Da piccolo a salvarlo fu Gino Cervi,
ha lavorato poi con Strehler (e c’era
anche Brecht), ha prestato la voce
a Humphrey Bogart (“la mia scuola”)
ed è stato il volto del fustino di detersivo
(“mi infuriavo quando
in teatro qualcuno
mi faceva il verso”)
Dopo più di settant’anni
di onorata carriera
si è ritirato in campagna:
“È tempo di chiedermi
che cosa sono venuto a fare
su questa palla”
ennaio di quest’anno.
Nel teatro di Casateno-vo, provincia di Lecco,
Paolo Ferrari recita con
Andrea Giordana in Un ispettore in ca-sa Birling . Quindi a un sito internet del-la locale annuncia, serenamente e sen-za clamori, il suo ritiro dalle scene dopo
più di settant’anni di lavoro. «Gli anni
passano via veloci. Fare teatro vuol dire
stare lontano da mia moglie, stare lon-tano da casa. Recito da quando avevo
cinque anni, ne ho ottantaquattro. È
tanto no? Così mi sono detto “adesso
basta. Mi fermo qui”» racconta oggi. Ve-terano dello spettacolo italiano, inter-prete teatrale di commedie brillanti, il
mitico Archie Goodwin di una delle più
belle serie tv di Nero Wolfe, la voce ita-liana di Humphrey Bogart, Ferrari ha
scelto di allontanarsi dalla ribalta con la
stessa discrezione con cui ci ha vissuto.
Ha scelto di farsi dimenticare, più che di
dimenticare.
Si è ritirato in un posto magico, nella
campagna romana, in una bella villa a
un piano, solitaria, isolata tra pioppi e
querce, con un prato davanti e tutto in-torno un bosco fitto, silenzioso. Un luo-go bello e pauroso. «Ma no, è un posto
che invita a guardarsi dentro — dice
Ferrari con la celebre voce dal timbro
caldo che è stata la sua fortuna — Un po-sto dove leggere, ascoltare musica, col-tivare rose, andare in bicicletta, medi-tare. Alla meditazione io dedico ogni
giorno qualche ora. Lasciar passare i
pensieri, lasciarli andare senza tratte-nerli grazie a tecniche speciali, all’om...
aiuta, fa bene. Io lo faccio da parecchio
tempo. Quando recitavo mi mettevo in
camerino e meditavo. Era un modo per
concentrarmi sullo spettacolo».
Paolo Ferrari ha fatto l’attore per un
tempo esagerato. Appunto, tutto co-minciò che aveva cinque anni. Bambi-no, si era pericolosamente avvicinato
all’acqua di un lago ma Gino Cervi lo
aveva preso in braccio portandolo via.
«Ho un vago ricordo di quell’episodio,
ma essere stato tra le braccia di quel
grande attore dev’essere stata una pre-destinazione». Sta di fatto che a soli no-ve anni recita in Ettore Fieramosca , film
storico-avventuroso di Alessandro Bla-setti, e alla radio fa il giovane balilla; a
tredici anni è già in carriera come atto-re di cinema, a diciannove debutta con
Giorgio Strehler, a trenta è uno dei volti
più popolari della tv. Con Vittorio Gas-smann e Marina Bonfigli, sua prima
moglie, fa Il mattatore nel ’59, l’anno
dopo con Enza Sampò approda al Fe-stival di Sanremo come presentatore,
poi sarà protagonista di show, varietà,
serie tv. Nel ’64 sarà il signor Collalto del
Giornalino di Gian Burrasca di Lina
Wertmuller con la Pavone (ed era già
stato Barozzo nella versione cinemato-grafica di Sergio Tofano del ’43). Alla
metà degli anni Settanta il grande suc-cesso, è Archie Goodwin nel Nero Wol-fe con Tino Buazzelli. «Quando girai
quella serie non avevo letto neppure un
romanzo: non volevo essere influenza-to. Tino Buazzelli? Un autentico ciocia-ro, un casinista. Il contrario di Gassman
che era timidissimo, nonostante sem-brasse così sicuro di sé. Che risate con
Vittorio una volta, doveva essere pro-prio durante Il mattatore. Facevamo
uno sketch in cui io dovevo tirargli in te-sta una sedia, ovviamente fatta apposta
per rompersi facilmente. Senonché un
tecnico puntiglioso l’aveva rinforzata,
così quando gliela diedi in testa non so-lo non si ruppe ma un rivolo di sangue
cominciò a scendergli sul viso... Finim-mo poi per riderci su ogni volta che ci in-crociavamo. Per esempio in occasione
de Il sorpasso di Risi. Io fui chiamato a
doppiare Jean Louis Trintignant. Mi ar-rabbiai: “Non lo potevo fare io, il perso-naggio di Trintignant? Non sono Alain
Delon, ma neanche lui”. Mi intortarono
col fatto che era una coproduzione ita-lo francese...». Il doppiaggio è stata una
parte importante della sua carriera di
attore fin dal ’48: David Niven, Franco
Citti e, dall’inizio dei ’70, Humphrey
Bogart ne Il mistero del falco , Il grande
sonno , Agguato ai tropici. «Non ho fre-quentato nessuna scuola di recitazio-ne. La mia scuola è stata Bogart. Non era
facile doppiarlo perché non apriva mai
la bocca, andare in sincrono era una sfi-da, ma doppiandolo ho potuto vedere
come modificava il suo personaggio,
come cambiava il modo di mettere la si-garetta tra le dita, in bocca, il suo sguar-do... L’ho studiato imparando enorme-mente».
Paolo Ferrari è stato un tipo di attore
molto borghese, misurato, discreto,
equilibrato, perfino modesto. «È vero,
ma anche nella mia vita sono capitate
cose strane. Mio padre, per esempio,
era un uomo dotato di una grossa forza
medianica: parlava e la gente si sentiva
come toccata. Una volta parlando alla
radio salvò un uomo che, confessò poi,
si stava per suicidare, ma ascoltandolo
desistette. E pensare che mio padre per
me era stato a lungo “lo zio”. Solo quan-do sono diventato grande ho saputo
che era il mio vero papà, e non mi di-spiacque. Sì c’era stato anche un padre
“formale”: il mio cognome vero sareb-be Vitta. Ferrari era mia madre, Giuliet-ta, quotata pianista che introdusse in
Italia la musica di César Franck. Fu lei a
dirmi del mio vero padre e io pensai su-bito che se ero figlio di un uomo così,
qualche cosa dovevo avere dentro an-ch’io. Era console italiano in Belgio. E
questo è il motivo per cui fui scodellato
a Bruxelles». In una vita ricca e lumino-sa, la sola ombra oscura era il fratello,
Leopoldo, che era stato nella polizia fa-scista e morì annegato nel lago di Co-mo. «Era il ’45, eravamo sfollati. Una
mattina mi salutò dicendo che doveva
andare in un posto. Lo vidi allontanarsi
con un uomo, non tornò più. Lo giusti-ziarono i partigiani. Per me fu uno
shock. Dormii per cinque giorni conse-cutivi. Non ce l’ho mai avuta con i par-tigiani per questo, però mi piace ricor-dare che quando il padre di un suo ami-co gli aveva proposto di fuggire per sal-varsi, Leopoldo aveva risposto: “Questa
divisa l’ho presa, l’ho portata, ho la co-scienza pulita, non la tolgo e accada
quel che deve accadere”».
Il giovane Paolo passa il dopoguerra
tra i tavoli di ping pong («giocavo pun-tando soldi e vincevo») e il cinema.
«Finché nel ’49 mi chiamò Strehler. Fu
una cosa divertente e strana. Io non ero
nessuno, avevo fatto fino a quel mo-mento parti da tenentino, nulla più.
Fatto sta che mi chiama il Piccolo Tea-tro per una piccola parte ne Il Corvo di
Carlo Gozzi. Io avevo avuto un’altra
proposta dalla compagnia Stoppa-Morelli. Quindi dissi no al Piccolo. Ma
loro insistevano, due, tre, quattro volte.
Paolo Grassi in persona mi scrisse un
telegramma: prendiamo atto della sua
indisponibilità ma ci teniamo a dirle
che nessuno ha rifiutato con tale osti-nazione una nostra proposta, scrisse.
Io ero incosciente, mi ero pure detto
che forse c’era una omonimia... perché
non capivo quella ostinazione: io non
ero proprio nessuno. Sta di fatto che lo
spettacolo con Stoppa e Morelli saltò. Il
Piccolo venne a saperlo e mi richiamò
ma l’offerta del mio cachet era stata ab-bassata. Non mi restò che prendere il
mio trenino di terza classe e andare a
Milano. Al Piccolo recitai per qualche
anno e nel ’56 dalla platea seguii anche
le prove de L’opera da tre soldi se ben ri-cordo con Bertold Brecht presente che
fece anche correzioni sul testo». Il Pic-colo, soprattutto, lo laurea definitiva-mente alla carriera teatrale: con il Tea-tro dei Gobbi insieme a Paolo Panelli,
Marina Bonfigli, Anna Menichetti, Mo-nica Vitti, Francesco Mulè, con De Bo-sio, con De Lullo prima di dedicarsi al
repertorio brillante accanto a Valeria
Valeri, per tutti gli anni Settanta e Ot-tanta, l’unica attrice di cui ha la foto sul-la scrivania dello studio. «Il teatro è sta-ta una grande passione. Di diventare
famoso non mi è mai importato gran-ché. Quando feci la pubblicità del Da-sh, quella di “Le do due fustini in cam-bio del suo Dash” e per anni in teatro a
ogni mia apparizione sentivo dalla pla-tea il sibilo del “Dashshshsh”, diventa-vo furente».
Alla visibilità ha sempre preferito il
pudore; alla fama, la sicurezza; agli ec-cessi, la propria malinconia, tanto che
il personaggio che più ha amato è
Adriano di Anima nera, il dramma di
Patroni Griffi su un uomo tormentato.
«Che bel testo», dice cercando nella
memoria come in trance le battute che
un tempo diceva in scena. “E tu non hai
niente da dirmi? E tu non hai niente da
dirmi? Nooo”, urlavo, “Nooo”». Le
manca essere quello che è stato? Silen-ziosamente si volta e dalla libreria
prende un cofanetto dell’opera omnia
di Beethoven e dal tavolino il libro del-le poesie e dei racconti di Rilke come
due totem pronti a difenderlo dall’iso-lamento. «Mi stendo su questo piccolo
divano e dalla finestra che mia moglie
ha disegnato con questo grande arco,
guardo il bosco, leggendo le mie poesie
e ascoltando la mia musica. Andare a
Roma? A teatro? Al cinema? No, troppa
fatica. E perché poi? Qui ho un po’ di
tempo per ampollosamente guardar-mi dentro, per guardare che succede e
farmi qualche domanda... Che sono
venuto a fare o che dovrei fare dal mo-mento che sono su questa palla. Cose
così... E mi bastano»
lunedì 25 novembre 2013
martedì 12 novembre 2013
Una vita da anIello Sconta l’ergastolo per due omicidi di camorra. Ma si dichiara innocente. Nel carcere di Volterra ha iniziato a recitare diventando un attore di successo. Ha scritto un libro. E qui racconta la sua rinascita
L
a faccia intensa di Aniello Arena
racconta subito Napoli. Ha la
mascella di Totò, le guance sca-vate di Eduardo, gli occhi puntu-ti di Tina Pica. Come loro Aniel-lo è un attore, anzi un grande attore, che ha
trovato il teatro, il cinema e se stesso dopo
una vita da balordo che lo ha portato fino
all’ergastolo. Ancora incredulo del successo
che lo ha travolto per la sua interpretazione
del pescivendolo allucinato nel film “Reali-ty” di Matteo Garrone, Arena calca ogni
giorno le tavole di un palcoscenico speciale,
quello allestito da Armando Punzo, altro
napoletano di talento, che lavora da decen-ni con i detenuti del carcere di Volterra.
Restio fino ad oggi a parlare del passato,
della naturale illegalità vissuta in famiglia,
della sua abile tecnica di scippatore, delle
sue rapine, della faida sanguinosa tra ca -morristi di cui ancora si dichiara innocente,
Arena ha riversato tutto in un’autobiogra-fia potente e drammatica, scritta con l’aiuto
di Maria Cristina Olati, che uscirà in libreria
per Rizzoli il 13 novembre. Il titolo “L’aria
è ottima (quando riesce a passare)” allude
soprattutto alla rinascita, allo spiraglio di
vita e di senso che il condannato a fine pena
mai ha saputo dare a se stesso attraverso la
recitazione.
Arena, il suo libro ha pagine dure e difficili.
