Da bambina aveva una parete di casa
per dipingere e girava i cantieri
col padre architetto. Da studentessa
di Belle arti sperimentava su di sé:
“Un giorno ero pariolina
e un altro
rockettara”
Oggi, a quarant’anni,
è art director di Gucci
e impone al mondo
un’idea nuova di lusso
e di azienda attenta anche al sociale:
“Non facciamo soltanto cose belle,
ma anche cose buone”
uella notte dello scorso
giugno al Twickenham
Stadium di Londra c’era-no cinquantamila perso-ne, e sull’immenso palco si alternavano
Rita Ora e Madonna, Jennifer Lopez e
Simon Le Bon, James Franco e Jessica
Chastain, ma anche il premio Nobel per
la Pace Leyman Gbowee e tanti altri e, in
un video, pure l’arcivescovo Desmond
Tutu. L’ultima folgorazione per un
pubblico impazzito fu l’apparire di
Beyoncé, presentata da Salma Hayek
Pinault e da Frida Giannini: tre donne
belle e celebri, organizzatrici di quella
indimenticabile serata di gioia e di ge-nerosità, cofondatrici, con Gucci, di
“Chime for Change”, la campagna per
raccogliere fondi destinati a migliorare
la vita di donne e bambine di paesi di-sagiati: «Con più giustizia, più salute,
più istruzione, per consentire loro di li-berarsi dalla povertà, dalla sottomissio-ne, dalla paura. Siamo andati in paesi
dimenticati dalla società del benessere
come il Malawi, e la Gucci ha deciso di
puntare soprattutto sull’istruzione,
perché una bambina o un bambino che
escono dal buio dell’ignoranza, impa-rano ad avere dei diritti, a immaginare
un futuro diverso da quello che gli im-porrebbero l’isolamento e l’abbando-no in cui sono nati. Imparare a leggere
aiuta le donne africane a proteggere i lo-ro figli, le bambine a capire come difen-dersi da violenze e stupri».
Frida Giannini è l’immagine nuova
della donna di potere: direttore artisti-co di tutto ciò che porta il marchio Guc-ci, dagli abiti al museo fiorentino della
maison, è una quarantenne di delicata,
serena bellezza, che si potrebbe defini-re, superando la banalità, botticelliana;
alta e sottile, lunghi capelli biondi lisci,
occhi dorati, carnagione chiara, un’ele-ganza discreta, appunto neogucciana.
Lavorando per il lusso sempre più lus-suoso, invadendo il mondo di oggetti
desiderati perché legati a una firma di
antico, costoso prestigio, quindi desti-nati ai privilegiati di censo, che sono
una moltitudine, o agli sconsiderati di
gusto, che sono una folla, si può prova-re, se si è intelligenti e consci del mon-do, il bisogno di non chiudere gli occhi
sull’immenso popolo di chi si dibatte in
vite di abbandono, fatica, invisibilità,
dolore: il dovere di perdonarsi la fortu-na e il successo occupandosi degli altri,
non solo elargendo denaro, ma anche
impegnandosi personalmente. Dice
Frida Giannini, con autentica soddisfa-zione: «In quella sola notte di giugno a
un concerto live con un miliardo di
spettatori in centocinquanta paesi, ab-biamo raccolto tre milioni di euro e at-traverso Catapult li abbiamo distribuiti
a 84 organizzazioni no-profit ».
La bella signora romana, padre ar-chitetto, madre docente di storia del-l’arte, è cresciuta in una casa dove la cul-tura faceva parte della quotidianità:
«Avevo molta passione per il disegno,
da piccola i miei mi avevano destinato
una parete di casa su cui dipingere con
i pennarelli. Alle elementari mi regala-rono un tecnigrafo, dopo il liceo dove-vo scegliere, tra iscrivermi ad architet-tura o all’Accademia di belle arti. Mio
padre mi portava nei cantieri, mi iscris-si ad architettura ma capii subito che
quella non era la mia vocazione. Intan-to sperimentavo su di me le strade del
look: un giorno ero pariolina, il giorno
dopo rockettara. Scelsi l’Accademia
dove, malgrado la mia passione per i
travestimenti, ero la più sobria. Avevo
insegnanti meravigliosi, come Argan e
Monicelli, e intanto nasceva in me la
passione per la moda, non perdevo una
rivista. Ho fatto il classico percorso, da
studente a stagista in varie aziende,
sempre non pagata, ho raggiunto il mio
primo contratto di formazione lavoro, e
poi di nuovo precaria. Sono state espe-rienze importanti, ho imparato a stare
sempre al mio posto, con umiltà ma an-che molta curiosità, molta voglia di im-parare e capire. A 25 anni ho avuto la for-tuna di essere chiamata da Fendi, un’a-zienda di donne, le cinque famose so-relle, più figlie e nipoti: non ho mai do-vuto neppure agli inizi dare gomitate
come deve fare una donna in un mon-do di uomini».
Non erano più i favolosi anni ’90, ma
la moda italiana continuava a brillare e
a fare affari e i nostri grandi marchi ave-vano cominciato a interessare i potenti
gruppi stranieri del lusso, che si con-tendevano i giovani creativi. La Gucci,
diventata da qualche anno di proprietà
del gruppo francese PPR, chiamò nel
2002 la giovane Frida come direttore
stilistico della borsetteria. In azienda
imperava Tom Ford, il creatore texano
che aveva fatto credere alle donne che
bastava un vestito da dominatrice cru-dele per sedurre il mondo: per questa il-lusione le donne lo adoravano, e il suo
successo era tale che a ogni sua sfilata
cadevano in deliquio. Frida era una
trentenne in jeans e camicia bianca che
nel marchio ipersessualizzato riporta-va con la sua persona, in un momento
di grande cambiamento sociale ed eco-nomico, l’immagine di una nuova don-na, seducente per classe, eleganza, rite-gno, intelligenza. La sua carriera nell’a-zienda fiorentina, nata nel 1921, è stata
fulminea: nel 2004 diventa direttore
creativo di tutti gli accessori, dopo la
rottura tra Gucci e Tom Ford, nel 2005 la
nominano direttore creativo dell’abbi-gliamento donna, l’anno dopo anche di
quello uomo. Oggi col suo gruppo stili-stico di decine di persone impone la sua
visione del lusso, fatto di raffinatezza,
equilibrio, ricerca, rispetto della perso-na e dell’ambiente, su tutto ciò che por-ta il celebre marchio. Partendo dalle
meraviglie dell’archivio storico Gucci e
chiedendo ai fornitori, sempre italiani,
di studiare nuovi materiali, privilegian-do quelli, come dice lei “ecosensibi-li”:«Tutto è certificato, all’interno della
nostra filiera produttiva: abbiamo al-meno duemila controlli l’anno. Usia-mo tessuti jeans che non abbiano subi-to lavaggi dannosi, né la famosa sabbia-tura, molto pericolosa per chi la lavora.
Usiamo nuova resine per fare gli oc-chiali, certe ricavate persino da semi di
ricino; ci impegniamo perché tutto sia
biodegradabile, come certe gomme
per le sneakers, o riciclabile, come tutto
il packaging. Per la conceria, cerchiamo
di usare pelli non lavorate col cromo. E
abbiamo creato una linea di borse con
un logo speciale, Green Carpet Chal-lenge, fatte con pelli di animali allevati
in pascoli non ottenuti distruggendo la
foresta amazzonica».
Non è facile assuefarsi all’idea che il
lusso, giudicato dai moralisti, e spesso a
ragione, come peccato, spreco, sfrutta-mento, gelido business, possa anche
avere un fine umanitario: e per esempio
la signora Giannini ha accettato di crea-re una linea Gucci per bambini, certo fi-gli di genitori non indigenti e forse esa-gerati, (infatti va benissimo), «solo se
prodotta tutta in Italia, e non in Thai-landia, Pakistan o Cina, dove i controlli
sono difficili: e devolvendo un milione
di euro l’anno all’Unicef». Dal 2005,
Gucci ha donato all’Unicef più di 14 mi-lioni di dollari, per sostenere tra l’altro i
progetti educativi per l’Aids nell’Africa
subsahariana. Quindi i clienti nei nuo-vi paradisi della ricchezza come Russia
e Cina, e pure in Europa e in Italia, in cri-si ma non troppo (si è da poco inaugu-rato a Milano, di fronte a Brera, un son-tuoso negozio Gucci a tre piani solo per
uomo), che collezionano spensierata-mente borse, valigie, profumi e giacche
come fossero cartoline, possono sen-tirsi buoni, anche se non eccessiva-mente interessati al fatto che una parte
di quello che spendono finisca per
esempio nelle regioni sperdute della
Cina per curare una grave malattia ocu-lare che colpisce laggiù dodici milioni
di bambini. L’azienda francofiorentina
ha venduto l’anno scorso per 3,1 miliar-di di euro, impiega direttamente otto-mila persone nel mondo, alimentando
un indotto di 45 mila, delle quali 7 mila
attorno a Firenze. «Non facciamo solo
cose belle, ma anche cose buone» dice
sorridendo Frida Giannini. Anche buo-nissime, come la piccina di ormai cin-que mesi, figlia sua e del presidente del-la maison Patrizio Di Marco. «Abbiamo
un’intesa personale e professionale, io
ho imparato a non farmi divorare dal la-voro e dall’ansia, arriva un momento in
cui stacco, torno a casa, preparo un
piatto di spaghetti, sto con la mia bam-bina. Fuori dall’azienda, il mio compa-gno e io non parliamo mai di lavoro, ma
delle tante cose belle che ci interessano
e ci accomunano. Abbiamo deciso per
ora di non vivere insieme per non farci
spegnere dalla quotidianità e avere i
nostri momenti di solitudine».
Anche il cinema ringrazia il logo di
due G, passione di Frida e storia del
marchio negli anni ’60, quando arriva-vano a Roma i divi americani e assaliva-no le raffinate boutique del centro. «Dal
2006 sovvenzioniamo la Film Founda-tion di Martin Scorsese per il restauro di
capolavori soprattutto italiani, come Le
amichedi Antonioni, Il gattopardo di
Visconti, La dolce vita di Fellini, Il caso
Mattei di Rosi. Ma crediamo anche nei
giovani e nel futuro del cinema, e colla-boriamo con la Biennale di Venezia al
progetto College, di formazione, ricer-ca e sperimentazione». Alla prossima
mostra vedremo le prime opere.
martedì 22 ottobre 2013
domenica 20 ottobre 2013
La sfida del re degli scoop “Lascio il Guardian per eBay”
D
allo scoop dell’an-no nasce un’impre-sa che cercherà di
farne uno dietro
l’altro. Glenn
Greenwald, il blogger-giornali-sta che ha scritto per il Guardian
le rivelazioni del Datagate, la-scia il quotidiano londinese per
fondare un portale di giornali-smo investigativo on line finan-ziato niente di meno che da
eBay, il sito su cui si commercia
liberamente di tutto, uno dei gi-ganti della rivoluzione digitale.
E’ una di quelle alleanze che
potrebbero nascere soltanto dal
web. Greenwald, americano, una
sorta di Robin Hood delle inchie-ste, vive da tempo in Brasile con il
suo partner: se fosse in Gran Bre-tagna rischierebbe di essere arre-stato ed estradato negli Stati Uni-ti come complice di Edward
Snowden, la “talpa” della Nsa e
della Cia che ha fornito a lui, al
quotidiano londinese e al Wa-shington Post il dossier sulle in-tercettazioni di massa di email e
telefonate da parte dei governi
americani e britannici. Pierre
Omydar, fondatore di eBay, è un
iraniano nato in Francia e natura-lizzato statunitense con una for-tuna stimata in 8 miliardi e mezzo
di dollari, che in passato ha elo-giato su Twitter il lavoro di
Greenwald e ora gli ha fatto «una
di quelle offerte che capitano una
sola volta nella vita», come la de-finisce lo stesso protagonista.
Non è perciò qualche dissenso
con il Guardianall’origine della
decisione di lasciare il giornale e
mettersi in proprio, bensì la pos-sibilità di creare qualcosa di più
grosso, un’agenzia online di cac-ciatori di scoop, con vasti mezzi e
grandi ambizioni.
Il nome della nuova organizza-zione non è ancora noto. Si sa
però che ne faranno parte, oltre a
Greenwald nei panni di direttore,
Laura Poitras, la documentarista
che lo ha messo per prima in con-tatto con Snowden, e Jeremy
Scahill, un giornalista esperto di
questioni di sicurezza nazionale
che ha lavorato finora a The Na-tion , storico settimanale di sini-stra americano. Ma di assunzioni
ce ne saranno molte altre, lascia
capire il neo-direttore, così come
sedi a New York, Washington e
San Francisco e indagini in ogni
campo. Omydar aveva già dimo-strato il suo interesse per i media
d’inchiesta finanziando l ’Hono-lulu Civil Beat, una testata delle
Hawaii il cui pezzo forte era il gior-nalismo investigativo e che ora si
è alleata con l’ Huffington Postper
creare il sito HuffPost Hawaii.
In America finora esisteva un
solo sito dedicato agli scoop inve-stigativi, ProPublica , che ha già
vinto un premio Pulitzer dimo-strando quanto il web possa or-mai fare concorrenza a giornali di
carta con storia centenaria. «La
decisione di lasciare il Guardian
non è stata facile, abbiamo avuto
una collaborazione estrema-mente fruttuosa e soddisfacente,
ho grande rispetto per il giornale
e per i giornalisti con cui ho lavo-rato e sono incredibilmente or-goglioso dei risultati che abbia-mo raggiunto insieme - afferma
Greenwald - ma questa era una ti-pica offerta che non si può rifiuta-re. Saremo pieni di soldi, non
avremo alcuna particolare ideo-logia politica, sebbene mettere in
piedi un’organizzazione che usa
il giornalismo per inchiodare il
potere alle sue responsabilità è in
un certo senso un’ideologia».
Il direttore del Guardian,Alan
Rusbridger, si è detto “dispiaciu-to” di perdere Greenwald, una fir-ma di prestigio del quotidiano
progressista inglese, autore di va-ri scoop, ma ha detto di compren-dere le ragioni della sua scelta e gli
fa gli auguri per la sua «nuova e
molto interessante avventura».
Greenwald è anche l’unico ad
avere l’intero archivio di docu-menti riservati forniti da Snow-den ai giornali, un tesoro scot-tante che sarebbe stato sicura-mente requisito se fosse stato
nella sede del Guardian(anche
per questo il suo direttore ne ha
mandato una copia a un destina-tario segreto negli Usa).
Proprio ieri il primo ministro
britannico David Cameron ha
detto in parlamento che secondo
lui il Guardian dovrebbe essere
messo sotto inchiesta per avere
pubblicato le rivelazioni di Snow-den. Nuovi dati sulla mole im-mensa di intercettazioni sono
stati pubblicati dal Washington
Post : in un solo giorno, nel 2012, la
National Security Agency ameri-cana ha intercettato 444mila liste
di contatti email da Yahoo, 82 mi-la da Facebook e 33mila da Gmail.
Gli scoop sul Datagate, insomma,
andranno avanti, anche con
Snowden in esilio a Mosca e
Greenwald praticamente impos-sibilitato a tornare negli Usa: per-fino il suo partner, David Miran-da, rischia l’arresto se andasse in
America, mentre in Brasile la cop-pia si sente relativamente al sicu-ro. A loro del resto basta poter na-vigare sul web, non hanno biso-gno di spostarsi fisicamente per
fare inchieste e rivelazioni.
Paradossalmente, però,
Greenwald avrebbe voluto aspet-tare ancora qualche giorno prima
di rendere pubblica la sua nuova
iniziativa: ma è stato bruciato da
una soffiata, la notizia ieri circola-va già su internet e allora il diretto
interessato ha deciso di annun-ciarla subito. Anche il re degli
scoop, nella nuova era digitale, ne
ha subito uno sulla propria pelle
allo scoop dell’an-no nasce un’impre-sa che cercherà di
farne uno dietro
l’altro. Glenn
Greenwald, il blogger-giornali-sta che ha scritto per il Guardian
le rivelazioni del Datagate, la-scia il quotidiano londinese per
fondare un portale di giornali-smo investigativo on line finan-ziato niente di meno che da
eBay, il sito su cui si commercia
liberamente di tutto, uno dei gi-ganti della rivoluzione digitale.
E’ una di quelle alleanze che
potrebbero nascere soltanto dal
web. Greenwald, americano, una
sorta di Robin Hood delle inchie-ste, vive da tempo in Brasile con il
suo partner: se fosse in Gran Bre-tagna rischierebbe di essere arre-stato ed estradato negli Stati Uni-ti come complice di Edward
Snowden, la “talpa” della Nsa e
della Cia che ha fornito a lui, al
quotidiano londinese e al Wa-shington Post il dossier sulle in-tercettazioni di massa di email e
telefonate da parte dei governi
americani e britannici. Pierre
Omydar, fondatore di eBay, è un
iraniano nato in Francia e natura-lizzato statunitense con una for-tuna stimata in 8 miliardi e mezzo
di dollari, che in passato ha elo-giato su Twitter il lavoro di
Greenwald e ora gli ha fatto «una
di quelle offerte che capitano una
sola volta nella vita», come la de-finisce lo stesso protagonista.
Non è perciò qualche dissenso
con il Guardianall’origine della
decisione di lasciare il giornale e
mettersi in proprio, bensì la pos-sibilità di creare qualcosa di più
grosso, un’agenzia online di cac-ciatori di scoop, con vasti mezzi e
grandi ambizioni.
Il nome della nuova organizza-zione non è ancora noto. Si sa
però che ne faranno parte, oltre a
Greenwald nei panni di direttore,
Laura Poitras, la documentarista
che lo ha messo per prima in con-tatto con Snowden, e Jeremy
Scahill, un giornalista esperto di
questioni di sicurezza nazionale
che ha lavorato finora a The Na-tion , storico settimanale di sini-stra americano. Ma di assunzioni
ce ne saranno molte altre, lascia
capire il neo-direttore, così come
sedi a New York, Washington e
San Francisco e indagini in ogni
campo. Omydar aveva già dimo-strato il suo interesse per i media
d’inchiesta finanziando l ’Hono-lulu Civil Beat, una testata delle
Hawaii il cui pezzo forte era il gior-nalismo investigativo e che ora si
è alleata con l’ Huffington Postper
creare il sito HuffPost Hawaii.
