantasia, Lapo Elkann è
declinato sempre con la stessa nota. Alter-nativamente raccontato come l’erede incon-cludente, l’eterna promes-sa, il ragazzo selvaggio per-so nell’apparenza, l’esteta
annegato negli amori di
frontiera, negli errori e nei
vizi. “Oggi sono schiavo so-lo delle sigarette” dice. E
mentre aggredisce un pac-chetto di Marlboro, libera i
silenzi rimasti chiusi a chia-ve. Li tira fuori senza filtro,
una boccata dopo l’altra, e
in una nuvola di fumo, ve-stito di velluto arancione,
scherza: “Quando Torino è
così grigia bisogna fregarla
con il colore”.
Lapo affronta le curve della
memoria senza freni. Va ve-loce. Si schianta spesso. Ri-parte sempre. Guarda nello
specchietto retrovisore del
passato e vede l’infanzia, la
dislessia, i traumi mai svelati
prima, le incomprensioni e i
sensi di colpa. Li osserva con
la malinconica consapevo-lezza del sopravvissuto. Sot-to le luci del neon, parla per
quattro ore. Soffre, ride, si
cerca dentro.
Tortura il volto tra le mani e
non smette di rievocare
neanche quando in una va-schetta di alluminio, arriva
una milanese da divorare al
ritmo di un’intensa seduta di
autoanalisi. Sull’epopea me-diatica che ne segue ogni
passo riverberandone un’im -magine alterata, ha le idee
chiare: “In Italia l’eccentricità
non è ben accetta perché non
sei incasellabile in una sca-tola. E io di essere messo in
una scatola non ho voglia.
Credo di averne il diritto. Io
non sono solo una persona
leggera, un imprenditore, il
nipote di Gianni Agnelli o il
figlio di Margherita. Sono
tantissime altre cose. Ho le
mie sfaccettature e i miei di-fetti, ma forse la mia fortu-na è che i miei difetti sono
stati resi pubblici costrin-gendomi ad affrontarli.
Uno sforzo che mi ha reso
più umano. Più libero. Sono
a un punto della mia vita in
cui ho deciso di essere coe-rente al cento per cento”.
Nell’ufficio torinese, cir-condato dai coetanei che la-vorano alla creazione dei
suoi occhiali dal nome scio-vinista: “Italia indepen-dent”, diffusione planetaria
e quotazione borsistica da
decine di milioni di euro,
brillano lenti di tutti i tipi. Occhiali che gal-leggiano. Occhiali che puoi torcere. Occhiali
di legno, di velluto. Leggeri, pesanti, per la
fauna e l’amazzonia, a tinte arcobaleno per il
Gay Pride e neri in stile Batman per il volto
di Lady Gaga: “Provateli, sono in Carbonio”.
Lapo si muove tra le stanze e ci vede be-nissimo. In fondo ai ricordi c’è una camerata
e una divisa verde.
Brigata Taurinense, fine anni Novanta. Sol-dato semplice Lapo Elkann: “Non sono mai
stato un chierichetto e qualche cazzata, anzi
più di qualche cazzata, l’ho fatta anch’io. Non
sono stato perfetto neanche durante la leva.
Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a
Cuneo, come diceva Totò”La leva finì in commedia?
Mio nonno voleva che facessi l’allievo ufficiale.
Ma io non ne avevo alcuna intenzione. Grazie a
Dio ero già ipertatuato. Mi declassarono. Che
soddisfazione.
Pe rc h é ?
Così non ero tra i raccomandati. Però i com-militoni mi vedevano lo stesso come un mar-ziano. Un volontario di carriera mi provocava.
Quando mi vedeva lavare i piatti mi prendeva
per il culo: “Agnellino di merda, pulisci anche
questo”. Allora mi sono incaz-zato.
E che è successo?
Sarò anche buono e non sono
cinico, ma so come difender-mi. Sono uscito dalla mensa ed
è finita a botte. Non dico che
ho fatto bene, i pugni non sono
mai una soluzione, ma da quel
giorno mi hanno rispettato
tutti. Non ero più solo il co-gnome o la mezza calza senza
coraggio, ma Lapo. Il Capitano
Valle però non era d’accordo e
mi diede qualche giorno di ca-mera di consegna. Ho avuto
sfiga, tifava per il Toro.
