Ha saputo trasformare in un’arma
la sua diversità. E così oggi il cantante
degli Antony and the Johnsons,
dal timbro angelico e inquietante,
è molto più dell’artista di culto scoperto
da Lou Reed nelle notti
di New York: “Potevo
soccombere, ho cercato
un modo per esprimermi
Non ho permesso
a me stesso di deragliare
La perseveranza
mi ha guidato nell’arte:
non la bella voce”
N
ella hall del Bowery Ho-tel, in quella obliqua
scacchiera della metro-poli dove un tempo bi-ghellonavano artisti e diseredati (ora il
posto più trendy di Lower Manhattan),
Antony Hegarty cerca un angolo tran-quillo per raccontarsi. Troppa folla in-torno al caminetto acceso anche d’e-state, troppa luce davanti alla veranda,
troppi faretti intorno alla reception. Al-la fine si accomoda nel posto più traffi-cato e indiscreto, davanti agli ascenso-ri che portano ai piani. «Qui vanno tutti
di fretta, non faranno caso a noi», mor-mora. Non ha mai smesso di essere ti-mido, di aspirare a una terapeutica in-visibilità. Da quando bambino, in In-ghilterra, si muoveva in modo diverso,
parlava in modo diverso, cantava in
modo diverso; da quando adolescente
negli Usa pensava in modo diverso, ve-stiva in modo diverso, si truccava in
modo diverso. Ora quegli occhi bistrati
li nasconde dietro i lunghi capelli che la
cera tiene incollati al viso, sistemati ad
arte per creare uno schermo tra lui e il
mondo, come i molti strati di maglina
leggera che celano il corpo di un pingue
ragazzone vicino al metro e novanta.
«Ho combattuto una guerra, fin da pic-colo», mormora con la voce sommessa
e femminea. «Potevo soccombere, na-scondermi, impiccarmi. Potevo fingere
di essere quello che non sono. Invece ho
cercato un modo per esprimermi. Era il
mio percorso, non ho permesso a me
stesso di deragliare; la ragione che mi ha
spinto ad andare avanti, una ricerca
personale. È durata anni, l’ho persegui-ta con determinazione ed è la ragione
per cui canto. La perseveranza mi ha
guidato all’arte, non la bella voce».
La diversità è la sua arma. Ed è affila-tissima. Anche se non sempre sono sta-ti applausi per la voce angelica e inquie-tante scoperta da Lou Reed tra i tesori
dell’underground. Quindici anni di ga-vetta prima che Antony and the John-sons pubblicassero nel 2005 l’acclama-to I’m a Bird Now(il disco d’esordio, cin-que anni prima, era passato pratica-mente inosservato).
«Arrivai in città a diciotto anni, nel
1990», racconta l’artista che alle ele-mentari si era trasferito con la famiglia
dall’Inghilterra nella West Coast. «Sa-pevo che per me era come… tornare a
casa. Anche se non c’ero mai stato. Sa-pevo che era l’ultima fermata del treno.
Prima dell’avvento di Internet, prima
dell’era digitale, New York aveva un’au-ra speciale, era l’unica isola felice dove
agli artisti e ai degenerati fosse conces-so di vivere in pace. Sprofondai nelle
notti di Manhattan. Quel che mi inte-ressava succedeva solo dopo il tramon-to. Così trascorsi i primi sette anni vi-vendo da mezzanotte alle cinque del
mattino».
Frequentava locali come Knitting
Factory e Joe’s Pub e di giorno l’Experi-mental Theatre Wing della New York
University. Al disprezzo che leggeva ne-gli sguardi rispose con poche lettere che
si fece scolpire sulla nuca a colpi di ra-soio: FUCK YOU. Anni di euforia e di di-sagio, fino a quando non incontrò il suo
spirito guida, Joey Arias, un travestito
che cantava Billie Holiday nei club di
Manhattan e con Klaus Nomi aveva ac-compagnato un’esibizione di David
Bowie al Saturday Night Live. «Prima di
conoscerlo andavo a vedere tutti i suoi
spettacoli, era una di quelle che io chia-mo icone psico-culturali, un predicato-re che ha ispirato la mia vita non meno
di Kazuo Ohno (artista giapponese, gu-ru della danza Butoh che Antony ha vo-luto sulla copertina di The Crying Li-ght)», ricorda. «Quando cantava Billie
Holiday era spettrale e trascendentale,
illuminava lo spazio in cui si muoveva,
sofisticato e vaudeville allo stesso tem-po. Ero soggiogato dalla sua impene-trabile vulnerabilità».
Antony vive nel quartiere di Chelsea,
ha un ufficio, un segretario, è più che un
artista di culto, ha una visibilità inter-nazionale, collaborazioni eccellenti in
musica e teatro. Si è anche esibito al Ra-dio City Music Hall davanti a seimila
persone. In Italia ha un pubblico fede-lissimo. Si esibirà domani alla Cavea
dell’Auditorium di Roma con un pro-gramma di cover intitolato She’s So
Blue ; poi dividerà il palco con Franco
Battiato (col quale ha inciso Del suo ve-loce volo ) il 31 agosto a Firenze e il 2 set-tembre all’Arena di Verona col già col-laudato Cut The World, accompagnato
dalla Filarmonica Arturo Toscanini.
«Per me nulla è cambiato», assicura,
«certezze, preoccupazioni e priorità so-no le stesse di sempre. Ho fatto al Radio
City quel che facevo vent’anni fa al Py-ramid Club alle tre di notte. Più entusia-smante è stata la performance al Teatro
Real di Madrid con Marina Abramovic
e Bob Wilson ( The Life and Death of Ma-rina Abramovic ). L’abbiamo ripresa a
Toronto e a dicembre approderà a New
York. Marina è un’artista straordinaria.
Mi affascinano la sua semplicità e la lu-cidità con cui affronta le cose. Ci com-pletiamo, io sono un indeciso per natu-ra, lei riesce in un attimo ad arrivare al-l’essenza, e sempre con gesti semplici e
fortissimi». La Abramovic fa parte di
quell’universo femminile che l’anno
scorso Antony ha celebrato nel corso
del Meltdown Festival di Londra. «È sta-to un onore dirigere la rassegna dopo
Patti Smith, Robert Wyatt e Scott
Walker. Il Meltdown mi ha dato la pos-sibilità di creare un evento dove la di-versità è miracolosamente diventata
normalità. Anche quando le scelte era-no ardite, come il coinvolgimento della
cantante Selda Bagcan, una pasionaria,
la Joan Baez turca. Piansi la prima volta
che per caso l’ascoltai in un coffee shop
americano, e non capivo neanche di
cosa parlavano le sue canzoni. Mi era
successo molti anni prima con Miriam
Makeba». Al Meltdown ha invitato an-che Marc Almond, l’idolo della sua ado-lescenza. «Non sarei mai diventato un
cantante senza la sua influenza», con-fessa. «È stato lo specchio nel quale mi
sono riflesso dai tredici ai quindici an-ni. Era effemminato e provocante, ma
in una maniera molto punk; sibilava
minacciosamente alla platea per na-scondere una inconfessabile vulnera-bilità; un paradosso vivente, ero sog-giogato dalla sua rabbia, da quella voce
non sempre bella, non sempre all’altez-za, non sempre piacevole. Io, che mi
sentivo un ragazzino deriso, trovavo
sublime quel che faceva. Un adole-scente effemminato cresce con la con-sapevolezza del disprezzo. Neanche la
voce mi sembrava un dono. Non mi pia-ceva il mio timbro, eppure mi ostinavo
a cantare ogni singolo giorno tanto era
urgente il bisogno di esprimermi. In ca-sa mia le emozioni venivano sistemati-camente denigrate. La sensibilità? Una
debolezza femminile relegata nella sfe-ra emotivamente più bassa dell’essere
umano. È un tipico atteggiamento del-la nostra società: intuito e emotività so-no considerati inutili e pericolosi.
Quante guerre avremmo evitato se i po-litici fossero stati più sensibili — nel
senso più femminile del termine».
Il suo programma è noto, l’ha enun-ciato anche al pubblico di Sanremo di-stratto dalle canzonette: «Per me c’è
una stretta connessione tra femmini-smo ed ecologia. Le donne e la nostra
parte femminile sono le uniche armi in
grado di salvare l’umanità, una risorsa
mai sfruttata a livello di conoscenza e di
potere», insiste noncurante del viavai
degli ascensori. «Prima che il genere
umano venga spazzato via dalla faccia
della terra dobbiamo ricorrere a quello
che io chiamo “il potere del femmini-no”, in termini di governo soprattutto.
Obama non è stato il presidente che mi
aspettavo, l’eroico leader che avrebbe
potuto trascinare gli States dentro una
nuova consapevolezza, ma è uno che
ascolta chi alza la voce e si fa sentire.
Grazie a lui la comunità gay è diventata
politicamente visibile in America. Sfor-tunatamente la stessa cosa non è acca-duta per i problemi legati all’ambiente.
Sono gli scienziati che hanno fatto scat-tare l’allarme, e agli scienziati non è
consentito di partecipare al dibattito
politico. Le preziose informazioni che
ci forniscono si scontrano con gli inte-ressi di potentissime lobby. Né i mezzi
d’informazione ci sono di alcun aiuto;
la maggior parte degli americani segue
Fox News che, come si sa, va dove soffia
il vento. Per Rupert Murdoch il pianeta
potrebbe anche andare a fuoco purché
il suo impero sia al sicuro. Forse ha già
progettato una navetta spaziale con la
quale mettersi in salvo con tutta la fa-miglia». Controlla l’ora, maledice que-sta New York dove ormai si vive solo di
giorno. E conclude: «Non credo saremo
mai in grado di piegare il capitalismo
agli interessi del pianeta. Ho studiato e
riflettuto: il potere maschilista, vertica-le, gerarchico e corporativo è totalmen-te diverso da quello più flessibile e oriz-zontale con cui le donne governano la
famiglia. Sono giunto alla conclusione
che l’unica via di salvezza è dare potere
a quello strato della popolazione che
non l’ha mai avuto, a quelli che non so-no mai stati i protagonisti dello show,
ma solo i supporter e gli spettatori. Un
cambio della guardia radicale con le
donne alla guida della partita. Il mondo
ha bisogno di più estrogeni
venerdì 26 luglio 2013
Io c ero Settant’anni fa gli americani sbarcavano in Sicilia. Con loro anche Phil Stern, il “fotografo di Hollywood” Che con i suoi scatti inediti ci racconta come sopravvivere alla guerra (e alle star)
eduto davanti al suo monitor, con il cappellino da
baseball un po’ sghembo sulla testa e gli “occhiali-ni” dell’ossigeno al naso per compensare decenni di
sigarette, l’uomo che vide in faccia Marilyn Monroe
e la morte in guerra mi parla e ride, ricordando e sca-tarrando: «Ho visto Marilyn nella sua casa e le navi
da guerra esplodere sotto le bombe degli Stukas, gli occhi blu
senza fine di Sinatra e i piedi di James Dean, ma prima di mori-re voglio rivedere la Sicilia».
Dalla profondità dei suoi 93 anni che stanno per diventare 94,
Phil Stern, il fotografo che ha scolpito sessant’anni di immagi-ni dell’America, delle sue battaglie, dei suoi eroi popolari e del-le icone hollyoodiane, si prepara per un lunghissimo viaggio
nella memoria che lo deve riportare dove la sua vita di caccia-tore di luce era cominciata: nella notte di settant’anni or sono,
quando la flotta alleata partita da Tunisi lanciò l’“Operazione
Husky”, lo sbarco in Sicilia. Fu il primo assalto diretto alla “For-tezza Europa” presidiata dalle armate tedesche e italiane, un
VITTORIO ZUCCONI
anno prima del D-Day in Normadia. E l’inizio della fine per fa-scismo e nazismo.
Da Los Angeles, dove vive, e da dove ci parliamo via Skype, a
Gela, dove Phil sbarcò all’alba del 10 luglio 1943. Occorre un cer-to coraggio per affrontare un viaggio aereo dalla California a
New York, poi a Roma e a Catania, pregando gli dei bizzosi del-le coincidenze, e poi gli ultimi cento chilometri in auto, con la
bomboletta dell’ossigeno a tracolla. Ma anche questa odissea è
poca cosa rispetto al coraggio richiesto a un soldato di 24 anni
del Signal Corp, il Genio Trasmissioni americano, con il braccio
destro menomato dai proiettili nella campagna di Tunisia, due
macchine fotografiche al collo — «tutte e due tedesche», ride
scuotendo i bronchi scassati, «una Contax 35 millimetri e una
Rolleiflex indistruttibile» — e una carabina M1 sulle spalle dal-la quale non sparò mai un colpo: «L’avessi usata, mi sarei pro-babilmente sparato sui piedi».e avessero detto a quel ser-gente, fotografo ufficiale
delle operazioni di guerra,
fra i tanti che la Us Army
impiegava, che dalle co-lonne di sabbia sollevate
dal bombardamento navale, dalle im-magini del cacciatorpediniere Us
Maddox centrato in pieno ed esploso
sotto gli attacchi degli Stukas pilotati
da aviatori italiani, sarebbe passato al-le curve di Marilyn Monroe, al ciuffo di
John “Jack” Kennedy e alle ultime po-se di James “Jimmy” Dean prima di
schiantarsi, ci avrebbe creduto. «Già
prima di essere arruolato lavoravo co-me free lance sui set, negli studi, nei ri-storanti, un po’ alla paparazzo prima
che inventassero il nome. Lavoravo
per Life , Look, Saturday Post . Per que-sto l’esercito, nella sua infinita saggez-za, pensò di farmi fotografare un mi-tragliamento a bassa quota di fanti su
una spiaggia o i corpi dei soldati feriti».
La paga non era affatto male, anche
più di quel che il giovanissimo Phil ri-mediasse a Los Angeles: 72 dollari alla
settimana, nel 1943 una fortuna. «Ma
c’è da dire che, in genere, attrici e atto-ri non ti bombardano e non cercano di
ucciderti».
Le foto che Phil Stern, nato in una fa-miglia ebrea di New York e poi rotolato
sul piano inclinato dell’America della
Depressione verso il West e il Pacifico,
scattò nei giorni della campagna di Si-cilia, risalendo da Gela verso Comiso e
poi Catania — il percorso inverso del
suo viaggio d’addio — non portano la
sua firma perché erano di proprietà
della Us Army. Ma lui le ricorda tutte.
«Scattavo rullini dopo rullini, senza
avere il tempo poi di sviluppare, spe-rando di avere fermato sul bianco e ne-ro delle pellicole quello che vedevo,
fuori e dentro di me. Perché sono i fo-tografi a fare le immagini, non le im-magini a fare i fotografi. Il mondo è
uguale per tutti, come lo era il caos di
quello sbarco, che divenne al solito un
bordello di uomini, anfibi, paura,
esplosioni, mezzi da sbarco, grida di
portaferiti, come tutte le operazioni e
tutte le disposizioni militari in guerra.
Avrei dovuto sparare anche io, prima di
scattare, ma non me importava nien-te». Il suo obbiettivo personal-militare
era Comiso, anzi, Comisso come dico-no gli americani, e non per costringere
tedeschi e italiani alla resa ma per ritro-vare un amico italiano, Tom Adamo,
che aveva conosciuto a New York. Era
un emigrato che aveva lavorato e avu-to abbastanza successo nelle Ameri-che per poter tornare nella sua Comiso
a farsi la bella casa e la bella vita. «Ave-vo l’indirizzo, ma quando arrivai sco-prii che la casa non c’era più, e la strada
era stata sbriciolata dall’artiglieria».