In America finora esisteva un
solo sito dedicato agli scoop inve-stigativi, ProPublica , che ha già
vinto un premio Pulitzer dimo-strando quanto il web possa or-mai fare concorrenza a giornali di
carta con storia centenaria. «La
decisione di lasciare il Guardian
non è stata facile, abbiamo avuto
una collaborazione estrema-mente fruttuosa e soddisfacente,
ho grande rispetto per il giornale
e per i giornalisti con cui ho lavo-rato e sono incredibilmente or-goglioso dei risultati che abbia-mo raggiunto insieme - afferma
Greenwald - ma questa era una ti-pica offerta che non si può rifiuta-re. Saremo pieni di soldi, non
avremo alcuna particolare ideo-logia politica, sebbene mettere in
piedi un’organizzazione che usa
il giornalismo per inchiodare il
potere alle sue responsabilità è in
un certo senso un’ideologia».
Il direttore del Guardian,Alan
Rusbridger, si è detto “dispiaciu-to” di perdere Greenwald, una fir-ma di prestigio del quotidiano
progressista inglese, autore di va-ri scoop, ma ha detto di compren-dere le ragioni della sua scelta e gli
fa gli auguri per la sua «nuova e
molto interessante avventura».
Greenwald è anche l’unico ad
avere l’intero archivio di docu-menti riservati forniti da Snow-den ai giornali, un tesoro scot-tante che sarebbe stato sicura-mente requisito se fosse stato
nella sede del Guardian(anche
per questo il suo direttore ne ha
mandato una copia a un destina-tario segreto negli Usa).
Proprio ieri il primo ministro
britannico David Cameron ha
detto in parlamento che secondo
lui il Guardian dovrebbe essere
messo sotto inchiesta per avere
pubblicato le rivelazioni di Snow-den. Nuovi dati sulla mole im-mensa di intercettazioni sono
stati pubblicati dal Washington
Post : in un solo giorno, nel 2012, la
National Security Agency ameri-cana ha intercettato 444mila liste
di contatti email da Yahoo, 82 mi-la da Facebook e 33mila da Gmail.
Gli scoop sul Datagate, insomma,
andranno avanti, anche con
Snowden in esilio a Mosca e
Greenwald praticamente impos-sibilitato a tornare negli Usa: per-fino il suo partner, David Miran-da, rischia l’arresto se andasse in
America, mentre in Brasile la cop-pia si sente relativamente al sicu-ro. A loro del resto basta poter na-vigare sul web, non hanno biso-gno di spostarsi fisicamente per
fare inchieste e rivelazioni.
Paradossalmente, però,
Greenwald avrebbe voluto aspet-tare ancora qualche giorno prima
di rendere pubblica la sua nuova
iniziativa: ma è stato bruciato da
una soffiata, la notizia ieri circola-va già su internet e allora il diretto
interessato ha deciso di annun-ciarla subito. Anche il re degli
scoop, nella nuova era digitale, ne
ha subito uno sulla propria pelle
Lapo Elkann: “Vi racconto la mia vita con il male”
È il momento di dire la verità: dai 13 anni, in collegio, ho vissuto
cose brutte. Parlo di abusi fisici. Sessuali”. Il nipote dell’Av vo c a to
racconta il passato mai svelato prima. E parla del rapporto ritrovato
con la madre, degli attacchi di Della Valle, della caduta di
Berlusconi e delle lezioni di Kissinger
Lapo Elkann è nato a New York il 7 ottobre 1977. È il
secondo figlio di Margherita Agnelli e Alain Elkann,
e nipote dell’avvocato Gianni Agnelli. Si diploma
a Parigi e studia Relazioni internazionali alla Euro-
pean Business School di Londra. Presta servizio mi-
litare nel corpo degli Alpini. È presidente e fondatore
di LA Holding, LA s.r.l., Italia Independent e Indepen-dent Ideas. È consulente di Ferrari. È stato respon-sabile Brand promotion Fiat Group per cui ha ideato
alcune felici campagne pubblicitarie, rilanciando
l'immagine del gruppo e fornendo tra l'altro il suo
apporto al lancio di gadget di diversa natura, primi
fra tutti, le felpe con il marchio vintage della casa
automobilistica torinese e il lancio della Fiat Gran-de Punto
P
oi il momento arriva: “Per
dire la verità, per smetterla
di nascondere le cose, per
affrontare quel che mi è
successo ed essere onesto,
con me stesso e gli altri”. Da
36 anni, con relativa fantasia, Lapo Elkann è
declinato sempre con la stessa nota. Alter-nativamente raccontato come l’erede incon-cludente, l’eterna promes-sa, il ragazzo selvaggio per-so nell’apparenza, l’esteta
annegato negli amori di
frontiera, negli errori e nei
vizi. “Oggi sono schiavo so-lo delle sigarette” dice. E
mentre aggredisce un pac-chetto di Marlboro, libera i
silenzi rimasti chiusi a chia-ve. Li tira fuori senza filtro,
una boccata dopo l’altra, e
in una nuvola di fumo, ve-stito di velluto arancione,
scherza: “Quando Torino è
così grigia bisogna fregarla
con il colore”.
Lapo affronta le curve della
memoria senza freni. Va ve-loce. Si schianta spesso. Ri-parte sempre. Guarda nello
specchietto retrovisore del
passato e vede l’infanzia, la
dislessia, i traumi mai svelati
prima, le incomprensioni e i
sensi di colpa. Li osserva con
la malinconica consapevo-lezza del sopravvissuto. Sot-to le luci del neon, parla per
quattro ore. Soffre, ride, si
cerca dentro.
Tortura il volto tra le mani e
non smette di rievocare
neanche quando in una va-schetta di alluminio, arriva
una milanese da divorare al
ritmo di un’intensa seduta di
autoanalisi. Sull’epopea me-diatica che ne segue ogni
passo riverberandone un’im -magine alterata, ha le idee
chiare: “In Italia l’eccentricità
non è ben accetta perché non
sei incasellabile in una sca-tola. E io di essere messo in
una scatola non ho voglia.
Credo di averne il diritto. Io
non sono solo una persona
leggera, un imprenditore, il
nipote di Gianni Agnelli o il
figlio di Margherita. Sono
tantissime altre cose. Ho le
mie sfaccettature e i miei di-fetti, ma forse la mia fortu-na è che i miei difetti sono
stati resi pubblici costrin-gendomi ad affrontarli.
Uno sforzo che mi ha reso
più umano. Più libero. Sono
a un punto della mia vita in
cui ho deciso di essere coe-rente al cento per cento”.
Nell’ufficio torinese, cir-condato dai coetanei che la-vorano alla creazione dei
suoi occhiali dal nome scio-vinista: “Italia indepen-dent”, diffusione planetaria
e quotazione borsistica da
decine di milioni di euro,
brillano lenti di tutti i tipi. Occhiali che gal-leggiano. Occhiali che puoi torcere. Occhiali
di legno, di velluto. Leggeri, pesanti, per la
fauna e l’amazzonia, a tinte arcobaleno per il
Gay Pride e neri in stile Batman per il volto
di Lady Gaga: “Provateli, sono in Carbonio”.
Lapo si muove tra le stanze e ci vede be-nissimo. In fondo ai ricordi c’è una camerata
e una divisa verde.
Brigata Taurinense, fine anni Novanta. Sol-dato semplice Lapo Elkann: “Non sono mai
stato un chierichetto e qualche cazzata, anzi
più di qualche cazzata, l’ho fatta anch’io. Non
sono stato perfetto neanche durante la leva.
Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a
Cuneo, come diceva Totò”La leva finì in commedia?
Mio nonno voleva che facessi l’allievo ufficiale.
Ma io non ne avevo alcuna intenzione. Grazie a
Dio ero già ipertatuato. Mi declassarono. Che
soddisfazione.
Pe rc h é ?
Così non ero tra i raccomandati. Però i com-militoni mi vedevano lo stesso come un mar-ziano. Un volontario di carriera mi provocava.
Quando mi vedeva lavare i piatti mi prendeva
per il culo: “Agnellino di merda, pulisci anche
questo”. Allora mi sono incaz-zato.
E che è successo?
Sarò anche buono e non sono
cinico, ma so come difender-mi. Sono uscito dalla mensa ed
è finita a botte. Non dico che
ho fatto bene, i pugni non sono
mai una soluzione, ma da quel
giorno mi hanno rispettato
tutti. Non ero più solo il co-gnome o la mezza calza senza
coraggio, ma Lapo. Il Capitano
Valle però non era d’accordo e
mi diede qualche giorno di ca-mera di consegna. Ho avuto
sfiga, tifava per il Toro.
Che disse?
“Elkann, dove credi di esse-re?”. Gli spiegai che poteva pu-nirmi. Ma se provocato anco-ra, pur essendo un non vio-lento, l’avrei rifatto. Accetto
tutto, non gli insulti alla mia
famiglia.
LA FAMIGLIA
Eredità pesante sin da bambi-n o?
Da piccolo non capivo che co-sa avevamo di così speciale.
Anche perché io volevo fare il
negoziante. Vedevo i miei
amici francesi, ebrei sefarditi,
con le loro botteghe, sempre
pieni di contanti. Si potevano
comprare i vestiti e mille altre
cose. Io mi vendevo gli stivali
da cow boy in lucertola e il
giubbotto dell’Avirex per
comprarmi il motorino. Vole-vo essere come loro, che invece
mi guardavano stupiti e mi di-cevano: “Ma che vuoi? Tu hai
le fabbriche”.
Non doveva essere male cre-scere tra cavallini rampanti e
autografi di Platini.
Il mio film preferito era Big.
Vedi Tom Hanks da bambino
circondato da macchinine. Io
avevo proprio la fissa. Andavo
da mio nonno e gli chiedevo:
“Scusa, se tu fai le macchine
perché non posso avere le mi-ni-macchine anch’io?”. Quan-do ci hanno regalato il go kart,
a Villar Perosa, è stato un so-gno. Giravamo da mattina a
sera. Le estati più belle, disin-volte e libere della mia vita.
C’erano mio fratello e i cugini
a cui di notte mettevo il den-tifricio nelle orecchie. Invece
mia sorella Ginevra era diver-sissima: lei bruna, io biondo.
Ci scambiavano per fidanzati.
Ce la ridevamo.
LE FERITE
Eravate tutti a scuola insieme?
No, perché in classe avevo grandi difficoltà. Ero
dislessico, amavo solo le lingue e la storia. Ero
molto più bravo a parlare che a scrivere. Dun-que i miei fratelli sono rimasti al liceo pubblico,
e io, che ero il secondo di otto, sono stato spe-dito in collegio, dai gesuiti. L’ho vissuta come
una vera e propria punizione.
Come mai?
Da quando ho compiuto 13 anni ho vissuto
cose dolorose che poi mi hanno creato grosse
difficoltà nella vita. Cose capitate a me e ad altri
ragazzi. Parlo di abusi fisici. Sessuali. Mi è ac-caduto, li ho subiti. Altre persone che hanno
vissuto cose simili non sono riuscite ad affron-tarle. Il mio migliore amico, che era in collegio
con me per quasi 10 anni e ha vissuto quello che
ho vissuto io, si è ammazzato un anno e mezzo
fa. Non ne ho mai parlato prima anche perché
voglio che questa storia serva a qualcuno. Sto
pensando a una fondazione. Voglio aiutare chi
ha passato quello che ho passato io. Parlare è
giusto, ma facendo qualcosa di utile, di po-sitivo.
Che impatto hanno avuto queste esperienze
nella tua vita?
Tu puoi essere una persona solare e positiva,
ma certe cose, quelle cose, riescono a confic-carti il male dentro. Però io non mi considero
una vittima, le vittime sono altre.
Come si affronta un trauma simile?
Ho dovuto fare un enorme lavoro su me stesso,
anche vedere cose che non avevo voglia di ve-dere. Non nasconderle più. Non nascondermi.
Ho dovuto essere sincero con me stesso e con
gli altri. Anche perché quando si ammazza il
tuo migliore amico ti metti in discussione. Ti
fai delle domande. Avrei potuto fare qualcosa?
Stargli più vicino? Me lo sono chiesto anche
quando è morto mio zio Edoardo.
Il figlio di Gianni Agnelli scomparso nel 2000.
A mio zio penso molto spesso. Mi manca. Mi
mancano anche tutti gli altri: mio nonno, Gio-vannino, Umberto, mio cugino Filippo, che se
ne è appena andato. Tutti. Però Edoardo era
una persona speciale. Atipica. Che ha vissuto
una vita estremamente travagliata. Certe cose
dure che ha vissuto, oggi le capisco ancora me-glio di ieri. E ho sempre un grande dolore nel
pensare che si sarebbe potuto fare di più. Che
avremmo dovuto fare tutti di più.
L’AV VO C ATO
Hai detto che essere nipote dell’Avvocato è sta-to più facile che esserne il figlio.
Molto più facile. Essere figlio di Gianni Agnelli
non poteva essere una passeggiata di salute.
Sono sicuro che non sia stato semplice averlo
come padre. Perché il nonno te lo puoi godere,
ma un genitore ti deve educare. Da giovane
volevo somigliare a mio nonno. Era il mio
esempio, il mio modello. Pensavo esistesse sololui. Poi ho capito che il nonno era il nonno e io
sono solo io. È giusto così. Oggi non ho più
nessuna voglia di essere come lui, il che non
vuol dire che non lo rispetti. Però io sono di-verso.
Pensi di avere più cose in comune con tua non-na, donna Marella?
Non faccio mai confronti. I paragoni sono pe-ricolosi. Presuntuosi. Sarebbe facile sostenere
che mia nonna è bella ed elegante, ma pre-ferisco dire che è una donna forte e veramente
buona. Una persona che mi è stata vicina nei
momenti più bui. Quando ho sofferto di più, lei
c’era. Con grande generosità. Buona com’era
anche la madre di mio padre, nonna Carla che
hanno rapito nel 1977 eppure non ha mai perso
la gioia di vivere.
Si parla da anni della rottura con Margherita
Agnelli.
Non è vero che non parlo con mia madre. Nei
rapporti umani ci sono delle fasi. Succede con
fratelli, amici, cugini e anche con i genitori.Non sono fiero di certe cose che ho detto su di
lei e del modo in cui le ho dette, ma ho i miei
limiti, non ho mai preteso di essere perfetto.
Ho avuto momenti di grande insicurezza e
sofferenza personale e professionale che mi
hanno portato a essere duro, freddo e, a volte,
verbalmente violento. Poi io e mia madre ci
siamo confrontati. Ma quello che ci siamo detti
riguarda solo noi, non lo condivido con i gior-nali. E anche se oggi con lei ho un dialogo nel
quale di certe cose non si parla e non si discute,
il rapporto è costruttivo. E auspico che con il
tempo migliori. Parto sempre dal presupposto
che se c’è buona volontà da entrambe le parti,
le cose possano prendere una buona piega. An-che perché so che per me è basilare.
LE DONNE
Per arrivare a cosa?
Io nasco da lei. Non da un’altra donna. E se un
domani voglio costruire una famiglia tutta mia
so che il rapporto con mia madre è fonda-mentale per avere una relazione sana con le
donne, per non nutrire uno spirito vendica-tivo, o cattivo nei confronti delle donne in
generale.
Ci pensi davvero, a mettere la testa a posto?
Una volta pensavo che sarei stato ricco solo
dopo aver guadagnato da solo i miei soldi. Og-gi credo che la vera ricchezza non dipenda da
quanti zeri hai sul conto in banca. Ma da come
stai interiormente. E io ho ancora tanta strada
davanti. Per me farcela significa conquistare
una vita normale e creare la mia famiglia, averdei bambini. Non vedo la mia vita senza moglie
e figli. Ho 36 anni, entro i 40 ci arrivo.
È vero che vuoi chiamare tua figlia Italia?
Certo che è vero. Sempre che la moglie sia
d’accordo. Come esistono Asia e India, perché
Italia non va bene?
L’ I TA L I A
Sei innamorato di un Paese che va sempre peg-g i o.
Non sono d’accordo. I problemi ci sono, ma
anche i segnali positivi. Guardate questo Papa,
è fantastico, umano, moderno. E anche se il
Vaticano non è in Italia, la sua influenza si
sente parecchio. L’Italia soffre, ma non è scon-fitta. Solo che dovremmo evitare di prenderci a
schiaffi da soli. C’è un enorme potenziale non
espresso.
Per esempio?
Si parla tanto di Alitalia, ma ancora prima bi-sogna guardare ai problemi strutturali. Abbia-mo infrastrutture inadeguate. Gli aeroporti,
per dire, vengono gestiti molto male. Se atterri
a Madrid o a Barcellona – e cito la Spagna
perché sta peggio di noi – puoi passare la gior-nata a girare i duty free senza annoiarti. A
Fiumicino un’esperienza come quella raccon-tata nel film The Terminalme la risparmio vo-lentieri.
E del declino di Berlusconi cosa pensi?
Non sono paraculo né finto, e a differenza di
molti altri dirò le cose come stanno. Ammetto
che io Berlusconi, nel ’94, l’ho votato. Nel suo
lavoro aveva creato slancio e pensavo potessereplicare lo stesso schema in politica. Poi mol-to di quel che era stato promesso non è stato
fatto e io non l’ho votato più. Come impren-ditore e italiano il mio scopo non è dimen-ticarmi delle tasse. Guadagno e sono contento
di pagarle. Poi Berlusconi che pure non è un
mio amico, non mi sta affatto sulle palle. Non
partecipo al tiro al bersaglio. Qui da sempre
prima si fa un applauso, poi si prepara il plo-tone di esecuzione. Troppo comodo.
La sua epoca è davvero finita?