Come mai ha deciso di mettersi a nudo proprio
ora che è diventato un divo?
«Perché solo ora sono riuscito a disotter-rare certe cose a cui non volevo più pensare.
E poi ho la speranza che quello che ho
scritto possa servire».
A chi?
«Ai ragazzi del Sud che prendono una
strada sbagliata. Vorrei che gli operatori che
combattono nelle periferie degradate gli
dicessero: “Guardate quant’è brutta la
storia di Aniello. Se non ci pensate in tempo,
fate la fine di questo qui”».
Il suo racconto però è anche un grido con-tinuo di innocenza rispetto alla strage per
cui ha avuto l’ergastolo. Pensa che qualcu-no le crederà?
«Non ci spero, ma l’ho voluto raccontare
lo stesso. Vede signora, io nel libro ho scrit -to tutto: i primi scippi, i furti, le rapine, anche
quelle grosse negli uffici postali. Sono anda-to a rubare perché chi, come me, cresce in
certi quartieri lo ritiene un lavoro come un
altro. “Vado a faticà” diciamo a Napoli.
Però io quei due non li ho ammazzati, io
quel giorno ero in un altra città, ma i giudi-ci non mi hanno creduto».
Forse anche perché tutti i detenuti si dicono
innocenti.
«Mica è vero. Lo dicono all’inizio, quando
vengono arrestati. Poi, nelle case penali,
piano piano si smette, perché a parlare
sempre di innocenza si diventa pesanti e ci
si scoccia l’uno con l’altro».
Insomma lei non è stato un camorrista. Eppu -re la sua favola bella è proprio questa: dalla
delinquenza all’empireo del cinema.
«Delinquente sì, con tutti i casini che ho
combinato è pure giusto che mi si chiami
così. Ma io i camorristi veri li ho visti solo
da lontano. Quando da ragazzino lavoravo
come muratore anche dieci ore al giorno
con carichi di un quintale sulle spalle, certe
volte mi fermavo a guardare la bella gente
al bar. Sapevo che non lavoravano eppure
avevano l’auto di lusso, i soldi, gli orologi
costosi... Ero affascinato».
Non li ha mai avvicinati?
«No, perché poi ho capito presto che le
strade che ti offre la camorra sono solo due:
galera o morte».
A lei è toccata la prima.
«A mio cugino, che è quello che mi ha in-grippato perché mi faceva fare piccoli ser-vizi, vai a chiamare quello, vai a prendere
quell’altro, ma stava con la camorra, è
toccata la seconda: lo hanno ammazzato».
Molte pagine della sua autobiografia sono
dedicate anche al carcere. Lei ha subito quel-li più duri e non risparmia accuse.
Una vita da
anIello
Sconta l’ergastolo per due omicidi di camorra.
Ma si dichiara innocente. Nel carcere di Volterra ha
iniziato a recitare diventando un attore di successo.
Ha scritto un libro. E qui racconta la sua rinascita
CoLLoquIo CoN ANIELLo ArENA dI stEFANIA rossINI
“Garrone mI aveva
scelto per
Gomorra nel rUolo
che poI fU dI
servIllo. ma allora
non potevo UscIre”
14 novembre 2013 |
|
65
«Ho sempre pensato che trattamenti
come quelli che fanno a Poggioreale
generano mostri. Se tu pigli un ragazzi-no che è dentro per uno scippo e lo
tratti brutalmente, lo provochi, lo pesti,
quello quando esce fa pagare tutta la
sua rabbia alla società. Certe galere
sono scuole del crimine».
Lei è mai stato pestato?
«Ho conosciuto le “squadrette”, quelle che,
se facevi qualche protesta, ti venivano a
prendere, ti portavano in cella di isolamen-to e nessuno sapeva più niente di te. Una
volta mi salvai da un pestaggio che promet-teva una morte sicura seguendo il consiglio
di un cellante più anziano: “Fa ’o scemo,
nun fa ’o tosto che t’acciro-no”. Trasformai la mia voce
in quella di un fessacchiotto
e mi stampai in faccia un
sorriso ebete. Fu la mia pri -ma recita ma era fatta per
salvarmi la vita».
In seguito sono arrivate le
recite vere, quelle che l’hanno
trasformata in Mercuzio o in
Pinocchio e che l’hanno por -tata al grande cinema».
«Guardi che neanche que-sto è stato facile. Quando
mi hanno trasferito a Vol-terra, che è un carcere come
dovrebbero essere tutti,
dovevo ancora fare un an-no di isolamento. Poi ho
finito e alcuni mi dicevano:
“C’è il teatro di Punzo, vac-ci, vacci”. Ci sono andato
ma mi vergognavo e per un
anno me ne sono stato in un
angolo a guardare senza
capirci niente».
E poi?
«Mi sono sbloccato e ho
capito che potevo farcela.
Recitare mi faceva sentir
bene anche se non avevo
ancora la consapevolezza
di essere un attore. Mi so-no sentito davvero attore
solo quando sono andato
a girare il film nel 2011.
Ma lo sa che Garrone ave-va scelto me anche per
“Gomorra”?».
Come protagonista?
«Sì, Servillo si è preso la par-te che toccava a me perché
allora io non godevo ancora della legge 21
per uscire in permesso e il giudice a cui ci
siamo rivolti ha detto: “Eh no, è prematuro
tornare nei luoghi di origine e poi c’è troppa
contiguità con l’argomento del film”».
Invece per “Reality” è andato a finire addirit -tura nel suo vecchio quartiere.
«Abbiamo girato a Barra e mi sono ve-
nuti su tutti i ricordi, chi ero stato, chi ero
attualmente. C’era l’Aniello di un tempo che
faceva tutto per tirarmi nel passato, ma ha
vinto l’Aniello di oggi. Però mi sono do-mandato se questo conflitto è stato un
freno, se potevo andare ancora meglio».
«Ancora meglio? Arena, lei è stato nella rosa
per il miglior attore a Cannes, ha vinto a Taor-mina. Che voleva di più?
«Beh, certo Cannes è stata una grande
cosa. Seguivo il Festival dalla cella e,
quando hanno pronunciato il mio nome
accanto a quello di Trintignant, ho quasi
gridato: “Ma sono io quello! Ma stiamo
scherzando!”».
Sì è sentito così anche quando, al Quirinale,
Giorgio Napolitano le ha stretto la mano?
«Sono soddisfazioni. Ero trattato come
tutta quella bella gente. Però non c’era bi -sogno del Quirinale per farmi sentire a po -sto, perché è da qualche anno che dentro di
me non sono più un detenuto».
Come la trattano i suoi colleghi attori?
«Un sacco di complimenti, baci e abbracci.
Ma mi hanno riferito che qualcuno ha
detto: “Adesso bisogna essere strani per
avere i premi”».
Lei è in carcere da vent’anni. Come mai nel
suo libro, che parla di tutto, non c’è nessun
accenno alla sessualità, uno dei problemi più
seri di chi è recluso.
«Non volevo strafare con troppe denunce.
Se mi mettevo pure a scrivere che in quasi
tutta Europa, se te lo meriti, ci sono per -messi per stare con la moglie una volta al
mese, potevano dirmi: “Aniè, ma tu chi sei?
Non basta che hai
sbagliato per la giu-stizia e mo’ sei un at-tore famoso. Vuoi
stare pure a criticà”».
E dentro il carcere? Lei
racconta molte situa-zioni, ma del sesso tra
detenuti neanche una
parola.
«Perché non c’è. In carcere, parlando
con rispetto, uno si masturba e basta.
Non c’è altro».
Neanche come sopraffazione o come incon-tro sentimentale?
«Assolutamente no. Se ci sono delle per-sone che già fuori erano gay, se la vedono
tra loro. Ma non si viene mai a sapere
perché è una cosa che non viene accettata.
Non è omofobia, ma non piace».
Lei ha due figli ormai adulti. Com’è stato
essere padre dietro le sbarre?
«Non ve lo so descrivere. È un rapporto
non vissuto: li ho visti sempre con un
bancone fra noi anche se senza vetri.
Oggi che sono grandi a volte li sento
come se fossero estranei».
Però almeno si è fatto ricco. Li può aiutare
finanziariamente.
«Ma non sono mica stato pagato come un
attore di carriera. La prossima volta forse
potrò chiedere di più. Comunque prima e
adesso ho sempre mandato a casa tutto il
possibile».
Un’ultima domanda, Arena. Quand’è che ha
scoperto di essere intelligente?
«Non so, ci sono tanti tipi di intelligenza.
A quale si riferisce?».
A quella che ha dimostrato lungo tutta
questa intervista.
«Beh, forse ho pensato che stavo diventan-do intelligente quando ho cominciato a
capire che ho buttato via tutta la mia gio-ventù e mi sono detto “Aniè, ma che hai
combinato nella vita?”». n
a faccia intensa di Aniello Arena
racconta subito Napoli. Ha la
mascella di Totò, le guance sca-vate di Eduardo, gli occhi puntu-ti di Tina Pica. Come loro Aniel-lo è un attore, anzi un grande attore, che ha
trovato il teatro, il cinema e se stesso dopo
una vita da balordo che lo ha portato fino
all’ergastolo. Ancora incredulo del successo
che lo ha travolto per la sua interpretazione
del pescivendolo allucinato nel film “Reali-ty” di Matteo Garrone, Arena calca ogni
giorno le tavole di un palcoscenico speciale,
quello allestito da Armando Punzo, altro
napoletano di talento, che lavora da decen-ni con i detenuti del carcere di Volterra.
Restio fino ad oggi a parlare del passato,
della naturale illegalità vissuta in famiglia,
della sua abile tecnica di scippatore, delle
sue rapine, della faida sanguinosa tra ca -morristi di cui ancora si dichiara innocente,
Arena ha riversato tutto in un’autobiogra-fia potente e drammatica, scritta con l’aiuto
di Maria Cristina Olati, che uscirà in libreria
per Rizzoli il 13 novembre. Il titolo “L’aria
è ottima (quando riesce a passare)” allude
soprattutto alla rinascita, allo spiraglio di
vita e di senso che il condannato a fine pena
mai ha saputo dare a se stesso attraverso la
recitazione.
Arena, il suo libro ha pagine dure e difficili.
Come mai ha deciso di mettersi a nudo proprio
ora che è diventato un divo?
«Perché solo ora sono riuscito a disotter-rare certe cose a cui non volevo più pensare.
E poi ho la speranza che quello che ho
scritto possa servire».
A chi?
«Ai ragazzi del Sud che prendono una
strada sbagliata. Vorrei che gli operatori che
combattono nelle periferie degradate gli
dicessero: “Guardate quant’è brutta la
storia di Aniello. Se non ci pensate in tempo,
fate la fine di questo qui”».
Il suo racconto però è anche un grido con-tinuo di innocenza rispetto alla strage per
cui ha avuto l’ergastolo. Pensa che qualcu-no le crederà?
«Non ci spero, ma l’ho voluto raccontare
lo stesso. Vede signora, io nel libro ho scrit -to tutto: i primi scippi, i furti, le rapine, anche
quelle grosse negli uffici postali. Sono anda-to a rubare perché chi, come me, cresce in
certi quartieri lo ritiene un lavoro come un
altro. “Vado a faticà” diciamo a Napoli.
Però io quei due non li ho ammazzati, io
quel giorno ero in un altra città, ma i giudi-ci non mi hanno creduto».
Forse anche perché tutti i detenuti si dicono
innocenti.
«Mica è vero. Lo dicono all’inizio, quando
vengono arrestati. Poi, nelle case penali,
piano piano si smette, perché a parlare
sempre di innocenza si diventa pesanti e ci
si scoccia l’uno con l’altro».
Insomma lei non è stato un camorrista. Eppu -re la sua favola bella è proprio questa: dalla
delinquenza all’empireo del cinema.
«Delinquente sì, con tutti i casini che ho
combinato è pure giusto che mi si chiami
così. Ma io i camorristi veri li ho visti solo
da lontano. Quando da ragazzino lavoravo
come muratore anche dieci ore al giorno
con carichi di un quintale sulle spalle, certe
volte mi fermavo a guardare la bella gente
al bar. Sapevo che non lavoravano eppure
avevano l’auto di lusso, i soldi, gli orologi
costosi... Ero affascinato».
Non li ha mai avvicinati?
«No, perché poi ho capito presto che le
strade che ti offre la camorra sono solo due:
galera o morte».
A lei è toccata la prima.
«A mio cugino, che è quello che mi ha in-grippato perché mi faceva fare piccoli ser-vizi, vai a chiamare quello, vai a prendere
quell’altro, ma stava con la camorra, è
toccata la seconda: lo hanno ammazzato».