Come trovò i siciliani? «Avevamo
pochi rapporti diretti con la gente, ma
quei pochi erano cordiali, anche festo-si, quando si convincevano che noi
americani eravamo arrivati per restare
e che non ci saremmo ritirati. Ma sen-tivo sempre un poco, come potrei dire,
di diffidenza, di distacco anche dietro
la festosità e l’allegria». Non fu lunga la
sua Conquista della Sicilia. Schegge di
proiettili tedeschi d’artiglieria gli en-trarono nelle gambe e dopo gli shra-pnel incassati in Tunisia, la Patria deci-se di avere avuto abbastanza sangue da
Phil Stern. Fu imbarcato su una nave-ospedale e rispedito in California. «Sai,
fare il fotografo di guerra, in mezzo a
pallottole che fischiano, compagni che
cadono, bombe che esplodono ti inse-gna una cosa. Anzi due. Che ci vuole
molto culo nella vita, e quello non te lo
puoi inventare. E che fare fotografie è
una cosa molto seria».
Dopo avere schivato i colpi mortali
di tedeschi e italiani, fra Nord Africa e
Sicilia, Phil era pronto ad affrontare —
seriamente — la guerra delle stelle a
Hollywood, meno letali degli Stukas e
delle mine antiuomo ma altrettanto
imprevedibili. Persino Frank Sinatra,
temutissimo dai fotografi, imperioso,
riottoso, gli parve un gioco da ragazzi.
«Frank aveva davvero due incredibili
occhi azzurri, e mi dispiace se è un luo-go comune ma era proprio Old Blue
Eyes . Era soprattutto un professionista
meticoloso, un fanatico. Voleva con-trollare tutto e da me gli piaceva farsi fo-tografare di spalle, specialmente negli
studi della Capitol Records, dove inci-deva. Tranne una volta. Mi disse “Phil,
fammi una foto con le braccia e le gam-be larghe, esattamente come Cristo in
croce”. What?“Sì, poi ti spiego”. Gliela
scattai e lui la ritagliò. Poi prese una
croce di legno e ce la piantò sopra con
dei chiodini. La spedì a Mervin LeRoy,
un regista importante allora, che non
voleva mai dargli parti da protagonista,
con un messaggio: “Eccomi Mervin,
ora sono come tu mi vuoi”. LeRoy la ap-pese e poi diventarono amici. Ma parti
da protagonista, niente». Poi Stern in-contrò James Dean, e le foto del “ribel-le senza una causa”, divennero l’icona di una generazione. A proposito di for-tuna. Una delle sue foto, con Dean che
tiene le gambe sulla spalliera di una se-dia, fu quella che garantì il pane al foto-grafo di guerra sbarcato a Hollywood.
In primo piano, “Jimmy” indossava un
paio di sneakers della Converse e la ca-sa produttrice dovette a quella foto il
proprio boom di vendite. Ogni anno,
per quarant’anni, la ripescava e la usa-va per le sue campagne, pagando a Phil
250 mila dollari.
Poi riprese JFK, con qualche scatto
candid, rubato mentre il presidente
era di passaggio a Los Angeles, e molti
di Marilyn Monroe. «Purtroppo non la
conobbi mai bene, per me non fu mai
nulla, se non un soggetto, una stupen-da decorazione. Era gentile, ma lonta-na, nel suo sex appeal. Almeno per
me». Un attacco di tosse: «Credo di es-sere stato l’unico a Hollywood a non
essersela portata a letto», ride e quindi
tossisce di nuovo e il catarro ferma qui
la storia del soldato fotografo che vuo-le regalare le ultime boccate di ossige-no all’isola dove avrebbe potuto la-sciare il proprio ultimo respiro, set-tant’anni or sono
Operazione Husky,
la parola alle spie
ATTILIO BOLZONI
C
ome sono i siciliani? «Sono dotati di uno
spiccato senso della giustizia e molto sen-sibili a sentimenti come l’onore, influen-zati da una marcata cultura di origini berbere, lo
scorrere del sangue non li impressiona e non so-no spudoratamente venali come i partenopei».
Parola di spia.
Luglio 1942, un anno prima del grande sbarco
sull’isola. I servizi segreti di Washington e Londra
studiano l’invasione sulle spiagge di Gela, decido-no strategie propagandistiche, addestrano agenti
da infiltrare oltre le linee nemiche. E incaricano le
teste d’uovo di stendere report sulle condizioni
economiche e sociali della Sicilia, sul carattere dei
suoi abitanti, sull’identità di un popolo «che si
considera differente dai continentali». Informati-ve «secret» e «top secret», relazioni classificate
«confidenziali», centinaia di pagine — e qualche
nome — su un mondo ancora indecifrabile in
mezzo al Mediterraneo. Ecco i siciliani visti dagli
Alleati al tempo della guerra. Su commissione del-l’Office of Strategic Service (l’Oss, l’antenato della
Cia) e dello Special Operations Executive (l’Soe, i
britannici esperti in sabotaggio), gli esperti scrivo-no nei loro dossier: «Sono cocciuti, individualisti e
si offendono facilmente, stravaganti dal punto di
vista emozionale e vendicativi». E ancora: «La ge-losia e la bigotteria sono ancora forti in Sicilia, le
donne non escono da sole, i matrimoni sono com-binati. Se l’odiato “forestiero” tenta di avvicinare
una donna, rischia di provocare il siciliano a com-mettere un omicidio».
Una collezione di quei rapporti, ritrovati negli
archivi nazionali di College Park negli Stati Uniti e
di Kew Gardens in Gran Bretagna, sono diventati
un libro — Operazione Husky. Guerra psicologica
e intelligence nei documenti inglesi e americani
sullo sbarco in Sicilia — scritto dagli storici Giu-seppe Casarrubea e Mario José
Cereghino. Una ricostruzione,
«dal di dentro», della spettacola-re operazione aeronavale che
settant’anni fa cambiò i destini
della Seconda guerra mondiale.
Se in alcuni fascicoli sono trat-teggiati gli italiani delle regioni
meridionali — e non mancano,
da parte degli inglesi, certi giudi-zi razzisti («Bassi di statura e in-dolenti. Il loro temperamento è
incline alla pigrizia... sebbene
non siano eroici e intelligenti, è
possibile che persino al Sud si re-gistrino delle eccezioni») — la
documentazione più corposa
rintracciata negli archivi è dedi-cata al popolo che vive in fondo
all’Europa. Segnalano quelli del-l’Oss e del Soe: «Hanno una forte
tradizione di indipendentismo
rivoluzionario, prima di Napo-leone hanno goduto di un’auto-nomia parlamentare per oltre 300 anni... Diffida-no di tutti i rappresentanti dello Stato, anche dei
fascisti: il cinismo verso il regime si è sempre af-fiancato al desiderio di spremerlo il più possibile».
Le spie informano dei «nuclei separatisti presenti
fra Palermo e Catania», spiegano che «lo spirito del
fascismo non ha mai attecchito in Sicilia», assicu-rano che «gli Stati Uniti godono di una considera-zione insolitamente positiva fra i siciliani».
Su sei milioni di americani di origine italiana, al-l’inizio degli anni ’40 la metà provengono dall’iso-la. E qualcuno ha così l’idea di utilizzare agenti si-culo-americani prima dello sbarco. Vengono
contattate società di «mutuo soccorso» a New
York e a Filadelfia, a Tampa e a Detroit. Poi parte il
“Piano Corvo” — dal nome del soldato Biagio
Massimo Corvo, cittadino naturalizzato america-no ma nato in provincia di Siracusa — che preve-de la penetrazione in Sicilia di un piccolo esercito
«con elementi che parlano il loro dialetto» per fo-mentare una rivolta e spianare la strada alla gran-de invasione.
L’ultimo fascicolo è catalogato «segretissimo»,
datato 14 giugno 1943, esattamente un mese pri-ma dell’“Operazione Husky”. È un elenco di per-sonalità siciliane da avvicinare. C’è Enrico Ducrot
«piazza Olivuzza, Palermo, capace, molto filo-bri-tannico». Ci sono Vincenzo Florio e il vescovo di
Caltanissetta Giovanni Iacono. C’è Vito La Man-tia, capomafia, «incolto ma influente, che grazie
alla complicità dei suoi seguaci è sfuggito alle pur-ghe del prefetto Mori». Poi c’è una lista di «perso-naggi controversi», fra i quali il direttore del Gior-nale di Sicilia Vincenzo Consiglio («Diventa fasci-sta solo quando costretto, potrebbe esserci utile
come giornalista») e infine i nomi dei simpatiz-zanti fascisti. Conti, duchi, principi
baseball un po’ sghembo sulla testa e gli “occhiali-ni” dell’ossigeno al naso per compensare decenni di
sigarette, l’uomo che vide in faccia Marilyn Monroe
e la morte in guerra mi parla e ride, ricordando e sca-tarrando: «Ho visto Marilyn nella sua casa e le navi
da guerra esplodere sotto le bombe degli Stukas, gli occhi blu
senza fine di Sinatra e i piedi di James Dean, ma prima di mori-re voglio rivedere la Sicilia».
Dalla profondità dei suoi 93 anni che stanno per diventare 94,
Phil Stern, il fotografo che ha scolpito sessant’anni di immagi-ni dell’America, delle sue battaglie, dei suoi eroi popolari e del-le icone hollyoodiane, si prepara per un lunghissimo viaggio
nella memoria che lo deve riportare dove la sua vita di caccia-tore di luce era cominciata: nella notte di settant’anni or sono,
quando la flotta alleata partita da Tunisi lanciò l’“Operazione
Husky”, lo sbarco in Sicilia. Fu il primo assalto diretto alla “For-tezza Europa” presidiata dalle armate tedesche e italiane, un
VITTORIO ZUCCONI
anno prima del D-Day in Normadia. E l’inizio della fine per fa-scismo e nazismo.
Da Los Angeles, dove vive, e da dove ci parliamo via Skype, a
Gela, dove Phil sbarcò all’alba del 10 luglio 1943. Occorre un cer-to coraggio per affrontare un viaggio aereo dalla California a
New York, poi a Roma e a Catania, pregando gli dei bizzosi del-le coincidenze, e poi gli ultimi cento chilometri in auto, con la
bomboletta dell’ossigeno a tracolla. Ma anche questa odissea è
poca cosa rispetto al coraggio richiesto a un soldato di 24 anni
del Signal Corp, il Genio Trasmissioni americano, con il braccio
destro menomato dai proiettili nella campagna di Tunisia, due
macchine fotografiche al collo — «tutte e due tedesche», ride
scuotendo i bronchi scassati, «una Contax 35 millimetri e una
Rolleiflex indistruttibile» — e una carabina M1 sulle spalle dal-la quale non sparò mai un colpo: «L’avessi usata, mi sarei pro-babilmente sparato sui piedi».e avessero detto a quel ser-gente, fotografo ufficiale
delle operazioni di guerra,
fra i tanti che la Us Army
impiegava, che dalle co-lonne di sabbia sollevate
dal bombardamento navale, dalle im-magini del cacciatorpediniere Us
Maddox centrato in pieno ed esploso
sotto gli attacchi degli Stukas pilotati
da aviatori italiani, sarebbe passato al-le curve di Marilyn Monroe, al ciuffo di
John “Jack” Kennedy e alle ultime po-se di James “Jimmy” Dean prima di
schiantarsi, ci avrebbe creduto. «Già
prima di essere arruolato lavoravo co-me free lance sui set, negli studi, nei ri-storanti, un po’ alla paparazzo prima
che inventassero il nome. Lavoravo
per Life , Look, Saturday Post . Per que-sto l’esercito, nella sua infinita saggez-za, pensò di farmi fotografare un mi-tragliamento a bassa quota di fanti su
una spiaggia o i corpi dei soldati feriti».
La paga non era affatto male, anche
più di quel che il giovanissimo Phil ri-mediasse a Los Angeles: 72 dollari alla
settimana, nel 1943 una fortuna. «Ma
c’è da dire che, in genere, attrici e atto-ri non ti bombardano e non cercano di
ucciderti».
Le foto che Phil Stern, nato in una fa-miglia ebrea di New York e poi rotolato
sul piano inclinato dell’America della
Depressione verso il West e il Pacifico,
scattò nei giorni della campagna di Si-cilia, risalendo da Gela verso Comiso e
poi Catania — il percorso inverso del
suo viaggio d’addio — non portano la
sua firma perché erano di proprietà
della Us Army. Ma lui le ricorda tutte.
«Scattavo rullini dopo rullini, senza
avere il tempo poi di sviluppare, spe-rando di avere fermato sul bianco e ne-ro delle pellicole quello che vedevo,
fuori e dentro di me. Perché sono i fo-tografi a fare le immagini, non le im-magini a fare i fotografi. Il mondo è
uguale per tutti, come lo era il caos di
quello sbarco, che divenne al solito un
bordello di uomini, anfibi, paura,
esplosioni, mezzi da sbarco, grida di
portaferiti, come tutte le operazioni e
tutte le disposizioni militari in guerra.
Avrei dovuto sparare anche io, prima di
scattare, ma non me importava nien-te». Il suo obbiettivo personal-militare
era Comiso, anzi, Comisso come dico-no gli americani, e non per costringere
tedeschi e italiani alla resa ma per ritro-vare un amico italiano, Tom Adamo,
che aveva conosciuto a New York. Era
un emigrato che aveva lavorato e avu-to abbastanza successo nelle Ameri-che per poter tornare nella sua Comiso
a farsi la bella casa e la bella vita. «Ave-vo l’indirizzo, ma quando arrivai sco-prii che la casa non c’era più, e la strada
era stata sbriciolata dall’artiglieria».
Come trovò i siciliani? «Avevamo
pochi rapporti diretti con la gente, ma
quei pochi erano cordiali, anche festo-si, quando si convincevano che noi
americani eravamo arrivati per restare
e che non ci saremmo ritirati. Ma sen-tivo sempre un poco, come potrei dire,
di diffidenza, di distacco anche dietro
la festosità e l’allegria». Non fu lunga la
sua Conquista della Sicilia. Schegge di
proiettili tedeschi d’artiglieria gli en-trarono nelle gambe e dopo gli shra-pnel incassati in Tunisia, la Patria deci-se di avere avuto abbastanza sangue da
Phil Stern. Fu imbarcato su una nave-ospedale e rispedito in California. «Sai,
fare il fotografo di guerra, in mezzo a
pallottole che fischiano, compagni che
cadono, bombe che esplodono ti inse-gna una cosa. Anzi due. Che ci vuole
molto culo nella vita, e quello non te lo
puoi inventare. E che fare fotografie è
una cosa molto seria».
Dopo avere schivato i colpi mortali
di tedeschi e italiani, fra Nord Africa e
Sicilia, Phil era pronto ad affrontare —
seriamente — la guerra delle stelle a
Hollywood, meno letali degli Stukas e
delle mine antiuomo ma altrettanto
imprevedibili. Persino Frank Sinatra,
temutissimo dai fotografi, imperioso,
riottoso, gli parve un gioco da ragazzi.
«Frank aveva davvero due incredibili
occhi azzurri, e mi dispiace se è un luo-go comune ma era proprio Old Blue
Eyes . Era soprattutto un professionista
meticoloso, un fanatico. Voleva con-trollare tutto e da me gli piaceva farsi fo-tografare di spalle, specialmente negli
studi della Capitol Records, dove inci-deva. Tranne una volta. Mi disse “Phil,
fammi una foto con le braccia e le gam-be larghe, esattamente come Cristo in
croce”. What?“Sì, poi ti spiego”. Gliela
scattai e lui la ritagliò. Poi prese una
croce di legno e ce la piantò sopra con
dei chiodini. La spedì a Mervin LeRoy,
un regista importante allora, che non
voleva mai dargli parti da protagonista,
con un messaggio: “Eccomi Mervin,
ora sono come tu mi vuoi”. LeRoy la ap-pese e poi diventarono amici. Ma parti
da protagonista, niente». Poi Stern in-contrò James Dean, e le foto del “ribel-le senza una causa”, divennero l’icona di una generazione. A proposito di for-tuna. Una delle sue foto, con Dean che
tiene le gambe sulla spalliera di una se-dia, fu quella che garantì il pane al foto-grafo di guerra sbarcato a Hollywood.
In primo piano, “Jimmy” indossava un
paio di sneakers della Converse e la ca-sa produttrice dovette a quella foto il
proprio boom di vendite. Ogni anno,
per quarant’anni, la ripescava e la usa-va per le sue campagne, pagando a Phil
250 mila dollari.