È una domanda complessa. Berlusconi non è
solo un individuo. È un sistema: un modo di
pensare, comportarsi, comunicare. Ha com-piuto errori, come tanti altri, ma sarei stato
felice se avesse fatto di più. Per me non è mai
stata questione di destra o di sinistra. Non fac-cio il radical chic, né fingo di essere comunista
o di sinistra. Di principe rosso ce n’era uno e si
chiamava Carlo Caracciolo. Fantastico e ini-mitabile, ma io sono diverso.
Oggi governano Letta e Alfano, il parricida.
Possono fare un buon lavoro e anagraficamen-te, il tempo è dalla loro parte. Quando c’è stato
lo show down nel Pdl, ho cercato il numero di
Alfano che incontro spesso in treno e poi l’ho
chiamato: “Lei ha dato prova di avere grandi
coglioni”, gli ho detto.
L’Huffington Post Italia in primavera titolava
‘Elkann vota Grillo’.
Impossibile, ero in America, non avrei potuto
neanche volendo. Ma non l’avrei votato co-munque.
Nella stessa intervista si riferisce di un tuo du-ro giudizio su Renzi: “Si è venduto a Bersani
per un piatto di lenticchie”.
Impossibile anche questo. Non ho mai parlato
male di Renzi. Mi pare uno che si comporta
nello stesso modo che abbia davanti un ca-meriere o il presidente della Repubblica. Un
atteggiamento che mi piace. Troppo facile gio-care a fare il duro con chi lavora per te, meno
semplice farlo con chi ha più capacità, intel-ligenza o palle di te.
Guarda che ti invita a pranzo.
All’epoca del mio incidente di percorso Renzi
mi scrisse una lettera estremamente gentile e
umana. Altri dissero cose più sgradevoli. Fini
dichiarò che mi dovevo vergognare. Quando
penso ai politici separati dalla realtà, appartati
in comode salette e circondati da guardie del
corpo, penso a gente come lui.
ZITTI E MUTI
Un altro uomo di potere che critica spesso gli
Agnelli è Diego della Valle.
Sono amico di suo figlio, ma a Diego Della
Valle che ho incrociato spesso, non ho mai
risposto nel merito. Un po’ perché credo che
quando dice: “Parlano i risultati” abbia ragione
mio fratello. Un po’ perché non sono un tut-tologo e su certi temi, mi astengo. Come im-prenditore Della Valle ha fatto un gran cam-mino, ma non basta trasformare un’aziendina
in un’aziendona per far di te uno che può par-lar di tutto e di tutti. Della Valle non se l’è presa
soltanto con la mia famiglia, ma anche e in
maniera poco graziosa, con Giorgio Armani.
Ha detto che avrebbe dovuto restaurare il Ca-stello Sforzesco come lui aveva fatto con il Co-losseo.
Armani cosa ha risposto?
Gli ha fatto sapere che se deve far beneficenza
lo fa con i suoi soldi e non con quelli degli
azionisti e che in ogni caso, non ha bisogno di
sbandierarlo. Nella storia italiana esistono due
GA. Uno era Gianni Agnelli, l’altro è Giorgio
Armani e allora zitti e muti perché Armani è
uno che si è fatto da solo, è un esempio di
distinzione, garbo ed eleganza, è in ufficio alle
7 e 30 del mattino e rappresenta l’Italia in giro
per il mondo al massimo livello. Detto questo,
non ho nessuna animosità né nessuna pole-mica da rialimentare con Della Valle. Spero
capisca che è inutile perder tempo e che oggi il
Paese non ha bisogno di conflitti interni né di
piccoli giochi di potere. Ci sono imprenditori
interessati ai Cda delle banche e dei giornali,
ma c’è anche chi, di quel sistema, non ha voglia
di far parte né oggi né domani. In generale, se
devo confrontarmi con gente con cui non vado
d’accordo, la chiamo direttamente. Non ho bi-sogno di pubblicità e se posso averne meno,
sono anzi più sereno. Provoca dicendo che la
mia famiglia ama andare in barca a vela. É vero,
ma gli ricordo che io la barca l’affitto, lui ce l’ha
di proprietà LA FIAT
Della Valle se la prende con la Fiat che delo-calizza. Come giudichi le scelte di Marchionne?
Prima di lui la Fiat era un’azienda europea,
oggi è mondiale. Marchionne non aveva mol-te opzioni. L’alternativa era tra vivere e mo-rire. Penso abbia scelto bene. E vedo la de-localizzazione come una forma di internazio-nalizzazione. Ma parlo da
azionista, in Fiat non lavoro
più dal 2005, quando mi di-misi.
Prima di quello scandalo le-gato alle tue dipendenze si
parlava di te come futuro
presidente della Ferrari. È un
sogno che coltivi ancora?
A Maranello vado circa cin-que giorni al mese, ho un
contratto di consulenza. Le
macchine sono il mio primo
amore, una vera passione.
Ma il lavoro che faccio ora
con “Italia Independent”
non è un gioco. Ci sono fa-miglie che dipendono da
me, prospettive, orizzonti
che, al momento, nel mon-do dell’auto non ci sono.
La prima esperienza nelle
aziende di famiglia è stata
però alla Piaggio di Pontede-ra, sotto falso nome.
Io ero il terzo in linea di
montaggio, linea 2 amortiz-zatore-cavalletto in un con-testo molto comunista e iper
incazzoso. C’era un operaio
che si vestiva come mio
nonno. Si metteva l’orologio
sulla camicia. Era il figo del-la linea di montaggio, io non
volevo farmi scoprire, ero
discreto e mi vestivo con le
canotte da Renegade, quelle
con l’aquila. Questo mi
prendeva da parte e diceva
ad alta voce: “Oh, sei vestito
come uno sfigato! Un po’ di
stile”. Stetti due mesi, dor-mivo in una pensioncina al
centro di Pontedera, ma non
ci prendiamo per il culo. La
gavetta è un’altra cosa e due
mesi non sono niente. Quel-lo in fabbrica è un lavoro du-rissimo, dalla monotonia
straziante, per cui provo
profondo rispetto.
Ti hanno scoperto?
Ebbi un gran culo. Il giorno
in cui ho smesso alla Piaggio
sono andato a vedere la Juve
allo stadio. Mi videro in tv,
ma lo stage era già finito.
Peccato, perché a Pontedera
ero pazzo di un’operaia, che
era veramente bella. Ma mi
frenai e mi dissi: “Non ti per-mettere neanche di pensar-lo, sarebbe una cosa da
stronzo”.
È vero che, a Capri, rubasti
un Taxi al grido di “la Fiat è
mia”?
Ma vi pare che avrei mai det-to “La Fiat è mia”? Il “Lei
non sa chi sono io” non mi
appartiene a iniziare dal lei. Io do del tu a tutti.
A Capri non è andata così. Ho tanti difetti, ma
non sono arrogante. Eravamo un po’ brilli,
c’era stato il compleanno di un amico. Scher-zai con un tassista e guidai l’auto per 10 metri.
La mia fidanzata di allora mi disse di smetterla
e finì lì. Qualcuno pensò poi di sfruttare la
storia per fare pubblicità all’isola, ma non suc-cesse niente. Veramente niente.
Però in Fiat hai lavorato: alcune idee, come le
felpe col logo dell’azienda, furono efficaci.
Arrivai in Fiat in un momento drammatico.
L’azienda aveva perso il proprio padre e in-ventare comunicazione senza soldi e ringio-vanire un marchio senza prodotto partendo
dalla Stilo non fu facile. Bisognava ricrear empatia attorno a un marchio che vende auto
ma paradossalmente, non ha auto. Riaccendere
l’orgoglio, anche internamente. Per prima cosa
inaugurammo l’Open Space. Una questione di
trasparenza, non si doveva nascondere nulla ai
lavoratori.
LA DIPENDENZA
Poi è arrivato il 2005, lo spartiacque della tua
vita. Sei finito in rianimazione e sulle prime pa-gine dei giornali di tutto il mondo. Come è stato
risalire dallo sprofondo?
Lento, sofferto, complesso.
Difficilissimo come tutte le
scalate per raggiungere il bel-lo. Sono servite fatica e soffe-renza.
E adesso ti senti in salvo?
Ora sono a metà strada. Adesso ho una certa
pace interiore perché a quella definitiva – e
chi lo nega mente – non arrivi mai. Ho pianto
il mio miglior amico, ho visto gente morire,
ho perso una donna che amavo molto e un
lavoro che adoravo. Mi sono salvato per un
soffio dopo aver visto la morte in faccia, ho
avuto l’immensa fortuna di potermi giocare
una seconda occasione. Ma il mio passato
alla fine è stato un enorme aiuto. Anche con
Italia Indipendent non è stato tutto rose e
fiori. Momenti durissimi. Ma quando hai
vissuto quello che ho vissuto io certo non ti
fai scoraggiare. E oggi, senza presunzione, se
penso alla competizione, penso a Ray-Ban.
Con i nostri occhiali arriveremo o siamo gi arrivati in Europa, America, Giappone ed
Emirati Arabi. Vogliamo diventare quello
che era la Swatch negli anni Ottanta.
LA RISALITA
Si dice che il primo a convincerti a uscire di ca-sa, dopo lo scandalo, fu l’ex segretario di Stato
americano Henry Kissinger.
So cosa dicono di lui. Che è una persona senza
etica, un figlio di puttana per quello che fece in
Vietnam e in Sudamerica negli anni 70. Ma con
me è stato leale e paterno. Mi ha aiutato mol-tissimo, è stato tra i primi a tendermi la mano.
Co s ’hai imparato da lui?
Mi ha fatto capire che qualsiasi cosa facessi non
era mai abbastanza. E che la fame la si coltiva, da
ricchi e da poveri. Per migliorare non ci sono
scorciatoie, devi combattere e lottare. Se mi chie-di di dare il 100 per cento nel lavoro, io non ci
riesco. Do sempre il 400 per cento. E sapete per-ché? Perché i miei eccessi e la mia natura additiva
non remano solo contro di me. Per la passione
che ci metto sono lo stereotipo di un italiano.
Che uomo vuole diventare Lapo Elkann?
Uno che riesce a raggiungere i suoi obiettivi
con etica, correttezza e umanità. Ho l’illusione
che si possa emergere senza sotterfugi. Con la
bontà: essere buoni non è qualità né un difetto.
Se la classe imprenditoriale ha fatto credere che
essere furbi fosse un valore, io rivendico il va-lore della bontà. Ci sono quelli che mi criti-cheranno sempre e quelli a cui non piacerò
mai. Io vado per la mia strada. Senza arroganza,
magari sbagliando, ma a modo mio
cose brutte. Parlo di abusi fisici. Sessuali”. Il nipote dell’Av vo c a to
racconta il passato mai svelato prima. E parla del rapporto ritrovato
con la madre, degli attacchi di Della Valle, della caduta di
Berlusconi e delle lezioni di Kissinger
Lapo Elkann è nato a New York il 7 ottobre 1977. È il
secondo figlio di Margherita Agnelli e Alain Elkann,
e nipote dell’avvocato Gianni Agnelli. Si diploma
a Parigi e studia Relazioni internazionali alla Euro-
pean Business School di Londra. Presta servizio mi-
litare nel corpo degli Alpini. È presidente e fondatore
di LA Holding, LA s.r.l., Italia Independent e Indepen-dent Ideas. È consulente di Ferrari. È stato respon-sabile Brand promotion Fiat Group per cui ha ideato
alcune felici campagne pubblicitarie, rilanciando
l'immagine del gruppo e fornendo tra l'altro il suo
apporto al lancio di gadget di diversa natura, primi
fra tutti, le felpe con il marchio vintage della casa
automobilistica torinese e il lancio della Fiat Gran-de Punto
P
oi il momento arriva: “Per
dire la verità, per smetterla
di nascondere le cose, per
affrontare quel che mi è
successo ed essere onesto,
con me stesso e gli altri”. Da
36 anni, con relativa fantasia, Lapo Elkann è
declinato sempre con la stessa nota. Alter-nativamente raccontato come l’erede incon-cludente, l’eterna promes-sa, il ragazzo selvaggio per-so nell’apparenza, l’esteta
annegato negli amori di
frontiera, negli errori e nei
vizi. “Oggi sono schiavo so-lo delle sigarette” dice. E
mentre aggredisce un pac-chetto di Marlboro, libera i
silenzi rimasti chiusi a chia-ve. Li tira fuori senza filtro,
una boccata dopo l’altra, e
in una nuvola di fumo, ve-stito di velluto arancione,
scherza: “Quando Torino è
così grigia bisogna fregarla
con il colore”.
Lapo affronta le curve della
memoria senza freni. Va ve-loce. Si schianta spesso. Ri-parte sempre. Guarda nello
specchietto retrovisore del
passato e vede l’infanzia, la
dislessia, i traumi mai svelati
prima, le incomprensioni e i
sensi di colpa. Li osserva con
la malinconica consapevo-lezza del sopravvissuto. Sot-to le luci del neon, parla per
quattro ore. Soffre, ride, si
cerca dentro.
Tortura il volto tra le mani e
non smette di rievocare
neanche quando in una va-schetta di alluminio, arriva
una milanese da divorare al
ritmo di un’intensa seduta di
autoanalisi. Sull’epopea me-diatica che ne segue ogni
passo riverberandone un’im -magine alterata, ha le idee
chiare: “In Italia l’eccentricità
non è ben accetta perché non
sei incasellabile in una sca-tola. E io di essere messo in
una scatola non ho voglia.
Credo di averne il diritto. Io
non sono solo una persona
leggera, un imprenditore, il
nipote di Gianni Agnelli o il
figlio di Margherita. Sono
tantissime altre cose. Ho le
mie sfaccettature e i miei di-fetti, ma forse la mia fortu-na è che i miei difetti sono
stati resi pubblici costrin-gendomi ad affrontarli.
Uno sforzo che mi ha reso
più umano. Più libero. Sono
a un punto della mia vita in
cui ho deciso di essere coe-rente al cento per cento”.
Nell’ufficio torinese, cir-condato dai coetanei che la-vorano alla creazione dei
suoi occhiali dal nome scio-vinista: “Italia indepen-dent”, diffusione planetaria
e quotazione borsistica da
decine di milioni di euro,
brillano lenti di tutti i tipi. Occhiali che gal-leggiano. Occhiali che puoi torcere. Occhiali
di legno, di velluto. Leggeri, pesanti, per la
fauna e l’amazzonia, a tinte arcobaleno per il
Gay Pride e neri in stile Batman per il volto
di Lady Gaga: “Provateli, sono in Carbonio”.
Lapo si muove tra le stanze e ci vede be-nissimo. In fondo ai ricordi c’è una camerata
e una divisa verde.
Brigata Taurinense, fine anni Novanta. Sol-dato semplice Lapo Elkann: “Non sono mai
stato un chierichetto e qualche cazzata, anzi
più di qualche cazzata, l’ho fatta anch’io. Non
sono stato perfetto neanche durante la leva.
Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a
Cuneo, come diceva Totò”La leva finì in commedia?
Mio nonno voleva che facessi l’allievo ufficiale.
Ma io non ne avevo alcuna intenzione. Grazie a
Dio ero già ipertatuato. Mi declassarono. Che
soddisfazione.
Pe rc h é ?
Così non ero tra i raccomandati. Però i com-militoni mi vedevano lo stesso come un mar-ziano. Un volontario di carriera mi provocava.
Quando mi vedeva lavare i piatti mi prendeva
per il culo: “Agnellino di merda, pulisci anche
questo”. Allora mi sono incaz-zato.
E che è successo?
Sarò anche buono e non sono
cinico, ma so come difender-mi. Sono uscito dalla mensa ed
è finita a botte. Non dico che
ho fatto bene, i pugni non sono
mai una soluzione, ma da quel
giorno mi hanno rispettato
tutti. Non ero più solo il co-gnome o la mezza calza senza
coraggio, ma Lapo. Il Capitano
Valle però non era d’accordo e
mi diede qualche giorno di ca-mera di consegna. Ho avuto
sfiga, tifava per il Toro.
Che disse?
“Elkann, dove credi di esse-re?”. Gli spiegai che poteva pu-nirmi. Ma se provocato anco-ra, pur essendo un non vio-lento, l’avrei rifatto. Accetto
tutto, non gli insulti alla mia
famiglia.
LA FAMIGLIA
Eredità pesante sin da bambi-n o?
Da piccolo non capivo che co-sa avevamo di così speciale.
Anche perché io volevo fare il
negoziante. Vedevo i miei
amici francesi, ebrei sefarditi,
con le loro botteghe, sempre
pieni di contanti. Si potevano
comprare i vestiti e mille altre
cose. Io mi vendevo gli stivali
da cow boy in lucertola e il
giubbotto dell’Avirex per
comprarmi il motorino. Vole-vo essere come loro, che invece
mi guardavano stupiti e mi di-cevano: “Ma che vuoi? Tu hai
le fabbriche”.
Non doveva essere male cre-scere tra cavallini rampanti e
autografi di Platini.
Il mio film preferito era Big.
Vedi Tom Hanks da bambino
circondato da macchinine. Io
avevo proprio la fissa. Andavo
da mio nonno e gli chiedevo:
“Scusa, se tu fai le macchine
perché non posso avere le mi-ni-macchine anch’io?”. Quan-do ci hanno regalato il go kart,
a Villar Perosa, è stato un so-gno. Giravamo da mattina a
sera. Le estati più belle, disin-volte e libere della mia vita.
C’erano mio fratello e i cugini
a cui di notte mettevo il den-tifricio nelle orecchie. Invece
mia sorella Ginevra era diver-sissima: lei bruna, io biondo.
Ci scambiavano per fidanzati.
Ce la ridevamo.
LE FERITE
Eravate tutti a scuola insieme?
No, perché in classe avevo grandi difficoltà. Ero
dislessico, amavo solo le lingue e la storia. Ero
molto più bravo a parlare che a scrivere. Dun-que i miei fratelli sono rimasti al liceo pubblico,
e io, che ero il secondo di otto, sono stato spe-dito in collegio, dai gesuiti. L’ho vissuta come
una vera e propria punizione.
Come mai?
