martedì 21 maggio 2013

Gael García Bernal

Figlio d’arte, l’attore messicano
del momento è sempre a caccia
di ruoli da rivoluzionario. È stato
il “Che” dei “Diari
della motocicletta”,
ora è il pubblicitario
che sconfisse Pinochet,
nel prossimo film sarà
un fanta Zorro difensore
dei deboli :“In realtà
per poter fare
ciò che davvero mi piace
accetto anche gli spot
Qualunque cosa pur di non lavorare
mai più in una telenovela.


cchi bambini e lingua
tagliente, fisico minuto
e grinta da pugile. Gael
García Bernal è l’attore
messicano più famoso al mondo, un
miscuglio perfetto di allegria, tenerez-za e impegno, anche politico. È stato il
giovane Che Guevara nei  Diari della
motociclettaper Walter Salles, Pedro
Almodóvar lo ha voluto in tre perso-naggi diversi nel cupo  La mala educa-ción . Ha galoppato nel mondo onirico
di cartapesta di Michel Gondry, era
L’arte del sogno , e affiancato Brad Pitt
in Babel di Alejandro Gonzales Iñárri-tu. «Alejandro è il mio mentore. Gli de-vo tutto. Venne a vedermi a teatro e poi
mi chiese di lavorare nel suo Amores
Perros . Ci invitarono al Festival di Can-nes. Non avevamo soldi, dormivamo
tutti pigiati in un appartamento, qual-cuno per terra. E non sapevamo come
avremmo fatto a noleggiare lo
smoking richiesto alla proiezione uffi-ciale». Alla Mostra di Venezia sarebbe
andata meglio: con Y tu mamá Tam-bién , girato con Alfonso Cuarón, Ber-nal conquistò il Premio Mastroianni
insieme a Diego Luna: «Una sorpresa,
e poi Diego è il mio migliore amico».
È stato subito chiaro che il ragazzo di
Guadalajara fosse fatto per il cinema.
«Anche se in realtà io sono figlio del
teatro, in senso letterale» racconta
Gael in un pomeriggio umido di pri-mavera parigina: «Sono figlio di due at-tori politicamente impegnati. Stavo
sempre con loro. Tra i miei primi ricor-di ho l’immagine di me che guardo il
palco. Dei miei che si cambiano i co-stumi dietro le quinte. Della platea
affollata. Non ricordo dove, avrò avuto
quattro o cinque anni, ma ricordo che
volevo stare con loro in scena, condivi-dere il loro mondo, le loro emozioni.
Del resto era infinitamente meglio che
aspettarli in camerino o al bar. Sono
sempre stato orgoglioso dei miei geni-tori, perché li ho visti pieni di gioia an-che se molto professionali. Mia madre
mi faceva ridere, diceva a tutti gli atto-ri prima di entrare in scena “Se non ti
diverti, non funzionerà”. Insomma,
tutto questo per dire che dentro il tea-tro ci sono cresciuto, ma per davvero,
e che per me passare sotto i riflettori è
stata una cosa naturale».
Cresciuto a pane e repliche. «Sono
fiero di aver debuttato ufficialmente
nel teatro intitolato a Juana Inéz de la
Cruz, una poetessa e letterata messi-cana del Seicento. Una donna straor-dinaria». Si ferma a riflettere: «Il teatro
per me è più ancora di una casa, è il mio
tempio. È qualcosa di sacro in cui si
compie il rito dello spettacolo. Del re-sto anche la messa, qualcosa di estre-mamente sentito in Messico, è un rito
teatrale». Gael si è sempre definito
«culturalmente cattolico», ma anche
libero pensatore: «molto libero». «A di-ciott’anni sono andato a Londra per
studiare recitazione, mi mantenevo
lavorando in un bar». Imparò così a
parlare un ottimo inglese, cosa che lo
ha aiutato non poco ad entrare nel cir-cuito internazionale. È dotato di un
naturale talento per lingue e per gli ac-centi. In  No - I giorni dell’arcobaleno di
Pablo Larrain, appena uscito nelle sa-le italiane, parla uno spagnolo-cileno
talmente perfetto che il regista gli ha
chiesto di «sporcarlo» con qualche in-tercalare messicano (il personaggio
principale torna in Cile dopo aver vis-suto dieci anni in Messico).
Non è mai stato tanto bravo, Gael
García Bernal, come in questo film, già
candidato all’Oscar, che racconta le
elezioni cilene del 1988. Quindici anni
dopo il golpe militare, l’economia cile-na è florida, i dissidenti sono sotto con-trollo e gli Stati Uniti, che appoggiano
il regime, chiedono a Pinochet di mi-gliorare la sua immagine. Così il ditta-tore indice un referendum e chiede al
popolo di rinnovargli il potere. È sicu-ro di vincere, ma non prevede che i suoi
rivali chiamino un pubblicitario che
ha fatto esperienza anche negli Usa