Che disse?
“Elkann, dove credi di esse-re?”. Gli spiegai che poteva pu-nirmi. Ma se provocato anco-ra, pur essendo un non vio-lento, l’avrei rifatto. Accetto
tutto, non gli insulti alla mia
famiglia.
LA FAMIGLIA
Eredità pesante sin da bambi-n o?
Da piccolo non capivo che co-sa avevamo di così speciale.
Anche perché io volevo fare il
negoziante. Vedevo i miei
amici francesi, ebrei sefarditi,
con le loro botteghe, sempre
pieni di contanti. Si potevano
comprare i vestiti e mille altre
cose. Io mi vendevo gli stivali
da cow boy in lucertola e il
giubbotto dell’Avirex per
comprarmi il motorino. Vole-vo essere come loro, che invece
mi guardavano stupiti e mi di-cevano: “Ma che vuoi? Tu hai
le fabbriche”.
Non doveva essere male cre-scere tra cavallini rampanti e
autografi di Platini.
Il mio film preferito era  Big.
Vedi Tom Hanks da bambino
circondato da macchinine. Io
avevo proprio la fissa. Andavo
da mio nonno e gli chiedevo:
“Scusa, se tu fai le macchine
perché non posso avere le mi-ni-macchine anch’io?”. Quan-do ci hanno regalato il go kart,
a Villar Perosa, è stato un so-gno. Giravamo da mattina a
sera. Le estati più belle, disin-volte e libere della mia vita.
C’erano mio fratello e i cugini
a cui di notte mettevo il den-tifricio nelle orecchie. Invece
mia sorella Ginevra era diver-sissima: lei bruna, io biondo.
Ci scambiavano per fidanzati.
Ce la ridevamo.
LE FERITE
Eravate tutti a scuola insieme?
No, perché in classe avevo grandi difficoltà. Ero
dislessico, amavo solo le lingue e la storia. Ero
molto più bravo a parlare che a scrivere. Dun-que i miei fratelli sono rimasti al liceo pubblico,
e io, che ero il secondo di otto, sono stato spe-dito in collegio, dai gesuiti. L’ho vissuta come
una vera e propria punizione.
Come mai?
Da quando ho compiuto 13 anni ho vissuto
cose dolorose che poi mi hanno creato grosse
difficoltà nella vita. Cose capitate a me e ad altri
ragazzi. Parlo di abusi fisici. Sessuali. Mi è ac-caduto, li ho subiti. Altre persone che hanno
vissuto cose simili non sono riuscite ad affron-tarle. Il mio migliore amico, che era in collegio
con me per quasi 10 anni e ha vissuto quello che
ho vissuto io, si è ammazzato un anno e mezzo
fa. Non ne ho mai parlato prima anche perché
voglio che questa storia serva a qualcuno. Sto
pensando a una fondazione. Voglio aiutare chi
ha passato quello che ho passato io. Parlare è
giusto, ma facendo qualcosa di utile, di po-sitivo.
Che impatto hanno avuto queste esperienze
nella tua vita?
Tu puoi essere una persona solare e positiva,
ma certe cose, quelle cose, riescono a confic-carti il male dentro. Però io non mi considero
una vittima, le vittime sono altre.
Come si affronta un trauma simile?
Ho dovuto fare un enorme lavoro su me stesso,
anche vedere cose che non avevo voglia di ve-dere. Non nasconderle più. Non nascondermi.
Ho dovuto essere sincero con me stesso e con
gli altri. Anche perché quando si ammazza il
tuo migliore amico ti metti in discussione. Ti
fai delle domande. Avrei potuto fare qualcosa?
Stargli più vicino? Me lo sono chiesto anche
quando è morto mio zio Edoardo.
Il figlio di Gianni Agnelli scomparso nel 2000.