Da quando ho compiuto 13 anni ho vissuto
cose dolorose che poi mi hanno creato grosse
difficoltà nella vita. Cose capitate a me e ad altri
ragazzi. Parlo di abusi fisici. Sessuali. Mi è ac-caduto, li ho subiti. Altre persone che hanno
vissuto cose simili non sono riuscite ad affron-tarle. Il mio migliore amico, che era in collegio
con me per quasi 10 anni e ha vissuto quello che
ho vissuto io, si è ammazzato un anno e mezzo
fa. Non ne ho mai parlato prima anche perché
voglio che questa storia serva a qualcuno. Sto
pensando a una fondazione. Voglio aiutare chi
ha passato quello che ho passato io. Parlare è
giusto, ma facendo qualcosa di utile, di po-sitivo.
Che impatto hanno avuto queste esperienze
nella tua vita?
Tu puoi essere una persona solare e positiva,
ma certe cose, quelle cose, riescono a confic-carti il male dentro. Però io non mi considero
una vittima, le vittime sono altre.
Come si affronta un trauma simile?
Ho dovuto fare un enorme lavoro su me stesso,
anche vedere cose che non avevo voglia di ve-dere. Non nasconderle più. Non nascondermi.
Ho dovuto essere sincero con me stesso e con
gli altri. Anche perché quando si ammazza il
tuo migliore amico ti metti in discussione. Ti
fai delle domande. Avrei potuto fare qualcosa?
Stargli più vicino? Me lo sono chiesto anche
quando è morto mio zio Edoardo.
Il figlio di Gianni Agnelli scomparso nel 2000.
A mio zio penso molto spesso. Mi manca. Mi
mancano anche tutti gli altri: mio nonno, Gio-vannino, Umberto, mio cugino Filippo, che se
ne è appena andato. Tutti. Però Edoardo era
una persona speciale. Atipica. Che ha vissuto
una vita estremamente travagliata. Certe cose
dure che ha vissuto, oggi le capisco ancora me-glio di ieri. E ho sempre un grande dolore nel
pensare che si sarebbe potuto fare di più. Che
avremmo dovuto fare tutti di più.
L’AV VO C ATO
Hai detto che essere nipote dell’Avvocato è sta-to più facile che esserne il figlio.
Molto più facile. Essere figlio di Gianni Agnelli
non poteva essere una passeggiata di salute.
Sono sicuro che non sia stato semplice averlo
come padre. Perché il nonno te lo puoi godere,
ma un genitore ti deve educare. Da giovane
volevo somigliare a mio nonno. Era il mio
esempio, il mio modello. Pensavo esistesse sololui. Poi ho capito che il nonno era il nonno e io
sono solo io. È giusto così. Oggi non ho più
nessuna voglia di essere come lui, il che non
vuol dire che non lo rispetti. Però io sono di-verso.
Pensi di avere più cose in comune con tua non-na, donna Marella?
Non faccio mai confronti. I paragoni sono pe-ricolosi. Presuntuosi. Sarebbe facile sostenere
che mia nonna è bella ed elegante, ma pre-ferisco dire che è una donna forte e veramente
buona. Una persona che mi è stata vicina nei
momenti più bui. Quando ho sofferto di più, lei
c’era. Con grande generosità. Buona com’era
anche la madre di mio padre, nonna Carla che
hanno rapito nel 1977 eppure non ha mai perso
la gioia di vivere.
Si parla da anni della rottura con Margherita
Agnelli.
Non è vero che non parlo con mia madre. Nei
rapporti umani ci sono delle fasi. Succede con
fratelli, amici, cugini e anche con i genitori.Non sono fiero di certe cose che ho detto su di
lei e del modo in cui le ho dette, ma ho i miei
limiti, non ho mai preteso di essere perfetto.
Ho avuto momenti di grande insicurezza e
sofferenza personale e professionale che mi
hanno portato a essere duro, freddo e, a volte,
verbalmente violento. Poi io e mia madre ci
siamo confrontati. Ma quello che ci siamo detti
riguarda solo noi, non lo condivido con i gior-nali. E anche se oggi con lei ho un dialogo nel
quale di certe cose non si parla e non si discute,
il rapporto è costruttivo. E auspico che con il
tempo migliori. Parto sempre dal presupposto
che se c’è buona volontà da entrambe le parti,
le cose possano prendere una buona piega. An-che perché so che per me è basilare.
LE DONNE
Per arrivare a cosa?
Io nasco da lei. Non da un’altra donna. E se un
domani voglio costruire una famiglia tutta mia
so che il rapporto con mia madre è fonda-mentale per avere una relazione sana con le
donne, per non nutrire uno spirito vendica-tivo, o cattivo nei confronti delle donne in
generale.
Ci pensi davvero, a mettere la testa a posto?
Una volta pensavo che sarei stato ricco solo
dopo aver guadagnato da solo i miei soldi. Og-gi credo che la vera ricchezza non dipenda da
quanti zeri hai sul conto in banca. Ma da come
stai interiormente. E io ho ancora tanta strada
davanti. Per me farcela significa conquistare
una vita normale e creare la mia famiglia, averdei bambini. Non vedo la mia vita senza moglie
e figli. Ho 36 anni, entro i 40 ci arrivo.
È vero che vuoi chiamare tua figlia Italia?
Certo che è vero. Sempre che la moglie sia
d’accordo. Come esistono Asia e India, perché
Italia non va bene?
L’ I TA L I A
Sei innamorato di un Paese che va sempre peg-g i o.
Non sono d’accordo. I problemi ci sono, ma
anche i segnali positivi. Guardate questo Papa,
è fantastico, umano, moderno. E anche se il
Vaticano non è in Italia, la sua influenza si
sente parecchio. L’Italia soffre, ma non è scon-fitta. Solo che dovremmo evitare di prenderci a
schiaffi da soli. C’è un enorme potenziale non
espresso.
Per esempio?
Si parla tanto di Alitalia, ma ancora prima bi-sogna guardare ai problemi strutturali. Abbia-mo infrastrutture inadeguate. Gli aeroporti,
per dire, vengono gestiti molto male. Se atterri
a Madrid o a Barcellona – e cito la Spagna
perché sta peggio di noi – puoi passare la gior-nata a girare i duty free senza annoiarti. A
Fiumicino un’esperienza come quella raccon-tata nel film The Terminalme la risparmio vo-lentieri.
E del declino di Berlusconi cosa pensi?
Non sono paraculo né finto, e a differenza di
molti altri dirò le cose come stanno. Ammetto
che io Berlusconi, nel ’94, l’ho votato. Nel suo
lavoro aveva creato slancio e pensavo potessereplicare lo stesso schema in politica. Poi mol-to di quel che era stato promesso non è stato
fatto e io non l’ho votato più. Come impren-ditore e italiano il mio scopo non è dimen-ticarmi delle tasse. Guadagno e sono contento
di pagarle. Poi Berlusconi che pure non è un
mio amico, non mi sta affatto sulle palle. Non
partecipo al tiro al bersaglio. Qui da sempre
prima si fa un applauso, poi si prepara il plo-tone di esecuzione. Troppo comodo.
La sua epoca è davvero finita?
È una domanda complessa. Berlusconi non è
solo un individuo. È un sistema: un modo di
pensare, comportarsi, comunicare. Ha com-piuto errori, come tanti altri, ma sarei stato
felice se avesse fatto di più. Per me non è mai
stata questione di destra o di sinistra. Non fac-cio il radical chic, né fingo di essere comunista
o di sinistra. Di principe rosso ce n’era uno e si
chiamava Carlo Caracciolo. Fantastico e ini-mitabile, ma io sono diverso.
Oggi governano Letta e Alfano, il parricida.
Possono fare un buon lavoro e anagraficamen-te, il tempo è dalla loro parte. Quando c’è stato
lo show down nel Pdl, ho cercato il numero di
Alfano che incontro spesso in treno e poi l’ho
chiamato: “Lei ha dato prova di avere grandi
coglioni”, gli ho detto.
L’Huffington Post Italia in primavera titolava
‘Elkann vota Grillo’.
Impossibile, ero in America, non avrei potuto
neanche volendo. Ma non l’avrei votato co-munque.
Nella stessa intervista si riferisce di un tuo du-ro giudizio su Renzi: “Si è venduto a Bersani
per un piatto di lenticchie”.
Impossibile anche questo. Non ho mai parlato
male di Renzi. Mi pare uno che si comporta
nello stesso modo che abbia davanti un ca-meriere o il presidente della Repubblica. Un
atteggiamento che mi piace. Troppo facile gio-care a fare il duro con chi lavora per te, meno
semplice farlo con chi ha più capacità, intel-ligenza o palle di te.
Guarda che ti invita a pranzo.
All’epoca del mio incidente di percorso Renzi
mi scrisse una lettera estremamente gentile e
umana. Altri dissero cose più sgradevoli. Fini
dichiarò che mi dovevo vergognare. Quando
penso ai politici separati dalla realtà, appartati
in comode salette e circondati da guardie del
corpo, penso a gente come lui.
ZITTI E MUTI
Un altro uomo di potere che critica spesso gli
Agnelli è Diego della Valle.
Sono amico di suo figlio, ma a Diego Della
Valle che ho incrociato spesso, non ho mai
risposto nel merito. Un po’ perché credo che
quando dice: “Parlano i risultati” abbia ragione
mio fratello. Un po’ perché non sono un tut-tologo e su certi temi, mi astengo. Come im-prenditore Della Valle ha fatto un gran cam-mino, ma non basta trasformare un’aziendina
in un’aziendona per far di te uno che può par-lar di tutto e di tutti. Della Valle non se l’è presa
soltanto con la mia famiglia, ma anche e in
maniera poco graziosa, con Giorgio Armani.
Ha detto che avrebbe dovuto restaurare il Ca-stello Sforzesco come lui aveva fatto con il Co-losseo.
Armani cosa ha risposto?
Gli ha fatto sapere che se deve far beneficenza
lo fa con i suoi soldi e non con quelli degli
azionisti e che in ogni caso, non ha bisogno di
sbandierarlo. Nella storia italiana esistono due
GA. Uno era Gianni Agnelli, l’altro è Giorgio
Armani e allora zitti e muti perché Armani è
uno che si è fatto da solo, è un esempio di
distinzione, garbo ed eleganza, è in ufficio alle
7 e 30 del mattino e rappresenta l’Italia in giro
per il mondo al massimo livello. Detto questo,
non ho nessuna animosità né nessuna pole-mica da rialimentare con Della Valle. Spero
capisca che è inutile perder tempo e che oggi il
Paese non ha bisogno di conflitti interni né di
piccoli giochi di potere. Ci sono imprenditori
interessati ai Cda delle banche e dei giornali,
ma c’è anche chi, di quel sistema, non ha voglia
di far parte né oggi né domani. In generale, se
devo confrontarmi con gente con cui non vado
d’accordo, la chiamo direttamente. Non ho bi-sogno di pubblicità e se posso averne meno,
sono anzi più sereno. Provoca dicendo che la
mia famiglia ama andare in barca a vela. É vero,
ma gli ricordo che io la barca l’affitto, lui ce l’ha
di proprietà LA FIAT
Della Valle se la prende con la Fiat che delo-calizza. Come giudichi le scelte di Marchionne?
Prima di lui la Fiat era un’azienda europea,
oggi è mondiale. Marchionne non aveva mol-te opzioni. L’alternativa era tra vivere e mo-rire. Penso abbia scelto bene. E vedo la de-localizzazione come una forma di internazio-nalizzazione. Ma parlo da
azionista, in Fiat non lavoro
più dal 2005, quando mi di-misi.
Prima di quello scandalo le-gato alle tue dipendenze si
parlava di te come futuro
presidente della Ferrari. È un
sogno che coltivi ancora?
A Maranello vado circa cin-que giorni al mese, ho un
contratto di consulenza. Le
macchine sono il mio primo
amore, una vera passione.
Ma il lavoro che faccio ora
con “Italia Independent”
non è un gioco. Ci sono fa-miglie che dipendono da
me, prospettive, orizzonti
che, al momento, nel mon-do dell’auto non ci sono.
La prima esperienza nelle
aziende di famiglia è stata
però alla Piaggio di Pontede-ra, sotto falso nome.
Io ero il terzo in linea di
montaggio, linea 2 amortiz-zatore-cavalletto in un con-testo molto comunista e iper
incazzoso. C’era un operaio
che si vestiva come mio
nonno. Si metteva l’orologio
sulla camicia. Era il figo del-la linea di montaggio, io non
volevo farmi scoprire, ero
discreto e mi vestivo con le
canotte da Renegade, quelle
con l’aquila. Questo mi
prendeva da parte e diceva
ad alta voce: “Oh, sei vestito
come uno sfigato! Un po’ di
stile”. Stetti due mesi, dor-mivo in una pensioncina al
centro di Pontedera, ma non
ci prendiamo per il culo. La
gavetta è un’altra cosa e due
mesi non sono niente. Quel-lo in fabbrica è un lavoro du-rissimo, dalla monotonia
straziante, per cui provo
profondo rispetto.
Ti hanno scoperto?
Ebbi un gran culo. Il giorno
in cui ho smesso alla Piaggio
sono andato a vedere la Juve
allo stadio. Mi videro in tv,
ma lo stage era già finito.
Peccato, perché a Pontedera
ero pazzo di un’operaia, che
era veramente bella. Ma mi
frenai e mi dissi: “Non ti per-mettere neanche di pensar-lo, sarebbe una cosa da
stronzo”.
È vero che, a Capri, rubasti
un Taxi al grido di “la Fiat è
mia”?
Ma vi pare che avrei mai det-to “La Fiat è mia”? Il “Lei
non sa chi sono io” non mi
appartiene a iniziare dal lei. Io do del tu a tutti.
A Capri non è andata così. Ho tanti difetti, ma
non sono arrogante. Eravamo un po’ brilli,
c’era stato il compleanno di un amico. Scher-zai con un tassista e guidai l’auto per 10 metri.
La mia fidanzata di allora mi disse di smetterla
e finì lì. Qualcuno pensò poi di sfruttare la
storia per fare pubblicità all’isola, ma non suc-cesse niente. Veramente niente.
Però in Fiat hai lavorato: alcune idee, come le
felpe col logo dell’azienda, furono efficaci.
Arrivai in Fiat in un momento drammatico.
L’azienda aveva perso il proprio padre e in-ventare comunicazione senza soldi e ringio-vanire un marchio senza prodotto partendo
dalla Stilo non fu facile. Bisognava ricrear empatia attorno a un marchio che vende auto
ma paradossalmente, non ha auto. Riaccendere
l’orgoglio, anche internamente. Per prima cosa
inaugurammo l’Open Space. Una questione di
trasparenza, non si doveva nascondere nulla ai
lavoratori.
LA DIPENDENZA
Poi è arrivato il 2005, lo spartiacque della tua
vita. Sei finito in rianimazione e sulle prime pa-gine dei giornali di tutto il mondo. Come è stato
risalire dallo sprofondo?
Lento, sofferto, complesso.
Difficilissimo come tutte le
scalate per raggiungere il bel-lo. Sono servite fatica e soffe-renza.
E adesso ti senti in salvo?
Ora sono a metà strada. Adesso ho una certa
pace interiore perché a quella definitiva – e
chi lo nega mente – non arrivi mai. Ho pianto
il mio miglior amico, ho visto gente morire,
ho perso una donna che amavo molto e un
lavoro che adoravo. Mi sono salvato per un
soffio dopo aver visto la morte in faccia, ho
avuto l’immensa fortuna di potermi giocare
una seconda occasione. Ma il mio passato
alla fine è stato un enorme aiuto. Anche con
Italia Indipendent non è stato tutto rose e
fiori. Momenti durissimi. Ma quando hai
vissuto quello che ho vissuto io certo non ti
fai scoraggiare. E oggi, senza presunzione, se
penso alla competizione, penso a Ray-Ban.
Con i nostri occhiali arriveremo o siamo gi arrivati in Europa, America, Giappone ed
Emirati Arabi. Vogliamo diventare quello
che era la Swatch negli anni Ottanta.
LA RISALITA
Si dice che il primo a convincerti a uscire di ca-sa, dopo lo scandalo, fu l’ex segretario di Stato
americano Henry Kissinger.
So cosa dicono di lui. Che è una persona senza
etica, un figlio di puttana per quello che fece in
Vietnam e in Sudamerica negli anni 70. Ma con
me è stato leale e paterno. Mi ha aiutato mol-tissimo, è stato tra i primi a tendermi la mano.
Co s ’hai imparato da lui?
Mi ha fatto capire che qualsiasi cosa facessi non
era mai abbastanza. E che la fame la si coltiva, da
ricchi e da poveri. Per migliorare non ci sono
scorciatoie, devi combattere e lottare. Se mi chie-di di dare il 100 per cento nel lavoro, io non ci
riesco. Do sempre il 400 per cento. E sapete per-ché? Perché i miei eccessi e la mia natura additiva
non remano solo contro di me. Per la passione
che ci metto sono lo stereotipo di un italiano.
Che uomo vuole diventare Lapo Elkann?
Uno che riesce a raggiungere i suoi obiettivi
con etica, correttezza e umanità. Ho l’illusione
che si possa emergere senza sotterfugi. Con la
bontà: essere buoni non è qualità né un difetto.
Se la classe imprenditoriale ha fatto credere che
essere furbi fosse un valore, io rivendico il va-lore della bontà. Ci sono quelli che mi criti-cheranno sempre e quelli a cui non piacerò
mai. Io vado per la mia strada. Senza arroganza,
magari sbagliando, ma a modo mio
Mimmo Calopresti
l padre lasciò la Calabria per andare
a lavorare in Fiat. Lui nella Torino
anni Settanta scoprì cinema, musica
e politica. Da allora
il regista de “La seconda
volta” racconta pezzi
del suo mondo: operai,
fabbriche, lotte,
anni di piombo. E storie
di vita quotidiana:
“Mi interessano
le cose e le persone
normali. Faccio film
per renderle eccezionali”
V
ivere per me si-gnifica andare a
caccia del futu-ro». Mimmo
Calopresti è emozionato e parla piano
mentre passiamo di fronte ai cancelli
della Fiat Mirafiori per raggiungere il
set del nuovo film di cui è produttore. Si
gira nell’ex stabilimento di Fiat Engi-neering, uno dei tanti capannoni indu-striali dismessi nella periferia sud di To-rino, dove il regista de La seconda volta
e La parola amore esiste ha scelto di am-bientare l’opera prima di Stefano Di
Polito, Mirafiori Lunapark. «Qui tutto
parla del mio passato, della mia storia
— confessa candido — ma in fondo an-che del mio futuro ed è per questo che
ho scelto di ripartire da questo posto.