Molte pagine della sua autobiografia sono
dedicate anche al carcere. Lei ha subito quel-li più duri e non risparmia accuse.
Una vita da
anIello
Sconta l’ergastolo per due omicidi di camorra.
Ma si dichiara innocente. Nel carcere di Volterra ha
iniziato a recitare diventando un attore di successo.
Ha scritto un libro. E qui racconta la sua rinascita
CoLLoquIo CoN ANIELLo ArENA dI stEFANIA rossINI
“Garrone mI aveva
scelto per
Gomorra nel rUolo
che poI fU dI
servIllo. ma allora
non potevo UscIre”
14 novembre 2013 |
|
65
«Ho sempre pensato che trattamenti
come quelli che fanno a Poggioreale
generano mostri. Se tu pigli un ragazzi-no che è dentro per uno scippo e lo
tratti brutalmente, lo provochi, lo pesti,
quello quando esce fa pagare tutta la
sua rabbia alla società. Certe galere
sono scuole del crimine».
Lei è mai stato pestato?
«Ho conosciuto le “squadrette”, quelle che,
se facevi qualche protesta, ti venivano a
prendere, ti portavano in cella di isolamen-to e nessuno sapeva più niente di te. Una
volta mi salvai da un pestaggio che promet-teva una morte sicura seguendo il consiglio
di un cellante più anziano: “Fa ’o scemo,
nun fa ’o tosto che t’acciro-no”. Trasformai la mia voce
in quella di un fessacchiotto
e mi stampai in faccia un
sorriso ebete. Fu la mia pri -ma recita ma era fatta per
salvarmi la vita».
In seguito sono arrivate le
recite vere, quelle che l’hanno
trasformata in Mercuzio o in
Pinocchio e che l’hanno por -tata al grande cinema».
«Guardi che neanche que-sto è stato facile. Quando
mi hanno trasferito a Vol-terra, che è un carcere come
dovrebbero essere tutti,
dovevo ancora fare un an-no di isolamento. Poi ho
finito e alcuni mi dicevano:
“C’è il teatro di Punzo, vac-ci, vacci”. Ci sono andato
ma mi vergognavo e per un
anno me ne sono stato in un
angolo a guardare senza
capirci niente».
E poi?
«Mi sono sbloccato e ho
capito che potevo farcela.
Recitare mi faceva sentir
bene anche se non avevo
ancora la consapevolezza
di essere un attore. Mi so-no sentito davvero attore
solo quando sono andato
a girare il film nel 2011.
Ma lo sa che Garrone ave-va scelto me anche per
“Gomorra”?».
Come protagonista?
«Sì, Servillo si è preso la par-te che toccava a me perché
allora io non godevo ancora della legge 21
per uscire in permesso e il giudice a cui ci
siamo rivolti ha detto: “Eh no, è prematuro
tornare nei luoghi di origine e poi c’è troppa
contiguità con l’argomento del film”».
Invece per “Reality” è andato a finire addirit -tura nel suo vecchio quartiere.
«Abbiamo girato a Barra e mi sono ve-
nuti su tutti i ricordi, chi ero stato, chi ero
attualmente. C’era l’Aniello di un tempo che
faceva tutto per tirarmi nel passato, ma ha
vinto l’Aniello di oggi. Però mi sono do-mandato se questo conflitto è stato un
freno, se potevo andare ancora meglio».
«Ancora meglio? Arena, lei è stato nella rosa
per il miglior attore a Cannes, ha vinto a Taor-mina. Che voleva di più?
«Beh, certo Cannes è stata una grande
cosa. Seguivo il Festival dalla cella e,
quando hanno pronunciato il mio nome
accanto a quello di Trintignant, ho quasi
gridato: “Ma sono io quello! Ma stiamo
scherzando!”».
Sì è sentito così anche quando, al Quirinale,
Giorgio Napolitano le ha stretto la mano?
«Sono soddisfazioni. Ero trattato come
tutta quella bella gente. Però non c’era bi -sogno del Quirinale per farmi sentire a po -sto, perché è da qualche anno che dentro di
me non sono più un detenuto».
Come la trattano i suoi colleghi attori?
«Un sacco di complimenti, baci e abbracci.
Ma mi hanno riferito che qualcuno ha
detto: “Adesso bisogna essere strani per
avere i premi”».
Lei è in carcere da vent’anni. Come mai nel
suo libro, che parla di tutto, non c’è nessun
accenno alla sessualità, uno dei problemi più
seri di chi è recluso.
«Non volevo strafare con troppe denunce.
Se mi mettevo pure a scrivere che in quasi
tutta Europa, se te lo meriti, ci sono per -messi per stare con la moglie una volta al
mese, potevano dirmi: “Aniè, ma tu chi sei?
Non basta che hai
sbagliato per la giu-stizia e mo’ sei un at-tore famoso. Vuoi
stare pure a criticà”».
E dentro il carcere? Lei
racconta molte situa-zioni, ma del sesso tra
detenuti neanche una
parola.
«Perché non c’è. In carcere, parlando
con rispetto, uno si masturba e basta.
Non c’è altro».
Neanche come sopraffazione o come incon-tro sentimentale?
«Assolutamente no. Se ci sono delle per-sone che già fuori erano gay, se la vedono
tra loro. Ma non si viene mai a sapere
perché è una cosa che non viene accettata.
Non è omofobia, ma non piace».
Lei ha due figli ormai adulti. Com’è stato
essere padre dietro le sbarre?
«Non ve lo so descrivere. È un rapporto
non vissuto: li ho visti sempre con un
bancone fra noi anche se senza vetri.
Oggi che sono grandi a volte li sento
come se fossero estranei».
Però almeno si è fatto ricco. Li può aiutare
finanziariamente.
«Ma non sono mica stato pagato come un
attore di carriera. La prossima volta forse
potrò chiedere di più. Comunque prima e
adesso ho sempre mandato a casa tutto il
possibile».
Un’ultima domanda, Arena. Quand’è che ha
scoperto di essere intelligente?
«Non so, ci sono tanti tipi di intelligenza.
A quale si riferisce?».
A quella che ha dimostrato lungo tutta
questa intervista.
«Beh, forse ho pensato che stavo diventan-do intelligente quando ho cominciato a
capire che ho buttato via tutta la mia gio-ventù e mi sono detto “Aniè, ma che hai
combinato nella vita?”». n
sabato 9 novembre 2013
Pupi AvatiNella sua abitazione, il regista ripercorre la sua vita attraverso oggetti, ricordi, aneddot
gnuno di noi «ricorda
la casa in cui è cresciu-to, che l’abbia amata o
m e n o . Q u e l l a d e l l a
mia prima infanzia, a
via San Vitale a Bolo-gna, era un appartamento vecchio,
buio e angusto, ma siccome è lì che
la mia famiglia ha vissuto sia tutto il
periodo prebellico che l’immediato
dopoguerra, nella mia memoria ha
continuato a essere una sorta di ar-chetipo».
Pupi Avati, che racconta la sua
vecchia casa nel bel libro autobio-graficoLa grande invenzione(ed.
Rizzoli), ha cercato di ricreare quel-l’atmosfera anche nel grande ap-partamento romano di via del Ba-buino, dove vive insieme a Nicola,
sua moglie da quasi mezzo secolo,
elegante e riservatissima. «Abbia-mo cercato di rifare la casa bologne-se della nostra infanzia, perché ci
dà quell’idea di continuità che io
cerco in tutte le cose che faccio. Mi
sembra più rassicurante mangiare
in un servizio di piatti che altri han-no già usato infinite volte per delle
cene. Sedermi sulle poltrone che
hanno accolto i miei genitori e poi i
miei figli, gli amici che non ci sono
più. Il presente invecchia in un
istante, non ho mai sentito la neces-sità delle cose nuove».
Nel salotto della casa romana il
tavolo basso è nascosto dal tappeto
indiano riportato da un viaggio,
sulle pareti qualche quadro eredita-to dal nonno antiquario. «Ma quelli
di maggior pregio se ne sono andati
tanti anni fa, quando abbandonai il
posto di direttore vendite in una
importate azienda di surgelati e mi
misi in testa di fare il cinema.
Con i quadri riuscimmo a
pagare le bollette della luce
e del gas e a scongiurare le
minacce di sfratto e pigno-ramento». I corridoi rigur-gitano di libri. Pupi sfiora
l’edizione dei Meridiani di
Baudelaire. «Me lo regalò
Pasolini quando scrivevo per
lui la sceneggiatura di Le 120
giornate di Sodomadi De Sade.
Andai a trovarlo nella sua casa
all’Eur. A un certo punto lui
prende questo libro, lo apre e con
la penna stilografica comincia a
sottolineare alcuni versi con se-gnacci che a me parevano raso-iate. Mi suggerì di interpolare il
racconto della prima narratrice
con i versi del poeta». Ricorda
di aver visto Pasolini, il giorno pri-ma della sua morte, dalla finestra di
questa casa: «Passava sull’altro lato
della strada, un po’ fighetto, co-m’era lui, molto in forma, molto
“Pasolini”, con quel suo fisico
asciutto da calciatore. Non lo chia-mai». Ora il volto di Pasolini lo
guarda da una piccola foto appesa
in mezzo a una foresta di altri volti,
nella strombatura della finestra in
camera da letto. Parenti e amici che
non ci sono più. Tognazzi e Moni-celli, Fellini e la Masina, Pontecorvo
e Nick Novecento, l’indimenticabile
interprete di «Una gita scolastica»e
«Festa di laurea», stroncato giova-nissimo da un infarto. Con loro il
regista intreccia brumose conversa-zioni nelle ore incerte dell’alba. La
zia Amabile, bellissima, che tuttavia
fu tradita dal marito con una came-riera dell’albergo, la prima notte di
nozze, gli ha sussurrato la trama de
«Il cuore grande delle ragazze».
Un altro dei suoi film pieni di po-esia, «Storia di ragazze e di ragazzi»,
scaturisce dall’elefante d’argento
che fu donato ai genitori il giorno
del matrimonio e che Pupi conserva
nello studio. Me lo porge: «Un ele-fante d’argento costruito senza l’ar-gento», recita, come all’inizio della
pellicola la bambina che assiste alla
creazione del soprammobile in una
piccola fabbrica.
«Era il tipico regalo di nozze du-rante il fascismo. Ricordava le colo-nie africane. Siccome tutto l’argen-to era stato donato alla patria per
costruire i cannoni, gli elefanti era-no modellati in gesso e poi immersi
in un bagno che li rendeva argenta-ti. Per me è il simbolo della casa,
della continuità, spero che anche i
miei figli lo conservino con cura».
Nello studio, in mezzo alla colle-zione di clarinetti, spicca una foto
di Pupi con un Lucio Dalla pieno di
capelli neri. Sotto, a penna, la data:
24 dicembre 1960, Barcellona. Ave-vano vinto un premio europeo con
la Doctor Dixie Jazz Band. All’epoca
Pupi coltivava ancora un sogno da
jazzista. Risale a quel viaggio
l’aneddoto che circolava da tempo
immemorabile, secondo il quale
Pupi avrebbe attirato con l’inganno
Lucio su una delle torri della Sagra-da Família con lo scopo di buttarlo
di sotto.
«Sulla torre c’eravamo saliti dav-vero e la voglia di eliminarlo era au-tentica. Perché lui aveva il talento,
io solo la passione. Dopo un po’ ab-bandonai il jazz».
Lauretta Colonnelli
lcolonnelli@corriere.
la casa in cui è cresciu-to, che l’abbia amata o
m e n o . Q u e l l a d e l l a
mia prima infanzia, a
via San Vitale a Bolo-gna, era un appartamento vecchio,
buio e angusto, ma siccome è lì che
la mia famiglia ha vissuto sia tutto il
periodo prebellico che l’immediato
dopoguerra, nella mia memoria ha
continuato a essere una sorta di ar-chetipo».
Pupi Avati, che racconta la sua
vecchia casa nel bel libro autobio-graficoLa grande invenzione(ed.
Rizzoli), ha cercato di ricreare quel-l’atmosfera anche nel grande ap-partamento romano di via del Ba-buino, dove vive insieme a Nicola,
sua moglie da quasi mezzo secolo,
elegante e riservatissima. «Abbia-mo cercato di rifare la casa bologne-se della nostra infanzia, perché ci
dà quell’idea di continuità che io
cerco in tutte le cose che faccio. Mi
sembra più rassicurante mangiare
in un servizio di piatti che altri han-no già usato infinite volte per delle
cene. Sedermi sulle poltrone che
hanno accolto i miei genitori e poi i
miei figli, gli amici che non ci sono
più. Il presente invecchia in un
istante, non ho mai sentito la neces-sità delle cose nuove».