Poi riprese JFK, con qualche scatto
candid, rubato mentre il presidente
era di passaggio a Los Angeles, e molti
di Marilyn Monroe. «Purtroppo non la
conobbi mai bene, per me non fu mai
nulla, se non un soggetto, una stupen-da decorazione. Era gentile, ma lonta-na, nel suo sex appeal. Almeno per
me». Un attacco di tosse: «Credo di es-sere stato l’unico a Hollywood a non
essersela portata a letto», ride e quindi
tossisce di nuovo e il catarro ferma qui
la storia del soldato fotografo che vuo-le regalare le ultime boccate di ossige-no all’isola dove avrebbe potuto la-sciare il proprio ultimo respiro, set-tant’anni or sono
Operazione Husky,
la parola alle spie
ATTILIO BOLZONI
C
ome sono i siciliani? «Sono dotati di uno
spiccato senso della giustizia e molto sen-sibili a sentimenti come l’onore, influen-zati da una marcata cultura di origini berbere, lo
scorrere del sangue non li impressiona e non so-no spudoratamente venali come i partenopei».
Parola di spia.
Luglio 1942, un anno prima del grande sbarco
sull’isola. I servizi segreti di Washington e Londra
studiano l’invasione sulle spiagge di Gela, decido-no strategie propagandistiche, addestrano agenti
da infiltrare oltre le linee nemiche. E incaricano le
teste d’uovo di stendere report sulle condizioni
economiche e sociali della Sicilia, sul carattere dei
suoi abitanti, sull’identità di un popolo «che si
considera differente dai continentali». Informati-ve «secret» e «top secret», relazioni classificate
«confidenziali», centinaia di pagine — e qualche
nome — su un mondo ancora indecifrabile in
mezzo al Mediterraneo. Ecco i siciliani visti dagli
Alleati al tempo della guerra. Su commissione del-l’Office of Strategic Service (l’Oss, l’antenato della
Cia) e dello Special Operations Executive (l’Soe, i
britannici esperti in sabotaggio), gli esperti scrivo-no nei loro dossier: «Sono cocciuti, individualisti e
si offendono facilmente, stravaganti dal punto di
vista emozionale e vendicativi». E ancora: «La ge-losia e la bigotteria sono ancora forti in Sicilia, le
donne non escono da sole, i matrimoni sono com-binati. Se l’odiato “forestiero” tenta di avvicinare
una donna, rischia di provocare il siciliano a com-mettere un omicidio».
Una collezione di quei rapporti, ritrovati negli
archivi nazionali di College Park negli Stati Uniti e
di Kew Gardens in Gran Bretagna, sono diventati
un libro — Operazione Husky. Guerra psicologica
e intelligence nei documenti inglesi e americani
sullo sbarco in Sicilia — scritto dagli storici Giu-seppe Casarrubea e Mario José
Cereghino. Una ricostruzione,
«dal di dentro», della spettacola-re operazione aeronavale che
settant’anni fa cambiò i destini
della Seconda guerra mondiale.
Se in alcuni fascicoli sono trat-teggiati gli italiani delle regioni
meridionali — e non mancano,
da parte degli inglesi, certi giudi-zi razzisti («Bassi di statura e in-dolenti. Il loro temperamento è
incline alla pigrizia... sebbene
non siano eroici e intelligenti, è
possibile che persino al Sud si re-gistrino delle eccezioni») — la
documentazione più corposa
rintracciata negli archivi è dedi-cata al popolo che vive in fondo
all’Europa. Segnalano quelli del-l’Oss e del Soe: «Hanno una forte
tradizione di indipendentismo
rivoluzionario, prima di Napo-leone hanno goduto di un’auto-nomia parlamentare per oltre 300 anni... Diffida-no di tutti i rappresentanti dello Stato, anche dei
fascisti: il cinismo verso il regime si è sempre af-fiancato al desiderio di spremerlo il più possibile».
Le spie informano dei «nuclei separatisti presenti
fra Palermo e Catania», spiegano che «lo spirito del
fascismo non ha mai attecchito in Sicilia», assicu-rano che «gli Stati Uniti godono di una considera-zione insolitamente positiva fra i siciliani».
Su sei milioni di americani di origine italiana, al-l’inizio degli anni ’40 la metà provengono dall’iso-la. E qualcuno ha così l’idea di utilizzare agenti si-culo-americani prima dello sbarco. Vengono
contattate società di «mutuo soccorso» a New
York e a Filadelfia, a Tampa e a Detroit. Poi parte il
“Piano Corvo” — dal nome del soldato Biagio
Massimo Corvo, cittadino naturalizzato america-no ma nato in provincia di Siracusa — che preve-de la penetrazione in Sicilia di un piccolo esercito
«con elementi che parlano il loro dialetto» per fo-mentare una rivolta e spianare la strada alla gran-de invasione.
L’ultimo fascicolo è catalogato «segretissimo»,
datato 14 giugno 1943, esattamente un mese pri-ma dell’“Operazione Husky”. È un elenco di per-sonalità siciliane da avvicinare. C’è Enrico Ducrot
«piazza Olivuzza, Palermo, capace, molto filo-bri-tannico». Ci sono Vincenzo Florio e il vescovo di
Caltanissetta Giovanni Iacono. C’è Vito La Man-tia, capomafia, «incolto ma influente, che grazie
alla complicità dei suoi seguaci è sfuggito alle pur-ghe del prefetto Mori». Poi c’è una lista di «perso-naggi controversi», fra i quali il direttore del Gior-nale di Sicilia Vincenzo Consiglio («Diventa fasci-sta solo quando costretto, potrebbe esserci utile
come giornalista») e infine i nomi dei simpatiz-zanti fascisti. Conti, duchi, principi
mercoledì 17 luglio 2013
Mathieu Kassovitz
niziò diciotto anni fa con “L’odio”,
film choc sulle banlieue in rivolta,
e da allora non ha ancora smesso
di stare sulle barricate
Ha continuato a fare
cinema, sia da attore
che da regista,
tra Parigi e Hollywood,
dando spesso scandalo
e non solo in sala:
“Quello che voglio
è risvegliare la gente,
intorpidita dalla propaganda
Ma per avvicinarti davvero alla realtà
oggi devi per forza scendere in basso”
film choc sulle banlieue in rivolta,
e da allora non ha ancora smesso
di stare sulle barricate
Ha continuato a fare
cinema, sia da attore
che da regista,
tra Parigi e Hollywood,
dando spesso scandalo
e non solo in sala:
“Quello che voglio
è risvegliare la gente,
intorpidita dalla propaganda
Ma per avvicinarti davvero alla realtà
oggi devi per forza scendere in basso”
EVAN MCGREGOR
ulle tracce degli orsi in An-tartide, attraverso le tem-peste di sabbia in Libia e
nella steppa russa, tra gli in-setti della giungla in Hon-duras, Ewan McGregor è il
cavaliere a caccia di avven-ture negli angoli più remoti
del mondo.
Sembra la scena di uno dei tanti, oltre 50,
film dell’eclettico attore scozzese, capace di
spaziare dall’antieroe tossico di Trainspot-ting all’ascetico maestro Jedi di Star Wars.
«E invece si tratta di qualcosa di più impor-tante del cinema, è la mia vita». McGregor, 42
anni, si racconta al telefono dall’altro capo del
pianeta: «Sono nel mezzo dell’Australia, in
una piccola città che si chiama Kalgoorlie. Sto
girando un film indipendente australiano,
una storia di banditi, Son of a Gun. Pochi sol-di, tante scene al giorno da fare, una piccolis-sima troupe. Ma è una bella avventura».
Avventura è la parola chiave nella vita di
questo attore, nato a nel Perthshire e figlio di
due insegnanti.stroverso e gentile, mai un
capriccio da star, Ewan Gor-don McGregor si divide tra
due attività impegnative: la
carriera d’attore e l’espe-rienza di padre di famiglia:
sposato con la scenografa
francese Eve Mavrakis, alle-va con dedizione le loro due figlie biologiche, Clara
Mathilde ed Esther Rose e le adottive Jamiyan (na-ta in Mongolia) e Annouk. Logico che senta il biso-gno di qualche sistematica pausa a una quotidia-nità cosi forsennatamente organizzata. L’esigenza
di una finestra verso l’ignoto da condividere solo
con l’amico Charlie, spesso al servizio dell’Unicef.
«L’esperienza più esaltante della mia vita è stata
il viaggio che io e Charlie abbiamo intrapreso nel
2004. Siamo andati da Londra a New York in moto,
passando attraverso l’Europa e l’Asia centrale:
Mongolia, il Kazakistan, Russia, Alaska, Canada,
America». Questo viaggio è diventato un docu-mentario per la il National Geographic: «L’impres-sione è stata talmente forte che nel 2007 siamo ri-partiti. Stavolta in Africa, fino a Città del Capo». A
certificare i percorsi oltre ai filmati anche i libri Long
way arounde Long way down,una sorta di diario
scritto a quattro mani con l’amico Charlie Boor-man (attore e figlio del regista John Boorman).
Mezzo di locomozione imprescindibile per le
esplorazioni di Ewan McGregor è la motocicletta.
«Il primo colpo di fulmine a cinque anni, in una fat-toria. Poi da adolescente i miei non mi permisero di
averne una. E così sono andato al college e poi alla
scuola di recitazione a Londra. Se i miei non fosse-ro stati così determinati, magari oggi sarei un pilo-ta». Raggiunta la maggiore età McGregor ha potuto
soddisfare la sua passione: «Con i soldi del primo
ingaggio d’attore mi sono comprato una moto, ma
non l’avevo detto ai miei e quando andavo a trovarli
nascondevo il casco, i guanti e il giubbetto dal mio
vicino di casa, Oscar». Oggi nel garage di casa ospi-ta diversi gioielli a due ruote. «Mi piace andarle pu-lire, riparare. Ma soprattutto sono il mio destriero
pronto a partire». Per l’attore l’umanità si divide in
due categorie, «C’è chi è biker nell’anima, come
marito. «Ero nella difficile condizione di respinge-re la donna che amavo. Il viaggio che avevamo in
mente era troppo pericoloso e faticoso per una
donna. Ma quando Eve mi ha raggiunto a sorpresa,
vederla cavalcare la sua moto tra i baobab del lago
Malawi è l’immagine più romantica che avrò di lei
per sempre. Magari quando le nostre ragazzine sa-ranno cresciute faremo altri viaggi». Anche l’Ita-lia è stata una tappa per Ewan: «Purtroppo l’ho
attraversata velocemente. Mi ha colpito l’as-senza di pioggia e il sole splendente, condi-zioni ideali per un viaggio a due ruote. L’im-magine di piazza del Campo a Siena di pri-ma mattina, l’Appia antica con il suo fasci-no storico, le curve infinite della
costiera amalfitana che sono un
divertimento per un motociclista, a
parte un piccolo senso di apprensione
per la guida “creativa” degli italiani. La
bellezza della Sicilia mi ha lasciato un
senso di dispiacere alla partenza per la
Tunisia. Ogni viaggio cambia il tuo mo-do di pensare. Da quando avevo 14 an-ni la mia passione non è mai cambiata.
E spero che non cambi mai». Una pas-sione che si trasforma in strumento pro-“L’esperienza più esaltante? Il viaggio da Londra a New York in moto”
ARIANNA FINOS
fessionale: «È un modo di crescere anche come at-tore. Ogni persona incontrata, ogni paesaggio ti en-tra dentro. Noi dobbiamo incarnare uomini e don-ne di tutto il mondo. Se viviamo in una campana di
vetro, se siamo isolati o incontriamo solo gente del
business, perdiamo la capacità di conoscere, capi-re e quindi poter raffigurare con verità esseri di san-gue e ossa. Viaggiare significa guardare il mondo,
immergermi in esso, incontrare persone lontane,
ascoltare le loro storie e capire le loro tradizioni».
Per chi ha voglia di partire McGregor ha un uni-co consiglio: «Godersi il momento. Senza l’os-sessione delle prossime tappe, senza la smania
dell’arrivo. L’esperienza non è il risultato, l’arri-vo». A proposito dei film sui bikers che McGregor
è critico. «Non ce ne sono moltissimi, difficile farli
funzionare. Mi è piaciuto I diari della motociclet-ta perché la moto era parte della storia del gio-vane Che Guevara, non la protagonista. E poi
Steve McQueen in La grande fugaè al centro di
scene magnifiche». Nessun dubbio sul suo ido-lo reale: «Il campione più grande di sempre è Va-lentino Rossi». Di pericoli e contrattempi ne ha
affrontati parecchi: «Ricordo in Africa una si-mulazione che ci fecero fare se fossimo ca-duti in mano a rapitori. L’esperienza più terribile della mia vita». Spiega: «Amo la scoperta,
non il pericolo. Guido in modo prudente, non pren-do rischi stupidi. E comunque l’incidente peggiore
della mia vita l’ho fatto nel centro di Londra per non
investire un pedone che attraversava all’improvvi-so. Mi sono rotto una gamba proprio mentre stavo
preparando il viaggio in Africa».
«La preparazione del viaggio è la parte più ecci-tante. La peggiore riguarda gli imprevisti e gli osta-coli di tipo burocratico. Specie quando Charlie mi
prende in giro invitandomi a risolverli facendo ap-pello alla “Forza” di Obi-One Kenobi». Tra le im-magini indimenticabili di Ewan «le esperienze for-ti e dolorose incontrando i bimbi di Zambalessa, in
Etiopia, in un viaggio per l’Unicef. E la scuola ugan-dese di Gulu Amuru, piena di piccoli ex bimbi sol-dato. Ma anche l’allegria di una notte trascorsa con
la tribu etiope dei Samburu». E nel nordest dell’In-dia, altro viaggio Unicef: «Riuscimmo a fare una
tappa in moto. Ricordo il ritorno, di notte, in mez-zo a un traffico impazzito di una città indiana: i co-lori, la musica, i bambini, gli odori, le bancarelle.
Quando sei in macchina sei un comunque osser-vatore isolato, in moto sei totalmente immerso nel-la bellezza del mondo».
nella steppa russa, tra gli in-setti della giungla in Hon-duras, Ewan McGregor è il
cavaliere a caccia di avven-ture negli angoli più remoti
del mondo.
Sembra la scena di uno dei tanti, oltre 50,
film dell’eclettico attore scozzese, capace di
spaziare dall’antieroe tossico di Trainspot-ting all’ascetico maestro Jedi di Star Wars.
«E invece si tratta di qualcosa di più impor-tante del cinema, è la mia vita». McGregor, 42
anni, si racconta al telefono dall’altro capo del
pianeta: «Sono nel mezzo dell’Australia, in
una piccola città che si chiama Kalgoorlie. Sto
girando un film indipendente australiano,
una storia di banditi, Son of a Gun. Pochi sol-di, tante scene al giorno da fare, una piccolis-sima troupe. Ma è una bella avventura».
Avventura è la parola chiave nella vita di
questo attore, nato a nel Perthshire e figlio di
due insegnanti.stroverso e gentile, mai un
capriccio da star, Ewan Gor-don McGregor si divide tra
due attività impegnative: la
carriera d’attore e l’espe-rienza di padre di famiglia:
sposato con la scenografa
francese Eve Mavrakis, alle-va con dedizione le loro due figlie biologiche, Clara
Mathilde ed Esther Rose e le adottive Jamiyan (na-ta in Mongolia) e Annouk. Logico che senta il biso-gno di qualche sistematica pausa a una quotidia-nità cosi forsennatamente organizzata. L’esigenza
di una finestra verso l’ignoto da condividere solo
con l’amico Charlie, spesso al servizio dell’Unicef.
«L’esperienza più esaltante della mia vita è stata
il viaggio che io e Charlie abbiamo intrapreso nel
2004. Siamo andati da Londra a New York in moto,
passando attraverso l’Europa e l’Asia centrale:
Mongolia, il Kazakistan, Russia, Alaska, Canada,
America». Questo viaggio è diventato un docu-mentario per la il National Geographic: «L’impres-sione è stata talmente forte che nel 2007 siamo ri-partiti. Stavolta in Africa, fino a Città del Capo». A
certificare i percorsi oltre ai filmati anche i libri Long
way arounde Long way down,una sorta di diario
scritto a quattro mani con l’amico Charlie Boor-man (attore e figlio del regista John Boorman).