Voglio ricominciare dai ragazzi che ho
coinvolto in questo film e in cui vedo il
fuoco che mi bruciava dentro quando
volevo spaccare il mondo».
Una stagione della vita che per Calo-presti coincide con lo scenario della
Torino operaia degli anni ’70 e ’80,
quando studia all’università e milita in
Lotta Continua. Classe 1955, Mimmo
nasce in Calabria, a Polistena, che però
presto lascia con tutta la famiglia per
seguire il padre che viene assunto a To-rino, alla Fiat. Scopre la sua vera pas-sione intorno ai vent’anni, quando ab-bandona Scienze Politiche per iscriver-si a Lettere con indirizzo in Storia e cri-tica del cinema. «Una folgorazione. Al-l’improvviso vedo tutti questi studenti
che la mattina vanno al cinema invece
di entrare in aula. Una cosa meraviglio-sa. Potevi andarti a vedere tutta la Nou-velle Vague, tutto il cinema indipen-dente americano, tutto il neorealismo
italiano, e finalmente potevo farlo an-ch’io. Ogni giorno. Invece di andare a
lezione. Poi per qualche motivo ho ca-pito che dentro la Nouvelle Vague so-prattutto c’era il cinema che volevo fa-re. Mi è bastato vedere La signora della
porta accanto di Truffaut, e tutto mi è
apparso chiaro». Da lì il passaggio al set
fu pressoché immediato. «C’era una
scena creativa molto interessante in
questa città — ricorda — era un mo-mento magico, prolifico. Tra chi faceva
cinema, teatro, cultura, c’erano rap-porti veri, importanti. Lo dico: ci si vo-leva bene. Era una città viva, anche gra-zie alla politica e alle lotte che rendeva-no la mia vita assolutamente piena, e
divertente. Per questo ho un ricordo
gioioso di quel periodo. Andavamo da-vanti alle fabbriche, a Mirafiori, faceva-mo la contestazione, i cortei. E poi c’e-ra la musica, la new wave, c’erano i Ge-nesis, i Clash che ascoltai in un concer-to indimenticabile al Parco Ruffini, gra-tis. Tutto quello che volevo era a porta-ta di mano. Mi sono fatto trascinare,
semplicemente, e a un certo punto mi
è venuta voglia di raccontarlo, questo
mondo».
Sono gli anni in cui prendono forma
i suoi primi lavori, dal video Rock con-tro il nucleare al corto Luxury, per ap-prodare alla collaborazione con l’Ar-chivio Audiovisivo del Movimento
Operaio e Democratico per cui realizza
A proposito di sbavature (videointervi-sta a Tonino De Bernardi, cineasta vi-sionario e indipendente), premiato nel
1985 in una delle prime edizioni del Ci-nema Giovani, che oggi si chiama Tori-no Film Festival. Anni sperimentali, di
grande fermento, su cui incombeva la
nube minacciosa della lotta armata.
«Improvvisamente l’atmosfera in città
si fece cupa. Me lo ricordo quel mo-mento, ero in piazza Castello su una Re-nault 4, pioveva. Mi ferma la polizia e mi
fanno spogliare, mi fanno togliere pure
gli stivali. Lì ho capito che tutto era cam-biato. Era arrivato il terrorismo, come
una valanga di fango. Da quell’istante
in poi tutto è diventato buio e feroce.
L’ho raccontato nel mio film». È La se-conda volta , il suo primo lungometrag-gio presentato al Festival di Cannes nel
’96, quello che gli procura la notorietà
internazionale anche grazie ai due in-terpreti: Nanni Moretti (produttore del
film con la Sacher) nei panni del do-cente universitario ferito alla testa e Va-leria Bruni Tedeschi, ex brigatista in se-milibertà che incontra per caso la sua
vittima molti anni dopo. «Credo di es-sere riuscito a fare un film importante
che mi ha catapultato nel mondo del ci-nema. Di colpo esistevo anch’io in quel
mondo. Lì ho capito che il cinema è
sempre una grande occasione di vita».
E di futuro. «Certo, con il cinema guar-do sempre avanti. Il mio prossimo film
si intitolerà Uno per tutticome il libro di
Gaetano Savatteri cui mi ispiro. È una
storia a tinte noir che esplora i rapporti
più segreti e intimi tra le persone. E poi
c’è il progetto di un documentario per
la tv su Sócrates, una leggenda del cal-cio brasiliano ma anche un personag-gio scomodo perché politicamente si è
sempre schierato a sinistra, al fianco
dei più deboli e dei lavoratori». Non è
un caso che Calopresti sia affascinato
dalla sua storia, lui, tifoso granata ma
soprattutto figlio di operai. «Mio padre
è emigrato dalla Calabria con mia ma-dre e quattro figli. Nei primi anni a To-rino continuava ad arrivare gente a ca-sa nostra con in tasca solo il nostro in-dirizzo, e noi li ospitavamo, gli davamo
da mangiare per uno o due giorni, e poi
li aiutavamo a trovare una soffitta libe-ra . L’idea era l’America, andiamo lì per-ché c’è lavoro. Ma è una cosa molto bel-la vista da oggi in una fase in cui il lavo-ro manca, non ci sono aspettative e
nessuno si muove. Quella era un’epoca
in cui la gente lavorava, si trasferiva, è
stato un grande momento di movi-mento, e le persone in movimento so-no sempre interessanti. Il cinema stes-so mi interessa perché è movimento».
Calopresti usa non a caso il video, più
maneggevole e a basso costo, per la sua
indagine sulla città-fabbrica negli anni
’80 e ’90, quando realizza i documenta-ri Alla Fiat era così, Paolo ha un lavoro e
Tutto era Fiat . «Sono nato in mezzo al-la strada — racconta più tardi a cena,
davanti a un bicchiere di vino rosso —
per me era difficile immaginare che mi
sarei potuto occupare soltanto di cine-ma. Per fortuna ci ho provato con quel-lo che avevo a disposizione e stando
sempre dalla parte di chi si batte per i
propri diritti». Molte persone lo hanno
accompagnato nel cammino e alcuni
incontri sono stati davvero speciali.
«Moretti è un genio, tutto quello che fa
non l’ha mai fatto nessun altro prima.
Anche Valeria è una grande attrice eu-ropea. Quando arrivò a Torino per gira-re La seconda voltaparlava con la erre
moscia e aveva un atteggiamento da si-gnorina bene francese, ma nel giro di
qualche mese si era messa il suo giub-botto proletario e girava per la città co-me una persona qualunque. Era entra-ta nella parte». Per tutti i suoi film degli
anni Zero, come La parola amore esiste
(1998), Preferisco il rumore del mare
(1999), La felicità non costa niente
(2002) e L’abbuffata (2007), ha sempre
scelto i migliori interpreti del nostro ci-nema e non solo, da Fabrizio Bentivo-glio a Silvio Orlando, da Francesca Ne-ri a Gérard Depardieu, privilegiando
quasi di più il lato umano che quello at-toriale. Una scelta in linea con la sua
idea di cinema. «Mi piace raccontare
una storia in quella frazione di spazio e
di tempo che è il cinema — dice abbas-sando di nuovo il tono di voce — una
parentesi in cui quelle vite diventano il
centro del mondo e tu ti annulli come
spettatore, perché vivi con loro. E per-ché il cinema rende eccezionali le per-sone normali». Lo ha fatto anche in uno
dei suoi ultimi documentari, La fabbri-ca dei tedeschi, nel 2008, sulla tragedia
della ThyssenKrupp, nel cui prologo gli
attori (fra cui Valeria Golino e Monica
Guerritore) impersonano i parenti del-le vittime e rievocano gli ultimi mo-menti di normale quotidianità prima di
quel terribile incidente.
Militante della vita, come ama defi-nirsi, Calopresti da tempo abita a Roma
dove si è sposato solo qualche anno fa
con la giornalista Cristina Cosentino,
da cui ha avuto una figlia, Clio, che ora
in tenera età comincia a frequentare il
set facendo la comparsa. Stavolta ha
accompagnato il papà a Torino, vicino
alla grande fabbrica raccontata da Ca-lopresti nel libro Io e l’Avvocato. Storia
dei nostri padri. «L’ho scritto ripensan-do all’esperienza di mio padre alla Fiat
e all’illusione del posto sicuro che già
negli anni ’80 tramonta con l’arrivo dei
robot. Quel posto gli operai lo hanno
amato e difeso con le unghie per dare
un futuro alle proprie famiglie. Per que-sto nel libro c’è il rapporto tra padri e fi-gli. Quello tra Edoardo e l’Avvocato e tra
Mico ed Emilio, figlio di un operaio, che
ho descritto attraverso pezzi di storia
della mia famiglia. Uno di quei pezzi
appartiene a mia madre, che rifiutò la
casa Fiat per non farsi ghettizzare. In
questi giorni abbiamo girato in un ap-partamento proprio dentro quei palaz-zi da cui ti affacci sulla fabbrica. Da lì ve-di solo la fabbrica, nient’altro. Ho pen-sato subito a lei, a mia madre, e alla sua
miracolosa intuizione»
a lavorare in Fiat. Lui nella Torino
anni Settanta scoprì cinema, musica
e politica. Da allora
il regista de “La seconda
volta” racconta pezzi
del suo mondo: operai,
fabbriche, lotte,
anni di piombo. E storie
di vita quotidiana:
“Mi interessano
le cose e le persone
normali. Faccio film
per renderle eccezionali”
V
ivere per me si-gnifica andare a
caccia del futu-ro». Mimmo
Calopresti è emozionato e parla piano
mentre passiamo di fronte ai cancelli
della Fiat Mirafiori per raggiungere il
set del nuovo film di cui è produttore. Si
gira nell’ex stabilimento di Fiat Engi-neering, uno dei tanti capannoni indu-striali dismessi nella periferia sud di To-rino, dove il regista de La seconda volta
e La parola amore esiste ha scelto di am-bientare l’opera prima di Stefano Di
Polito, Mirafiori Lunapark. «Qui tutto
parla del mio passato, della mia storia
— confessa candido — ma in fondo an-che del mio futuro ed è per questo che
ho scelto di ripartire da questo posto.
Voglio ricominciare dai ragazzi che ho
coinvolto in questo film e in cui vedo il
fuoco che mi bruciava dentro quando
volevo spaccare il mondo».
Una stagione della vita che per Calo-presti coincide con lo scenario della
Torino operaia degli anni ’70 e ’80,
quando studia all’università e milita in
Lotta Continua. Classe 1955, Mimmo
nasce in Calabria, a Polistena, che però
presto lascia con tutta la famiglia per
seguire il padre che viene assunto a To-rino, alla Fiat. Scopre la sua vera pas-sione intorno ai vent’anni, quando ab-bandona Scienze Politiche per iscriver-si a Lettere con indirizzo in Storia e cri-tica del cinema. «Una folgorazione. Al-l’improvviso vedo tutti questi studenti
che la mattina vanno al cinema invece
di entrare in aula. Una cosa meraviglio-sa. Potevi andarti a vedere tutta la Nou-velle Vague, tutto il cinema indipen-dente americano, tutto il neorealismo
italiano, e finalmente potevo farlo an-ch’io. Ogni giorno. Invece di andare a
lezione. Poi per qualche motivo ho ca-pito che dentro la Nouvelle Vague so-prattutto c’era il cinema che volevo fa-re. Mi è bastato vedere La signora della
porta accanto di Truffaut, e tutto mi è
apparso chiaro». Da lì il passaggio al set
fu pressoché immediato. «C’era una
scena creativa molto interessante in
questa città — ricorda — era un mo-mento magico, prolifico. Tra chi faceva
cinema, teatro, cultura, c’erano rap-porti veri, importanti. Lo dico: ci si vo-leva bene. Era una città viva, anche gra-zie alla politica e alle lotte che rendeva-no la mia vita assolutamente piena, e
divertente. Per questo ho un ricordo
gioioso di quel periodo. Andavamo da-vanti alle fabbriche, a Mirafiori, faceva-mo la contestazione, i cortei. E poi c’e-ra la musica, la new wave, c’erano i Ge-nesis, i Clash che ascoltai in un concer-to indimenticabile al Parco Ruffini, gra-tis. Tutto quello che volevo era a porta-ta di mano. Mi sono fatto trascinare,
semplicemente, e a un certo punto mi
è venuta voglia di raccontarlo, questo
mondo».
Sono gli anni in cui prendono forma
i suoi primi lavori, dal video Rock con-tro il nucleare al corto Luxury, per ap-prodare alla collaborazione con l’Ar-chivio Audiovisivo del Movimento
Operaio e Democratico per cui realizza
A proposito di sbavature (videointervi-sta a Tonino De Bernardi, cineasta vi-sionario e indipendente), premiato nel
1985 in una delle prime edizioni del Ci-nema Giovani, che oggi si chiama Tori-no Film Festival. Anni sperimentali, di
grande fermento, su cui incombeva la
nube minacciosa della lotta armata.
«Improvvisamente l’atmosfera in città
si fece cupa. Me lo ricordo quel mo-mento, ero in piazza Castello su una Re-nault 4, pioveva. Mi ferma la polizia e mi
fanno spogliare, mi fanno togliere pure
gli stivali. Lì ho capito che tutto era cam-biato. Era arrivato il terrorismo, come
una valanga di fango. Da quell’istante
in poi tutto è diventato buio e feroce.
L’ho raccontato nel mio film». È La se-conda volta , il suo primo lungometrag-gio presentato al Festival di Cannes nel
’96, quello che gli procura la notorietà
internazionale anche grazie ai due in-terpreti: Nanni Moretti (produttore del
film con la Sacher) nei panni del do-cente universitario ferito alla testa e Va-leria Bruni Tedeschi, ex brigatista in se-milibertà che incontra per caso la sua
vittima molti anni dopo. «Credo di es-sere riuscito a fare un film importante
che mi ha catapultato nel mondo del ci-nema. Di colpo esistevo anch’io in quel
mondo. Lì ho capito che il cinema è
sempre una grande occasione di vita».
E di futuro. «Certo, con il cinema guar-do sempre avanti. Il mio prossimo film
si intitolerà Uno per tutticome il libro di
Gaetano Savatteri cui mi ispiro. È una
storia a tinte noir che esplora i rapporti
più segreti e intimi tra le persone. E poi
c’è il progetto di un documentario per
la tv su Sócrates, una leggenda del cal-cio brasiliano ma anche un personag-gio scomodo perché politicamente si è
sempre schierato a sinistra, al fianco
dei più deboli e dei lavoratori». Non è
un caso che Calopresti sia affascinato
dalla sua storia, lui, tifoso granata ma
soprattutto figlio di operai. «Mio padre
è emigrato dalla Calabria con mia ma-dre e quattro figli. Nei primi anni a To-rino continuava ad arrivare gente a ca-sa nostra con in tasca solo il nostro in-dirizzo, e noi li ospitavamo, gli davamo
da mangiare per uno o due giorni, e poi
li aiutavamo a trovare una soffitta libe-ra . L’idea era l’America, andiamo lì per-ché c’è lavoro. Ma è una cosa molto bel-la vista da oggi in una fase in cui il lavo-ro manca, non ci sono aspettative e
nessuno si muove. Quella era un’epoca
in cui la gente lavorava, si trasferiva, è
stato un grande momento di movi-mento, e le persone in movimento so-no sempre interessanti. Il cinema stes-so mi interessa perché è movimento».
Calopresti usa non a caso il video, più
maneggevole e a basso costo, per la sua
indagine sulla città-fabbrica negli anni
’80 e ’90, quando realizza i documenta-ri Alla Fiat era così, Paolo ha un lavoro e
Tutto era Fiat . «Sono nato in mezzo al-la strada — racconta più tardi a cena,
davanti a un bicchiere di vino rosso —
per me era difficile immaginare che mi
sarei potuto occupare soltanto di cine-ma. Per fortuna ci ho provato con quel-lo che avevo a disposizione e stando
sempre dalla parte di chi si batte per i
propri diritti». Molte persone lo hanno
accompagnato nel cammino e alcuni
incontri sono stati davvero speciali.
«Moretti è un genio, tutto quello che fa
non l’ha mai fatto nessun altro prima.
Anche Valeria è una grande attrice eu-ropea. Quando arrivò a Torino per gira-re La seconda voltaparlava con la erre
moscia e aveva un atteggiamento da si-gnorina bene francese, ma nel giro di
qualche mese si era messa il suo giub-botto proletario e girava per la città co-me una persona qualunque. Era entra-ta nella parte». Per tutti i suoi film degli
anni Zero, come La parola amore esiste
(1998), Preferisco il rumore del mare
(1999), La felicità non costa niente
(2002) e L’abbuffata (2007), ha sempre
scelto i migliori interpreti del nostro ci-nema e non solo, da Fabrizio Bentivo-glio a Silvio Orlando, da Francesca Ne-ri a Gérard Depardieu, privilegiando
quasi di più il lato umano che quello at-toriale. Una scelta in linea con la sua
idea di cinema. «Mi piace raccontare
una storia in quella frazione di spazio e
di tempo che è il cinema — dice abbas-sando di nuovo il tono di voce — una
parentesi in cui quelle vite diventano il
centro del mondo e tu ti annulli come
spettatore, perché vivi con loro. E per-ché il cinema rende eccezionali le per-sone normali». Lo ha fatto anche in uno
dei suoi ultimi documentari, La fabbri-ca dei tedeschi, nel 2008, sulla tragedia
della ThyssenKrupp, nel cui prologo gli
attori (fra cui Valeria Golino e Monica
Guerritore) impersonano i parenti del-le vittime e rievocano gli ultimi mo-menti di normale quotidianità prima di
quel terribile incidente.