Nel salotto della casa romana il
tavolo basso è nascosto dal tappeto
indiano riportato da un viaggio,
sulle pareti qualche quadro eredita-to dal nonno antiquario. «Ma quelli
di maggior pregio se ne sono andati
tanti anni fa, quando abbandonai il
posto di direttore vendite in una
importate azienda di surgelati e mi
misi in testa di fare il cinema.
Con i quadri riuscimmo a
pagare le bollette della luce
e del gas e a scongiurare le
minacce di sfratto e pigno-ramento». I corridoi rigur-gitano di libri. Pupi sfiora
l’edizione dei Meridiani di
Baudelaire. «Me lo regalò
Pasolini quando scrivevo per
lui la sceneggiatura di Le 120
giornate di Sodomadi De Sade.
Andai a trovarlo nella sua casa
all’Eur. A un certo punto lui
prende questo libro, lo apre e con
la penna stilografica comincia a
sottolineare alcuni versi con se-gnacci che a me parevano raso-iate. Mi suggerì di interpolare il
racconto della prima narratrice
con i versi del poeta». Ricorda
di aver visto Pasolini, il giorno pri-ma della sua morte, dalla finestra di
questa casa: «Passava sull’altro lato
della strada, un po’ fighetto, co-m’era lui, molto in forma, molto
“Pasolini”, con quel suo fisico
asciutto da calciatore. Non lo chia-mai». Ora il volto di Pasolini lo
guarda da una piccola foto appesa
in mezzo a una foresta di altri volti,
nella strombatura della finestra in
camera da letto. Parenti e amici che
non ci sono più. Tognazzi e Moni-celli, Fellini e la Masina, Pontecorvo
e Nick Novecento, l’indimenticabile
interprete di «Una gita scolastica»e
«Festa di laurea», stroncato giova-nissimo da un infarto. Con loro il
regista intreccia brumose conversa-zioni nelle ore incerte dell’alba. La
zia Amabile, bellissima, che tuttavia
fu tradita dal marito con una came-riera dell’albergo, la prima notte di
nozze, gli ha sussurrato la trama de
«Il cuore grande delle ragazze».
Un altro dei suoi film pieni di po-esia, «Storia di ragazze e di ragazzi»,
scaturisce dall’elefante d’argento
che fu donato ai genitori il giorno
del matrimonio e che Pupi conserva
nello studio. Me lo porge: «Un ele-fante d’argento costruito senza l’ar-gento», recita, come all’inizio della
pellicola la bambina che assiste alla
creazione del soprammobile in una
piccola fabbrica.
«Era il tipico regalo di nozze du-rante il fascismo. Ricordava le colo-nie africane. Siccome tutto l’argen-to era stato donato alla patria per
costruire i cannoni, gli elefanti era-no modellati in gesso e poi immersi
in un bagno che li rendeva argenta-ti. Per me è il simbolo della casa,
della continuità, spero che anche i
miei figli lo conservino con cura».
Nello studio, in mezzo alla colle-zione di clarinetti, spicca una foto
di Pupi con un Lucio Dalla pieno di
capelli neri. Sotto, a penna, la data:
24 dicembre 1960, Barcellona. Ave-vano vinto un premio europeo con
la Doctor Dixie Jazz Band. All’epoca
Pupi coltivava ancora un sogno da
jazzista. Risale a quel viaggio
l’aneddoto che circolava da tempo
immemorabile, secondo il quale
Pupi avrebbe attirato con l’inganno
Lucio su una delle torri della Sagra-da Família con lo scopo di buttarlo
di sotto.
«Sulla torre c’eravamo saliti dav-vero e la voglia di eliminarlo era au-tentica. Perché lui aveva il talento,
io solo la passione. Dopo un po’ ab-bandonai il jazz».
Lauretta Colonnelli
lcolonnelli@corriere.
giovedì 7 novembre 2013
Arafat fu assassinato”, il verdetto dei medici Gli specialisti svizzeri: avvelenato con il polonio. Israele: telenovela senza credibilità
BIO SCUTO
RAMALLAH — Centootto pagine
di relazione medica di dieci clini-ci di fama mondiale sulla morte di
Yasser Arafat, vorrebbero mette-re fine a uno dei grandi misteri del
Medio Oriente: il leader dell’Olp
venne avvelenato la sera del 12
ottobre 2004 con il polonio 210.
Tracce evidenti dell’isotopo ra-dioattivo sono state trovate nei
resti di Arafat, riesumati l’anno
scorso a novembre dal Mausoleo
da esperti svizzeri, francesi e rus-si. I risultati del team dell’istituto
di Losanna hanno rivelato nei re-sti del presidente palestinese
concentrazioni di polonio-210 di
almeno 18 volte superiori alla
media, una quantità in grado di
uccidere. Tenendo in considera-zione gli otto anni trascorsi dalla
morte di Arafat e la qualità dei
campioni prelevati, nel rapporto
svizzero si afferma che i risultati
emersi «avvalorano moderata-mente l’asserzione che la morte
sia stata la conseguenza di avve-lenamento da polonio 210».
L’indagine condotta dagli
esperti svizzeri ha portato alla sco-perta di livelli «inaspettatamente
alti» di polonio 210 nei frammenti
di tessuto e ossei di Arafat. David
Barclay, medico legale britannico
di fama internazionale che per Al
Jazeera ha studiato la relazione
svizzera, ha sottolineato come le
analisi abbiamo evidenziato livelli
di polonio almeno 18 volte supe-riori alla norma nelle costole e nel
bacino di Arafat. «Le analisi dimo-strano che è stato ucciso, è morto
per avvelenamento da polonio.
Abbiamo trovato la pistola fuman-te, non sappiamo chi l’ha impu-gnata».
I servizi segreti israeliani hanno
sempre negato ogni coinvolgi-mento (invocando anche una pro-messa fatta dall’allora premier
Ariel Sharon a Bill Clinton di «non
attentare all’incolumità di Arafat»)
e ieri il governo ha parlato di
«un’interminabile telenovela sen-za alcuna credibilità»
Ma come arrivò il polonio 210 fi-no al vassoio della cena di Arafat la
sera del 12 ottobre 2004? Quali fra i
tanti nemici del presidente palesti-nese, sfuggito ufficialmente a 13
tentativi di assassinio, è riuscito a
penetrare così profondamente
nella Muqata, dove Arafat era asse-diato e circondato solo dalla cer-chia dei suoi fedelissimi? «C’è stato
certamente un traditore», non
hanno dubbi quelli della Preventi-ve Security, i servizi segreti palesti-nesi, il loro intimo convincimento
per anni è diventato una certezza.
Arafat mangiava pochissimo.
Una volta al giorno i suoi body-guard andavano in un popolare ri-storante di Ramallah a prendere
l’unico pasto che consumava du-rante la giornata. Il polonio-210 era
probabilmente contenuto nel ke-bab o nella frutta che Arafat man-giò la sera del 12 ottobre 2004; quat-tro ore più tardi iniziarono i primi
sintomi — vertigini, vomito, nau-sea — di quella che venne scam-biata per un’influenza. Quando su
un elicottero giordano partì verso
Parigi, le tv inquadrarono un uomo
magro, esile, col volto scavato: mo-rirà l’11 novembre del 2004 all’o-spedale militare di Percy senza che
oltre 50 medici francesi fossero sta-ti in grado di capire qual era la “ma-lattia” che aveva ucciso Etienne
Duvet, il falso nome con cui era sta-to ricoverato. «Stiamo rivelando
un vero crimine, un assassinio po-litico», dice oggi ad Al JazeeraSuha
Arafat, da Parigi. Ma dopo la morte
del presidente palestinese non fu
eseguita alcuna autopsia proprio
su richiesta della vedova, e i suoi re-sti furono riesumati solo nel no-vembre 2012 (otto anni dopo la
morte), dopo che una prima serie
di analisi sugli indumenti persona-li in luglio aveva evidenziato tracce
della sostanza radioattiva che nel
2006 a Londra aveva ucciso nello
stesso modo l’ex spia russa Alek-sandr Litvinenko. Da allora Suha
Arafat avrebbe cominciato ad ave-re i primi dubbi sulla morte del raìs
palestinese. «Adesso questi risul-tati», dice ancora la vedova, «con-fermano i nostri dubbi. È scientifi-camente provato che la sua morte
non fu dovuta a cause naturali e ab-biamo le prove che fu ucciso».
Le rivelazioni sulle conclusioni
degli esperti svizzeri hanno antici-pato gli esiti dell’indagine medico
legale parallela che è stata condot-ta da specialisti moscoviti. Tace
per ora la Commissione d’inchie-sta palestinese guidata dal genera-le Hisham Tirawi — che comanda i
servizi segreti palestinesi — che lu-nedì ha ricevuto le conclusioni de-gli esperti svizzeri. Disvelato, forse,
il primo mistero che alimenta però
un clima di sospetti che riporta in
primo piano le trame che si muo-vevano allora attorno al vecchio
presidente palestinese. Perché
l’avvelenatore è stato uno, o più
d’uno, ma certamente della cer-chia dei suoi fedelissim
RAMALLAH — Centootto pagine
di relazione medica di dieci clini-ci di fama mondiale sulla morte di
Yasser Arafat, vorrebbero mette-re fine a uno dei grandi misteri del
Medio Oriente: il leader dell’Olp
venne avvelenato la sera del 12
ottobre 2004 con il polonio 210.
Tracce evidenti dell’isotopo ra-dioattivo sono state trovate nei
resti di Arafat, riesumati l’anno
scorso a novembre dal Mausoleo
da esperti svizzeri, francesi e rus-si. I risultati del team dell’istituto
di Losanna hanno rivelato nei re-sti del presidente palestinese
concentrazioni di polonio-210 di
almeno 18 volte superiori alla
media, una quantità in grado di
uccidere. Tenendo in considera-zione gli otto anni trascorsi dalla
morte di Arafat e la qualità dei
campioni prelevati, nel rapporto
svizzero si afferma che i risultati
emersi «avvalorano moderata-mente l’asserzione che la morte
sia stata la conseguenza di avve-lenamento da polonio 210».
L’indagine condotta dagli
esperti svizzeri ha portato alla sco-perta di livelli «inaspettatamente
alti» di polonio 210 nei frammenti
di tessuto e ossei di Arafat. David
Barclay, medico legale britannico
di fama internazionale che per Al
Jazeera ha studiato la relazione
svizzera, ha sottolineato come le
analisi abbiamo evidenziato livelli
di polonio almeno 18 volte supe-riori alla norma nelle costole e nel
bacino di Arafat. «Le analisi dimo-strano che è stato ucciso, è morto
per avvelenamento da polonio.
Abbiamo trovato la pistola fuman-te, non sappiamo chi l’ha impu-gnata».
I servizi segreti israeliani hanno
sempre negato ogni coinvolgi-mento (invocando anche una pro-messa fatta dall’allora premier
Ariel Sharon a Bill Clinton di «non
attentare all’incolumità di Arafat»)
e ieri il governo ha parlato di
«un’interminabile telenovela sen-za alcuna credibilità»
Ma come arrivò il polonio 210 fi-no al vassoio della cena di Arafat la
sera del 12 ottobre 2004? Quali fra i
tanti nemici del presidente palesti-nese, sfuggito ufficialmente a 13
tentativi di assassinio, è riuscito a
penetrare così profondamente
nella Muqata, dove Arafat era asse-diato e circondato solo dalla cer-chia dei suoi fedelissimi? «C’è stato
certamente un traditore», non
hanno dubbi quelli della Preventi-ve Security, i servizi segreti palesti-nesi, il loro intimo convincimento
per anni è diventato una certezza.
Arafat mangiava pochissimo.