A mio zio penso molto spesso. Mi manca. Mi
mancano anche tutti gli altri: mio nonno, Gio-vannino, Umberto, mio cugino Filippo, che se
ne è appena andato. Tutti. Però Edoardo era
una persona speciale. Atipica. Che ha vissuto
una vita estremamente travagliata. Certe cose
dure che ha vissuto, oggi le capisco ancora me-glio di ieri. E ho sempre un grande dolore nel
pensare che si sarebbe potuto fare di più. Che
avremmo dovuto fare tutti di più.
L’AV VO C ATO
Hai detto che essere nipote dell’Avvocato è sta-to più facile che esserne il figlio.
Molto più facile. Essere figlio di Gianni Agnelli
non poteva essere una passeggiata di salute.
Sono sicuro che non sia stato semplice averlo
come padre. Perché il nonno te lo puoi godere,
ma un genitore ti deve educare. Da giovane
volevo somigliare a mio nonno. Era il mio
esempio, il mio modello. Pensavo esistesse sololui. Poi ho capito che il nonno era il nonno e io
sono solo io. È giusto così. Oggi non ho più
nessuna voglia di essere come lui, il che non
vuol dire che non lo rispetti. Però io sono di-verso.
Pensi di avere più cose in comune con tua non-na, donna Marella?
Non faccio mai confronti. I paragoni sono pe-ricolosi. Presuntuosi. Sarebbe facile sostenere
che mia nonna è bella ed elegante, ma pre-ferisco dire che è una donna forte e veramente
buona. Una persona che mi è stata vicina nei
momenti più bui. Quando ho sofferto di più, lei
c’era. Con grande generosità. Buona com’era
anche la madre di mio padre, nonna Carla che
hanno rapito nel 1977 eppure non ha mai perso
la gioia di vivere.
Si parla da anni della rottura con Margherita
Agnelli.
Non è vero che non parlo con mia madre. Nei
rapporti umani ci sono delle fasi. Succede con
fratelli, amici, cugini e anche con i genitori.Non sono fiero di certe cose che ho detto su di
lei e del modo in cui le ho dette, ma ho i miei
limiti, non ho mai preteso di essere perfetto.
Ho avuto momenti di grande insicurezza e
sofferenza personale e professionale che mi
hanno portato a essere duro, freddo e, a volte,
verbalmente violento. Poi io e mia madre ci
siamo confrontati. Ma quello che ci siamo detti
riguarda solo noi, non lo condivido con i gior-nali. E anche se oggi con lei ho un dialogo nel
quale di certe cose non si parla e non si discute,
il rapporto è costruttivo. E auspico che con il
tempo migliori. Parto sempre dal presupposto
che se c’è buona volontà da entrambe le parti,
le cose possano prendere una buona piega. An-che perché so che per me è basilare.
LE DONNE
Per arrivare a cosa?
Io nasco da lei. Non da un’altra donna. E se un
domani voglio costruire una famiglia tutta mia
so che il rapporto con mia madre è fonda-mentale per avere una relazione sana con le
donne, per non nutrire uno spirito vendica-tivo, o cattivo nei confronti delle donne in
generale.
Ci pensi davvero, a mettere la testa a posto?
Una volta pensavo che sarei stato ricco solo
dopo aver guadagnato da solo i miei soldi. Og-gi credo che la vera ricchezza non dipenda da
quanti zeri hai sul conto in banca. Ma da come
stai interiormente. E io ho ancora tanta strada
davanti. Per me farcela significa conquistare
una vita normale e creare la mia famiglia, averdei bambini. Non vedo la mia vita senza moglie
e figli. Ho 36 anni, entro i 40 ci arrivo.
È vero che vuoi chiamare tua figlia Italia?
Certo che è vero. Sempre che la moglie sia
d’accordo. Come esistono Asia e India, perché
Italia non va bene?
L’ I TA L I A
Sei innamorato di un Paese che va sempre peg-g i o.
Non sono d’accordo. I problemi ci sono, ma
anche i segnali positivi. Guardate questo Papa,
è fantastico, umano, moderno. E anche se il
Vaticano non è in Italia, la sua influenza si
sente parecchio. L’Italia soffre, ma non è scon-fitta. Solo che dovremmo evitare di prenderci a
schiaffi da soli. C’è un enorme potenziale non
espresso.
