MELBOURNE — Sta per conclu-dersi la lunga battaglia legale che ve-de schierata una delle donne più ric-che del mondo, l’australiana Gina
Rinehart, contro due dei suoi stessi
figli.
Una causa iniziata nel settembre
2011 che ruota intorno a un trust da
cinque miliardi di dollari, pari a circa
un quarto del patrimonio di famiglia
nato dal più grande giacimento di
ferro al mondo. Il fondatore della di-nastia, Lang Hancock, lasciò in ere-dità il trust ai suoi quattro nipoti che
l’avrebbero raccolta dopo aver supe-rato i 25 anni. Ma nel 2011, a pochi
giorni dal 25esimo compleanno di
Ginia, la più piccola dei quattro, la
magnate mostrò di non avere nessu-na intenzione di lasciare ai figli il
trust che aveva sempre amministra-to per loro.
«Le tasse sull’eredità vi mande-ranno in bancarotta», avrebbe scrit-to, pianificando di permettere loro
l’accesso soltanto nel 2068. Una scel-ta che non è piaciuta ai legittimi in-teressati. I tre più grandi, John, Bian-ca e Hope, si sono subito rivolti alla
Corte Suprema del New South Wa-les, dove ieri si è aperto il dibatti-mento. «La condotta di nostra madre
nell’amministrazione del trust è sta-ta ingannevole, manipolatoria e ver-gognosa», hanno accusato. Soltanto
la più piccola dei quattro, Ginia, è ri-masta vicina alla magnate. «Questo
caso è motivato soltanto dall’avidi-tà», ha sostenuto tempo fa, venendo
premiata dalla madre con posti chia-ve nella società di famiglia e con re-gali generosi. Mentre Ginia guidava
la sua Rolls-Royce nuova fiammante
da oltre un milione di dollari, i fra-telli, tagliati fuori dall’accesso al
trust, arrancavano per pagare il con-to da 100 mila dollari al mese degli
avvocati, vendendo proprietà, vestiti
e gioielli. La prima a gettare la spu-gna è stata lo scorso marzo Hope, la
terza figlia.
Non si conoscono molti dettagli
della vita dei quattro figli, ma si sa
che tra di loro c’è sempre stata una
forte competitività, incoraggiata
dalla madre. «Di volta in volta cia-scuno di loro è stato elevato al ruolo
di favorito, per poi essere sostituito
da un altro», ha raccontato un amico
di famiglia. Del resto è trapelato più
volte come, nonostante la ricchezza,
i quattro figli non abbiano avuto
un’infanzia felice. «Dormivo con un
martello sotto il cuscino», ha rac-contato in un’intervista la secondo-genita, Bianca, parlando del disagio
che provava vedendo la sua casa
sempre accerchiata dai curiosi. Tor-mentato è anche il primogenito
John, talmente in rotta con la madre
da aver deciso di rinunciare al co-gnome del patrigno, Rinehart, per
prendere quello del nonno, Han-cock. Secondo lui, la madre avrebbe
sempre preferito le figlie avute con il
secondo marito, l’avvocato Frank Ri-nehart, rispetto a lui e Bianca, nati
dal primo matrimonio di Gina con
un dipendente di Lang Hancock,
l’inglese Greg Milton. John, che ha
guidato la battaglia legale contro la
madre, sperava probabilmente di es-sere nominato amministratore fidu-ciario del trust di famiglia. Ieri, a sor-presa, si è però ritirato. «Ho deciso di
fare un passo indietro e di sostenere
la nomina di Bianca», ha detto. Biso-gnerà vedere se la magnate accetterà
la sua secondogenita come ammini-stratrice fiduciaria, mentre Ginia, la
più piccola, ha già fatto sapere di
non essere d’accordo. «Voglio una
persona che sia davvero indipen-dente», ha chiesto tramite i suoi av-vocati.
Comunque vada a finire, sarà Gi-na Rinehart la grande sconfitta, pro-prio lei che lottò a sua volta per otte-nere la sua eredità, quando il padre
la allontanò per sposare l’odiata do-mestica filippina, Rose Porteous. Ora
sono i suoi stessi figli a strapparle la
guida del trust, mentre nascono
dubbi sulla loro volontà di continua-re un giorno l’opera della madre. E
Gina Rinehart, che ha dedicato la sua
vita al più grande giacimento di ferro
del mondo, inizia forse a temere che
l’impero di famiglia non sopravviva
alla terza generazione.
Roberta Giac
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