Militante della vita, come ama defi-nirsi, Calopresti da tempo abita a Roma
dove si è sposato solo qualche anno fa
con la giornalista Cristina Cosentino,
da cui ha avuto una figlia, Clio, che ora
in tenera età comincia a frequentare il
set facendo la comparsa. Stavolta ha
accompagnato il papà a Torino, vicino
alla grande fabbrica raccontata da Ca-lopresti nel libro Io e l’Avvocato. Storia
dei nostri padri. «L’ho scritto ripensan-do all’esperienza di mio padre alla Fiat
e all’illusione del posto sicuro che già
negli anni ’80 tramonta con l’arrivo dei
robot. Quel posto gli operai lo hanno
amato e difeso con le unghie per dare
un futuro alle proprie famiglie. Per que-sto nel libro c’è il rapporto tra padri e fi-gli. Quello tra Edoardo e l’Avvocato e tra
Mico ed Emilio, figlio di un operaio, che
ho descritto attraverso pezzi di storia
della mia famiglia. Uno di quei pezzi
appartiene a mia madre, che rifiutò la
casa Fiat per non farsi ghettizzare. In
questi giorni abbiamo girato in un ap-partamento proprio dentro quei palaz-zi da cui ti affacci sulla fabbrica. Da lì ve-di solo la fabbrica, nient’altro. Ho pen-sato subito a lei, a mia madre, e alla sua
miracolosa intuizione»
Dalla camera oscura al letto della Bardot Respinte le avances dell’ultraottantenne Chanel e schivato il matrimonio con la recidiva Taylor Gianni Bozzacchi racconta i suoi incredibili anni ’60 e ’70 da Roma a Hollywood (e ritorno)
E
RA bellissima, ma non pre-si mai in considerazione
una relazione sentimenta-le con lei». Lei era Elizabeth
Taylor, l’uomo che non si
lasciò travolgere da quella
luminosa diva, «sincera, imprevedibile, affasci-nante, affettuosa, sensuale e talmente bella che
era impossibile non venerarla», è Gianni Bozzac-chi, che oggi, a settant’anni, racconta nella sua au-tobiografia, Memorie exposte, i suoi anni di foto-grafo stabile della coppia mitica Taylor-Burton, e
di saltuario ritrattista di altre celebrità d’epoca;
ma anche la sua vita di bel playboy romano che
passò una notte con Brigitte Bardot e riuscì a fati-ca a sfuggire alle brame di una Coco Chanel ul-traottantenne ancora molto bramosa.
Dell’amore furibondo mai spento, e dei due
matrimoni e due divorzi tra il grande attore galle-se di teatro passato senza gioia al cinema, e la allo-ra massima diva di Hollywood, sappiamo già tut-to, anche degli altri loro tumultuosi matrimoni
(cinque in tutto lui, otto lei), dei film talvolta irrile-vanti girati insieme o separati, dell’alcolismo effe-rato di entrambi, della passione di lei per i gioielli
e di lui per regalarglieli, dei figli di lui, di lei, o adot-tati, della loro morte lontani uno dall’altro, lui a
cinquantanove anni nel 1984, per una emorragia
cerebrale in un ospedale di Ginevra, (e al funerale
l’ultima moglie Sally Hay non invitò Elizabeth), lei
nel 2011 a settantanove anni, per un attacco di
cuore, in un ospedale di Los Angeles. In un certo
senso quella che fu definita “la storia d’amore del
secolo”, il secolo scorso, si è appannata, sta uscen-do dalla leggenda, come un certo divismo d’epo-ca, un certo cinema, una certa da tempo defunta
jet-society. Così alla fine, il personaggio più inte-ressante delle Memorie expostediventa proprio
l’autore, quel Gianni Bozzacchi che «jeans attilla-ti, capelli rossi, occhi azzurri» per dodici anni, pri-ma di diventare produttore e regista (alla recente
Mostra di Venezia hanno dato il suo ultimo docu-mentario Neorealismo, scritto assieme a Carlo
Lizzani che ne è anche il narratore, una specie di
addio del vecchio regista al cinema della su giovi-nezza) fu uno dei protagonisti degli anni in cui im-perava l’ormai scomparso glamour: «Un momen-to prima ritoccavo positivi e negativi o passavo
tutto il giorno in una camera oscura senza finestre, quello dopo frequentavo i protagonisti del jet set,
navigavo sullo yacht di Elizabeth Taylor e Richard
Burton, fotografavo la principessa Grace Kelly e il
principe Ranieri nel palazzo reale di Monaco e
correvo sulle strade francesi a bordo della Mu-stang Bullitt con Brigitte Bardot al mio fianco».
Il padre di Gianni, Bruno Bozzacchi, era un fa-moso restauratore di manoscritti inestimabili (di
Machiavelli, di Leonardo da Vinci), che aveva in-segnato al figlio l’arte del ritocco. Ed è per questa
sua abilità che il giovane Bozzacchi entra nella vi-ta di Richard e Elizabeth; a ventitré anni, sul set de
I commedianti a Cotonou, nel Dahomey, oggi Re-pubblica del Benin. Le due star hanno i loro film
migliori alla spalle, girati prima del fatale incontro
sul set di Cleopatraa Roma, e I commedianti è il
quinto film che girano insieme. A trentacinque
anni la diva teme la macchina fotografica, e pre-tende che il suo volto di luce conservi una perfe-zione lunare che solo il ritocco le assicura: così il
bel ragazzo romano, timido e riservato, che non
parla inglese, le diventa prezioso, al punto di in-coraggiare il flirt tra lui e Claudye, la sua bella par-rucchiera còrsa che sempre la segue. Anche se gli
è proibito, Gianni scatta di nascosto qualche foto
della diva, ma gli manca la prontezza di riprende-re l’immagine scandalosa che forse gli avrebbe as-sicurato o un’improvvisa fama o la fine del me-stiere: infatti, una notte, nascosti in un boschetto
del suo albergo a Cotonou, sorprende Marlon
Brando con l’attore Christian Marquand. «Forse
nell’ambiente del cinema tutti sapevano che era-no amanti, ma per me fu una rivelazione scioc-cante». Gianni viene promosso fotografo di scena
e amico di famiglia, e nel giugno del 1968 sposa
Claudye nella casa di campagna del venerato par-rucchiere Alexandre, testimoni Elizabeth e Ri-chard, dono di nozze alla sposa un abito di Dior,
allo sposo una Mini Cooper S. Da quel momento
«si faceva un gran parlare di me, si diceva che ero
uno dei fotografi migliori del mondo. Il ragazzo di
strada cresciuto vicino a una stazione ferroviaria
era diventato uno della “Roma bene”... e comin-ciai a essere vittima dei paparazzi». Uno di loro lo
immortala mentre entra nel suo studio con la con-tessa Giovanna Agusta che vuole un ritratto: la pa-parazzata viene subito pubblicata, e «un paio di
giorni dopo scoprii che era stata lei a organizzare
tutto; parlo di una delle migliori amiche di mia
moglie!». Intanto i signori Burton vagabondano
senza sosta, amandosi e odiandosi; per non esse- re arrestati come evasori fiscali, non possono fer-marsi più di tre mesi né in Inghilterra né negli Sta-ti Uniti, soggiornano spesso sul loro yacht, hanno
casa a Puerta Vallarta in Messico e a Gstaad in Sviz-zera.
Diventato una star della mondanità, come una
star Bozzacchi si racconta in terza persona: «Il fo-tografo personale di Elizabeth Taylor era in Iran
per fotografare lo Scià e Farah Diba… un grande
evento sia per gli iraniani sia per lo Scià, desidero-so di modernizzare il Paese e darne un’immagine
diversa». Va da Picasso nello sperduto Château de
Boisgeloup e il vecchio artista lo fa aspettare un
eternità e poi si annuncia con un rumore forte,
«orribile, una tosse catarrosa. Incessante». Lo pre-tendono i principi di Monaco per immortalare
l’anniversario di regno del principe Ranieri, e
Gianni è di quelli che almeno allora riteneva Mon-tecarlo una «magia allo stato puro, una favola in
terra. Forse Grace Kelly stava davvero vivendo una
favola». E rischia anche lui, il fotografo fortunato
con le donne, di viverla: la principessa Carolina
«che era già una bellezza mozzafiato» fa molto la
civetta con lui, ma tutto finisce lì perché subito il
principe padre lo chiama e conoscendo la vivacità
della sua adorata piccina, gli fa segno di no, che
non si può. Lo chiama Luchino Visconti perché fo-tografi una quindicenne, Claudia Marsani, per
Gruppo di famiglia in un interno . E Gianni capisce
che «in realtà Visconti voleva sapere se la reputas-si adatta al ruolo… anche questo era un lavoro di
produzione, la gente sembrava ascoltare i mie onsigli». I Burton chiamano spesso i Bozzacchi
perché passino le vacanze sul loro yacht e assista-no a sbronze, litigi, follie, alla loro continua pas-sione. Capita che a New York venga messo all’asta
un diamante da sessantanove carati, e dallo yacht
la seguono via radio: «Richard era un po’ brillo… e
quando il prezzo da duecentomila arrivò a un mi-lione di dollari decise di ritirarsi». Lo acquista per
soli cinquantamila dollari in più Cartier, e Burton
si arrabbia moltissimo e al telefono riesce a farse-lo cedere per un milione e centomila dollari.
Sarà un altro gioielliere, Bulgari, a ripubblicare
The Queen and I uscito per la prima volta nel 2002,
un libro di fotografie scattate da Gianni Bozzacchi
alla Taylor, con una dedica della diva, adesso ri-pubblicata, lei defunta, su Memorie Exposte. Io e la
regina uscirà anche in Italia. Il fotografo di scena è
lontano quando Elizabeth e Richard divorziano,
ma è nella sua casa romana che i due si rivedono,
si riamano, partono insieme e nell’ottobre del
1975, sedici mesi dopo il divorzio, si risposano, per
ridivorziare nove mesi dopo. Ma ormai Gianni
Bozzacchi ha la sua vita, e dopo aver fotografato da
Audrey Hepburn al maresciallo Tito, di quel lavo-ro non vuole più saperne, né
della sua celebrità, né
di Roma: oggi si occupa
di cinema, vive negli
Stati Uniti, nel Wiscon-sin, è due volte vedovo,
ha quattro figli, tra i
trentanove e i quattro
anni: Vanessa, Rhea
Bianca, Brendonn e
Astoria, questi due figli
della sua terza e attuale
moglie Tasha.
Dopo la morte della se-conda moglie, Bozzacchi
riuscì a evitare di diventare
il nono signor Taylor. È
probabile che la diva, stan-ca e malata, scherzasse, di-cendo alla piccola Rhea
«Tuo padre ora è vedovo, io
sono single. Quindi presto ci
sposeremo per tenerci com-pagnia». In ogni caso fu, rac-conta lui, il rifiuto terrorizza-to della bambina a salvarlo
RA bellissima, ma non pre-si mai in considerazione
una relazione sentimenta-le con lei». Lei era Elizabeth
Taylor, l’uomo che non si
lasciò travolgere da quella
luminosa diva, «sincera, imprevedibile, affasci-nante, affettuosa, sensuale e talmente bella che
era impossibile non venerarla», è Gianni Bozzac-chi, che oggi, a settant’anni, racconta nella sua au-tobiografia, Memorie exposte, i suoi anni di foto-grafo stabile della coppia mitica Taylor-Burton, e
di saltuario ritrattista di altre celebrità d’epoca;
ma anche la sua vita di bel playboy romano che
passò una notte con Brigitte Bardot e riuscì a fati-ca a sfuggire alle brame di una Coco Chanel ul-traottantenne ancora molto bramosa.
Dell’amore furibondo mai spento, e dei due
matrimoni e due divorzi tra il grande attore galle-se di teatro passato senza gioia al cinema, e la allo-ra massima diva di Hollywood, sappiamo già tut-to, anche degli altri loro tumultuosi matrimoni
(cinque in tutto lui, otto lei), dei film talvolta irrile-vanti girati insieme o separati, dell’alcolismo effe-rato di entrambi, della passione di lei per i gioielli
e di lui per regalarglieli, dei figli di lui, di lei, o adot-tati, della loro morte lontani uno dall’altro, lui a
cinquantanove anni nel 1984, per una emorragia
cerebrale in un ospedale di Ginevra, (e al funerale
l’ultima moglie Sally Hay non invitò Elizabeth), lei
nel 2011 a settantanove anni, per un attacco di
cuore, in un ospedale di Los Angeles. In un certo
senso quella che fu definita “la storia d’amore del
secolo”, il secolo scorso, si è appannata, sta uscen-do dalla leggenda, come un certo divismo d’epo-ca, un certo cinema, una certa da tempo defunta
jet-society. Così alla fine, il personaggio più inte-ressante delle Memorie expostediventa proprio
l’autore, quel Gianni Bozzacchi che «jeans attilla-ti, capelli rossi, occhi azzurri» per dodici anni, pri-ma di diventare produttore e regista (alla recente
Mostra di Venezia hanno dato il suo ultimo docu-mentario Neorealismo, scritto assieme a Carlo
Lizzani che ne è anche il narratore, una specie di
addio del vecchio regista al cinema della su giovi-nezza) fu uno dei protagonisti degli anni in cui im-perava l’ormai scomparso glamour: «Un momen-to prima ritoccavo positivi e negativi o passavo
tutto il giorno in una camera oscura senza finestre, quello dopo frequentavo i protagonisti del jet set,
navigavo sullo yacht di Elizabeth Taylor e Richard
Burton, fotografavo la principessa Grace Kelly e il
principe Ranieri nel palazzo reale di Monaco e
correvo sulle strade francesi a bordo della Mu-stang Bullitt con Brigitte Bardot al mio fianco».
Il padre di Gianni, Bruno Bozzacchi, era un fa-moso restauratore di manoscritti inestimabili (di
Machiavelli, di Leonardo da Vinci), che aveva in-segnato al figlio l’arte del ritocco. Ed è per questa
sua abilità che il giovane Bozzacchi entra nella vi-ta di Richard e Elizabeth; a ventitré anni, sul set de
I commedianti a Cotonou, nel Dahomey, oggi Re-pubblica del Benin. Le due star hanno i loro film
migliori alla spalle, girati prima del fatale incontro
sul set di Cleopatraa Roma, e I commedianti è il
quinto film che girano insieme. A trentacinque
anni la diva teme la macchina fotografica, e pre-tende che il suo volto di luce conservi una perfe-zione lunare che solo il ritocco le assicura: così il
bel ragazzo romano, timido e riservato, che non
parla inglese, le diventa prezioso, al punto di in-coraggiare il flirt tra lui e Claudye, la sua bella par-rucchiera còrsa che sempre la segue. Anche se gli
è proibito, Gianni scatta di nascosto qualche foto
della diva, ma gli manca la prontezza di riprende-re l’immagine scandalosa che forse gli avrebbe as-sicurato o un’improvvisa fama o la fine del me-stiere: infatti, una notte, nascosti in un boschetto
del suo albergo a Cotonou, sorprende Marlon
Brando con l’attore Christian Marquand. «Forse
nell’ambiente del cinema tutti sapevano che era-no amanti, ma per me fu una rivelazione scioc-cante». Gianni viene promosso fotografo di scena
e amico di famiglia, e nel giugno del 1968 sposa
Claudye nella casa di campagna del venerato par-rucchiere Alexandre, testimoni Elizabeth e Ri-chard, dono di nozze alla sposa un abito di Dior,
allo sposo una Mini Cooper S. Da quel momento
«si faceva un gran parlare di me, si diceva che ero
uno dei fotografi migliori del mondo. Il ragazzo di
strada cresciuto vicino a una stazione ferroviaria
era diventato uno della “Roma bene”... e comin-ciai a essere vittima dei paparazzi». Uno di loro lo
immortala mentre entra nel suo studio con la con-tessa Giovanna Agusta che vuole un ritratto: la pa-parazzata viene subito pubblicata, e «un paio di
giorni dopo scoprii che era stata lei a organizzare
tutto; parlo di una delle migliori amiche di mia
moglie!». Intanto i signori Burton vagabondano
senza sosta, amandosi e odiandosi; per non esse- re arrestati come evasori fiscali, non possono fer-marsi più di tre mesi né in Inghilterra né negli Sta-ti Uniti, soggiornano spesso sul loro yacht, hanno
casa a Puerta Vallarta in Messico e a Gstaad in Sviz-zera.
Diventato una star della mondanità, come una
star Bozzacchi si racconta in terza persona: «Il fo-tografo personale di Elizabeth Taylor era in Iran
per fotografare lo Scià e Farah Diba… un grande
evento sia per gli iraniani sia per lo Scià, desidero-so di modernizzare il Paese e darne un’immagine
diversa». Va da Picasso nello sperduto Château de
Boisgeloup e il vecchio artista lo fa aspettare un
eternità e poi si annuncia con un rumore forte,
«orribile, una tosse catarrosa. Incessante». Lo pre-tendono i principi di Monaco per immortalare
l’anniversario di regno del principe Ranieri, e
Gianni è di quelli che almeno allora riteneva Mon-tecarlo una «magia allo stato puro, una favola in
terra. Forse Grace Kelly stava davvero vivendo una
favola». E rischia anche lui, il fotografo fortunato
con le donne, di viverla: la principessa Carolina
«che era già una bellezza mozzafiato» fa molto la
civetta con lui, ma tutto finisce lì perché subito il
principe padre lo chiama e conoscendo la vivacità
della sua adorata piccina, gli fa segno di no, che
non si può. Lo chiama Luchino Visconti perché fo-tografi una quindicenne, Claudia Marsani, per
Gruppo di famiglia in un interno . E Gianni capisce
che «in realtà Visconti voleva sapere se la reputas-si adatta al ruolo… anche questo era un lavoro di
produzione, la gente sembrava ascoltare i mie onsigli». I Burton chiamano spesso i Bozzacchi
perché passino le vacanze sul loro yacht e assista-no a sbronze, litigi, follie, alla loro continua pas-sione. Capita che a New York venga messo all’asta
un diamante da sessantanove carati, e dallo yacht
la seguono via radio: «Richard era un po’ brillo… e
quando il prezzo da duecentomila arrivò a un mi-lione di dollari decise di ritirarsi». Lo acquista per
soli cinquantamila dollari in più Cartier, e Burton
si arrabbia moltissimo e al telefono riesce a farse-lo cedere per un milione e centomila dollari.