Una volta al giorno i suoi body-guard andavano in un popolare ri-storante di Ramallah a prendere
l’unico pasto che consumava du-rante la giornata. Il polonio-210 era
probabilmente contenuto nel ke-bab o nella frutta che Arafat man-giò la sera del 12 ottobre 2004; quat-tro ore più tardi iniziarono i primi
sintomi — vertigini, vomito, nau-sea — di quella che venne scam-biata per un’influenza. Quando su
un elicottero giordano partì verso
Parigi, le tv inquadrarono un uomo
magro, esile, col volto scavato: mo-rirà l’11 novembre del 2004 all’o-spedale militare di Percy senza che
oltre 50 medici francesi fossero sta-ti in grado di capire qual era la “ma-lattia” che aveva ucciso Etienne
Duvet, il falso nome con cui era sta-to ricoverato. «Stiamo rivelando
un vero crimine, un assassinio po-litico», dice oggi ad Al JazeeraSuha
Arafat, da Parigi. Ma dopo la morte
del presidente palestinese non fu
eseguita alcuna autopsia proprio
su richiesta della vedova, e i suoi re-sti furono riesumati solo nel no-vembre 2012 (otto anni dopo la
morte), dopo che una prima serie
di analisi sugli indumenti persona-li in luglio aveva evidenziato tracce
della sostanza radioattiva che nel
2006 a Londra aveva ucciso nello
stesso modo l’ex spia russa Alek-sandr Litvinenko. Da allora Suha
Arafat avrebbe cominciato ad ave-re i primi dubbi sulla morte del raìs
palestinese. «Adesso questi risul-tati», dice ancora la vedova, «con-fermano i nostri dubbi. È scientifi-camente provato che la sua morte
non fu dovuta a cause naturali e ab-biamo le prove che fu ucciso».
Le rivelazioni sulle conclusioni
degli esperti svizzeri hanno antici-pato gli esiti dell’indagine medico
legale parallela che è stata condot-ta da specialisti moscoviti. Tace
per ora la Commissione d’inchie-sta palestinese guidata dal genera-le Hisham Tirawi — che comanda i
servizi segreti palestinesi — che lu-nedì ha ricevuto le conclusioni de-gli esperti svizzeri. Disvelato, forse,
il primo mistero che alimenta però
un clima di sospetti che riporta in
primo piano le trame che si muo-vevano allora attorno al vecchio
presidente palestinese. Perché
l’avvelenatore è stato uno, o più
d’uno, ma certamente della cer-chia dei suoi fedelissim
La promessa di Bill il rosso: New York città degli eguali
P
ROPRIO nel momento
della vergogna per il caso
Datagate, l’America estrae
dal cilindro della propria demo-crazia vivente uno sconosciuto
sindaco di New York che riac-cende ammirazione, entusia-smi e speranze. Bill de Blasio,
l’ex funzionario del Comune ad-detto alle lagnanze dei cittadini. I
l figlio di quella Brooklyn guarda-ta per generazioni come la sorella
minore della superba Manhattan
nato oltre il ponte del potere, ri-propone tutto quello che il mondo in-vidia a New York e che l’Europa non
riesce a imitare: la capacità di rinno-varsi.
Tre mesi or sono, all’inizio della
campagna elettorale per sostituire il
miliardario Bloomberg, appena due
newyorkesi su dieci conoscevano il
nome di de Blasio e la sua corsa alla
massima poltrona della città appariva
poco più che velleitaria. Martedì sera,
quel voto di tre elettori su quattro, il
73,8%, quasi cinquanta punti percen-tuali più della vittima sacrificale re-pubblicana, ha sbalordito persino i
suoi sondaggisti che pure lo davano
come sicuro vincitore. Neppure l’O-bama trionfale del 2008 aveva saputo
fare altrettanto e si deve tornare al mi-tico Fiorello La Guardia per ritrovare
un plebiscito così massiccio.
Il vento tumultuoso che ha spinto
questo figlio di un padre tedesco che
preferì l’identità e il nome italiani del-la madre, che ha scelto il graffiante
«rap» bianco dei Beasty Boys come co-lonna sonora della vittoria, è quello
che periodicamente si alza nelle de-mocrazie dove il sistema elettorale
non imbriglia, ma intercetta, addirit-tura impone il cambiamento. Che co-sa farà, chi sarà il de Blasio sindaco di
una città che gli lascia due miliardi di
dollari di debito ed è già fra le più tas-sate degli Stati Uniti è ovviamente im-possibile dire. Le sue promesse sono
state molte a tutti e l’esperienza fatta
con Barack Obama ha insegnato a di-stinguere fra la storia personale e le
realizzazioni, a diffidare dei simboli in
attesa della sostanza.
Governare New York è come gover-nare un mondo, se non il mondo. Non
esiste problema che non si riversi su
questa città delle città e de Blasio rap-presenta oggi tutto quello che i
newyorkesi vorrebbero essere e quel-lo che vogliono sentirsi dire da chi li
dovrà guidare. È il prodotto di una
multietnicità, di un meticciato, che è
la sostanza, la natura stessa di New
York, non una debolezza. È il demo-cratico classico, vintage, di sinistra,
che vuole più eguaglianza, più giusti-zia per i dimenticati e per gli ultimi,
dunque più distribuzione della ric-chezza raggrumata nei castelli del po-tere finanziario a Times Square e nelle
rocche di Park Avenue e della East Si-de. È però anche il newyorkese «no
nonsense», poche storie, che prima
solidarizza con i manifestanti di Oc-cupy Wall Street per lamentare la con-centrazione di danaro nei pochi rapa-ci e poi si affretta a chiarire che «Wall
Street è la principale industria della
nostra città», apparentemente con-traddicendosi. Uno che sa bene da che
parte è imburrata la fetta del pane e da
che parte sarebbe tempo di spalmare
più burro.
Ma New York è la mela che fiorisce e
matura nella contraddizione, la me-tropoli che vive perennemente sospe-sa nella formula dickensiana del «mi-gliore dei tempi e del peggiori dei tem-pi» e anche i suoi elettori, che vanno
dalla sinistra più rumorosa ai finan-zieri che hanno alimentato la sua
campagna, lo sanno benissimo. Quel-lo che importa ai residenti di una città
che neppure chi rase al suolo i suoi
monumenti più orgogliosi riuscì ad
abbattere perché confuse il cemento
con la gente, è che le acque si muova-no. Che la ruota della politica giri, che
la palude non ristagni nella soffocan-te stabilità di altre nazioni immobili.
New York elegge, dopo il lungo re-gno, di un conservatore moderato e il-luminato come Bloomberg, il suo op-posto in Bill de Blasio non perché gli
elettori siano improvvisamente dive-nuti rivoluzionari dopo essere stati
reazionari. Ma perché sente di dover
mutare pelle.
Sempre grazie al sistema elettorale
del maggioritario secco, dove un solo
vincitore deve emergere da subito, la
apparente rivoluzione di New York è
soltanto la conferma della propria na-tura e della intuizione di fondo che sta
alla base della propria fortuna: la ne-cessità vitale dell’alternanza. C’è, di-rebbe l’Ecclesiaste, un tempo per fare
soldi e un tempo per distribuirli, un
tempo per diventare ricchi e un tempo
per prendersi cura dei poveri, un tem-po per i finanzieri bancarottieri di Wall
Street e un tempo per i sindacati che
chiedono aumenti di paga. E se anche
Bill de Blasio, il gigante italiano delle
speranze, dovesse fallire – come già
New York è fallita, e ha fatto fallire, più
volte nella propria storia – se ne eleg-gerà un altro, uno completamente di-verso. Perché è il cambiamento quel-lo che tiene viva la città di tutte le città.
ROPRIO nel momento
della vergogna per il caso
Datagate, l’America estrae
dal cilindro della propria demo-crazia vivente uno sconosciuto
sindaco di New York che riac-cende ammirazione, entusia-smi e speranze. Bill de Blasio,
l’ex funzionario del Comune ad-detto alle lagnanze dei cittadini. I
l figlio di quella Brooklyn guarda-ta per generazioni come la sorella
minore della superba Manhattan
nato oltre il ponte del potere, ri-propone tutto quello che il mondo in-vidia a New York e che l’Europa non
riesce a imitare: la capacità di rinno-varsi.
Tre mesi or sono, all’inizio della
campagna elettorale per sostituire il
miliardario Bloomberg, appena due
newyorkesi su dieci conoscevano il
nome di de Blasio e la sua corsa alla
massima poltrona della città appariva
poco più che velleitaria. Martedì sera,
quel voto di tre elettori su quattro, il
73,8%, quasi cinquanta punti percen-tuali più della vittima sacrificale re-pubblicana, ha sbalordito persino i
suoi sondaggisti che pure lo davano
come sicuro vincitore. Neppure l’O-bama trionfale del 2008 aveva saputo
fare altrettanto e si deve tornare al mi-tico Fiorello La Guardia per ritrovare
un plebiscito così massiccio.
Il vento tumultuoso che ha spinto
questo figlio di un padre tedesco che
preferì l’identità e il nome italiani del-la madre, che ha scelto il graffiante
«rap» bianco dei Beasty Boys come co-lonna sonora della vittoria, è quello
che periodicamente si alza nelle de-mocrazie dove il sistema elettorale
non imbriglia, ma intercetta, addirit-tura impone il cambiamento. Che co-sa farà, chi sarà il de Blasio sindaco di
una città che gli lascia due miliardi di
dollari di debito ed è già fra le più tas-sate degli Stati Uniti è ovviamente im-possibile dire. Le sue promesse sono
state molte a tutti e l’esperienza fatta
con Barack Obama ha insegnato a di-stinguere fra la storia personale e le
realizzazioni, a diffidare dei simboli in
attesa della sostanza.
Governare New York è come gover-nare un mondo, se non il mondo. Non
esiste problema che non si riversi su
questa città delle città e de Blasio rap-presenta oggi tutto quello che i
newyorkesi vorrebbero essere e quel-lo che vogliono sentirsi dire da chi li
dovrà guidare. È il prodotto di una
multietnicità, di un meticciato, che è
la sostanza, la natura stessa di New
York, non una debolezza. È il demo-cratico classico, vintage, di sinistra,
che vuole più eguaglianza, più giusti-zia per i dimenticati e per gli ultimi,
dunque più distribuzione della ric-chezza raggrumata nei castelli del po-tere finanziario a Times Square e nelle
rocche di Park Avenue e della East Si-de. È però anche il newyorkese «no
nonsense», poche storie, che prima
solidarizza con i manifestanti di Oc-cupy Wall Street per lamentare la con-centrazione di danaro nei pochi rapa-ci e poi si affretta a chiarire che «Wall
Street è la principale industria della
nostra città», apparentemente con-traddicendosi. Uno che sa bene da che
parte è imburrata la fetta del pane e da
che parte sarebbe tempo di spalmare
più burro.
Ma New York è la mela che fiorisce e
matura nella contraddizione, la me-tropoli che vive perennemente sospe-sa nella formula dickensiana del «mi-gliore dei tempi e del peggiori dei tem-pi» e anche i suoi elettori, che vanno
dalla sinistra più rumorosa ai finan-zieri che hanno alimentato la sua
campagna, lo sanno benissimo. Quel-lo che importa ai residenti di una città
che neppure chi rase al suolo i suoi
monumenti più orgogliosi riuscì ad
abbattere perché confuse il cemento
con la gente, è che le acque si muova-no. Che la ruota della politica giri, che
la palude non ristagni nella soffocan-te stabilità di altre nazioni immobili.
New York elegge, dopo il lungo re-gno, di un conservatore moderato e il-luminato come Bloomberg, il suo op-posto in Bill de Blasio non perché gli
elettori siano improvvisamente dive-nuti rivoluzionari dopo essere stati
reazionari. Ma perché sente di dover
mutare pelle.
Sempre grazie al sistema elettorale
del maggioritario secco, dove un solo
vincitore deve emergere da subito, la
apparente rivoluzione di New York è
soltanto la conferma della propria na-tura e della intuizione di fondo che sta
alla base della propria fortuna: la ne-cessità vitale dell’alternanza. C’è, di-rebbe l’Ecclesiaste, un tempo per fare
soldi e un tempo per distribuirli, un
tempo per diventare ricchi e un tempo
per prendersi cura dei poveri, un tem-po per i finanzieri bancarottieri di Wall
Street e un tempo per i sindacati che
chiedono aumenti di paga. E se anche
Bill de Blasio, il gigante italiano delle
speranze, dovesse fallire – come già
New York è fallita, e ha fatto fallire, più
volte nella propria storia – se ne eleg-gerà un altro, uno completamente di-verso. Perché è il cambiamento quel-lo che tiene viva la città di tutte le città.
domenica 3 novembre 2013
L’anima buona di Geoffrey Rush «Leggere salva dagli integralismi» L’attore è un padre adottivo sul set: insegno il valore delle parole
LOS ANGELES — «In tempi in cui
tutti sembrano leggere solo su Inter-net maneggiando telefonini e compu-ter, ma dimenticando libri e giornali,
per me è stata una gioia prendere par-te a un film che rilancia il valore delle
parole, dell’immaginazione e della
poesia contrapposte alla violenza di
ogni guerra e alla frattura dei legami
affettivi e sociali», dice Geoffrey Ru-sh, il grande attore australiano di ci-nema e teatro.