Per esempio?
Si parla tanto di Alitalia, ma ancora prima bi-sogna guardare ai problemi strutturali. Abbia-mo infrastrutture inadeguate. Gli aeroporti,
per dire, vengono gestiti molto male. Se atterri
a Madrid o a Barcellona – e cito la Spagna
perché sta peggio di noi – puoi passare la gior-nata a girare i duty free senza annoiarti. A
Fiumicino un’esperienza come quella raccon-tata nel film The Terminalme la risparmio vo-lentieri.
E del declino di Berlusconi cosa pensi?
Non sono paraculo né finto, e a differenza di
molti altri dirò le cose come stanno. Ammetto
che io Berlusconi, nel ’94, l’ho votato. Nel suo
lavoro aveva creato slancio e pensavo potessereplicare lo stesso schema in politica. Poi mol-to di quel che era stato promesso non è stato
fatto e io non l’ho votato più. Come impren-ditore e italiano il mio scopo non è dimen-ticarmi delle tasse. Guadagno e sono contento
di pagarle. Poi Berlusconi che pure non è un
mio amico, non mi sta affatto sulle palle. Non
partecipo al tiro al bersaglio. Qui da sempre
prima si fa un applauso, poi si prepara il plo-tone di esecuzione. Troppo comodo.
La sua epoca è davvero finita?
È una domanda complessa. Berlusconi non è
solo un individuo. È un sistema: un modo di
pensare, comportarsi, comunicare. Ha com-piuto errori, come tanti altri, ma sarei stato
felice se avesse fatto di più. Per me non è mai
stata questione di destra o di sinistra. Non fac-cio il radical chic, né fingo di essere comunista
o di sinistra. Di principe rosso ce n’era uno e si
chiamava Carlo Caracciolo. Fantastico e ini-mitabile, ma io sono diverso.
Oggi governano Letta e Alfano, il parricida.
Possono fare un buon lavoro e anagraficamen-te, il tempo è dalla loro parte. Quando c’è stato
lo  show down nel Pdl, ho cercato il numero di
Alfano che incontro spesso in treno e poi l’ho
chiamato: “Lei ha dato prova di avere grandi
coglioni”, gli ho detto.
L’Huffington Post Italia in primavera titolava
‘Elkann vota Grillo’.
Impossibile, ero in America, non avrei potuto
neanche volendo. Ma non l’avrei votato co-munque.
Nella stessa intervista si riferisce di un tuo du-ro giudizio su Renzi: “Si è venduto a Bersani
per un piatto di lenticchie”.
Impossibile anche questo. Non ho mai parlato
male di Renzi. Mi pare uno che si comporta
nello stesso modo che abbia davanti un ca-meriere o il presidente della Repubblica. Un
atteggiamento che mi piace. Troppo facile gio-care a fare il duro con chi lavora per te, meno
semplice farlo con chi ha più capacità, intel-ligenza o palle di te.
Guarda che ti invita a pranzo.
All’epoca del mio incidente di percorso Renzi
mi scrisse una lettera estremamente gentile e
umana. Altri dissero cose più sgradevoli. Fini
dichiarò che mi dovevo vergognare. Quando
penso ai politici separati dalla realtà, appartati
in comode salette e circondati da guardie del
corpo, penso a gente come lui.
ZITTI E MUTI
Un altro uomo di potere che critica spesso gli
Agnelli è Diego della Valle.
Sono amico di suo figlio, ma a Diego Della
Valle che ho incrociato spesso, non ho mai
risposto nel merito. Un po’ perché credo che
quando dice: “Parlano i risultati” abbia ragione
mio fratello. Un po’ perché non sono un tut-tologo e su certi temi, mi astengo. Come im-prenditore Della Valle ha fatto un gran cam-mino, ma non basta trasformare un’aziendina
in un’aziendona per far di te uno che può par-lar di tutto e di tutti. Della Valle non se l’è presa
soltanto con la mia famiglia, ma anche e in
maniera poco graziosa, con Giorgio Armani.