per curare la campagna televisiva a fa-vore del “No”. «Mi è piaciuto subito
questo personaggio che ha lanciato il
“No” proprio come aveva fatto con la
Coca Cola, con slogan e spot, arcoba-leni, famiglie felici al picnic, balletti e
canzoni corali di attori e artisti, tutto
molto anni Ottanta». A rivederli oggi
questi spot sono surreali. «È vero, ma
credo comunque che il personaggio
che interpreto nel film sia stato un uo-mo coraggioso e consapevole. Era uno
pagato bene, aveva un figlio da mante-nere, ma decise lo stesso di rischiare
perché credeva nella giustizia. Grazie a
lui la tecnica pubblicitaria diventò
un’arma che ha permesso di abbatte-re il regime di Pinochet».
Vita privata? Dopo un tormentato fi-danzamento con Natalie Portman (si
sono messi insieme e lasciati nel 2004,
e poi di nuovo nel 2007) Bernal si è spo-sato con la collega Dolores Fonzi, star
delle telenovelas argentine. Hanno
due figli, Làzaro e Libertad. «Non è fa-cile stare tutti insieme, ma quando è
possibile porto i bimbi sul set con me».
Idealista per indole, a trentaquattro
anni ha imparato l’arte del cinismo.
«Anche in campo artistico bisogna es-serlo, esattamente come in politica».
Oltre che attore e regista (nel 2007 ha
diretto Deficit , su una riunione di fa-miglia in cui si incontrano varie classi
sociali) Bernal è anche produttore
(con Diego Luna ha fondato una so-cietà per produrre il lavoro di giovani
artisti messicani) ma non disdegna af-fatto le pellicole più commercialmen-te hollywoodiane e neppure gli spot
pubblicitari: «Sono soldi che servono
per finanziare i progetti in cui credo. E
comunque è sempre meglio che fare le
telenovelas. Da giovane ne ho fatta
qualcuna. Piacevoli sì, ma erano quel
che erano. Leggere, veloci e un po’ effi-mere come tutte le cose della tv. Sono
viste da tanta gente e non mi pento di
averle fatte, ma non credo che mi capi-terà ancora nella vita», ride. Lo fa spes-so, mentre racconta della sua passione
per la boxe, e di quella per la jarana ,
una piccola chitarra che si diverte a
suonare in un gruppo. Sembra un uo-mo ormai sereno e sicuro, «in realtà so-no uno che dubita di se stesso in ogni
momento. Non riesco a pianificare la
carriera, cerco di mantenere la recita-zione come una gioiosa necessità, la
possibilità di conoscere culture diver-se, lavorare con persone che ammiri.
Se inizi a fare calcoli perdi subito tutta
la felicità che un mestiere come questo
porta con sé e allora tutto diventa solo
marketing, marketing di te stesso. Una
cosa vuota».
Ovviamente «fare questo lavoro con
gioia non significa che vada sempre
tutto bene, ci sono anche i rischi, le dif-ficoltà». I set, del resto, non sono tutti
uguali. Di quello con Almodóvar ha
raccontato che «in ogni scena Pedro ti
dice dove andare, come muovere la te-sta, è uno che sente se entri in crisi, che
ti sostiene». Se però deve parlarti dei ci-neasti che sono «fratelli maggiori e
mentori» i nomi sono quelli di Iñárritu,
Salles, Cuarón. E se deve scegliere tre
ricordi cinematografici di felicità pura,
non ha dubbi: «Le notti che ho passato
a nuotare nel fiume per l’ultima scena
dei  Diari della motocicletta: non mi
rendevo nemmeno conto della trou-pe, c’ero con tutto me stesso in quel
ruolo, in quel momento.  L’arte del so-gno di Gondry, il film più bello e pazzo
che ho fatto in vita mia. E la scena fina-le di Y tu mamá también: io e il mio
amico Diego entrambi ubriachi e c’è
un piano sequenza lungo sette minuti,
una scena bellissima».
Nel suo presente una marea di pic-coli progetti indipendenti, impegno
civile nel suo paese e umanitario con le
organizzazioni internazionali. Ma an-che una grande produzione hollywoo-diana:  Zorro Reborn , rivisitazione in
chiave post-apocalittica dello spadac-cino mascherato. Un ruolo perfetto
per Bernal. «Non ho mai lavorato in un
vero kolossal degli Studios e sono cu-rioso di vedere l’effetto che fa. E se è ve-ro che l’idea di associare Zorro alla fan-tascienza effettivamente è piuttosto
strana, è altrettanto vero che ci saran-no sempre deboli da difendere. In que-sto senso possiamo dire che Zorro è un
eroe che prescinde il suo tempo

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