E così Hector Barbossa, il capitano
d’onore in stile dark deiPirati dei Ca-raibi, e il logopedista del balbuziente
Giorgio VI d’Inghilterra, è diventato
un uomo dal cuore vulnerabile inSto-ria di una ladra di libri, trasposizione
cinematografica diTheBookThief(La
bambinachesalvavailibri, Frassinel-li) diretta da Brian Percival («Down-ton Abbey»).
Non aspettava altro perché Rush,
laureato in Letteratura Inglese e uno
dei protagonisti del cinema e del pal-coscenico più colti e preparati, amava
il best seller mondiale (tradotto in 35
Paesi, 8 milioni di copie vendute, 7
anni nella best seller list delNew York
Times) dell’australiano Markus Zusak
ambientato in Germania nella Secon-da Guerra Mondiale, dal 1939 al 1943,
in pieno regime nazista. Il film sarà
sugli schermi con il marchio Century
Fox, in tempo per la corsa agli Oscar, e
vede tra i protagonista la tredicenne
Sophie Nélisse, a fianco di Rush e di
Emily Watson, sua moglie nel film.
«Nel film sono sposato da sempre
con la stessa donna, abbiamo due figli
ormai grandi e sono felice di ritrovar-mi padre adottivo di una giovanissi-ma attrice con un talento ecceziona-le», ride l’elegante signore in giacca di
grisaglia, sciarpa di
cachemire e insepa-rabili occhiali cer-chiati di tartaruga
che nella vita ama la
musica operistica,
Brahms e le parole di
Samuel Beckett. Spie-ga: «A Liesel, così disturbata per la
misteriosa scomparsa della madre co-munista e la morte del fratellino, e
che, adottata, arriva nella nostra casa
in provincia di Monaco, è affidato il
senso profondo di tutto il racconto.
Sono io, Hans, che mai mi ero iscritto
al Partito Nazista, a insegnarle a leg-gere, a superare i suoi traumi. Nello
scantinato darò poi riparo al giovane
ebreo Max, trasmettendo a Liesel i ru-dimenti delle iniziali dell’alfabeto per
capire il valore delle parole, contrap-poste all’orrore di quanto sta accaden-do».
Prosegue: «Il primo libro che Liesel
prende dalle mani del fratellino, che
stava per essere interrato, si intitolaIl
manuale del necroforoe io lo uso per
insegnarle a leggere. C’è sempre un
primo libro che ci fa amare parole e
immaginazione e, come farà Liesel,
anch’io desidero possederli tutti, farli
miei». Fa una pausa, pensieroso, poi
aggiunge: «Mi è accaduta la stessa co-sa con i miei impegni teatrali, con i
film profondi e quelli di avventura ti-po la saga dei pirati o il mio prossimo
kolossal,Gods of Egypt. Credo con
tutto me stesso al valore dell’Arte,
contro ogni tempo cupo di estremi-smi, integralismi, e agli slanci di chi,
come Liesel, pensa anche di poter re-galare una nuvola disegnandola per
l’ebreo Max nascosto nello scantinato
al quale porta pietre colorate, pezzet-tini di stoffa colorata, foglie e persino
un pugno di neve. La voce narrante è
quella della Morte, è “lei” a dirci tutto
quanto accade nel libro e nel film, una
Morte che sa ridere, provare compas-sione se ruba la vita troppo presto a
qualcuno e se vede marciare verso Da-chau esseri senza colpe se non quella,
per chi voleva annientarli, della loro
etnia».
«Sophie — dice Rush — mi ha dato
tanto. L’avevo ammirata in Monsieur
Lazhared è stato bello anche
incontrare altri giovani atto-ri, il piccolo Rudy, che sogna
d i e m u l a re i l ca m p i o n e
olimpionico Jesse Owens im-parando a ribellarsi all’ideolo-gia nazista della super razza».
«È stato un altro regalo che la
carriera mi ha offerto — conclude
Rush —, comeLa migliore offertadi
Tornatore, e vorrei dire a Giuseppe,
alla sua grande sensibilità e creatività,
che inThe Book Thiefla strada tede-sca dove vivono i bimbi si chiama Via
del Paradiso, ma viene distrutta dai
bombardamenti che li costringevano
a rifugiarsi in cantina, dove Liesel sa-peva rasserenare tutti leggendo le pa-gine dei libri che rubava dalla casa del
sindaco o dai falò del Führer».
Giovanna Gra
tutti sembrano leggere solo su Inter-net maneggiando telefonini e compu-ter, ma dimenticando libri e giornali,
per me è stata una gioia prendere par-te a un film che rilancia il valore delle
parole, dell’immaginazione e della
poesia contrapposte alla violenza di
ogni guerra e alla frattura dei legami
affettivi e sociali», dice Geoffrey Ru-sh, il grande attore australiano di ci-nema e teatro.
E così Hector Barbossa, il capitano
d’onore in stile dark deiPirati dei Ca-raibi, e il logopedista del balbuziente
Giorgio VI d’Inghilterra, è diventato
un uomo dal cuore vulnerabile inSto-ria di una ladra di libri, trasposizione
cinematografica diTheBookThief(La
bambinachesalvavailibri, Frassinel-li) diretta da Brian Percival («Down-ton Abbey»).
Non aspettava altro perché Rush,
laureato in Letteratura Inglese e uno
dei protagonisti del cinema e del pal-coscenico più colti e preparati, amava
il best seller mondiale (tradotto in 35
Paesi, 8 milioni di copie vendute, 7
anni nella best seller list delNew York
Times) dell’australiano Markus Zusak
ambientato in Germania nella Secon-da Guerra Mondiale, dal 1939 al 1943,
in pieno regime nazista. Il film sarà
sugli schermi con il marchio Century
Fox, in tempo per la corsa agli Oscar, e
vede tra i protagonista la tredicenne
Sophie Nélisse, a fianco di Rush e di
Emily Watson, sua moglie nel film.
«Nel film sono sposato da sempre
con la stessa donna, abbiamo due figli
ormai grandi e sono felice di ritrovar-mi padre adottivo di una giovanissi-ma attrice con un talento ecceziona-le», ride l’elegante signore in giacca di
grisaglia, sciarpa di
cachemire e insepa-rabili occhiali cer-chiati di tartaruga
che nella vita ama la
musica operistica,
Brahms e le parole di
Samuel Beckett. Spie-ga: «A Liesel, così disturbata per la
misteriosa scomparsa della madre co-munista e la morte del fratellino, e
che, adottata, arriva nella nostra casa
in provincia di Monaco, è affidato il
senso profondo di tutto il racconto.
Sono io, Hans, che mai mi ero iscritto
al Partito Nazista, a insegnarle a leg-gere, a superare i suoi traumi. Nello
scantinato darò poi riparo al giovane
ebreo Max, trasmettendo a Liesel i ru-dimenti delle iniziali dell’alfabeto per
capire il valore delle parole, contrap-poste all’orrore di quanto sta accaden-do».
Prosegue: «Il primo libro che Liesel
prende dalle mani del fratellino, che
stava per essere interrato, si intitolaIl
manuale del necroforoe io lo uso per
insegnarle a leggere. C’è sempre un
primo libro che ci fa amare parole e
immaginazione e, come farà Liesel,
anch’io desidero possederli tutti, farli
miei». Fa una pausa, pensieroso, poi
aggiunge: «Mi è accaduta la stessa co-sa con i miei impegni teatrali, con i
film profondi e quelli di avventura ti-po la saga dei pirati o il mio prossimo
kolossal,Gods of Egypt. Credo con
tutto me stesso al valore dell’Arte,
contro ogni tempo cupo di estremi-smi, integralismi, e agli slanci di chi,
come Liesel, pensa anche di poter re-galare una nuvola disegnandola per
l’ebreo Max nascosto nello scantinato
al quale porta pietre colorate, pezzet-tini di stoffa colorata, foglie e persino
un pugno di neve. La voce narrante è
quella della Morte, è “lei” a dirci tutto
quanto accade nel libro e nel film, una
Morte che sa ridere, provare compas-sione se ruba la vita troppo presto a
qualcuno e se vede marciare verso Da-chau esseri senza colpe se non quella,
per chi voleva annientarli, della loro
etnia».
«Sophie — dice Rush — mi ha dato
tanto. L’avevo ammirata in Monsieur
Lazhared è stato bello anche
incontrare altri giovani atto-ri, il piccolo Rudy, che sogna
d i e m u l a re i l ca m p i o n e
olimpionico Jesse Owens im-parando a ribellarsi all’ideolo-gia nazista della super razza».
«È stato un altro regalo che la
carriera mi ha offerto — conclude
Rush —, comeLa migliore offertadi
Tornatore, e vorrei dire a Giuseppe,
alla sua grande sensibilità e creatività,
che inThe Book Thiefla strada tede-sca dove vivono i bimbi si chiama Via
del Paradiso, ma viene distrutta dai
bombardamenti che li costringevano
a rifugiarsi in cantina, dove Liesel sa-peva rasserenare tutti leggendo le pa-gine dei libri che rubava dalla casa del
sindaco o dai falò del Führer».
Giovanna Gra
Il ritorno dei gemelli divini “Addio giungla e fucili mai più con le armi in mano” A 12 anni guidavano i ribelli in Birmania
ANGKOK — A forza di sentirselo di-re perfino da preti e missionari cri-stiani l’avevano creduto anche loro, e
combattevano senza temere i proiet-tili del nemico. A 12 anni sparavano e
uccidevano, lanciandosi all’attacco
fucili in mano convinti di essere im-mortali grazie alle loro preghiere.
Non a caso i loro seguaci si chiama-vano l’Esercito di Dio, devoti fino al-l’estremo sacrificio ai due leggendari
gemelli di presunta natura celeste,
Luther e Johnny Htoo: i guerrieri di
Peter Pan.
Crociati bambini di una guerra
santa del popolo cristiano Karen con-tro l’invasore buddhista birmano,
erano nati in una capanna di conta-dini durante una pausa tra le molte
guerre lungo i confini tra Birmania e
Thailandia. Combatterono a lungo
alla fine degli Anni ‘90 avvolti dal ma-gico alone dell’invincibilità nata dal-la devozione e alimentata da messe e
preghiere quotidiane prima di ogni
battaglia. Dei gemelli e delle loro ge-sta si parlò e si scrisse in tutto il mon-do, finché nel 2001 il sostegno offerto
a un gruppo di combattenti indipen-dentisti ancora più estremi pose fine
alla loro carriera e molti dei loro com-pagni trovarono una morte violenta.
Per un paio d’anni Luther e Johnny
vissero in un campo profughi lungo il
confine, poi Luther lasciò i tropici per
finire in Svezia al freddo ma in una ca-sa confortevole, con la possibilità di
studiare Economia e Storia, come ha
raccontato di ritorno in Thailandia
durante un’intervista rilasciata as-sieme al fratello all’ Associated press
mentre il fratello finiva - «per un in-ganno», dice oggi - nelle mani dei bir-mani. Le immagini che li vedono riu-niti, ormai 25enni, mostrano due
personalità diverse, non solo rispetto
al volto duro di quando imbracciava-no i fucili più lunghi delle loro brac-cia, ma soprattutto per via della tra-sformazione avvenuta nelle loro esi-stenze. Mentre Luther, abituato a
viaggiare e a conoscere altre genti, si
mostra spigliato, l’altro resta quasi
nascosto dietro al fratello, che ri-sponde al suo posto.
Johnny infatti ha passato senza
studiare né lavorare gli anni di sepa-razione, arrangiandosi nel povero
campo profughi vicino alla frontiera
tra Thailandia e Birmania, mentre la
madre e una sorella si sono trasferite
in Nuova Zelanda, dove Luther conta
di far andare anche il gemello con
qualche aiuto. «Ma c’è ancora un sac-co di gente con cui devo parlare per-ché possa succedere», racconta, rive-lando che il fratello si consegnò alle
autorità nel 2006 con la promessa di
un impiego mai mantenuta. Infatti
dopo aver coltivato campi di riso,
tornò tra i rifugiati, e presto gran par-te dei guerriglieri Karen depose le ar-mi accettando un cessate il fuoco con
il nuovo governo degli ex militari bir-mani oggi avviati verso la democra-zia.