Mezzo di locomozione imprescindibile per le
esplorazioni di Ewan McGregor è la motocicletta.
«Il primo colpo di fulmine a cinque anni, in una fat-toria. Poi da adolescente i miei non mi permisero di
averne una. E così sono andato al college e poi alla
scuola di recitazione a Londra. Se i miei non fosse-ro stati così determinati, magari oggi sarei un pilo-ta». Raggiunta la maggiore età McGregor ha potuto
soddisfare la sua passione: «Con i soldi del primo
ingaggio d’attore mi sono comprato una moto, ma
non l’avevo detto ai miei e quando andavo a trovarli
nascondevo il casco, i guanti e il giubbetto dal mio
vicino di casa, Oscar». Oggi nel garage di casa ospi-ta diversi gioielli a due ruote. «Mi piace andarle pu-lire, riparare. Ma soprattutto sono il mio destriero
pronto a partire». Per l’attore l’umanità si divide in
due categorie, «C’è chi è biker nell’anima, come
marito. «Ero nella difficile condizione di respinge-re la donna che amavo. Il viaggio che avevamo in
mente era troppo pericoloso e faticoso per una
donna. Ma quando Eve mi ha raggiunto a sorpresa,
vederla cavalcare la sua moto tra i baobab del lago
Malawi è l’immagine più romantica che avrò di lei
per sempre. Magari quando le nostre ragazzine sa-ranno cresciute faremo altri viaggi». Anche l’Ita-lia è stata una tappa per Ewan: «Purtroppo l’ho
attraversata velocemente. Mi ha colpito l’as-senza di pioggia e il sole splendente, condi-zioni ideali per un viaggio a due ruote. L’im-magine di piazza del Campo a Siena di pri-ma mattina, l’Appia antica con il suo fasci-no storico, le curve infinite della
costiera amalfitana che sono un
divertimento per un motociclista, a
parte un piccolo senso di apprensione
per la guida “creativa” degli italiani. La
bellezza della Sicilia mi ha lasciato un
senso di dispiacere alla partenza per la
Tunisia. Ogni viaggio cambia il tuo mo-do di pensare. Da quando avevo 14 an-ni la mia passione non è mai cambiata.
E spero che non cambi mai». Una pas-sione che si trasforma in strumento pro-“L’esperienza più esaltante? Il viaggio da Londra a New York in moto”
ARIANNA FINOS
fessionale: «È un modo di crescere anche come at-tore. Ogni persona incontrata, ogni paesaggio ti en-tra dentro. Noi dobbiamo incarnare uomini e don-ne di tutto il mondo. Se viviamo in una campana di
vetro, se siamo isolati o incontriamo solo gente del
business, perdiamo la capacità di conoscere, capi-re e quindi poter raffigurare con verità esseri di san-gue e ossa. Viaggiare significa guardare il mondo,
immergermi in esso, incontrare persone lontane,
ascoltare le loro storie e capire le loro tradizioni».
Per chi ha voglia di partire McGregor ha un uni-co consiglio: «Godersi il momento. Senza l’os-sessione delle prossime tappe, senza la smania
dell’arrivo. L’esperienza non è il risultato, l’arri-vo». A proposito dei film sui bikers che McGregor
è critico. «Non ce ne sono moltissimi, difficile farli
funzionare. Mi è piaciuto I diari della motociclet-ta perché la moto era parte della storia del gio-vane Che Guevara, non la protagonista. E poi
Steve McQueen in La grande fugaè al centro di
scene magnifiche». Nessun dubbio sul suo ido-lo reale: «Il campione più grande di sempre è Va-lentino Rossi». Di pericoli e contrattempi ne ha
affrontati parecchi: «Ricordo in Africa una si-mulazione che ci fecero fare se fossimo ca-duti in mano a rapitori. L’esperienza più terribile della mia vita». Spiega: «Amo la scoperta,
non il pericolo. Guido in modo prudente, non pren-do rischi stupidi. E comunque l’incidente peggiore
della mia vita l’ho fatto nel centro di Londra per non
investire un pedone che attraversava all’improvvi-so. Mi sono rotto una gamba proprio mentre stavo
preparando il viaggio in Africa».
«La preparazione del viaggio è la parte più ecci-tante. La peggiore riguarda gli imprevisti e gli osta-coli di tipo burocratico. Specie quando Charlie mi
prende in giro invitandomi a risolverli facendo ap-pello alla “Forza” di Obi-One Kenobi». Tra le im-magini indimenticabili di Ewan «le esperienze for-ti e dolorose incontrando i bimbi di Zambalessa, in
Etiopia, in un viaggio per l’Unicef. E la scuola ugan-dese di Gulu Amuru, piena di piccoli ex bimbi sol-dato. Ma anche l’allegria di una notte trascorsa con
la tribu etiope dei Samburu». E nel nordest dell’In-dia, altro viaggio Unicef: «Riuscimmo a fare una
tappa in moto. Ricordo il ritorno, di notte, in mez-zo a un traffico impazzito di una città indiana: i co-lori, la musica, i bambini, gli odori, le bancarelle.
Quando sei in macchina sei un comunque osser-vatore isolato, in moto sei totalmente immerso nel-la bellezza del mondo».
martedì 16 luglio 2013
La seconda vita di Paula Cooper l’assassina che doveva morire
C
on 75 dollari in ta-sca, un abito di se-conda mano ad-dosso e il sangue
della donna che lei
uccise con 33 pugnalate al to-race stampato nella memoria,
la bambina che doveva morire
è da ieri sera una donna libera
che deve imparare a vivere.
Ventisette anni or sono, quan-do non aveva ancora quindici
anni, Paula Cooper fu con-dannata alla siringa dal tribu-nale di Lake County, nell’In-diana, e rinchiusa del braccio
della morte ad attendere l’ese-cuzione. Era l’11 luglio del
1986 e Paula divenne la perso-na più giovane in attesa del
boia. La prima e unica “Dead
Girl Walking”.
Sul suo caso e sulla colpevo-lezza di Paula, non ci potevano
essere dubbi. Due anni prima,
nel maggio del 1985, lei, che del
suo piccolo branco di ragazzi-ne era la più intelligente, la più
forte, la “lupa alfa”, si era fatta
ricevere da una vecchina con i
capelli azzurrini che sembrava
uscita da un libro di favole. Si
chiamava Ruth Pelke e a 78 an-ni, dopo una vita da maestra
nelle scuole pubbliche, aveva
dedicato la vecchiaia alla lettu-ra e all’insegnamento delle Sa-cre Scritture. Quando vide
Paula, seguita da Karen, April e
Denise, la più piccola ad appe-na tredici anni, suonare alla
porta chiedendo di studiare
con lei la Bibbia e sfuggire alla
crudeltà del ghetto di Gary, si-curamente sentì la speranza
della propria missione.
Mezz’ora dopo, Ruth Pelke
era un cadavere trafitto da 33
colpi inflitti con un coltello da
macellaio. Uno sferrato con
tale violenza da attraversarle il
torace gracilino e lasciare una
tacca profonda nel parquet.
Paula confessò di essere
stata lei a colpire la vecchina
dai capelli azzurrini, soltanto
lei, e di averlo fatto per rapina.
Dalla casa dell’insegnante di
religione, le quattro ragazzine
avevano portato via poche ca-rabattole, cornicette d’argen-to, qualche spilla di bigiotte-ria e un totale in contanti di
dollari 10. Il magistrato della pubblica
accusa non dovette faticare
molto per convincere la giuria
della sua colpevolezza. Nè il
giudice, James C. Kimbrough
dovette fare altro che guarda-re il codice penale dell’India-na per scoprire che in quello
Stato la legge permetteva la
condanna a morte e l’esecu-zione di chi avesse compiuto
dieci anni.
Con i suoi quindici, Paula
era ben oltre la soglia.
E invece fu proprio lei, con
quella condanna a morte giu-diziariamente inappellabile e
umanamente insopportabile,
a costringere uno Stato, una
nazione, la magistratura ai
massimi livelli a guardare ne-gli occhi una legislazione che
permetteva di mettere a mor-te bambini e poco più che
bambini.
Non furono neppure la mo-bilitazione prevedibile delle
organizzazioni contro la pena
capitale, poi l’interessamen-to di Papa Wojtyla, attraverso
un sacerdote italiano di Cam-pobasso, don Vito Bracone,
che scrisse al governatore del-l’Indiana a smuovere e com-muovere. In molte altre occa-sioni, come nella vicenda di
Joe O’Donnel in Virginia, il
Vaticano sarebbe intervenuto
senza successo per chiedere
clemenza.
Contribuì molto anche il
comportamento di Paula in
carcere.
Ieri, quando è uscita dalla
prigione di Rockville, in In-diana, la sua scheda persona-le aveva annotato 23 violazio-ni minori dei regolamenti in
un quarto di secolo dietro le
sbarre. Sono molti i casi di cri-minali violenti, di serial killer,
di detenuti in attesa del boia he scoprono vocazioni reli-giose, che si trasformano in
consiglieri e guide spirituali
per i più giovani, senza con-vincere giudici e governatori
a commutare la pena. Paula
Cooper non aveva neppure
mai chiesto nulla, dopo la
confessione, che non ritrattò
mai, e la condanna. «Il carce-re serve a riabilitare soltanto
coloro che si vogliono riabili-tare» disse in un’intervista al-la network CBS . I nipoti della
insegnante coi capelli turchi-ni l’avevano pubblicamente
perdonata.
Fu la Corte Suprema dell’In-diana a smuovere il macigno
della legge. Per l’intervento di
Amnesty International, che
aveva portato il caso di Paula
davanti a quella magistratura,
mentre volavano le due milio-ni di firme di cittadini italiani
raccolte da don Bracone, la
Corte sentenziò nel 1989 che
Paula Cooper non poteva esse-re messa a morte e la sua con-danna doveva essere tramuta-ta in 60 anni di carcere.
Sarebbero trascorsi altri se-dici anni, fino al 2005, per arri-vare a una sentenza della Corte
Suprema degli Stati Uniti, dun-que valida per tutti gli Stati, che
vieta l’esecuzione di chi abbia
commesso il reato prima della
maggiore età, i 18anni.
E’ uscita per buona condot-ta, con i 75 dollari d’ordinanza
previsti dalla legge e abiti rega-lati di seconda mano, perchè
quelli che indossava a 16 anni
non vestono più una donna di
43. Paula si è laureata studian-do in carcere, con un titolo
quadriennale in discipline
umanistiche e una sotto-spe-cializzazione in psicologia.
Una foto la mostra raggiante,
con la toga nera sulle spalle e il
tocco in testa mentre riceve la
laurea. Gliela porge, mentre le
stringe la mano nella cerimo-nia, la preside della facoltà di
studi umanistici, un’anziana
insegnante molto più piccola
di lei, con i capelli lievemente
azzurri e con le spalle graciline
sotto la toga. Forse le vecchie
insegnanti sono come i vecchi
soldati. Non muoiono davvero
mai, fino a quando ci saranno
studenti e scolar
on 75 dollari in ta-sca, un abito di se-conda mano ad-dosso e il sangue
della donna che lei
uccise con 33 pugnalate al to-race stampato nella memoria,
la bambina che doveva morire
è da ieri sera una donna libera
che deve imparare a vivere.
Ventisette anni or sono, quan-do non aveva ancora quindici
anni, Paula Cooper fu con-dannata alla siringa dal tribu-nale di Lake County, nell’In-diana, e rinchiusa del braccio
della morte ad attendere l’ese-cuzione. Era l’11 luglio del
1986 e Paula divenne la perso-na più giovane in attesa del
boia. La prima e unica “Dead
Girl Walking”.
Sul suo caso e sulla colpevo-lezza di Paula, non ci potevano
essere dubbi. Due anni prima,
nel maggio del 1985, lei, che del
suo piccolo branco di ragazzi-ne era la più intelligente, la più
forte, la “lupa alfa”, si era fatta
ricevere da una vecchina con i
capelli azzurrini che sembrava
uscita da un libro di favole. Si
chiamava Ruth Pelke e a 78 an-ni, dopo una vita da maestra
nelle scuole pubbliche, aveva
dedicato la vecchiaia alla lettu-ra e all’insegnamento delle Sa-cre Scritture. Quando vide
Paula, seguita da Karen, April e
Denise, la più piccola ad appe-na tredici anni, suonare alla
porta chiedendo di studiare
con lei la Bibbia e sfuggire alla
crudeltà del ghetto di Gary, si-curamente sentì la speranza
della propria missione.
Mezz’ora dopo, Ruth Pelke
era un cadavere trafitto da 33
colpi inflitti con un coltello da
macellaio. Uno sferrato con
tale violenza da attraversarle il
torace gracilino e lasciare una
tacca profonda nel parquet.
Paula confessò di essere
stata lei a colpire la vecchina
dai capelli azzurrini, soltanto
lei, e di averlo fatto per rapina.
Dalla casa dell’insegnante di
religione, le quattro ragazzine
avevano portato via poche ca-rabattole, cornicette d’argen-to, qualche spilla di bigiotte-ria e un totale in contanti di
dollari 10. Il magistrato della pubblica
accusa non dovette faticare
molto per convincere la giuria
della sua colpevolezza. Nè il
giudice, James C. Kimbrough
dovette fare altro che guarda-re il codice penale dell’India-na per scoprire che in quello
Stato la legge permetteva la
condanna a morte e l’esecu-zione di chi avesse compiuto
dieci anni.
Con i suoi quindici, Paula
era ben oltre la soglia.
E invece fu proprio lei, con
quella condanna a morte giu-diziariamente inappellabile e
umanamente insopportabile,
a costringere uno Stato, una
nazione, la magistratura ai
massimi livelli a guardare ne-gli occhi una legislazione che
permetteva di mettere a mor-te bambini e poco più che
bambini.
Non furono neppure la mo-bilitazione prevedibile delle
organizzazioni contro la pena
capitale, poi l’interessamen-to di Papa Wojtyla, attraverso
un sacerdote italiano di Cam-pobasso, don Vito Bracone,
che scrisse al governatore del-l’Indiana a smuovere e com-muovere. In molte altre occa-sioni, come nella vicenda di
Joe O’Donnel in Virginia, il
Vaticano sarebbe intervenuto
senza successo per chiedere
clemenza.
Contribuì molto anche il
comportamento di Paula in
carcere.
Ieri, quando è uscita dalla
prigione di Rockville, in In-diana, la sua scheda persona-le aveva annotato 23 violazio-ni minori dei regolamenti in
un quarto di secolo dietro le
sbarre. Sono molti i casi di cri-minali violenti, di serial killer,
di detenuti in attesa del boia he scoprono vocazioni reli-giose, che si trasformano in
consiglieri e guide spirituali
per i più giovani, senza con-vincere giudici e governatori
a commutare la pena. Paula
Cooper non aveva neppure
mai chiesto nulla, dopo la
confessione, che non ritrattò
mai, e la condanna. «Il carce-re serve a riabilitare soltanto
coloro che si vogliono riabili-tare» disse in un’intervista al-la network CBS . I nipoti della
insegnante coi capelli turchi-ni l’avevano pubblicamente
perdonata.
Fu la Corte Suprema dell’In-diana a smuovere il macigno
della legge. Per l’intervento di
Amnesty International, che
aveva portato il caso di Paula
davanti a quella magistratura,
mentre volavano le due milio-ni di firme di cittadini italiani
raccolte da don Bracone, la
Corte sentenziò nel 1989 che
Paula Cooper non poteva esse-re messa a morte e la sua con-danna doveva essere tramuta-ta in 60 anni di carcere.
Sarebbero trascorsi altri se-dici anni, fino al 2005, per arri-vare a una sentenza della Corte
Suprema degli Stati Uniti, dun-que valida per tutti gli Stati, che
vieta l’esecuzione di chi abbia
commesso il reato prima della
maggiore età, i 18anni.