Sarà un altro gioielliere, Bulgari, a ripubblicare
The Queen and I uscito per la prima volta nel 2002,
un libro di fotografie scattate da Gianni Bozzacchi
alla Taylor, con una dedica della diva, adesso ri-pubblicata, lei defunta, su Memorie Exposte. Io e la
regina uscirà anche in Italia. Il fotografo di scena è
lontano quando Elizabeth e Richard divorziano,
ma è nella sua casa romana che i due si rivedono,
si riamano, partono insieme e nell’ottobre del
1975, sedici mesi dopo il divorzio, si risposano, per
ridivorziare nove mesi dopo. Ma ormai Gianni
Bozzacchi ha la sua vita, e dopo aver fotografato da
Audrey Hepburn al maresciallo Tito, di quel lavo-ro non vuole più saperne, né
della sua celebrità, né
di Roma: oggi si occupa
di cinema, vive negli
Stati Uniti, nel Wiscon-sin, è due volte vedovo,
ha quattro figli, tra i
trentanove e i quattro
anni: Vanessa, Rhea
Bianca, Brendonn e
Astoria, questi due figli
della sua terza e attuale
moglie Tasha.
Dopo la morte della se-conda moglie, Bozzacchi
riuscì a evitare di diventare
il nono signor Taylor. È
probabile che la diva, stan-ca e malata, scherzasse, di-cendo alla piccola Rhea
«Tuo padre ora è vedovo, io
sono single. Quindi presto ci
sposeremo per tenerci com-pagnia». In ogni caso fu, rac-conta lui, il rifiuto terrorizza-to della bambina a salvarlo
giovedì 10 ottobre 2013
Caso Grimm, la tripla tragedia Censurato dai nazisti, epurato dai sovietici, morto suicida
H
a d i c i a s s e t te a n n i
Emil Schulz quando
va ad arruolarsi sen-za il consenso dei ge-nitori: siamo nel 1915, la guer-ra è iniziata da un anno. Per
tutti Emil Schulz è Schlump,
un brutto nomignolo (un mi-sto fra Schwein e Lump, che si
può tradurre Porco lazzarone)
affibbiatogli da una guardia
che l’aveva preso a scapaccioni
per le sue bravate. Perché si
arruola nemmeno lui lo sa.
Forse perché sogna di pavo-neggiarsi nell’uniforme gri-gioverde davanti alle ragazze.
Non ha slancio patriottico, e
non c’è insegnante che lo ab-bia plagiato come capitava a
tanti suoi coetanei. Schlump è
un ragazzo semplice, conta
per lui il mangiare assicurato
e una ragazza con cui
far l’amore.
Q u e s to a n t i e r o e
che diventa soldato è
il protagonista di un
romanzo uscito ano-nimo nel 1928 (un an-no prima diNiente di
nuovo sul fronte occi-dentaledi Erich Maria
Remarque), stampato
in Germania dal più
raffinato editore tede-sco, quel Kurt Wolff che pub-blicava Kafka, Heinrich Mann,
Georg Trackl, e subito tradot-to in inglese. Nel 1929, John
Boynton Priestley, recensen-dolo, scriveva che«era di gran
lunga il più bel libro tedesco
sulla guerra dopo Il caso del
sergente Grischadi Arnold
Zweig» (uscito un anno pri-ma).
Nonostante il successo,
l’autore non volle mai rivelare
il suo nome. Additato come
esempio di opera antitedesca,
Schlumpfinirà bruciato nei
roghi nazisti della primavera
1933. All’inizio del prossimo
anno, nella ricorrenza del
centenario della Grande Guer-ra, l’editore Kiepenheuer und
Witsch lo ripubblica. E già
editori di altri paesi europei si
mostrano interessati a questo
libro ritrovato. Per quel che ri-guarda l’anonimo scrittore,
grazie alle ricerche di un gior-nalista della «Frankfurter All-gemeine Zeitung», Volker
We i d e r m a n n , l ’a u to r e d i
Schlump h a f i n a l m e n t e
un’identità: si chiamava Hans
Herbert Grimm, insegnante
di Altenburg in Turingia.
LIBRI DI GUERRA—L’an-niversario del 1914 sta produ-cendo una mole impressio-nante di libri. In Germania e
Francia, contemporaneamen-te, sta uscendo la traduzione
deI sonnambuli, il bel saggio
dello storico Christopher
Clark sulla follia dei governi
europei che si precipitarono
verso la «guerra che doveva
essere l’ultima». A Londra,
l’Imperial War Museum stam-pa album di rarissime fotogra-fie; Rowohlt manda in libreria
l’imponente studio di Her-fried Münkler; in Francia si ri-stampano i classici Barbusse
(Il fuoco) e Céline (Lungo
viaggio verso la notte).
In questo clima di rievoca-zioni, tornaSchlump, con la
copertina originale di Emil
Preetorius e le illustrazioni
dell’espressionista Otto Guth,
ma finalmente con il nome
del suo autore. Dopo un ini-ziale successo, quel racconto
contro la guerra fu oscurato
dal clamore suscitato, in Ger-mania e nel mondo intero, dal
libro di Remarque (1929) e dal
film di Lewis Milestone uscito
subito un anno dopo. Grimm,
spaventato dalle critiche dei
nazionalisti, preferì restare
nell’anonimato, contento di
vedere il libro dimenticato.
IL SOLDATO S. — Di umili
condizioni (il padre è sarto),
Schlump non proviene da un
liceo ma dalla Realschule. Ra-gazzo di provincia, non ha
ideali per cui combattere. A
scuola ha imparato un po’ di
francese e, quando viene
mandato in Francia nelle re-trovie, farà da interprete. È
gentile con i contadini e le ra-gazze del villaggio e in cambio
ottiene uova, baci e anche più.
Il rumore dei cannoni in lon-tananza («la melodia melan-conica») gli ricorda che al
fronte dei bravi ragazzi vengo-no feriti o uccisi. Ma non si
turba, dopo un po’ anche lui
deve andare al fronte, ed ecco-lo in trincea alle prese con un
problema ricorrente: dove fa-re i propri bisogni e come pu-lirsi? Anche in Remarque c’è
questo episodio, ma lì, tutti
insieme, quei giovani idealisti
conquistano la consapevolez-za di essere uniti nel bene e
nel male. Schlump invece è un
solitario, se la cava sempre da
solo. Non ama il pericolo ma
viene ferito e lo ricoverano
nell’ospedale da campo, dove
almeno ci sono letti con len-zuola pulite. Non ha illusioni,
non ha ideali come i ragazzi di
Remarque, e quando guarisce
si mette a fare piccoli com-merci di contrabbando, anche
a smerciare danaro falso: l’im-portante è salvare la pelle e
mandare soldi e cibo a casa.
Quando anche l’America en-tra in guerra e gli attacchi ae-rei inglesi si moltiplicano, ve-de che l’eroismo dei fanti te-deschi non serve, la guerra è
una causa persa: «Chi aveva
pensato la grande impresa,
non l’ha preparata bene, e così
ora a tanti ragazzi tocca mori-re di una morte orribile e spa-ventosa». Alla fine, di fronte
alla disfatta e ai cadaveri,
esclama: «La guerra è orribile,
è u n m a c e l l o m e s c h i n o .
L’umanità che da anni sta a
guardare questo orrore non
merita rispetto».
Soldato semplice
co m’e r a p a r t i to ,
Schlump torna a
casa, la vita rico-mincia.
IL CASO — Au-tore di un saggio
sul rogo dei libri,
Weidermann pub-blica un articolo
sulla «FAZ» chie-dendo se qualcuno
ha notizie del mi-sterioso Schlump.
G l i r i s p o n d e l a
nuora, che gli rac-conta la vita sfortu-nata di Hans Her-bert Grimm. Nel
‘33 la moglie, inse-gnante di pianofor-te, gli aveva propo-sto di andare al-l’estero, ma lui si
era rifiutato. Picco-lo borghese pieno
d i p a u r e , a ve v a
continuato a fare l’insegnante
di lingue, e sotto l’incubo di
venire scoperto si era iscritto
al Partito nazionalsocialista
(l’unica copia del libro in suo
possesso l’aveva murata in
una fessura del muro di casa).
In servizio durante la guerra
come interprete sul fronte oc-cidentale, Grimm torna a casa
nel ‘45. Ora la Turingia è occu-pata dai sovietici, perde il po-sto. Confessa d’essere l’autore
diSchlump, ma non serve. Al-la fine degli anni 40 lo manda-no a lavorare in una cava. Un
amico, arrestato, è spedito in
campo di prigionia: non farà
ritorno. Il 7 luglio del 1950,
dopo un interrogatorio a Wei-mar, Grimm si toglie la vita.
a d i c i a s s e t te a n n i
Emil Schulz quando
va ad arruolarsi sen-za il consenso dei ge-nitori: siamo nel 1915, la guer-ra è iniziata da un anno. Per
tutti Emil Schulz è Schlump,
un brutto nomignolo (un mi-sto fra Schwein e Lump, che si
può tradurre Porco lazzarone)
affibbiatogli da una guardia
che l’aveva preso a scapaccioni
per le sue bravate. Perché si
arruola nemmeno lui lo sa.
Forse perché sogna di pavo-neggiarsi nell’uniforme gri-gioverde davanti alle ragazze.
Non ha slancio patriottico, e
non c’è insegnante che lo ab-bia plagiato come capitava a
tanti suoi coetanei. Schlump è
un ragazzo semplice, conta
per lui il mangiare assicurato
e una ragazza con cui
far l’amore.
Q u e s to a n t i e r o e
che diventa soldato è
il protagonista di un
romanzo uscito ano-nimo nel 1928 (un an-no prima diNiente di
nuovo sul fronte occi-dentaledi Erich Maria
Remarque), stampato
in Germania dal più
raffinato editore tede-sco, quel Kurt Wolff che pub-blicava Kafka, Heinrich Mann,
Georg Trackl, e subito tradot-to in inglese. Nel 1929, John
Boynton Priestley, recensen-dolo, scriveva che«era di gran
lunga il più bel libro tedesco
sulla guerra dopo Il caso del
sergente Grischadi Arnold
Zweig» (uscito un anno pri-ma).
Nonostante il successo,
l’autore non volle mai rivelare
il suo nome. Additato come
esempio di opera antitedesca,
Schlumpfinirà bruciato nei
roghi nazisti della primavera
1933. All’inizio del prossimo
anno, nella ricorrenza del
centenario della Grande Guer-ra, l’editore Kiepenheuer und
Witsch lo ripubblica. E già
editori di altri paesi europei si
mostrano interessati a questo
libro ritrovato. Per quel che ri-guarda l’anonimo scrittore,
grazie alle ricerche di un gior-nalista della «Frankfurter All-gemeine Zeitung», Volker
We i d e r m a n n , l ’a u to r e d i
Schlump h a f i n a l m e n t e
un’identità: si chiamava Hans
Herbert Grimm, insegnante
di Altenburg in Turingia.
LIBRI DI GUERRA—L’an-niversario del 1914 sta produ-cendo una mole impressio-nante di libri. In Germania e
Francia, contemporaneamen-te, sta uscendo la traduzione
deI sonnambuli, il bel saggio
dello storico Christopher
Clark sulla follia dei governi
europei che si precipitarono
verso la «guerra che doveva
essere l’ultima». A Londra,
l’Imperial War Museum stam-pa album di rarissime fotogra-fie; Rowohlt manda in libreria
l’imponente studio di Her-fried Münkler; in Francia si ri-stampano i classici Barbusse
(Il fuoco) e Céline (Lungo
viaggio verso la notte).
In questo clima di rievoca-zioni, tornaSchlump, con la
copertina originale di Emil
Preetorius e le illustrazioni
dell’espressionista Otto Guth,
ma finalmente con il nome
del suo autore. Dopo un ini-ziale successo, quel racconto
contro la guerra fu oscurato
dal clamore suscitato, in Ger-mania e nel mondo intero, dal
libro di Remarque (1929) e dal
film di Lewis Milestone uscito
subito un anno dopo. Grimm,
spaventato dalle critiche dei
nazionalisti, preferì restare
nell’anonimato, contento di
vedere il libro dimenticato.
IL SOLDATO S. — Di umili
condizioni (il padre è sarto),
Schlump non proviene da un
liceo ma dalla Realschule. Ra-gazzo di provincia, non ha
ideali per cui combattere. A
scuola ha imparato un po’ di
francese e, quando viene
mandato in Francia nelle re-trovie, farà da interprete. È
gentile con i contadini e le ra-gazze del villaggio e in cambio
ottiene uova, baci e anche più.
Il rumore dei cannoni in lon-tananza («la melodia melan-conica») gli ricorda che al
fronte dei bravi ragazzi vengo-no feriti o uccisi. Ma non si
turba, dopo un po’ anche lui
deve andare al fronte, ed ecco-lo in trincea alle prese con un
problema ricorrente: dove fa-re i propri bisogni e come pu-lirsi? Anche in Remarque c’è
questo episodio, ma lì, tutti
insieme, quei giovani idealisti
conquistano la consapevolez-za di essere uniti nel bene e
nel male. Schlump invece è un
solitario, se la cava sempre da
solo. Non ama il pericolo ma
viene ferito e lo ricoverano
nell’ospedale da campo, dove
almeno ci sono letti con len-zuola pulite. Non ha illusioni,
non ha ideali come i ragazzi di
Remarque, e quando guarisce
si mette a fare piccoli com-merci di contrabbando, anche
a smerciare danaro falso: l’im-portante è salvare la pelle e
mandare soldi e cibo a casa.
Quando anche l’America en-tra in guerra e gli attacchi ae-rei inglesi si moltiplicano, ve-de che l’eroismo dei fanti te-deschi non serve, la guerra è
una causa persa: «Chi aveva
pensato la grande impresa,
non l’ha preparata bene, e così
ora a tanti ragazzi tocca mori-re di una morte orribile e spa-ventosa». Alla fine, di fronte
alla disfatta e ai cadaveri,
esclama: «La guerra è orribile,
è u n m a c e l l o m e s c h i n o .
L’umanità che da anni sta a
guardare questo orrore non
merita rispetto».
Soldato semplice
co m’e r a p a r t i to ,
Schlump torna a
casa, la vita rico-mincia.
IL CASO — Au-tore di un saggio
sul rogo dei libri,
Weidermann pub-blica un articolo
sulla «FAZ» chie-dendo se qualcuno
ha notizie del mi-sterioso Schlump.
G l i r i s p o n d e l a
nuora, che gli rac-conta la vita sfortu-nata di Hans Her-bert Grimm. Nel
‘33 la moglie, inse-gnante di pianofor-te, gli aveva propo-sto di andare al-l’estero, ma lui si
era rifiutato. Picco-lo borghese pieno
d i p a u r e , a ve v a
continuato a fare l’insegnante
di lingue, e sotto l’incubo di
venire scoperto si era iscritto
al Partito nazionalsocialista
(l’unica copia del libro in suo
possesso l’aveva murata in
una fessura del muro di casa).
In servizio durante la guerra
come interprete sul fronte oc-cidentale, Grimm torna a casa
nel ‘45. Ora la Turingia è occu-pata dai sovietici, perde il po-sto. Confessa d’essere l’autore
diSchlump, ma non serve. Al-la fine degli anni 40 lo manda-no a lavorare in una cava. Un
amico, arrestato, è spedito in
campo di prigionia: non farà
ritorno. Il 7 luglio del 1950,
dopo un interrogatorio a Wei-mar, Grimm si toglie la vita.
IguaidiGina,magnated’Australia Ifiglitentanodistrapparlel’impero Siavviaallaconclusionelacausadacinquemiliardididollari
MELBOURNE — Sta per conclu-dersi la lunga battaglia legale che ve-de schierata una delle donne più ric-che del mondo, l’australiana Gina
Rinehart, contro due dei suoi stessi
figli.
Una causa iniziata nel settembre
2011 che ruota intorno a un trust da
cinque miliardi di dollari, pari a circa
un quarto del patrimonio di famiglia
nato dal più grande giacimento di
ferro al mondo. Il fondatore della di-nastia, Lang Hancock, lasciò in ere-dità il trust ai suoi quattro nipoti che
l’avrebbero raccolta dopo aver supe-rato i 25 anni. Ma nel 2011, a pochi
giorni dal 25esimo compleanno di
Ginia, la più piccola dei quattro, la
magnate mostrò di non avere nessu-na intenzione di lasciare ai figli il
trust che aveva sempre amministra-to per loro.
«Le tasse sull’eredità vi mande-ranno in bancarotta», avrebbe scrit-to, pianificando di permettere loro
l’accesso soltanto nel 2068. Una scel-ta che non è piaciuta ai legittimi in-teressati. I tre più grandi, John, Bian-ca e Hope, si sono subito rivolti alla
Corte Suprema del New South Wa-les, dove ieri si è aperto il dibatti-mento. «La condotta di nostra madre
nell’amministrazione del trust è sta-ta ingannevole, manipolatoria e ver-gognosa», hanno accusato. Soltanto
la più piccola dei quattro, Ginia, è ri-masta vicina alla magnate. «Questo
caso è motivato soltanto dall’avidi-tà», ha sostenuto tempo fa, venendo
premiata dalla madre con posti chia-ve nella società di famiglia e con re-gali generosi. Mentre Ginia guidava
la sua Rolls-Royce nuova fiammante
da oltre un milione di dollari, i fra-telli, tagliati fuori dall’accesso al
trust, arrancavano per pagare il con-to da 100 mila dollari al mese degli
avvocati, vendendo proprietà, vestiti
e gioielli. La prima a gettare la spu-gna è stata lo scorso marzo Hope, la
terza figlia.