Nel ristorante thailandese dove si
sono salutati prima di rivedersi tra
chissà quanti anni, Luther indossa
una elegante camicia tradizionale
Karen sopra i jeans, un orecchino
d’argento all’orecchio sinistro e due
al destro. Johnny invece ha una vec-chia camicia di quelle offerte dalle as-sociazioni caritatevoli, di qualche ta-glia più grande, come quando lo foto-grafarono nella divisa abbondante
durante gli anni della guerriglia. Ai
giornalisti è apparso stanco e nervo-so, l’ombra di quel ragazzino vispo
coi capelli lunghi che fumava sigari e
dopo ogni vittoria in battaglia si la-sciava trasportare a spalla in tripudio
dai suoi devoti commilitoni. In Thai-landia, Luther dice di aver indagato
sulla sorte dei loro compagni, «scom-parsi nel nulla» dal giorno in cui si ar-resero alla polizia thai. «Le loro mogli
e i figli sono ancora in attesa», dice.
«Sono passati 13 anni. Credo che tut-ti siano morti».
Ad accelerare la dissoluzione del-l’esercito di Dio e del mito dei due co-mandanti bambini, fu l’ingresso sul-la scena della guerra indipendentista
dei “Vigorosi studenti guerrieri bir-mani”, un gruppo di giovani ribelli
Karen che assaltò l’ambasciata bir-mana di Bangkok nel ‘99. L’assedio
durò poco e gli assalitori vennero
portati dai militari thai oltre il confine
nel territorio controllato dai “gemelli
divini”, che li accolsero attirandosi le
ire dei soldati thai e birmani. La fine
della invincibilità di Luter e Johnny
corrisponde alla tragica conclusione
di un’altra impresa dei “Vigorosi stu-denti”, che nel 2000 occuparono l’o-spedale provinciale di Ratchaburi in
Thailandia, scatenando la rappresa-glia dei soldati reali. Dieci assalitori
furono uccisi dai militari, che spara-rono anche contro quanti si arrende-vano, e molti altri Karen morirono
durante i bombardamenti contro il
quartier generale dell’Esercito di Dio.
I gemelli si salvarono grazie alla fa-ma delle loro gesta e alla popolarità
conquistata sui media. Nessuno dei
due oggi sogna di riprendere le armi,
«a meno che la nostra gente non tor-ni ad essere colpita», dice Luther. No-nostante il freddo e la neve — raccon-ta — ama tornarsene nella cittadina a
300 km da Stoccolma in Svezia «per-ché è un Paese tranquillo, dove nes-suno si spara e ferisce a vicenda».
«Ora che ho paura di morire — am-mette l’ex guerriero bambino — non
è più divertente combattere. Nessu-no vuole combattere a meno che sia
costretto a farlo
combattevano senza temere i proiet-tili del nemico. A 12 anni sparavano e
uccidevano, lanciandosi all’attacco
fucili in mano convinti di essere im-mortali grazie alle loro preghiere.
Non a caso i loro seguaci si chiama-vano l’Esercito di Dio, devoti fino al-l’estremo sacrificio ai due leggendari
gemelli di presunta natura celeste,
Luther e Johnny Htoo: i guerrieri di
Peter Pan.
Crociati bambini di una guerra
santa del popolo cristiano Karen con-tro l’invasore buddhista birmano,
erano nati in una capanna di conta-dini durante una pausa tra le molte
guerre lungo i confini tra Birmania e
Thailandia. Combatterono a lungo
alla fine degli Anni ‘90 avvolti dal ma-gico alone dell’invincibilità nata dal-la devozione e alimentata da messe e
preghiere quotidiane prima di ogni
battaglia. Dei gemelli e delle loro ge-sta si parlò e si scrisse in tutto il mon-do, finché nel 2001 il sostegno offerto
a un gruppo di combattenti indipen-dentisti ancora più estremi pose fine
alla loro carriera e molti dei loro com-pagni trovarono una morte violenta.
Per un paio d’anni Luther e Johnny
vissero in un campo profughi lungo il
confine, poi Luther lasciò i tropici per
finire in Svezia al freddo ma in una ca-sa confortevole, con la possibilità di
studiare Economia e Storia, come ha
raccontato di ritorno in Thailandia
durante un’intervista rilasciata as-sieme al fratello all’ Associated press
mentre il fratello finiva - «per un in-ganno», dice oggi - nelle mani dei bir-mani. Le immagini che li vedono riu-niti, ormai 25enni, mostrano due
personalità diverse, non solo rispetto
al volto duro di quando imbracciava-no i fucili più lunghi delle loro brac-cia, ma soprattutto per via della tra-sformazione avvenuta nelle loro esi-stenze. Mentre Luther, abituato a
viaggiare e a conoscere altre genti, si
mostra spigliato, l’altro resta quasi
nascosto dietro al fratello, che ri-sponde al suo posto.
Johnny infatti ha passato senza
studiare né lavorare gli anni di sepa-razione, arrangiandosi nel povero
campo profughi vicino alla frontiera
tra Thailandia e Birmania, mentre la
madre e una sorella si sono trasferite
in Nuova Zelanda, dove Luther conta
di far andare anche il gemello con
qualche aiuto. «Ma c’è ancora un sac-co di gente con cui devo parlare per-ché possa succedere», racconta, rive-lando che il fratello si consegnò alle
autorità nel 2006 con la promessa di
un impiego mai mantenuta. Infatti
dopo aver coltivato campi di riso,
tornò tra i rifugiati, e presto gran par-te dei guerriglieri Karen depose le ar-mi accettando un cessate il fuoco con
il nuovo governo degli ex militari bir-mani oggi avviati verso la democra-zia.
Nel ristorante thailandese dove si
sono salutati prima di rivedersi tra
chissà quanti anni, Luther indossa
una elegante camicia tradizionale
Karen sopra i jeans, un orecchino
d’argento all’orecchio sinistro e due
al destro. Johnny invece ha una vec-chia camicia di quelle offerte dalle as-sociazioni caritatevoli, di qualche ta-glia più grande, come quando lo foto-grafarono nella divisa abbondante
durante gli anni della guerriglia. Ai
giornalisti è apparso stanco e nervo-so, l’ombra di quel ragazzino vispo
coi capelli lunghi che fumava sigari e
dopo ogni vittoria in battaglia si la-sciava trasportare a spalla in tripudio
dai suoi devoti commilitoni. In Thai-landia, Luther dice di aver indagato
sulla sorte dei loro compagni, «scom-parsi nel nulla» dal giorno in cui si ar-resero alla polizia thai. «Le loro mogli
e i figli sono ancora in attesa», dice.
«Sono passati 13 anni. Credo che tut-ti siano morti».
Ad accelerare la dissoluzione del-l’esercito di Dio e del mito dei due co-mandanti bambini, fu l’ingresso sul-la scena della guerra indipendentista
dei “Vigorosi studenti guerrieri bir-mani”, un gruppo di giovani ribelli
Karen che assaltò l’ambasciata bir-mana di Bangkok nel ‘99. L’assedio
durò poco e gli assalitori vennero
portati dai militari thai oltre il confine
nel territorio controllato dai “gemelli
divini”, che li accolsero attirandosi le
ire dei soldati thai e birmani. La fine
della invincibilità di Luter e Johnny
corrisponde alla tragica conclusione
di un’altra impresa dei “Vigorosi stu-denti”, che nel 2000 occuparono l’o-spedale provinciale di Ratchaburi in
Thailandia, scatenando la rappresa-glia dei soldati reali. Dieci assalitori
furono uccisi dai militari, che spara-rono anche contro quanti si arrende-vano, e molti altri Karen morirono
durante i bombardamenti contro il
quartier generale dell’Esercito di Dio.
I gemelli si salvarono grazie alla fa-ma delle loro gesta e alla popolarità
conquistata sui media. Nessuno dei
due oggi sogna di riprendere le armi,
«a meno che la nostra gente non tor-ni ad essere colpita», dice Luther. No-nostante il freddo e la neve — raccon-ta — ama tornarsene nella cittadina a
300 km da Stoccolma in Svezia «per-ché è un Paese tranquillo, dove nes-suno si spara e ferisce a vicenda».
«Ora che ho paura di morire — am-mette l’ex guerriero bambino — non
è più divertente combattere. Nessu-no vuole combattere a meno che sia
costretto a farlo
sabato 2 novembre 2013
FONZIE
utto quello che io non ero e avrei voluto
essere». Henry Franklin Winkler, 68 anni
appena compiuti, lo dice sorridendo
mentre si guarda attorno in una libreria
del centro di Milano. Camicia a quadri,
cardigan, pantaloni con le pence beige,
giocherella con gli occhiali da vista che
porta al collo. «Sono figlio di una coppia di
ebrei tedeschi arrivati a New York fuggen-do dal nazismo», racconta. «Da ragazzo
ero un insicuro, tutt’altro che alla moda e
le donne non mi sfioravano nemmeno
con lo sguardo. Non c’entravo nulla con
quell’italo-americano di provincia. Uno
che, a differenza di me, sapeva sempre co-sa fare». Del personaggio interpretato per
dieci anni in tv, nella serie Happy Daysche
in Italia spopolò a partire dal 1977, oggi
sembra esser rimasto poco. Almeno a pri-ma vista kler è un ame-ricano cordiale, un po’ sovrappeso, di
piccola statura. Che abbia fatto l’attore è
noto, che invece abbia deciso di darsi al-la letteratura si deduce solo dal luogo del
nostro appuntamento. Ma il bello è che
in entrambi i casi si è trattato di carriere
sulla carta impossibili.
Considerato dal padre un fallito,
avrebbe dovuto entrare nella ditta di fa-miglia specializzata in importazione di
legname. Ottenne la parte di Arthur Fon-zarelli quasi per caso e altrettanto per ca-so è diventato uno scrittore di successo
malgrado sia dislessico. La serie di libri
per bambini, esce in Italia nei prossimi
giorni il secondo volume intitolato Hank
Zipzer e la pagella nel tritacarne (Uovo-nero), ha venduto quasi cinque milioni
di copie. Il protagonista è un ragazzino
dislessico e talentuoso, ovviamente. Un
JAIME D’ALESSANDRO
HO IMPIEGATO
ANNI
PER FARE
PACE CON
ME STESSO
I PROGETTI?
UN ROMANZO
SCRITTO DAL
PUNTO DI VISTA
DI UN CANE
“DAI SERIAL TV
AI ROMANZI
LE MIE CARRIERE
IMPOSSIBILI”
BREVE
GUIDA
FRA
CINEMA
E
LETTURE
piccolo eroe che combatte, con parec-chia ironia, il mondo ottuso degli adulti.
«La mia vita ha preso un’altra direzio-ne quando avevo 28 anni, semplicemen-te cambiando il tono della voce in quel
provino per Happy Days». Winkler met-te le mani in tasca, alza lo sguardo e Fon-zie torna in vita d’improvviso. Inizia a
parlare in inglese con uno strepitoso ac-cento italiano, che noi tutti abbiamo per-so essendo il doppiaggio negli anni Set-tanta inevitabile. Un accento molto si-mile, se non identico, a quello che i pro-tagonisti del serial I Soprano sfoggeran-no molto tempo dopo.
«E così Henry, che pensava di sbaglia-re sempre, divenne Fonzie che non sba-gliava mai», prosegue lui. «Grazie a quel-l’intercalare, “heii”… (alza i pollici). Gli
altri attori lo allungavano troppo, il mio
invece era breve, secco. E poi “wow”, an-che quello detto corto. Cominciai con
una serie di battute, in tutto sei righe. E di
puntata in puntata il mio personaggio
crebbe di popolarità. Ma non mi sentivo
una star, nemmeno quando iniziarono
ad arrivare 50 mila lettere a settimana dai
fan (conferma: cinquantamila). Conti-nuavo ad essere basso e quella massa di
lettere non mi faceva crescere di un cen-timetro né mi permetteva di superare i
miei problemi con la dislessia. Ero sem-pre e solo Winkler, con tutti i miei limiti.
Ogni lunedì ci riunivamo per leggere il
copione e ogni lunedì per me era umi-liante. Ron Howard che vestiva i panni di
Richie Cunningham, poi è diventato un
amico fraterno, mi aiutava e mi sostene-va anche il resto del cast. Eppure ho im-piegato anni a sentirmi a mio agio con
me stesso. Sono cambiato perché ero
stufo delle mie insicurezze e stanco de e mie paure. Ho dovuto però staccare dal-le ossa il vecchio Henry pezzo per pezzo».
Il processo cominciò durante un viag-gio. Winkler era in vacanza con il figlioccio
di tre anni Jed e la moglie Stacey. Visitaro-no un villaggio degli indiani Hopi in Arizo-na e Jed al ritorno doveva scrivere un pic-colo tema ma non riuscì a farlo. «Le inse-gnanti dicevano di lui tutto quello che ave-vano detto di me: bravissimo a parlare e
incapace di scrivere, brillante ma svoglia-to, con difficoltà nella concentrazione.