E’ uscita per buona condot-ta, con i 75 dollari d’ordinanza
previsti dalla legge e abiti rega-lati di seconda mano, perchè
quelli che indossava a 16 anni
non vestono più una donna di
43. Paula si è laureata studian-do in carcere, con un titolo
quadriennale in discipline
umanistiche e una sotto-spe-cializzazione in psicologia.
Una foto la mostra raggiante,
con la toga nera sulle spalle e il
tocco in testa mentre riceve la
laurea. Gliela porge, mentre le
stringe la mano nella cerimo-nia, la preside della facoltà di
studi umanistici, un’anziana
insegnante molto più piccola
di lei, con i capelli lievemente
azzurri e con le spalle graciline
sotto la toga. Forse le vecchie
insegnanti sono come i vecchi
soldati. Non muoiono davvero
mai, fino a quando ci saranno
studenti e scolar
L’inventore Sogni
Cinecittà non c’è più il cinema, spenti i riflettori nei
teatri di posa, sbarrati i cancelli, mitici, sulla via Tu-scolana. Gli scarsi visitatori entrano dall’ingresso se-condario e si incamminano tra solennità di carton-gesso rimaste lì in memoria di un glorioso passato. Ma non sono so-le. Dante Ferretti, uno che non ci lavora da quando non disegnò
Gangs of New York di Martin Scorsese, una decina di anni fa, si osti-na a mantenere il suo laboratorio di scenografia proprio qui, sulla
destra del viale centrale, quasi di fronte al celebre Teatro 5. È qui che
comincia l’ideazione delle sue scenografie prima di raggiungere il
luogo delle riprese ed è qui, nel grande spazio luminoso del suo ate-lier, che lo incontriamo. Ha abbandonato per qualche giorno gli stu-dios londinesi di Pinewood, dove sta lavorando a Cinderella, il film
della Disney con la regia di Kenneth Branagh. E con un paio di assi-stenti raccoglie i materiali (alcuni pubblicati in anteprima nelle pa-gine successive, ndr) per la grande mostra che da settembre a feb-braio gli dedicherà il MoMa di New York. «Ci saranno disegni, boz-zetti, certamente l’orologio di Hugo Cabret, i lampadari di Salò , le
statue dei leoni di Venezia, un pezzo di aereo di The Aviator , la testa
del cavallo del Barone di Münchausen , più allestimenti vari. Ma cre-do che l’elemento più divertente sarà il labirinto di Fellini, un gioco
di teli sui quali proietteranno le immagini dei suoi film».
La mostra newyorchese è anche un’occasione per celebrare i set-tant’anni di Ferretti — «Ma io, sono sincero, mi sento un ragazzetto»
— vero maestro di cinema, art director tra i migliori al mondo. «Il mio
è un mestiere bellissimo. Ogni film a cui lavoro mi permette di vive-re in un mondo diverso, quello creato dalla fantasia del regista e a cui
io dò una forma». La sua prima scenografia fu per Medea, anno 1969.
«È stato Pasolini a promuovermi da assistente a scenografo. Da Me-dea in poi ho fatto tutti i suoi film. Ci siamo sempre dati del lei, ma
c’era un rapporto bello, di stima e di profondo rispetto reciproco»
a Pasolini in poi le diverse fasi del la-voro non sono mai cambiate. «La
prima idea si materializza con uno
schizzo su qualsiasi materiale mi
trovi davanti. Uso con più facilità il
carboncino e la matita. Per ogni
ambiente butto giù svariati schizzi. Il passo suc-cessivo è il bozzetto. È il mondo dei colori, mi piace
la ricercatezza, la perfezione del segno, la cura del
particolare. Spesso faccio bozzetti enormi, para-dossalmente perché sono un pigro: quando il regi-sta mi chiede qualcosa, invece di parlare c’è il boz-zetto che risponde per me». Sono poi gli assistenti
— pochissimi o una squadra, dipende dal budget
— a elaborare i disegni tecnici e i modellini: «Sono
particolarmente importanti per le scene comples-se, impossibili da definire sul disegno. Lavorare sui
modellini consente sempre di aggiungere qualco-sa di nuovo sulla costruzione. Costruire, seppure in
miniatura, vuol dire confrontarsi con i problemi
tecnici ed estetici di una sequenza, emergono con
più precisione le esigenze di altri professionisti, il
direttore della fotografia per esempio. Ma soprat-tutto il regista ha la possibilità di verificare se gli ef-fetti drammatici si sposano con la costruzione che
fa da sfondo alla scena».
Il budget di Cinderella gli permette di lavorare
con quasi duecento assistenti. «Le riprese comin-ceranno ad agosto, Branagh sta ultimando il cast,
l’unica sicura è Cate Blanchett, la matrigna. Stiamo
costruendo il palazzo reale, il castello, lo scalone su
cui Cenerentola perde la scarpetta, la zucca che di-venta carrozza. Il film è abbastanza fedele alla fa-vola, solo ambientato a metà dell’Ottocento in una
zona tra Austria e Francia, un po’ come la princi-pessa Sissi. Mi sono divertito a usare Fragonard co-me artista di riferimento. Anche in questo, come in
tutti i film, cerco di mettere qualcosa di sbagliato.
Secondo me ci vuole sempre un errore, in modo
che tutto sembri vero».
Da qualche settimana sul set di Cinderellac’è an-che Francesca Lo Schiavo, arredatrice, moglie,
complice. Si conobbero in Sardegna, una sera d’e-state a cena da un amico comune, Fabrizio De An-dré. «Chiacchierando scoprimmo che a Roma abi-tavamo a due strade di distanza e che usavamo lo
stesso garage. Cominciammo a lasciarci bigliettini
sulla macchina: la nostra storia è nata così, e sono
passati trentasei anni», racconta Ferretti. Che a empi era già uno scenografo affermato. Lei lavo-rava in uno studio di design. «Ci siamo sposati do-po un anno e mezzo, è arrivato subito il primo fi-glio. Io ero molto occupato, e stavo spesso fuori, e
Francesca mi chiese di lavorare con me. All’inizio
ero contrario, non mi piaceva l’idea di moglie e ma-rito sempre insieme, a casa e al lavoro, potevamo
stancarci l’uno dell’altra. Il nostro primo film in-sieme è stato La pelledi Liliana Cavani. Poi Fellini,
è stato lui che ha preso Francesca al laccio e che l’ha
promossa». È nata così una collaborazione da
Oscar, sei candidature e tre statuette vinte da en-trambi — The Aviator (2005), Sweeney Todd (2008),
Hugo Cabret(2012) — che si confondono tra deci-ne di altre statuette e premi internazionali che
affollano uno
scaffale della loro
bella casa romana.
Se per lei «è l’Oscar
per The Aviator quel-lo che più mi tocca il
cuore, il primo, ricordo che cercavo di contenere le
emozioni, non riuscivo ad essere contenta, solo
dopo mi sono resa conto...», per lui è «particolar-mente caro il primo David per Un mondo nuovo,
l’unico film con Scola... ma mi emoziona anche la
prima nomination, che fu per Le avventure del Ba-rone di Münchausen , anche perché un critico ame-ricano scrisse era la più bella scenografia della sto-ria del cinema».Il legame tra
Dante Ferretti e
Francesca Lo
Schiavo si è raffor-zato grazie anche
all’amore per il pro-prio mestiere. Lei ne parla con naturalezza: «È un
lavoro fatto di lunghe ricerche e di concentrazione,
gli arredi devono riempire gli spazi e restituire il sa-pore di un’epoca, ma bisogna sempre aggiungere
un tocco personale». Lui ritrova a tratti l’entusia-smo e la curiosità di un ragazzo: «Lo stesso di quan-do accompagnai mio padre a Roma, doveva con-segnare alcuni mobili da Macerata dove aveva una
piccola fabbrica. Aspettandolo andai al cinema, vi di Ben Hur, fu una folgorazione. Gli dissi che avevo
deciso: dovevo venire a studiare a Roma, dovevo
imparare a costruire le scene dei film. Me lo permi-se solo dopo che con uno sforzo incredibile riuscii
a superare gli esami di maturità».
Negli anni la collaborazione tra scenografo e ar-redatrice è diventata sempre più facile. «Ci parlia-mo sempre meno. Lo facciamo all’inizio di un film,
poi lei vede i miei bozzetti e va avanti per conto suo,
non ho bisogno di dire niente, so quello che fa, è
brava, amatissima da Martin (Scorsese, ndr), lui di-ce che lei ha il mestiere nel Dna. Con Francesca mi
sento tranquillo, soprattutto lavorando in Ameri-ca. Quando lei salta un film per me è un lavoro in
più, devo controllare tutto. Molti stranieri sono
bravi, ma spesso ignorano l’arte italiana, i maestri
della pittura, la cultura europea».
Il cinema internazionale ha celebrato con molti
riconoscimenti la genialità di Ferretti ma, a parte
Scorsese con cui è nato un legame anche di amici-zia, i suoi veri miti restano tutti i grandi italiani: «So-no quelli con cui mi sono formato: Bellocchio, Pe-tri, Scola, Comencini, Cavani. Pasolini in partico-lare. Da lui ho imparato che le immagini possono
diventare poesia. E naturalmente Fellini, col quale
ho scoperto la libertà della fantasia, il cinema della
visionarietà, del sogno». Con lui ha lavorato per
quindici anni, da Prova d’orchestraa La voce della
luna. Tra i due c’era un rapporto speciale. «Lui di
Rimini, io di Macerata, due provinciali, avevamo memorie comuni, l’adolescenza sull’Adriatico, gli
incontri bizzarri. Mentre parlava aveva l’abitudine
di disegnare schizzi di caratteri, in fondo era lui che
mi ispirava, non a caso lo chiamavo il Faro. La do-menica si andava a pranzo a Fregene, ero un po’
suo prigioniero, se non altro perché ero io che gui-davo. Ogni tanto mi chiedeva di accompagnarlo
per un sopralluogo. Inutile, sapevamo entrambi
che avrebbe ricostruito tutto a Cinecittà, ma gli pia-ceva l’idea. Una volta andammo a Bologna solo
perché voleva mangiare in un ristorante che cono-sceva». Fellini diceva che in una gara di bugie Fer-retti lo avrebbe battuto. «Il fatto è che quando era-vamo in auto mi chiedeva sempre che cosa avevo
sognato. All’inizio dicevo cose banali, poi comin-ciai a inventare sogni che somigliavano a sequen-ze dei suoi film e lui rideva. Ma era impossibile es-sere più bugiardi di lui».
Ferretti e Lo Schiavo hanno doppio passaporto,
una casa a Roma e una a Miami. Sono ventidue an-ni, da Amletodi Zeffirelli, che non fanno un film ita-liano. «Qualche volta mi hanno chiamato, ma ero
sempre occupato altrove. Devo anche dire che per
uno che, come me, ha amato il cinema grandioso e
colossale, Hollywood era un richiamo irresistibi-le». E mostra una foto sbiadita della prima volta
della coppia a Los Angeles per il film di Ferreri
Storie di ordinaria follia : sullo sfondo c’è la col-lina con la celebre scritta, la stessa che sta an-che sulle magliette di Dante e Francesca, e i
due che sorridono con l’entusiasmo dei tu-risti giunti alla meta.
Proprio a Los Angeles lo ha chiamato
Renzo Piano per lavorare insieme ad al-cuni interventi sul nuovo Museo del Ci-nema, mentre fuori dal set Ferretti
continua anche l’impegno al
Museo Egizio di Torino, dove ha
realizzato lo Statuario di cui va
molto fiero: «Gli ingressi sono
aumentati del 400 per cento,
ho inventato l’Egitto di notte,
tutto stellato, e ho messo tanti di
quegli specchi...». E poi ancora c’è l’Expo
di Milano 2015: «Devo vestire il Decumano e
il Cardo, due chilometri e mezzo con una
piazza. Ai lati ci saranno i padiglioni, mi sono
inventato un esercito di statue ispirate ai guer-rieri di terracotta cinesi, e poiché il tema è il cibo,
sono coperte di frutta fino ai piedi, come l’Arcim-boldo, tutte diverse una dall’altra. Ermanno Ol
teatri di posa, sbarrati i cancelli, mitici, sulla via Tu-scolana. Gli scarsi visitatori entrano dall’ingresso se-condario e si incamminano tra solennità di carton-gesso rimaste lì in memoria di un glorioso passato. Ma non sono so-le. Dante Ferretti, uno che non ci lavora da quando non disegnò
Gangs of New York di Martin Scorsese, una decina di anni fa, si osti-na a mantenere il suo laboratorio di scenografia proprio qui, sulla
destra del viale centrale, quasi di fronte al celebre Teatro 5. È qui che
comincia l’ideazione delle sue scenografie prima di raggiungere il
luogo delle riprese ed è qui, nel grande spazio luminoso del suo ate-lier, che lo incontriamo. Ha abbandonato per qualche giorno gli stu-dios londinesi di Pinewood, dove sta lavorando a Cinderella, il film
della Disney con la regia di Kenneth Branagh. E con un paio di assi-stenti raccoglie i materiali (alcuni pubblicati in anteprima nelle pa-gine successive, ndr) per la grande mostra che da settembre a feb-braio gli dedicherà il MoMa di New York. «Ci saranno disegni, boz-zetti, certamente l’orologio di Hugo Cabret, i lampadari di Salò , le
statue dei leoni di Venezia, un pezzo di aereo di The Aviator , la testa
del cavallo del Barone di Münchausen , più allestimenti vari. Ma cre-do che l’elemento più divertente sarà il labirinto di Fellini, un gioco
di teli sui quali proietteranno le immagini dei suoi film».
La mostra newyorchese è anche un’occasione per celebrare i set-tant’anni di Ferretti — «Ma io, sono sincero, mi sento un ragazzetto»
— vero maestro di cinema, art director tra i migliori al mondo. «Il mio
è un mestiere bellissimo. Ogni film a cui lavoro mi permette di vive-re in un mondo diverso, quello creato dalla fantasia del regista e a cui
io dò una forma». La sua prima scenografia fu per Medea, anno 1969.
«È stato Pasolini a promuovermi da assistente a scenografo. Da Me-dea in poi ho fatto tutti i suoi film. Ci siamo sempre dati del lei, ma
c’era un rapporto bello, di stima e di profondo rispetto reciproco»
a Pasolini in poi le diverse fasi del la-voro non sono mai cambiate. «La
prima idea si materializza con uno
schizzo su qualsiasi materiale mi
trovi davanti. Uso con più facilità il
carboncino e la matita. Per ogni
ambiente butto giù svariati schizzi. Il passo suc-cessivo è il bozzetto. È il mondo dei colori, mi piace
la ricercatezza, la perfezione del segno, la cura del
particolare. Spesso faccio bozzetti enormi, para-dossalmente perché sono un pigro: quando il regi-sta mi chiede qualcosa, invece di parlare c’è il boz-zetto che risponde per me». Sono poi gli assistenti
— pochissimi o una squadra, dipende dal budget
— a elaborare i disegni tecnici e i modellini: «Sono
particolarmente importanti per le scene comples-se, impossibili da definire sul disegno. Lavorare sui
modellini consente sempre di aggiungere qualco-sa di nuovo sulla costruzione. Costruire, seppure in
miniatura, vuol dire confrontarsi con i problemi
tecnici ed estetici di una sequenza, emergono con
più precisione le esigenze di altri professionisti, il
direttore della fotografia per esempio. Ma soprat-tutto il regista ha la possibilità di verificare se gli ef-fetti drammatici si sposano con la costruzione che
fa da sfondo alla scena».
Il budget di Cinderella gli permette di lavorare
con quasi duecento assistenti. «Le riprese comin-ceranno ad agosto, Branagh sta ultimando il cast,
l’unica sicura è Cate Blanchett, la matrigna. Stiamo
costruendo il palazzo reale, il castello, lo scalone su
cui Cenerentola perde la scarpetta, la zucca che di-venta carrozza. Il film è abbastanza fedele alla fa-vola, solo ambientato a metà dell’Ottocento in una
zona tra Austria e Francia, un po’ come la princi-pessa Sissi. Mi sono divertito a usare Fragonard co-me artista di riferimento. Anche in questo, come in
tutti i film, cerco di mettere qualcosa di sbagliato.