Ha detto che avrebbe dovuto restaurare il Ca-stello Sforzesco come lui aveva fatto con il Co-losseo.
Armani cosa ha risposto?
Gli ha fatto sapere che se deve far beneficenza
lo fa con i suoi soldi e non con quelli degli
azionisti e che in ogni caso, non ha bisogno di
sbandierarlo. Nella storia italiana esistono due
GA. Uno era Gianni Agnelli, l’altro è Giorgio
Armani e allora zitti e muti perché Armani è
uno che si è fatto da solo, è un esempio di
distinzione, garbo ed eleganza, è in ufficio alle
7 e 30 del mattino e rappresenta l’Italia in giro
per il mondo al massimo livello. Detto questo,
non ho nessuna animosità né nessuna pole-mica da rialimentare con Della Valle. Spero
capisca che è inutile perder tempo e che oggi il
Paese non ha bisogno di conflitti interni né di
piccoli giochi di potere. Ci sono imprenditori
interessati ai Cda delle banche e dei giornali,
ma c’è anche chi, di quel sistema, non ha voglia
di far parte né oggi né domani. In generale, se
devo confrontarmi con gente con cui non vado
d’accordo, la chiamo direttamente. Non ho bi-sogno di pubblicità e se posso averne meno,
sono anzi più sereno. Provoca dicendo che la
mia famiglia ama andare in barca a vela. É vero,
ma gli ricordo che io la barca l’affitto, lui ce l’ha
di proprietà LA FIAT
Della Valle se la prende con la Fiat che delo-calizza. Come giudichi le scelte di Marchionne?
Prima di lui la Fiat era un’azienda europea,
oggi è mondiale. Marchionne non aveva mol-te opzioni. L’alternativa era tra vivere e mo-rire. Penso abbia scelto bene. E vedo la de-localizzazione come una forma di internazio-nalizzazione. Ma parlo da
azionista, in Fiat non lavoro
più dal 2005, quando mi di-misi.
Prima di quello scandalo le-gato alle tue dipendenze si
parlava di te come futuro
presidente della Ferrari. È un
sogno che coltivi ancora?
A Maranello vado circa cin-que giorni al mese, ho un
contratto di consulenza. Le
macchine sono il mio primo
amore, una vera passione.
Ma il lavoro che faccio ora
con “Italia Independent”
non è un gioco. Ci sono fa-miglie che dipendono da
me, prospettive, orizzonti
che, al momento, nel mon-do dell’auto non ci sono.
La prima esperienza nelle
aziende di famiglia è stata
però alla Piaggio di Pontede-ra, sotto falso nome.
Io ero il terzo in linea di
montaggio, linea 2 amortiz-zatore-cavalletto in un con-testo molto comunista e iper
incazzoso. C’era un operaio
che si vestiva come mio
nonno. Si metteva l’orologio
sulla camicia. Era il figo del-la linea di montaggio, io non
volevo farmi scoprire, ero
discreto e mi vestivo con le
canotte da Renegade, quelle
con l’aquila. Questo mi
prendeva da parte e diceva
ad alta voce: “Oh, sei vestito
come uno sfigato! Un po’ di
stile”. Stetti due mesi, dor-mivo in una pensioncina al
centro di Pontedera, ma non
ci prendiamo per il culo. La
gavetta è un’altra cosa e due
mesi non sono niente. Quel-lo in fabbrica è un lavoro du-rissimo, dalla monotonia
straziante, per cui provo
profondo rispetto.
Ti hanno scoperto?
Ebbi un gran culo. Il giorno
in cui ho smesso alla Piaggio
sono andato a vedere la Juve
allo stadio. Mi videro in tv,
ma lo stage era già finito.
Peccato, perché a Pontedera
ero pazzo di un’operaia, che
era veramente bella. Ma mi
frenai e mi dissi: “Non ti per-mettere neanche di pensar-lo, sarebbe una cosa da
stronzo”.
È vero che, a Capri, rubasti
un Taxi al grido di “la Fiat è
mia”?