Non si conoscono molti dettagli
della vita dei quattro figli, ma si sa
che tra di loro c’è sempre stata una
forte competitività, incoraggiata
dalla madre. «Di volta in volta cia-scuno di loro è stato elevato al ruolo
di favorito, per poi essere sostituito
da un altro», ha raccontato un amico
di famiglia. Del resto è trapelato più
volte come, nonostante la ricchezza,
i quattro figli non abbiano avuto
un’infanzia felice. «Dormivo con un
martello sotto il cuscino», ha rac-contato in un’intervista la secondo-genita, Bianca, parlando del disagio
che provava vedendo la sua casa
sempre accerchiata dai curiosi. Tor-mentato è anche il primogenito
John, talmente in rotta con la madre
da aver deciso di rinunciare al co-gnome del patrigno, Rinehart, per
prendere quello del nonno, Han-cock. Secondo lui, la madre avrebbe
sempre preferito le figlie avute con il
secondo marito, l’avvocato Frank Ri-nehart, rispetto a lui e Bianca, nati
dal primo matrimonio di Gina con
un dipendente di Lang Hancock,
l’inglese Greg Milton. John, che ha
guidato la battaglia legale contro la
madre, sperava probabilmente di es-sere nominato amministratore fidu-ciario del trust di famiglia. Ieri, a sor-presa, si è però ritirato. «Ho deciso di
fare un passo indietro e di sostenere
la nomina di Bianca», ha detto. Biso-gnerà vedere se la magnate accetterà
la sua secondogenita come ammini-stratrice fiduciaria, mentre Ginia, la
più piccola, ha già fatto sapere di
non essere d’accordo. «Voglio una
persona che sia davvero indipen-dente», ha chiesto tramite i suoi av-vocati.
Comunque vada a finire, sarà Gi-na Rinehart la grande sconfitta, pro-prio lei che lottò a sua volta per otte-nere la sua eredità, quando il padre
la allontanò per sposare l’odiata do-mestica filippina, Rose Porteous. Ora
sono i suoi stessi figli a strapparle la
guida del trust, mentre nascono
dubbi sulla loro volontà di continua-re un giorno l’opera della madre. E
Gina Rinehart, che ha dedicato la sua
vita al più grande giacimento di ferro
del mondo, inizia forse a temere che
l’impero di famiglia non sopravviva
alla terza generazione.
Roberta Giac
Rinehart, contro due dei suoi stessi
figli.
Una causa iniziata nel settembre
2011 che ruota intorno a un trust da
cinque miliardi di dollari, pari a circa
un quarto del patrimonio di famiglia
nato dal più grande giacimento di
ferro al mondo. Il fondatore della di-nastia, Lang Hancock, lasciò in ere-dità il trust ai suoi quattro nipoti che
l’avrebbero raccolta dopo aver supe-rato i 25 anni. Ma nel 2011, a pochi
giorni dal 25esimo compleanno di
Ginia, la più piccola dei quattro, la
magnate mostrò di non avere nessu-na intenzione di lasciare ai figli il
trust che aveva sempre amministra-to per loro.
«Le tasse sull’eredità vi mande-ranno in bancarotta», avrebbe scrit-to, pianificando di permettere loro
l’accesso soltanto nel 2068. Una scel-ta che non è piaciuta ai legittimi in-teressati. I tre più grandi, John, Bian-ca e Hope, si sono subito rivolti alla
Corte Suprema del New South Wa-les, dove ieri si è aperto il dibatti-mento. «La condotta di nostra madre
nell’amministrazione del trust è sta-ta ingannevole, manipolatoria e ver-gognosa», hanno accusato. Soltanto
la più piccola dei quattro, Ginia, è ri-masta vicina alla magnate. «Questo
caso è motivato soltanto dall’avidi-tà», ha sostenuto tempo fa, venendo
premiata dalla madre con posti chia-ve nella società di famiglia e con re-gali generosi. Mentre Ginia guidava
la sua Rolls-Royce nuova fiammante
da oltre un milione di dollari, i fra-telli, tagliati fuori dall’accesso al
trust, arrancavano per pagare il con-to da 100 mila dollari al mese degli
avvocati, vendendo proprietà, vestiti
e gioielli. La prima a gettare la spu-gna è stata lo scorso marzo Hope, la
terza figlia.
Non si conoscono molti dettagli
della vita dei quattro figli, ma si sa
che tra di loro c’è sempre stata una
forte competitività, incoraggiata
dalla madre. «Di volta in volta cia-scuno di loro è stato elevato al ruolo
di favorito, per poi essere sostituito
da un altro», ha raccontato un amico
di famiglia. Del resto è trapelato più
volte come, nonostante la ricchezza,
i quattro figli non abbiano avuto
un’infanzia felice. «Dormivo con un
martello sotto il cuscino», ha rac-contato in un’intervista la secondo-genita, Bianca, parlando del disagio
che provava vedendo la sua casa
sempre accerchiata dai curiosi. Tor-mentato è anche il primogenito
John, talmente in rotta con la madre
da aver deciso di rinunciare al co-gnome del patrigno, Rinehart, per
prendere quello del nonno, Han-cock. Secondo lui, la madre avrebbe
sempre preferito le figlie avute con il
secondo marito, l’avvocato Frank Ri-nehart, rispetto a lui e Bianca, nati
dal primo matrimonio di Gina con
un dipendente di Lang Hancock,
l’inglese Greg Milton. John, che ha
guidato la battaglia legale contro la
madre, sperava probabilmente di es-sere nominato amministratore fidu-ciario del trust di famiglia. Ieri, a sor-presa, si è però ritirato. «Ho deciso di
fare un passo indietro e di sostenere
la nomina di Bianca», ha detto. Biso-gnerà vedere se la magnate accetterà
la sua secondogenita come ammini-stratrice fiduciaria, mentre Ginia, la
più piccola, ha già fatto sapere di
non essere d’accordo. «Voglio una
persona che sia davvero indipen-dente», ha chiesto tramite i suoi av-vocati.
Comunque vada a finire, sarà Gi-na Rinehart la grande sconfitta, pro-prio lei che lottò a sua volta per otte-nere la sua eredità, quando il padre
la allontanò per sposare l’odiata do-mestica filippina, Rose Porteous. Ora
sono i suoi stessi figli a strapparle la
guida del trust, mentre nascono
dubbi sulla loro volontà di continua-re un giorno l’opera della madre. E
Gina Rinehart, che ha dedicato la sua
vita al più grande giacimento di ferro
del mondo, inizia forse a temere che
l’impero di famiglia non sopravviva
alla terza generazione.
Roberta Giac
Ilgeniochemangiainmensapercapiremeglioglialtri
Uno dei segreti della straordinaria car-riera di Janet Yellen, 67 anni, diventata la
donna più potente del pianeta dopo la no-mina alla presidenza della Banca centrale
americana, è il modo gentile e il tono di
voce morbido con cui sa spiegare le cose,
anche le più complicate. Yellen non è mai
veemente, persino quando promuove po-litiche monetarie molto aggressive, come
quelle adottate dalla Fed per aiutare l’eco-nomia americana a ripartire dopo la crisi
finanziaria del 2008. Usa semplicità e cor-tesia per creare consenso, un aspetto im-portante per il ruolo che è chiamata a
svolgere.
Alla Fed, dove è vice presidente di Ben
Bernanke dal 2010, ad esempio, ha l’abi-tudine di andare in mensa, perché «man-giare con lo staff è un buon metodo per
sapere che cosa pensano le persone, che
cosa gira per la loro mente. E a me piace
interagire», racconta. Ma non fatevi trarre
in inganno: le tesi di Janet Yellen sono in-cisive e chiare. Perciò riesce a essere mol-to persuasiva. Che poi la neo presidente
della Banca centrale Usa, una donna mi-nuta con i capelli corti color argento, ab-bia una testa molto brillante e sia prepara-tissima e super qualificata, come quasi
sempre accade alle donne che arrivano al
top per meriti propri, è già noto da tempo.
Newyorchese di Brooklyn, laurea in
economia alla Brown University e un PhD,
sempre in economia, a Yale, Yellen ha co-struito la sua carriera accademica tra Har-vard, la London School of Economics e
l’Università di Berkley, in California, dove
è stata premiata due volte per le eccezio-nali capacità di insegnamento. Ma già ai
tempi di Yale, il Nobel per l’economia Ja-mes Tobin l’aveva descritta come «un ge-nio nell’esprimere concetti complicati in
modo semplice». Un altro Nobel per
l’economia, George Akerlof, premiato nel
2001, invece lo ha sposato, e insieme han-no un figlio, Robert, pure lui economista.
Nel suo curriculum stellare spiccano la
presidenza del Consiglio economico alla
Casa Bianca con Bill Clinton, nel ’97-99, e
la presidenza della Federal Reserve di San
Francisco dal 2004 al 2010, quando è no-minata numero due di Bernanke.
L’investitura di Yellen rappresenta una
svolta epocale: è la prima volta nei cento
anni di storia della Fed (il compleanno ca-de nel 2014) che si affida tanto potere a
una donna. Il presidente della Banca cen-trale, con le sue decisioni di politica mo-netaria, è il faro non solo per l’economia e
i mercati americani ma di tutto il mondo.
La sua nomina arriva inoltre proprio
mentre un’altra donna, Mary Jo White, 65
anni, ha il compito di sorvegliare i mercati
americani. Avvocato famoso per le sue
battaglie contro terrorismo e frodi finan-ziarie, da quando in aprile è diventata nu-mero uno della Sec, la Consob americana,
White ha fatto capire alle grandi banche di
Wall Street che il clima è cambiato e le
truffe finanziarie saranno punite severa-mente,come dimostra il caso di Jp Mor-gan, in trattativa per patteggiare una mul-ta da 11 miliardi di dollari, con ammissio-ne di colpa.
Le signore sono in sintonia. Yellen, che
entrerà in carica a fine gennaio, ha impa-rato dalla crisi del 2008 che «servono
standard più severi e regole pronte ad en-trare in vigore automaticamente quando
succedono cose come queste», ha dichia-rato nel 2010 in una testimonianza al
Congresso sulla crisi finanziaria.
Un altro suo pallino è la trasparenza, e
se oggi la Federal Reserve parla in modo
più chiaro e la sua politica monetaria è
più comprensibile, è anche merito di Yel-len. Nel gennaio 2012, su raccomandazio-ne di un comitato sulla comunicazione
presieduto da lei, la Fed per la prima volta
ha annunciato i target per l’inflazione e
per la disoccupazione, che avrebbero gui-dato la sua politica monetaria. «Gli effetti
della politica monetaria dipendono note-volmente da come il pubblico recepisce il
messaggio su quello che la politica farà
nei mesi o negli anni futuri — ha spiegato
lo scorso aprile —. Spero e ho fiducia che i
giorni del non spiegare mai, non giustifi-care mai, siano finiti per sempre».
Ma la sfida più grande che aspetta Yel-len, prima democratica chiamata a gestire
il dollaro negli ultimi 30 anni, sarà deci-dere quanto velocemente ridurre il mas-siccio piano di stimoli, il cosiddettotape-ring, lanciato dalla Fed per aiutare la cre-scita americana e far ripartire l’occupa-z i o n e . I l m o m e n to è te r r i b i l m e n te
complicato per gli Stati Uniti, ancora alle
prese con una fragile ripresa e una disoc-cupazione che resta al 7,3%. Ogni mese la
banca centrale spende 85 miliardi di dol-lari per comprare titoli del Tesoro e altre
obbligazioni. L’intervento serve a tenere
bassi i tassi del denaro, favorendo gli in-vestimenti e i consumi delle famiglie. Ma
il denaro facile, con tassi vicini allo zero,
costituisce una «droga», che provoca di-storsioni e alimenta bolle sul mercato.
Perciò Bernanke prima dell’estate ha an-nunciato l’intenzione di cominciare a di-minuire gli stimoli entro la fine dell’anno,
in modo graduale e condizionato allo sta-to di salute dell’economia.
Sostenitrice che un po’ di inflazione,
intorno al 2%, sia salutare per l’economia
(oggi è inferiore), Yellen guarderà soprat-tutto alla disoccupazione, di cui ha stu-diato costi e cause durante la carriera ac-cademica. «Queste non sono solo statisti-che per me. Sappiamo che la disoccupa-zione di lungo periodo è devastante per i
lavoratori e le loro famiglie», ha sostenuto
lo scorso febbraio.
Giuliana Ferraino
donna più potente del pianeta dopo la no-mina alla presidenza della Banca centrale
americana, è il modo gentile e il tono di
voce morbido con cui sa spiegare le cose,
anche le più complicate. Yellen non è mai
veemente, persino quando promuove po-litiche monetarie molto aggressive, come
quelle adottate dalla Fed per aiutare l’eco-nomia americana a ripartire dopo la crisi
finanziaria del 2008. Usa semplicità e cor-tesia per creare consenso, un aspetto im-portante per il ruolo che è chiamata a
svolgere.
Alla Fed, dove è vice presidente di Ben
Bernanke dal 2010, ad esempio, ha l’abi-tudine di andare in mensa, perché «man-giare con lo staff è un buon metodo per
sapere che cosa pensano le persone, che
cosa gira per la loro mente. E a me piace
interagire», racconta. Ma non fatevi trarre
in inganno: le tesi di Janet Yellen sono in-cisive e chiare. Perciò riesce a essere mol-to persuasiva. Che poi la neo presidente
della Banca centrale Usa, una donna mi-nuta con i capelli corti color argento, ab-bia una testa molto brillante e sia prepara-tissima e super qualificata, come quasi
sempre accade alle donne che arrivano al
top per meriti propri, è già noto da tempo.
Newyorchese di Brooklyn, laurea in
economia alla Brown University e un PhD,
sempre in economia, a Yale, Yellen ha co-struito la sua carriera accademica tra Har-vard, la London School of Economics e
l’Università di Berkley, in California, dove
è stata premiata due volte per le eccezio-nali capacità di insegnamento. Ma già ai
tempi di Yale, il Nobel per l’economia Ja-mes Tobin l’aveva descritta come «un ge-nio nell’esprimere concetti complicati in
modo semplice». Un altro Nobel per
l’economia, George Akerlof, premiato nel
2001, invece lo ha sposato, e insieme han-no un figlio, Robert, pure lui economista.
Nel suo curriculum stellare spiccano la
presidenza del Consiglio economico alla
Casa Bianca con Bill Clinton, nel ’97-99, e
la presidenza della Federal Reserve di San
Francisco dal 2004 al 2010, quando è no-minata numero due di Bernanke.
L’investitura di Yellen rappresenta una
svolta epocale: è la prima volta nei cento
anni di storia della Fed (il compleanno ca-de nel 2014) che si affida tanto potere a
una donna. Il presidente della Banca cen-trale, con le sue decisioni di politica mo-netaria, è il faro non solo per l’economia e
i mercati americani ma di tutto il mondo.
La sua nomina arriva inoltre proprio
mentre un’altra donna, Mary Jo White, 65
anni, ha il compito di sorvegliare i mercati
americani. Avvocato famoso per le sue
battaglie contro terrorismo e frodi finan-ziarie, da quando in aprile è diventata nu-mero uno della Sec, la Consob americana,
White ha fatto capire alle grandi banche di
Wall Street che il clima è cambiato e le
truffe finanziarie saranno punite severa-mente,come dimostra il caso di Jp Mor-gan, in trattativa per patteggiare una mul-ta da 11 miliardi di dollari, con ammissio-ne di colpa.
Le signore sono in sintonia. Yellen, che
entrerà in carica a fine gennaio, ha impa-rato dalla crisi del 2008 che «servono
standard più severi e regole pronte ad en-trare in vigore automaticamente quando
succedono cose come queste», ha dichia-rato nel 2010 in una testimonianza al
Congresso sulla crisi finanziaria.
Un altro suo pallino è la trasparenza, e
se oggi la Federal Reserve parla in modo
più chiaro e la sua politica monetaria è
più comprensibile, è anche merito di Yel-len. Nel gennaio 2012, su raccomandazio-ne di un comitato sulla comunicazione
presieduto da lei, la Fed per la prima volta
ha annunciato i target per l’inflazione e
per la disoccupazione, che avrebbero gui-dato la sua politica monetaria. «Gli effetti
della politica monetaria dipendono note-volmente da come il pubblico recepisce il
messaggio su quello che la politica farà
nei mesi o negli anni futuri — ha spiegato
lo scorso aprile —. Spero e ho fiducia che i
giorni del non spiegare mai, non giustifi-care mai, siano finiti per sempre».
Ma la sfida più grande che aspetta Yel-len, prima democratica chiamata a gestire
il dollaro negli ultimi 30 anni, sarà deci-dere quanto velocemente ridurre il mas-siccio piano di stimoli, il cosiddettotape-ring, lanciato dalla Fed per aiutare la cre-scita americana e far ripartire l’occupa-z i o n e . I l m o m e n to è te r r i b i l m e n te
complicato per gli Stati Uniti, ancora alle
prese con una fragile ripresa e una disoc-cupazione che resta al 7,3%. Ogni mese la
banca centrale spende 85 miliardi di dol-lari per comprare titoli del Tesoro e altre
obbligazioni. L’intervento serve a tenere
bassi i tassi del denaro, favorendo gli in-vestimenti e i consumi delle famiglie. Ma
il denaro facile, con tassi vicini allo zero,
costituisce una «droga», che provoca di-storsioni e alimenta bolle sul mercato.
Perciò Bernanke prima dell’estate ha an-nunciato l’intenzione di cominciare a di-minuire gli stimoli entro la fine dell’anno,
in modo graduale e condizionato allo sta-to di salute dell’economia.
Sostenitrice che un po’ di inflazione,
intorno al 2%, sia salutare per l’economia
(oggi è inferiore), Yellen guarderà soprat-tutto alla disoccupazione, di cui ha stu-diato costi e cause durante la carriera ac-cademica. «Queste non sono solo statisti-che per me. Sappiamo che la disoccupa-zione di lungo periodo è devastante per i
lavoratori e le loro famiglie», ha sostenuto
lo scorso febbraio.
Giuliana Ferraino
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