Secondo me ci vuole sempre un errore, in modo
che tutto sembri vero».
Da qualche settimana sul set di Cinderellac’è an-che Francesca Lo Schiavo, arredatrice, moglie,
complice. Si conobbero in Sardegna, una sera d’e-state a cena da un amico comune, Fabrizio De An-dré. «Chiacchierando scoprimmo che a Roma abi-tavamo a due strade di distanza e che usavamo lo
stesso garage. Cominciammo a lasciarci bigliettini
sulla macchina: la nostra storia è nata così, e sono
passati trentasei anni», racconta Ferretti. Che a empi era già uno scenografo affermato. Lei lavo-rava in uno studio di design. «Ci siamo sposati do-po un anno e mezzo, è arrivato subito il primo fi-glio. Io ero molto occupato, e stavo spesso fuori, e
Francesca mi chiese di lavorare con me. All’inizio
ero contrario, non mi piaceva l’idea di moglie e ma-rito sempre insieme, a casa e al lavoro, potevamo
stancarci l’uno dell’altra. Il nostro primo film in-sieme è stato La pelledi Liliana Cavani. Poi Fellini,
è stato lui che ha preso Francesca al laccio e che l’ha
promossa». È nata così una collaborazione da
Oscar, sei candidature e tre statuette vinte da en-trambi — The Aviator (2005), Sweeney Todd (2008),
Hugo Cabret(2012) — che si confondono tra deci-ne di altre statuette e premi internazionali che
affollano uno
scaffale della loro
bella casa romana.
Se per lei «è l’Oscar
per The Aviator quel-lo che più mi tocca il
cuore, il primo, ricordo che cercavo di contenere le
emozioni, non riuscivo ad essere contenta, solo
dopo mi sono resa conto...», per lui è «particolar-mente caro il primo David per Un mondo nuovo,
l’unico film con Scola... ma mi emoziona anche la
prima nomination, che fu per Le avventure del Ba-rone di Münchausen , anche perché un critico ame-ricano scrisse era la più bella scenografia della sto-ria del cinema».Il legame tra
Dante Ferretti e
Francesca Lo
Schiavo si è raffor-zato grazie anche
all’amore per il pro-prio mestiere. Lei ne parla con naturalezza: «È un
lavoro fatto di lunghe ricerche e di concentrazione,
gli arredi devono riempire gli spazi e restituire il sa-pore di un’epoca, ma bisogna sempre aggiungere
un tocco personale». Lui ritrova a tratti l’entusia-smo e la curiosità di un ragazzo: «Lo stesso di quan-do accompagnai mio padre a Roma, doveva con-segnare alcuni mobili da Macerata dove aveva una
piccola fabbrica. Aspettandolo andai al cinema, vi di Ben Hur, fu una folgorazione. Gli dissi che avevo
deciso: dovevo venire a studiare a Roma, dovevo
imparare a costruire le scene dei film. Me lo permi-se solo dopo che con uno sforzo incredibile riuscii
a superare gli esami di maturità».
Negli anni la collaborazione tra scenografo e ar-redatrice è diventata sempre più facile. «Ci parlia-mo sempre meno. Lo facciamo all’inizio di un film,
poi lei vede i miei bozzetti e va avanti per conto suo,
non ho bisogno di dire niente, so quello che fa, è
brava, amatissima da Martin (Scorsese, ndr), lui di-ce che lei ha il mestiere nel Dna. Con Francesca mi
sento tranquillo, soprattutto lavorando in Ameri-ca. Quando lei salta un film per me è un lavoro in
più, devo controllare tutto. Molti stranieri sono
bravi, ma spesso ignorano l’arte italiana, i maestri
della pittura, la cultura europea».
Il cinema internazionale ha celebrato con molti
riconoscimenti la genialità di Ferretti ma, a parte
Scorsese con cui è nato un legame anche di amici-zia, i suoi veri miti restano tutti i grandi italiani: «So-no quelli con cui mi sono formato: Bellocchio, Pe-tri, Scola, Comencini, Cavani. Pasolini in partico-lare. Da lui ho imparato che le immagini possono
diventare poesia. E naturalmente Fellini, col quale
ho scoperto la libertà della fantasia, il cinema della
visionarietà, del sogno». Con lui ha lavorato per
quindici anni, da Prova d’orchestraa La voce della
luna. Tra i due c’era un rapporto speciale. «Lui di
Rimini, io di Macerata, due provinciali, avevamo memorie comuni, l’adolescenza sull’Adriatico, gli
incontri bizzarri. Mentre parlava aveva l’abitudine
di disegnare schizzi di caratteri, in fondo era lui che
mi ispirava, non a caso lo chiamavo il Faro. La do-menica si andava a pranzo a Fregene, ero un po’
suo prigioniero, se non altro perché ero io che gui-davo. Ogni tanto mi chiedeva di accompagnarlo
per un sopralluogo. Inutile, sapevamo entrambi
che avrebbe ricostruito tutto a Cinecittà, ma gli pia-ceva l’idea. Una volta andammo a Bologna solo
perché voleva mangiare in un ristorante che cono-sceva». Fellini diceva che in una gara di bugie Fer-retti lo avrebbe battuto. «Il fatto è che quando era-vamo in auto mi chiedeva sempre che cosa avevo
sognato. All’inizio dicevo cose banali, poi comin-ciai a inventare sogni che somigliavano a sequen-ze dei suoi film e lui rideva. Ma era impossibile es-sere più bugiardi di lui».
Ferretti e Lo Schiavo hanno doppio passaporto,
una casa a Roma e una a Miami. Sono ventidue an-ni, da Amletodi Zeffirelli, che non fanno un film ita-liano. «Qualche volta mi hanno chiamato, ma ero
sempre occupato altrove. Devo anche dire che per
uno che, come me, ha amato il cinema grandioso e
colossale, Hollywood era un richiamo irresistibi-le». E mostra una foto sbiadita della prima volta
della coppia a Los Angeles per il film di Ferreri
Storie di ordinaria follia : sullo sfondo c’è la col-lina con la celebre scritta, la stessa che sta an-che sulle magliette di Dante e Francesca, e i
due che sorridono con l’entusiasmo dei tu-risti giunti alla meta.
Proprio a Los Angeles lo ha chiamato
Renzo Piano per lavorare insieme ad al-cuni interventi sul nuovo Museo del Ci-nema, mentre fuori dal set Ferretti
continua anche l’impegno al
Museo Egizio di Torino, dove ha
realizzato lo Statuario di cui va
molto fiero: «Gli ingressi sono
aumentati del 400 per cento,
ho inventato l’Egitto di notte,
tutto stellato, e ho messo tanti di
quegli specchi...». E poi ancora c’è l’Expo
di Milano 2015: «Devo vestire il Decumano e
il Cardo, due chilometri e mezzo con una
piazza. Ai lati ci saranno i padiglioni, mi sono
inventato un esercito di statue ispirate ai guer-rieri di terracotta cinesi, e poiché il tema è il cibo,
sono coperte di frutta fino ai piedi, come l’Arcim-boldo, tutte diverse una dall’altra. Ermanno Ol
domenica 7 luglio 2013
GREGOTTI
non fosse per le mani — afflitte da un’artrosi — Vittorio Gre-gotti dimostrerebbe meno dei suoi 85 anni. È un uomo mental-mente agguerrito. Che sa perfettamente quali sono gli alleati e gli
avversari. Si avverte, per esempio, un certo disprezzo — come si
ricava dal nuovo libro Il sublime al tempo del contemporaneo —
per i danni, dice lui, provocati dal postmoderno.
Nella bella casa milanese — con lo studio sottostante — si mo-stra disteso e ospitale. Quadri importanti e libri, tanti libri. Mi at-tira un dipinto di Anselm Kiefer dove si intravedono due torri
sconnesse e rossastre, emblema forse di una modernità trabal-lante. Gregotti dice che il primo a parlargli di Kiefer fu Joseph
Beuys. E che il lavoro di questo artista per anni è stato per lui fon-te di inquietudine: «Un architetto deve interessarsi di arti figu-rative, purtroppo nei nostri ultimi anni imperano solo i due
estremi: la specializzazione e la tuttologia», aggiunge accarez-zandosi la barba bianca.
Non sono in grado di giudicare il lavoro di architetto, ma spes-so i suoi progetti, le sue realizzazioni sono stati fatti segno di po-lemiche e contestazioni. Lui tira dritto o spara
qualche bordata sulla decadenza di un mestiere
che pensa — dice — a fare solo quattrini.
Ci si fa amici nel suo campo?
«Pochi. I miei amici — tranne forse Gae Au-lenti che fu compagna all’università — sono tut-ti fuori. Da Umberto e Renate Eco, a Tullio Peri-coli, a Guido Rossi e Rosellina Archinto, potrei
aggiungere altri nomi: sono le persone che vedo
e con cui mi ritrovo meglio».
Che ricordo ha dell’Aulenti?
«Penso a lei come a una donna che ha sfidato
una situazione difficile per intraprendere la car-riera di architetto. Troppi conformismi e pre-giudizi. Ha lottato e ha vinto. Aveva un senso del-la realtà fisica che sapeva capovolgere a suo fa-vore. Una bravissima scenografa e arredatrice. Il
suo problema più grande fu conservare il suc-cesso che si era guadagnato».
E qual è il suo rapporto con il successo?
«Premetto che mi ritengo un uomo fortunato,
anche se ora mi sento un po’ un disastro. Nel sen-so che se faccio un progetto è spesso accolto co-me fosse un’ovvietà assoluta. Capisce? Ho una
storia, un linguaggio, una coerenza e magari arriva uno che sen-tenzia: no, troppo scontato. È chiaro che il successo è importan-te. Ma non può essere la preoccupazione principale. Invece mol-ti architetti oggi pensano che il successo sia una categoria dello
spirito. Ricordo di avere avuto una lunga discussione su questo
argomento con Jacques Derrida».
Un filosofo di successo, è il caso di aggiungere.
«Una star, non c’è dubbio. Vedeva nel successo una forma di
affermazione, dove molto è affidato al caso, e all’idea che ognu-no che decreta il tuo successo sta in realtà immaginando di pren-dere il tuo posto. Alla fine questo affascinante pensatore diven-ne una specie di giocoliere della parola. E anche un po’ ripetiti-vo».
Lei ha avuto frequentazioni intellettuali promiscue.
«Mi piace esplorare campi diversi. Fui molto amico di Lucia-no Berio, un compositore di grande talento. Forse un po’ troppo
americaneggiante. Ma credo che questa inclinazione gli fu tra-smessa direttamente dalla moglie Cathy Barberian. Una volta,
un po’ scherzando, Giulio Einaudi disse: secondo me Berio va a
ANTONIO GNOLI
L’architettura attendeva.
«Al contrario. Feci lì — nello studio dei fratelli Perret — la pri-ma esperienza lavorativa. Vidi una sola volta il grande Auguste
Perret, un uomo elegante e fascinoso. Stava realizzando il pro-getto di ricostruzione di Le Havre. Capii che quello sarebbe sta-to il mio mestiere. Poi a Londra nel 1951 ne ebbi la conferma pie-na».
Cosa accadde?
«Ero ancora studente, ma già collaboravo con Ernesto Rogers.
Fu lui a farmi invitare a un seminario internazionale che quel-l’anno si tenne a Hoddesdon, una cittadella tra Cambridge e
Londra. Passai una settimana con i grandi architetti: Le Corbu-sier, Ove Arup, Van Eesteren, Gropius. C’era un clima affabile e
sereno. Noi giovani imparavamo discutendo con i maestri. E tut-ti a rotazione, come fossimo in un convento di francescani, ser-vivamo a tavola. L’ultimo giorno toccò a Gropius. Girò con il car-rello delle pietanze e alla fine si venne a sedere accanto a me. Ave-va una vaga somiglianza con Thomas Mann. Anni dopo gli sc si chiedendogli un giudizio su Peter Behrens. Avevo appreso che
Gropius tra il 1907 e il 1910 lavorò nello studio di Behrens a Ber-lino».
E le rispose?
«Sì, mi inviò una lettera che ancora conservo in cui esaltava in-sieme alla tradizione del moderno quella generazione di archi-tetti come Otto Wagner, Van de Velde, Perret e altri, che aveva vis-suto il rinnovamento come dovere etico nei confronti di una so-cietà che stava cambiando velocemente. La lettera datava apri-le 1960. Decisi allora di andare a Berlino sulle tracce di Behrens».
Proprio quell’anno fu costruito il Muro. Che cosa vide?
«In realtà il muro sarebbe stato eretto pochi mesi dopo. La di-stinzione dalla parte Ovest si coglieva dall’odore di cavoli e di car-burante che stagnava a Est. La città era ancora disseminata di ro-vine e di resti di una tradizione monumentale che aveva perso la
sua imponenza. La prima sera che giunsi in città non riuscii a tro-vare dove andare a dormire. Ingeborg Bachmann — che avevo
conosciuto tramite Max Frisch, che allora era il suo compagn si offrì di ospitarmi. Dormii da lei una sola notte. Nonostante
fosse già famosa mi fece l’impressione di una ragazza bizzarra e
malinconica. Comunque Berlino mi sembrava un’isola nella
Germania. Nonostante le numerose ferite conservava il volto del
moderno».
Volto al quale lei è rimasto sempre fedele?
«Direi di sì, appartengo a una generazione che ha criticato il
moderno ma ne ha colto l’importanza nelle realizzazioni socia-li. L’ultima volta che incontrai Alvar Aalto fu a Milano, gli dove-vano consegnare la laurea honoris causa. Festeggiammo in un
bar davanti a un aperitivo. A un certo punto feci l’elogio della Fin-landia e del paesaggio. Lui mi fermò e disse: la Finlandia è solo
una meravigliosa geografia; la storia la facciamo noi architetti».
Ed è così?
«Lo è stato. Oggi non più, l’architetto è diventato un illustra-tore. Che tutto immola al trionfo dell’evento e della comunica-zione. Cioè all’essenza dell’ideologia postmodernista».
Cosa non le piace del postmoderno È il frutto del passaggio dal capitalismo industria-le a quello finanziario globale. Il postmoderno è figlio
di Reagan e della Thatcher. E l’architettura, come l’ar-te del resto, è andata a rimorchio di questa situazione.
Il sublime si è fatto perverso: è il successo, i soldi, la
mancanza di distanza critica dalla realtà. L’estetica
non incide, decora. Il mercato è dei furbacchioni. De-vo continuare?».
Il suo elogio del moderno o di ciò che ne resta non
l’ha messa al riparo da critiche e polemiche sul suo
lavoro. Penso allo Zen di Palermo o alla Bicocca a Mi-lano.
«Lo Zen lo rifarei uguale al progetto. Lì il solo errore
è stato non aver capito quale formidabile potere aves-se la mafia. È rimasto un progetto incompiuto. Men-tre Bicocca è quasi finita ed è la sola periferia di Mila-no con una logica».
Non ha mai dubbi?
«Tanti. Sono un borghese all’antica con una spic-cata passione per la ragione, ma so che questa ha dei
limiti. Ci sono parti di noi che non conosciamo o co-nosciamo poco».
È il vasto territorio indagato dalla psicoanalisi.
«Scrissi tanti anni fa un piccolo libro sulle forme del-l’architettura mancata che si ispirava a Freud. È un
campo che mi interessa, sono stato amico di Giovan-ni Zapparoli, Franco Fornari, Elvio Fachinelli. Ho per-fino conosciuto Lacan».
Dove?
«Andai a sentire alcune sue lezioni. Parlava con vo-ce bassissima, tanto che un allievo esclamò: non sen-tiamo. E lui: molto meglio. Lo incontrai all’Harris Bar
di Venezia. Era seduto e circondato da un gruppo di
donne adoranti. Lui tirò fuori uno dei suoi sigari con-torti, che si faceva arrivare dal Brasile, e così fecero le
sue accompagnatrici. Era una persona difficile da capi-re. Sembrava che parlasse con il mondo più che con te».