Capii che il mio figlioccio era dislessico,
ma soprattutto venni a sapere a 31 anni
suonati che anche io lo
ero. La scuola per me era
stata una tortura. L’unica
cosa in cui eccellevo era la
pausa pranzo. I miei ge-nitori mi trattavano come
un cretino, mi insultava-no perché facevo fatica a
leggere. Avevo bisogno di
qualcuno che mi soste-nesse, perché mi sentivo
già da solo una nullità, in-vece mi hanno schiaccia-to. Quando stavo in clas-se sognavo di tornare a
casa e di non trovarli più,
speravo scappassero
senza lasciare indirizzi
dove rintracciarli. Ecco
perché ho giurato solen-nemente che non sarei
diventato un genitore si-mile. E ai miei tre figli, che
hanno ereditato la disles-sia, ho insegnato che per
quanto lo studio sia diffi-cile e penoso, non c’entra
nulla con le proprie chan-ce nella vita».
Obiettiamo che la ge-nerazione passata attra-verso la guerra, la stessa
contro la quale da noi si è
scatenato il ‘68, non ave-va certo gli strumenti di
oggi per capire l’infanzia.
Ma Winkler non ci sente.
Anzi, si mette ad imitare la madre con l’ac-cento tedesco facendone una parodia
amara. «Li rispetto per quel che hanno
passato», dice poi serio. «Per esser scap-pati dalla Germania ed aver cominciato
una nuova vita in America. Ma non li per-dono per come si sono comportati con
me. Quando finii in tv e “the Fonz” diven-ne famoso, era il 1974 (negli Usa Happy
Daysvenne trasmesso fra il ‘74 e l’84), si
vantavano. Ma non c’erano stati quando
avevo avuto bisogno di loro».
La seconda carriera, dopo esser diven-tato anche produttore e regista, Winkler
l’ha iniziata nel 2003. Lui si schernisce,
non si reputa nemmeno un autore di be-stseller. «È capitato, non è una cosa che io
abbia inseguito», spiega. «Un’amica, Lin
Oliver (coautrice della serie di Hank Zip-zer), dopo aver saputo quel che avevo pas-sato a scuola mi ha chiesto: perché non ne
scrivi? Ma a me avevano detto per anni che
ero stupido, come avrei mai potuto scri-vere un libro? Mesi dopo la mia amica è
tornata alla carica e allora feci un tentati-vo. Ci vedevamo dalle 10 di mattina alle
due di pomeriggio. Io
parlavo, lei scriveva. In
questo modo abbiamo
dato alle stampe 17 libri
venduti in milioni di co-pie».
Romanzi concepiti da
chi ha problemi a leggere
e fatti per chi, fra i 7 e gli 11
anni, ha le stesse diffi-coltà. «Non compatiamo
i nostri lettori, né li trat-tiamo come delle vittime.
Raccontiamo la verità in
un buon modo, con iro-nia e qualche scorciatoia
che possa dare un po’ di
soddisfazione. Inseren-do ad esempio dei capi-toli di un solo paragrafo
per incoraggiare a prose-guire. Hank è un ragazzo
sveglio malgrado la di-slessia e ha due buoni
amici che a scuola lo pro-teggono. Quelli che io,
per inciso, avrei sempre
voluto avere. Forse non
riuscirà mai a compren-dere davvero cos’è la ma-tematica e continuerà a
penare sui testi, ma è pie-no di talento e ha davanti
a sé tante, tantissime op-portunità che gli apriran-no delle porte quando
meno se l’aspetta».
Così come è capitato anni fa a un giova-ne attore pieno di insicurezze, presenta-tosi ad un provino convinto che nella vita
non avrebbe combinato nulla di buono. E
che ora, da dislessico, si ritrova perfino a
fare lo scrittore. Con un nuovo progetto in
testa, sulla carta difficile quando gli altri
due: un romanzo scritto dal punto di vista
di un cane. «Perché? Non lo so bene», am-mette lui. «Mi sembra divertente l’idea.
Tutto qui».
essere». Henry Franklin Winkler, 68 anni
appena compiuti, lo dice sorridendo
mentre si guarda attorno in una libreria
del centro di Milano. Camicia a quadri,
cardigan, pantaloni con le pence beige,
giocherella con gli occhiali da vista che
porta al collo. «Sono figlio di una coppia di
ebrei tedeschi arrivati a New York fuggen-do dal nazismo», racconta. «Da ragazzo
ero un insicuro, tutt’altro che alla moda e
le donne non mi sfioravano nemmeno
con lo sguardo. Non c’entravo nulla con
quell’italo-americano di provincia. Uno
che, a differenza di me, sapeva sempre co-sa fare». Del personaggio interpretato per
dieci anni in tv, nella serie Happy Daysche
in Italia spopolò a partire dal 1977, oggi
sembra esser rimasto poco. Almeno a pri-ma vista kler è un ame-ricano cordiale, un po’ sovrappeso, di
piccola statura. Che abbia fatto l’attore è
noto, che invece abbia deciso di darsi al-la letteratura si deduce solo dal luogo del
nostro appuntamento. Ma il bello è che
in entrambi i casi si è trattato di carriere
sulla carta impossibili.
Considerato dal padre un fallito,
avrebbe dovuto entrare nella ditta di fa-miglia specializzata in importazione di
legname. Ottenne la parte di Arthur Fon-zarelli quasi per caso e altrettanto per ca-so è diventato uno scrittore di successo
malgrado sia dislessico. La serie di libri
per bambini, esce in Italia nei prossimi
giorni il secondo volume intitolato Hank
Zipzer e la pagella nel tritacarne (Uovo-nero), ha venduto quasi cinque milioni
di copie. Il protagonista è un ragazzino
dislessico e talentuoso, ovviamente. Un
JAIME D’ALESSANDRO
HO IMPIEGATO
ANNI
PER FARE
PACE CON
ME STESSO
I PROGETTI?
UN ROMANZO
SCRITTO DAL
PUNTO DI VISTA
DI UN CANE
“DAI SERIAL TV
AI ROMANZI
LE MIE CARRIERE
IMPOSSIBILI”
BREVE
GUIDA
FRA
CINEMA
E
LETTURE
piccolo eroe che combatte, con parec-chia ironia, il mondo ottuso degli adulti.
«La mia vita ha preso un’altra direzio-ne quando avevo 28 anni, semplicemen-te cambiando il tono della voce in quel
provino per Happy Days». Winkler met-te le mani in tasca, alza lo sguardo e Fon-zie torna in vita d’improvviso. Inizia a
parlare in inglese con uno strepitoso ac-cento italiano, che noi tutti abbiamo per-so essendo il doppiaggio negli anni Set-tanta inevitabile. Un accento molto si-mile, se non identico, a quello che i pro-tagonisti del serial I Soprano sfoggeran-no molto tempo dopo.
«E così Henry, che pensava di sbaglia-re sempre, divenne Fonzie che non sba-gliava mai», prosegue lui. «Grazie a quel-l’intercalare, “heii”… (alza i pollici). Gli
altri attori lo allungavano troppo, il mio
invece era breve, secco. E poi “wow”, an-che quello detto corto. Cominciai con
una serie di battute, in tutto sei righe. E di
puntata in puntata il mio personaggio
crebbe di popolarità. Ma non mi sentivo
una star, nemmeno quando iniziarono
ad arrivare 50 mila lettere a settimana dai
fan (conferma: cinquantamila). Conti-nuavo ad essere basso e quella massa di
lettere non mi faceva crescere di un cen-timetro né mi permetteva di superare i
miei problemi con la dislessia. Ero sem-pre e solo Winkler, con tutti i miei limiti.
Ogni lunedì ci riunivamo per leggere il
copione e ogni lunedì per me era umi-liante. Ron Howard che vestiva i panni di
Richie Cunningham, poi è diventato un
amico fraterno, mi aiutava e mi sostene-va anche il resto del cast. Eppure ho im-piegato anni a sentirmi a mio agio con
me stesso. Sono cambiato perché ero
stufo delle mie insicurezze e stanco de e mie paure. Ho dovuto però staccare dal-le ossa il vecchio Henry pezzo per pezzo».
Il processo cominciò durante un viag-gio. Winkler era in vacanza con il figlioccio
di tre anni Jed e la moglie Stacey. Visitaro-no un villaggio degli indiani Hopi in Arizo-na e Jed al ritorno doveva scrivere un pic-colo tema ma non riuscì a farlo. «Le inse-gnanti dicevano di lui tutto quello che ave-vano detto di me: bravissimo a parlare e
incapace di scrivere, brillante ma svoglia-to, con difficoltà nella concentrazione.
Capii che il mio figlioccio era dislessico,
ma soprattutto venni a sapere a 31 anni
suonati che anche io lo
ero. La scuola per me era
stata una tortura. L’unica
cosa in cui eccellevo era la
pausa pranzo. I miei ge-nitori mi trattavano come
un cretino, mi insultava-no perché facevo fatica a
leggere. Avevo bisogno di
qualcuno che mi soste-nesse, perché mi sentivo
già da solo una nullità, in-vece mi hanno schiaccia-to. Quando stavo in clas-se sognavo di tornare a
casa e di non trovarli più,
speravo scappassero
senza lasciare indirizzi
dove rintracciarli. Ecco
perché ho giurato solen-nemente che non sarei
diventato un genitore si-mile. E ai miei tre figli, che
hanno ereditato la disles-sia, ho insegnato che per
quanto lo studio sia diffi-cile e penoso, non c’entra
nulla con le proprie chan-ce nella vita».
Obiettiamo che la ge-nerazione passata attra-verso la guerra, la stessa
contro la quale da noi si è
scatenato il ‘68, non ave-va certo gli strumenti di
oggi per capire l’infanzia.
Ma Winkler non ci sente.
Anzi, si mette ad imitare la madre con l’ac-cento tedesco facendone una parodia
amara. «Li rispetto per quel che hanno
passato», dice poi serio. «Per esser scap-pati dalla Germania ed aver cominciato
una nuova vita in America. Ma non li per-dono per come si sono comportati con
me. Quando finii in tv e “the Fonz” diven-ne famoso, era il 1974 (negli Usa Happy
Daysvenne trasmesso fra il ‘74 e l’84), si
vantavano. Ma non c’erano stati quando
avevo avuto bisogno di loro».
La seconda carriera, dopo esser diven-tato anche produttore e regista, Winkler
l’ha iniziata nel 2003. Lui si schernisce,
non si reputa nemmeno un autore di be-stseller. «È capitato, non è una cosa che io
abbia inseguito», spiega. «Un’amica, Lin
Oliver (coautrice della serie di Hank Zip-zer), dopo aver saputo quel che avevo pas-sato a scuola mi ha chiesto: perché non ne
scrivi? Ma a me avevano detto per anni che
ero stupido, come avrei mai potuto scri-vere un libro? Mesi dopo la mia amica è
tornata alla carica e allora feci un tentati-vo. Ci vedevamo dalle 10 di mattina alle
due di pomeriggio. Io
parlavo, lei scriveva. In
questo modo abbiamo
dato alle stampe 17 libri
venduti in milioni di co-pie».
Romanzi concepiti da
chi ha problemi a leggere
e fatti per chi, fra i 7 e gli 11
anni, ha le stesse diffi-coltà. «Non compatiamo
i nostri lettori, né li trat-tiamo come delle vittime.
Raccontiamo la verità in
un buon modo, con iro-nia e qualche scorciatoia
che possa dare un po’ di
soddisfazione. Inseren-do ad esempio dei capi-toli di un solo paragrafo
per incoraggiare a prose-guire. Hank è un ragazzo
sveglio malgrado la di-slessia e ha due buoni
amici che a scuola lo pro-teggono. Quelli che io,
per inciso, avrei sempre
voluto avere. Forse non
riuscirà mai a compren-dere davvero cos’è la ma-tematica e continuerà a
penare sui testi, ma è pie-no di talento e ha davanti
a sé tante, tantissime op-portunità che gli apriran-no delle porte quando
meno se l’aspetta».
Così come è capitato anni fa a un giova-ne attore pieno di insicurezze, presenta-tosi ad un provino convinto che nella vita
non avrebbe combinato nulla di buono. E
che ora, da dislessico, si ritrova perfino a
fare lo scrittore. Con un nuovo progetto in
testa, sulla carta difficile quando gli altri
due: un romanzo scritto dal punto di vista
di un cane. «Perché? Non lo so bene», am-mette lui. «Mi sembra divertente l’idea.
Tutto qui».
Iscriviti a:
Commenti (Atom)