Ma vi pare che avrei mai det-to “La Fiat è mia”? Il “Lei
non sa chi sono io” non mi
appartiene a iniziare dal lei. Io do del tu a tutti.
A Capri non è andata così. Ho tanti difetti, ma
non sono arrogante. Eravamo un po’ brilli,
c’era stato il compleanno di un amico. Scher-zai con un tassista e guidai l’auto per 10 metri.
La mia fidanzata di allora mi disse di smetterla
e finì lì. Qualcuno pensò poi di sfruttare la
storia per fare pubblicità all’isola, ma non suc-cesse niente. Veramente niente.
Però in Fiat hai lavorato: alcune idee, come le
felpe col logo dell’azienda, furono efficaci.
Arrivai in Fiat in un momento drammatico.
L’azienda aveva perso il proprio padre e in-ventare comunicazione senza soldi e ringio-vanire un marchio senza prodotto partendo
dalla Stilo non fu facile. Bisognava ricrear empatia attorno a un marchio che vende auto
ma paradossalmente, non ha auto. Riaccendere
l’orgoglio, anche internamente. Per prima cosa
inaugurammo l’Open Space. Una questione di
trasparenza, non si doveva nascondere nulla ai
lavoratori.
LA DIPENDENZA
Poi è arrivato il 2005, lo spartiacque della tua
vita. Sei finito in rianimazione e sulle prime pa-gine dei giornali di tutto il mondo. Come è stato
risalire dallo sprofondo?
Lento, sofferto, complesso.
Difficilissimo come tutte le
scalate per raggiungere il bel-lo. Sono servite fatica e soffe-renza.
E adesso ti senti in salvo?
Ora sono a metà strada. Adesso ho una certa
pace interiore perché a quella definitiva – e
chi lo nega mente – non arrivi mai. Ho pianto
il mio miglior amico, ho visto gente morire,
ho perso una donna che amavo molto e un
lavoro che adoravo. Mi sono salvato per un
soffio dopo aver visto la morte in faccia, ho
avuto l’immensa fortuna di potermi giocare
una seconda occasione. Ma il mio passato
alla fine è stato un enorme aiuto. Anche con
Italia Indipendent non è stato tutto rose e
fiori. Momenti durissimi. Ma quando hai
vissuto quello che ho vissuto io certo non ti
fai scoraggiare. E oggi, senza presunzione, se
penso alla competizione, penso a Ray-Ban.
Con i nostri occhiali arriveremo o siamo gi arrivati in Europa, America, Giappone ed
Emirati Arabi. Vogliamo diventare quello
che era la Swatch negli anni Ottanta.
LA RISALITA
Si dice che il primo a convincerti a uscire di ca-sa, dopo lo scandalo, fu l’ex segretario di Stato
americano Henry Kissinger.
So cosa dicono di lui. Che è una persona senza
etica, un figlio di puttana per quello che fece in
Vietnam e in Sudamerica negli anni 70. Ma con
me è stato leale e paterno. Mi ha aiutato mol-tissimo, è stato tra i primi a tendermi la mano.
Co s ’hai imparato da lui?
Mi ha fatto capire che qualsiasi cosa facessi non
era mai abbastanza. E che la fame la si coltiva, da
ricchi e da poveri. Per migliorare non ci sono
scorciatoie, devi combattere e lottare. Se mi chie-di di dare il 100 per cento nel lavoro, io non ci
riesco. Do sempre il 400 per cento. E sapete per-ché? Perché i miei eccessi e la mia natura additiva
non remano solo contro di me. Per la passione
che ci metto sono lo stereotipo di un italiano.
Che uomo vuole diventare Lapo Elkann?
Uno che riesce a raggiungere i suoi obiettivi
con etica, correttezza e umanità. Ho l’illusione
che si possa emergere senza sotterfugi. Con la
bontà: essere buoni non è qualità né un difetto.
Se la classe imprenditoriale ha fatto credere che
essere furbi fosse un valore, io rivendico il va-lore della bontà. Ci sono quelli che mi criti-cheranno sempre e quelli a cui non piacerò
mai. Io vado per la mia strada. Senza arroganza,
magari sbagliando, ma a modo mio

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