Diffida dell’oscurità?
«Diffido dell’eclettismo. Non si può vivere il linguaggio
delle avanguardie e privarlo dell’aspetto rivoluzionario,
sia sociale che linguistico. Benjamin e Adorno individua-rono pienamente il problema».
Adorno ce l’aveva con il gergo dell’autenticità.
«Non sopportava Heidegger, la sua scrittura allusiva. Ma so-prattutto la sua compromissione con il nazismo. Adorno era so-fisticato. Ma restai deluso dal suo aspetto fisico, mi parve un
ometto insignificante quando mi fu presentato da un amico ar-chitetto che doveva progettargli una villetta ad Ascona. Poi, l’an-no dopo, morì e non se ne fece più niente».
Le piace la casa che progettò Wittgenstein a Vienna?
«È bellissima, molto coerente con il suo pensiero. Anche se
confesso che la sua filosofia mi interessa meno. Preferisco Benja-min».
Gliela avrebbe progettata la casa?
«A Benjamin anche gratis».
Cosa rivorrebbe indietro dal suo mestiere?
«Nulla di più di quello che ho fatto nella vita. L’architettura è
un’arte collettiva. Rivorrei indietro tutte le persone con cui ho la-vorato e dalle quali ho imparato. Con molte di loro ci rivedremo,
spero tardi, da qualche altra parte
avversari. Si avverte, per esempio, un certo disprezzo — come si
ricava dal nuovo libro Il sublime al tempo del contemporaneo —
per i danni, dice lui, provocati dal postmoderno.
Nella bella casa milanese — con lo studio sottostante — si mo-stra disteso e ospitale. Quadri importanti e libri, tanti libri. Mi at-tira un dipinto di Anselm Kiefer dove si intravedono due torri
sconnesse e rossastre, emblema forse di una modernità trabal-lante. Gregotti dice che il primo a parlargli di Kiefer fu Joseph
Beuys. E che il lavoro di questo artista per anni è stato per lui fon-te di inquietudine: «Un architetto deve interessarsi di arti figu-rative, purtroppo nei nostri ultimi anni imperano solo i due
estremi: la specializzazione e la tuttologia», aggiunge accarez-zandosi la barba bianca.
Non sono in grado di giudicare il lavoro di architetto, ma spes-so i suoi progetti, le sue realizzazioni sono stati fatti segno di po-lemiche e contestazioni. Lui tira dritto o spara
qualche bordata sulla decadenza di un mestiere
che pensa — dice — a fare solo quattrini.
Ci si fa amici nel suo campo?
«Pochi. I miei amici — tranne forse Gae Au-lenti che fu compagna all’università — sono tut-ti fuori. Da Umberto e Renate Eco, a Tullio Peri-coli, a Guido Rossi e Rosellina Archinto, potrei
aggiungere altri nomi: sono le persone che vedo
e con cui mi ritrovo meglio».
Che ricordo ha dell’Aulenti?
«Penso a lei come a una donna che ha sfidato
una situazione difficile per intraprendere la car-riera di architetto. Troppi conformismi e pre-giudizi. Ha lottato e ha vinto. Aveva un senso del-la realtà fisica che sapeva capovolgere a suo fa-vore. Una bravissima scenografa e arredatrice. Il
suo problema più grande fu conservare il suc-cesso che si era guadagnato».
E qual è il suo rapporto con il successo?
«Premetto che mi ritengo un uomo fortunato,
anche se ora mi sento un po’ un disastro. Nel sen-so che se faccio un progetto è spesso accolto co-me fosse un’ovvietà assoluta. Capisce? Ho una
storia, un linguaggio, una coerenza e magari arriva uno che sen-tenzia: no, troppo scontato. È chiaro che il successo è importan-te. Ma non può essere la preoccupazione principale. Invece mol-ti architetti oggi pensano che il successo sia una categoria dello
spirito. Ricordo di avere avuto una lunga discussione su questo
argomento con Jacques Derrida».
Un filosofo di successo, è il caso di aggiungere.
«Una star, non c’è dubbio. Vedeva nel successo una forma di
affermazione, dove molto è affidato al caso, e all’idea che ognu-no che decreta il tuo successo sta in realtà immaginando di pren-dere il tuo posto. Alla fine questo affascinante pensatore diven-ne una specie di giocoliere della parola. E anche un po’ ripetiti-vo».
Lei ha avuto frequentazioni intellettuali promiscue.
«Mi piace esplorare campi diversi. Fui molto amico di Lucia-no Berio, un compositore di grande talento. Forse un po’ troppo
americaneggiante. Ma credo che questa inclinazione gli fu tra-smessa direttamente dalla moglie Cathy Barberian. Una volta,
un po’ scherzando, Giulio Einaudi disse: secondo me Berio va a
ANTONIO GNOLI
L’architettura attendeva.
«Al contrario. Feci lì — nello studio dei fratelli Perret — la pri-ma esperienza lavorativa. Vidi una sola volta il grande Auguste
Perret, un uomo elegante e fascinoso. Stava realizzando il pro-getto di ricostruzione di Le Havre. Capii che quello sarebbe sta-to il mio mestiere. Poi a Londra nel 1951 ne ebbi la conferma pie-na».
Cosa accadde?
«Ero ancora studente, ma già collaboravo con Ernesto Rogers.
Fu lui a farmi invitare a un seminario internazionale che quel-l’anno si tenne a Hoddesdon, una cittadella tra Cambridge e
Londra. Passai una settimana con i grandi architetti: Le Corbu-sier, Ove Arup, Van Eesteren, Gropius. C’era un clima affabile e
sereno. Noi giovani imparavamo discutendo con i maestri. E tut-ti a rotazione, come fossimo in un convento di francescani, ser-vivamo a tavola. L’ultimo giorno toccò a Gropius. Girò con il car-rello delle pietanze e alla fine si venne a sedere accanto a me. Ave-va una vaga somiglianza con Thomas Mann. Anni dopo gli sc si chiedendogli un giudizio su Peter Behrens. Avevo appreso che
Gropius tra il 1907 e il 1910 lavorò nello studio di Behrens a Ber-lino».
E le rispose?
«Sì, mi inviò una lettera che ancora conservo in cui esaltava in-sieme alla tradizione del moderno quella generazione di archi-tetti come Otto Wagner, Van de Velde, Perret e altri, che aveva vis-suto il rinnovamento come dovere etico nei confronti di una so-cietà che stava cambiando velocemente. La lettera datava apri-le 1960. Decisi allora di andare a Berlino sulle tracce di Behrens».
Proprio quell’anno fu costruito il Muro. Che cosa vide?
«In realtà il muro sarebbe stato eretto pochi mesi dopo. La di-stinzione dalla parte Ovest si coglieva dall’odore di cavoli e di car-burante che stagnava a Est. La città era ancora disseminata di ro-vine e di resti di una tradizione monumentale che aveva perso la
sua imponenza. La prima sera che giunsi in città non riuscii a tro-vare dove andare a dormire. Ingeborg Bachmann — che avevo
conosciuto tramite Max Frisch, che allora era il suo compagn si offrì di ospitarmi. Dormii da lei una sola notte. Nonostante
fosse già famosa mi fece l’impressione di una ragazza bizzarra e
malinconica. Comunque Berlino mi sembrava un’isola nella
Germania. Nonostante le numerose ferite conservava il volto del
moderno».
Volto al quale lei è rimasto sempre fedele?
«Direi di sì, appartengo a una generazione che ha criticato il
moderno ma ne ha colto l’importanza nelle realizzazioni socia-li. L’ultima volta che incontrai Alvar Aalto fu a Milano, gli dove-vano consegnare la laurea honoris causa. Festeggiammo in un
bar davanti a un aperitivo. A un certo punto feci l’elogio della Fin-landia e del paesaggio. Lui mi fermò e disse: la Finlandia è solo
una meravigliosa geografia; la storia la facciamo noi architetti».
Ed è così?
«Lo è stato. Oggi non più, l’architetto è diventato un illustra-tore. Che tutto immola al trionfo dell’evento e della comunica-zione. Cioè all’essenza dell’ideologia postmodernista».
Cosa non le piace del postmoderno È il frutto del passaggio dal capitalismo industria-le a quello finanziario globale. Il postmoderno è figlio
di Reagan e della Thatcher. E l’architettura, come l’ar-te del resto, è andata a rimorchio di questa situazione.
Il sublime si è fatto perverso: è il successo, i soldi, la
mancanza di distanza critica dalla realtà. L’estetica
non incide, decora. Il mercato è dei furbacchioni. De-vo continuare?».
Il suo elogio del moderno o di ciò che ne resta non
l’ha messa al riparo da critiche e polemiche sul suo
lavoro. Penso allo Zen di Palermo o alla Bicocca a Mi-lano.
«Lo Zen lo rifarei uguale al progetto. Lì il solo errore
è stato non aver capito quale formidabile potere aves-se la mafia. È rimasto un progetto incompiuto. Men-tre Bicocca è quasi finita ed è la sola periferia di Mila-no con una logica».
Non ha mai dubbi?
«Tanti. Sono un borghese all’antica con una spic-cata passione per la ragione, ma so che questa ha dei
limiti. Ci sono parti di noi che non conosciamo o co-nosciamo poco».
È il vasto territorio indagato dalla psicoanalisi.
«Scrissi tanti anni fa un piccolo libro sulle forme del-l’architettura mancata che si ispirava a Freud. È un
campo che mi interessa, sono stato amico di Giovan-ni Zapparoli, Franco Fornari, Elvio Fachinelli. Ho per-fino conosciuto Lacan».
Dove?
«Andai a sentire alcune sue lezioni. Parlava con vo-ce bassissima, tanto che un allievo esclamò: non sen-tiamo. E lui: molto meglio. Lo incontrai all’Harris Bar
di Venezia. Era seduto e circondato da un gruppo di
donne adoranti. Lui tirò fuori uno dei suoi sigari con-torti, che si faceva arrivare dal Brasile, e così fecero le
sue accompagnatrici. Era una persona difficile da capi-re. Sembrava che parlasse con il mondo più che con te».
Diffida dell’oscurità?
«Diffido dell’eclettismo. Non si può vivere il linguaggio
delle avanguardie e privarlo dell’aspetto rivoluzionario,
sia sociale che linguistico. Benjamin e Adorno individua-rono pienamente il problema».
Adorno ce l’aveva con il gergo dell’autenticità.
«Non sopportava Heidegger, la sua scrittura allusiva. Ma so-prattutto la sua compromissione con il nazismo. Adorno era so-fisticato. Ma restai deluso dal suo aspetto fisico, mi parve un
ometto insignificante quando mi fu presentato da un amico ar-chitetto che doveva progettargli una villetta ad Ascona. Poi, l’an-no dopo, morì e non se ne fece più niente».
Le piace la casa che progettò Wittgenstein a Vienna?
«È bellissima, molto coerente con il suo pensiero. Anche se
confesso che la sua filosofia mi interessa meno. Preferisco Benja-min».
Gliela avrebbe progettata la casa?
«A Benjamin anche gratis».
Cosa rivorrebbe indietro dal suo mestiere?
«Nulla di più di quello che ho fatto nella vita. L’architettura è
un’arte collettiva. Rivorrei indietro tutte le persone con cui ho la-vorato e dalle quali ho imparato. Con molte di loro ci rivedremo,
spero tardi, da qualche altra parte
Giuliano Sangiorgi
Ha scritto canzoni che hanno scalato
le classifiche e un libro che è stato
subito bestseller. A trentaquattro anni
il leader dei Negramaro
si confessa:“Non potrei
fare il solista. Ho bisogno
del mio gruppo, dei miei
amici di sempre: senza
di loro non sarei andato
da nessuna parte
E oggi non riuscirei
a vincere quella nausea
che mi capita di provare
nei confronti di me stesso”
S
olo proteine. Tartare e frit-tata. Giuliano Sangiorgi si
prepara alla maratona esti-va con i Negramaro. Salen-tino, trentaquattro anni. «Sto invec-chiando, faccio il fico immobile davan-ti al microfono», dice, «poi inevitabil-mente scatta la molla e comincia la dan-za. E allora la preparazione è tutto». È
già tonico, t-shirt attillata, jeans a vita
bassa, tanti anelli e tanti bracciali. En-tusiasta del doppio cd Una storia sem-plice(hit, brani inediti, rarità) e del suo
esordio come scrittore. Lo spacciatore
di carne, pubblicato l’autunno scorso
da Einaudi, è un bestseller. «Mi godo
l’euforia del passaparola, che sta anco-ra funzionando mesi dopo. Pare che un
libro abbia una vita più lunga di un di-sco. Anche se i Negramaro non sono di
quelli che scompaiono in fretta dalle
classifiche, abbiamo resistito anche fi-no a cento settimane». Disciplinato in
tutto, tranne che nella musica e nella
scrittura. «Con quelle ho un approccio
tutto mio. Ho imparato a scrivere esat-tamente come ho imparato a cantare:
facendo di necessità virtù. Magari qual-cuno dirà che voglio essere al centro
dell’attenzione. Il dubbio c’è sempre,
anche dentro di me. A volte penso di es-sere qui solo per un eccesso di ego».
Quando capirono che si perdeva die-tro ai suoni, i genitori avrebbero voluto
iscriverlo al conservatorio. Rifiutò. «Se
avessi dovuto affrontare la musica co-me un lavoro o un corso di studi l’avrei
odiata. Era uno sfogo personale, mi ha
permesso di non pretendere troppo da
me stesso; grazie alle canzoni ho impa-rato a conoscermi. È una seduta di psi-coanalisi che non finisce mai. Non po-trei considerarla un impegno, anche
quando “lavoriamo” settanta ore al
giorno». In dieci anni ha avuto tanto, il
massimo, quasi tutto quel che un arti-sta può desiderare in questa piccola Ita-lia («Adorabile paese, anche adesso che
indossa il sorriso triste del pagliaccio»).
Come band leader e come autore tra i
più riveriti del pop nostrano, ha colla-borato con Dolores O’Riordan, Malika
Ayane, Elisa, Baglioni, Patty Pravo, Ce-lentano, Battiato, Bocelli, Jovanotti. E
anche con Mina. Eppure non ha mai
pensato di mollare i Negramaro per
mettersi in proprio. Come solista, si
sentirebbe uno sbandato. «Siamo sem-pre stati sei in questa favola da raccon-tare. Viviamo la musica allo stesso mo-do. Ogni incontro assomiglia a una se-duta degli alcolisti anonimi. Io lì a decli-nare la mia voglia d’amare e di essere li-bero; la paura di abituarmi all’amore e
la voglia di innamorarmi sempre. È
questa l’inquietudine che combina più
guai. L’amore è bellissimo, ma quando
è troppo sereno incomincio a scalpita-re. L’ho capito dopo aver inciso Quel
posto che non c’è. Non volevo neanche
metterla nel disco, mi convinsero i ra-gazzi del Solis Quartet». Spiega: «Sono
su Skype, litigo con una persona cara,
cerco di mettere in chiaro delle cose,
non ci riesco. Mi chiamano per andare
in studio, a quel punto l’unico brano
che mi sento di cantare è Quel posto che
non c’è . Lo registro di getto col quartet-to che mi segue, finisco e non mi rendo
conto che è pronto in un take . Lo ria-scolto e crollo. Sono le parole che poco
prima avrei voluto dire a lei. Le canzoni
arrivano in maniera misteriosa, come
se non ti appartenessero. A volte è per-sino un po’ fastidioso sentirsi un me-dium. Non mi piace spiegarle, se mi co-stringono a farlo dico sempre le solite
tre parole: fisiologico, necessario, ur-gente. È come se mi chiedessero: come
fai a respirare? L’arte è un fantastico sta-to d’incoscienza. L’ispirazione è deva-stante, mi lascia ammutolito per giorni.
È destabilizzante e allo stesso tempo
gratificante, un momento che vale cen-tomila amori con centomila donne.
Un’esplosione, divento pazzo, faccio
festa. Anche se è una canzone malinco-nica, sentirla sulla pelle mi riempie di
gioia. Se accade in tour, vorrei inter-rompere tutto, abbandonare il palco-scenico».
Safari , la canzone poi incisa da Jova-notti, gli è venuta di notte. «Non riesco
a dormire. Cominciano a martellarmi
in testa le parole: Assaggio la morte di
notte ogni volta che passa. Devo alzarmi
per non perderla, ma non voglio sve-gliare chi mi dorme accanto. Mi alzo al-le sei per mettere su carta “quella cosa”
che ormai si è scritta nel mio cervello».
Quello stesso giorno Lorenzo gli chiede
una canzone, qualcosa che abbia a che
fare con la “giungla notturna”. Giuliano
gli gira il foglio, parole scritte con la ma-tita del trucco. «Un caso? A ripensarci
ancora oggi ho i brividi. L’ispirazione è
indefinibile e inafferrabile, non sai co-me e quando arriva, e soprattutto se sei
pronto ad accoglierla». Ma a differenza
dei cantautori che venera — Modugno,
Tenco, De Andrè, Lauzi — non riusci-rebbe a mettere in musica le sue visioni
senza la complicità della band. «Abbia-mo sempre vissuto insieme, la comune
a Parma, la masseria nel Salento, le ca-se a San Francisco e in Canada. Ancora
adesso ricreiamo il clima degli esordi,
non ci diamo appuntamento tre ore in
sala prove e poi ognuno per la sua stra-da. Quando lavoriamo a un disco vivia-mo insieme, soprattutto la notte, si fa
l’alba a parlare, discutere, mettere i so-gni sul tavolo. Questo ci ha permesso di
essere molto giudiziosi rispetto a tutto
quello che ci stava succedendo. Se in
questi anni fossi stato da solo, sarei sta-to un’altra persona, avrei ammortizza-to diversamente il colpo. Invece cresce-re con gli amici, ritrovarsi adulti e cam-biati è fantastico. Ognuno è la spia lu-minosa dell’altro. A volte basta una fra-se in dialetto a ricordarci chi siamo, do-ve siamo, da dove veniamo. Niente
drammi alla U2, finora. Senza di loro
non riuscirei a vincere la nausea che mi
capita di provare nei confronti di me
stesso. Quando mi ritrovo a pensare: se
togliessero la mia voce che dischi mera-vigliosi farebbero i Negramaro! Oppu-re: dovremmo cercare un nuovo can-tante; io, se avrò ancora l’ispirazione,
continuerò a comporre. Quando scris-si Essenza, la prima canzone, non pen-savo di cantarla, ero chitarrista, cerca-vamo una voce adatta. Sono stati loro a
darmi questa responsabilità. L’ho fatto
per urgenza, senza chiedermi se lo fa-cessi bene o male. Oggi ci affanniamo in
produzioni di lusso, suoni artificiali, ma
la verità è che una melodia resta quan-do ti assale, ti lascia senza parole, ti sten-de, che sia My Wayo Cucurrucucu pa-loma. L’ho chiaro in mente da quando
spendevo in 45 giri 3700 lire a settima-na. Non vado più a cercare i dischi belli,
mi lascio investire dalla musica».
I Negramaro festeggiano dieci anni
di carriera con due concerti negli stadi:
il 13 luglio al Meazza di Milano e il 16 al-l’Olimpico di Roma. Il trionfo dopo un
breve exploit nei festival europei: 25
giugno a Monaco, 28 Dortmund, 30
Londra. Sangiorgi è il vincitore di una
generazione in affanno. Il destino di
Edo, il protagonista del suo romanzo
che si spoglia dei sogni sul rapido Lec-ce-Bologna, prima ancora di provarci,
l’ha solo sfiorato. «Siamo i figli del Gran-de Fratello», mormora. «Per fortuna
siamo emersi dieci anni fa, altrimenti
non avremmo mai fatto San Siro e l’O-limpico. Dicono che ci vuole culo per
sfondare. Un presidente del consiglio
presunto self made man ha educato
una generazione a credere che nella vi-ta ognuno può farcela anche senza
istruzione, grazie a un varietà o a un rea-lity. Credere ciecamente nel colpo di
fortuna crea una grande solitudine; ec-co cosa fanno oggi molti genitori, edu-cano i figli alla solitudine. Io m’immagi-navo negli U2, cantavo tutto Rattle and
humfingendo che la racchetta da ten-nis fosse il microfono, sognavo la vita on
the road, il furgone. Amici, X Factor, The
voicenon mi appartengono, non so co-me si fa. So solo imbracciare una chitar-ra e suonare con gli amici».
Dopo la tartare ha divorato anche la
frittata, coccolato dal ristoratore traste-verino che a malapena riesce a regolare
il flusso di fan che lo scorgono all’inter-no e implorano un autografo. Prossima
tappa: il vicino negozio di chitarre. Il
proprietario gli mostra gli esemplari
più rari e pregiati, Giuliano opta per
un’acustica da battaglia da poche cen-tinaia di euro anche se potrebbe per-mettersi una dozzina di Martin Golden
Era Sunburst. Suona bene, anche se è
made in China. Strimpella qualcosa dei
Radiohead, poi Here it isdi Leonard
Cohen. Suo padre intuì il talento quan-do lo sentì suonare Smoke On the Water
dei Deep Purple con degli elastici. Giu-liano aveva otto anni. Il signor Gian-franco aveva intuito che suo figlio era
più tagliato per il rock che per il conser-vatorio. Se n’è andato all’improvviso e
ancora giovane a gennaio, come in una
canzone di De Andrè. «La sua morte mi
ha tolto la musica dentro. Ho capito un
casino di cose quando mi sono reso
conto che non c’era più. La prima, che
tutta la musica era sua. Se faccio questo
mestiere è perché, dopo gli elastici, la
chitarra me la comprò davvero
le classifiche e un libro che è stato
subito bestseller. A trentaquattro anni
il leader dei Negramaro
si confessa:“Non potrei
fare il solista. Ho bisogno
del mio gruppo, dei miei
amici di sempre: senza
di loro non sarei andato
da nessuna parte
E oggi non riuscirei
a vincere quella nausea
che mi capita di provare
nei confronti di me stesso”
S
olo proteine. Tartare e frit-tata. Giuliano Sangiorgi si
prepara alla maratona esti-va con i Negramaro. Salen-tino, trentaquattro anni. «Sto invec-chiando, faccio il fico immobile davan-ti al microfono», dice, «poi inevitabil-mente scatta la molla e comincia la dan-za. E allora la preparazione è tutto». È
già tonico, t-shirt attillata, jeans a vita
bassa, tanti anelli e tanti bracciali. En-tusiasta del doppio cd Una storia sem-plice(hit, brani inediti, rarità) e del suo
esordio come scrittore. Lo spacciatore
di carne, pubblicato l’autunno scorso
da Einaudi, è un bestseller. «Mi godo
l’euforia del passaparola, che sta anco-ra funzionando mesi dopo. Pare che un
libro abbia una vita più lunga di un di-sco. Anche se i Negramaro non sono di
quelli che scompaiono in fretta dalle
classifiche, abbiamo resistito anche fi-no a cento settimane». Disciplinato in
tutto, tranne che nella musica e nella
scrittura. «Con quelle ho un approccio
tutto mio. Ho imparato a scrivere esat-tamente come ho imparato a cantare:
facendo di necessità virtù. Magari qual-cuno dirà che voglio essere al centro
dell’attenzione. Il dubbio c’è sempre,
anche dentro di me. A volte penso di es-sere qui solo per un eccesso di ego».
Quando capirono che si perdeva die-tro ai suoni, i genitori avrebbero voluto
iscriverlo al conservatorio. Rifiutò. «Se
avessi dovuto affrontare la musica co-me un lavoro o un corso di studi l’avrei
odiata. Era uno sfogo personale, mi ha
permesso di non pretendere troppo da
me stesso; grazie alle canzoni ho impa-rato a conoscermi. È una seduta di psi-coanalisi che non finisce mai. Non po-trei considerarla un impegno, anche
quando “lavoriamo” settanta ore al
giorno». In dieci anni ha avuto tanto, il
massimo, quasi tutto quel che un arti-sta può desiderare in questa piccola Ita-lia («Adorabile paese, anche adesso che
indossa il sorriso triste del pagliaccio»).
Come band leader e come autore tra i
più riveriti del pop nostrano, ha colla-borato con Dolores O’Riordan, Malika
Ayane, Elisa, Baglioni, Patty Pravo, Ce-lentano, Battiato, Bocelli, Jovanotti. E
anche con Mina. Eppure non ha mai
pensato di mollare i Negramaro per
mettersi in proprio. Come solista, si
sentirebbe uno sbandato. «Siamo sem-pre stati sei in questa favola da raccon-tare. Viviamo la musica allo stesso mo-do. Ogni incontro assomiglia a una se-duta degli alcolisti anonimi. Io lì a decli-nare la mia voglia d’amare e di essere li-bero; la paura di abituarmi all’amore e
la voglia di innamorarmi sempre. È
questa l’inquietudine che combina più
guai. L’amore è bellissimo, ma quando
è troppo sereno incomincio a scalpita-re. L’ho capito dopo aver inciso Quel
posto che non c’è. Non volevo neanche
metterla nel disco, mi convinsero i ra-gazzi del Solis Quartet». Spiega: «Sono
su Skype, litigo con una persona cara,
cerco di mettere in chiaro delle cose,
non ci riesco. Mi chiamano per andare
in studio, a quel punto l’unico brano
che mi sento di cantare è Quel posto che
non c’è . Lo registro di getto col quartet-to che mi segue, finisco e non mi rendo
conto che è pronto in un take . Lo ria-scolto e crollo. Sono le parole che poco
prima avrei voluto dire a lei. Le canzoni
arrivano in maniera misteriosa, come
se non ti appartenessero. A volte è per-sino un po’ fastidioso sentirsi un me-dium. Non mi piace spiegarle, se mi co-stringono a farlo dico sempre le solite
tre parole: fisiologico, necessario, ur-gente. È come se mi chiedessero: come
fai a respirare? L’arte è un fantastico sta-to d’incoscienza. L’ispirazione è deva-stante, mi lascia ammutolito per giorni.
È destabilizzante e allo stesso tempo
gratificante, un momento che vale cen-tomila amori con centomila donne.
Un’esplosione, divento pazzo, faccio
festa. Anche se è una canzone malinco-nica, sentirla sulla pelle mi riempie di
gioia. Se accade in tour, vorrei inter-rompere tutto, abbandonare il palco-scenico».
Safari , la canzone poi incisa da Jova-notti, gli è venuta di notte. «Non riesco
a dormire. Cominciano a martellarmi
in testa le parole: Assaggio la morte di
notte ogni volta che passa. Devo alzarmi
per non perderla, ma non voglio sve-gliare chi mi dorme accanto. Mi alzo al-le sei per mettere su carta “quella cosa”
che ormai si è scritta nel mio cervello».
Quello stesso giorno Lorenzo gli chiede
una canzone, qualcosa che abbia a che
fare con la “giungla notturna”. Giuliano
gli gira il foglio, parole scritte con la ma-tita del trucco. «Un caso? A ripensarci
ancora oggi ho i brividi. L’ispirazione è
indefinibile e inafferrabile, non sai co-me e quando arriva, e soprattutto se sei
pronto ad accoglierla». Ma a differenza
dei cantautori che venera — Modugno,
Tenco, De Andrè, Lauzi — non riusci-rebbe a mettere in musica le sue visioni
senza la complicità della band. «Abbia-mo sempre vissuto insieme, la comune
a Parma, la masseria nel Salento, le ca-se a San Francisco e in Canada. Ancora
adesso ricreiamo il clima degli esordi,
non ci diamo appuntamento tre ore in
sala prove e poi ognuno per la sua stra-da. Quando lavoriamo a un disco vivia-mo insieme, soprattutto la notte, si fa
l’alba a parlare, discutere, mettere i so-gni sul tavolo. Questo ci ha permesso di
essere molto giudiziosi rispetto a tutto
quello che ci stava succedendo. Se in
questi anni fossi stato da solo, sarei sta-to un’altra persona, avrei ammortizza-to diversamente il colpo. Invece cresce-re con gli amici, ritrovarsi adulti e cam-biati è fantastico. Ognuno è la spia lu-minosa dell’altro. A volte basta una fra-se in dialetto a ricordarci chi siamo, do-ve siamo, da dove veniamo. Niente
drammi alla U2, finora. Senza di loro
non riuscirei a vincere la nausea che mi
capita di provare nei confronti di me
stesso. Quando mi ritrovo a pensare: se
togliessero la mia voce che dischi mera-vigliosi farebbero i Negramaro! Oppu-re: dovremmo cercare un nuovo can-tante; io, se avrò ancora l’ispirazione,
continuerò a comporre. Quando scris-si Essenza, la prima canzone, non pen-savo di cantarla, ero chitarrista, cerca-vamo una voce adatta. Sono stati loro a
darmi questa responsabilità. L’ho fatto
per urgenza, senza chiedermi se lo fa-cessi bene o male. Oggi ci affanniamo in
produzioni di lusso, suoni artificiali, ma
la verità è che una melodia resta quan-do ti assale, ti lascia senza parole, ti sten-de, che sia My Wayo Cucurrucucu pa-loma. L’ho chiaro in mente da quando
spendevo in 45 giri 3700 lire a settima-na. Non vado più a cercare i dischi belli,
mi lascio investire dalla musica».
I Negramaro festeggiano dieci anni
di carriera con due concerti negli stadi:
il 13 luglio al Meazza di Milano e il 16 al-l’Olimpico di Roma. Il trionfo dopo un
breve exploit nei festival europei: 25
giugno a Monaco, 28 Dortmund, 30
Londra. Sangiorgi è il vincitore di una
generazione in affanno. Il destino di
Edo, il protagonista del suo romanzo
che si spoglia dei sogni sul rapido Lec-ce-Bologna, prima ancora di provarci,
l’ha solo sfiorato. «Siamo i figli del Gran-de Fratello», mormora. «Per fortuna
siamo emersi dieci anni fa, altrimenti
non avremmo mai fatto San Siro e l’O-limpico. Dicono che ci vuole culo per
sfondare. Un presidente del consiglio
presunto self made man ha educato
una generazione a credere che nella vi-ta ognuno può farcela anche senza
istruzione, grazie a un varietà o a un rea-lity. Credere ciecamente nel colpo di
fortuna crea una grande solitudine; ec-co cosa fanno oggi molti genitori, edu-cano i figli alla solitudine. Io m’immagi-navo negli U2, cantavo tutto Rattle and
humfingendo che la racchetta da ten-nis fosse il microfono, sognavo la vita on
the road, il furgone. Amici, X Factor, The
voicenon mi appartengono, non so co-me si fa. So solo imbracciare una chitar-ra e suonare con gli amici».
Dopo la tartare ha divorato anche la
frittata, coccolato dal ristoratore traste-verino che a malapena riesce a regolare
il flusso di fan che lo scorgono all’inter-no e implorano un autografo. Prossima
tappa: il vicino negozio di chitarre. Il
proprietario gli mostra gli esemplari
più rari e pregiati, Giuliano opta per
un’acustica da battaglia da poche cen-tinaia di euro anche se potrebbe per-mettersi una dozzina di Martin Golden
Era Sunburst. Suona bene, anche se è
made in China. Strimpella qualcosa dei
Radiohead, poi Here it isdi Leonard
Cohen. Suo padre intuì il talento quan-do lo sentì suonare Smoke On the Water
dei Deep Purple con degli elastici. Giu-liano aveva otto anni. Il signor Gian-franco aveva intuito che suo figlio era
più tagliato per il rock che per il conser-vatorio. Se n’è andato all’improvviso e
ancora giovane a gennaio, come in una
canzone di De Andrè. «La sua morte mi
ha tolto la musica dentro. Ho capito un
casino di cose quando mi sono reso
conto che non c’era più. La prima, che
tutta la musica era sua. Se faccio questo
mestiere è perché, dopo gli elastici, la
chitarra me la comprò davvero
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