ando Claudio Abbado affronta un’intervista, circo-stanza molto rara, il suo interlocutore dovrà misu-rarsi con le fertili qualità dell’attesa. Ci sono misteri
piccoli e grandi nei suoi silenzi. In un mondo in cui
tutti parlano di sé, e l’esposizione dell’ego è una pra-tica ossessiva, Abbado tende a ritrarsi, scansando
l’esternazione per dare spazio all’ascolto. È come se sottolineasse
che ogni parola ha un suono e un senso. Atteggiamento legato al fa-re musica. Perché «la musica insegna ad ascoltare», dice. «Ascoltan-do s’impara, e così dovrebbe essere anche nella vita: se tutti gli uo-mini conoscessero la musica, le cose funzionerebbero assai meglio».
Il 26 giugno Claudio Abbado compie ottant’anni, ed è un’età che
il direttore d’orchestra milanese, uno dei più amati e ammirati mu-sicisti del nostro tempo, porta con straordinaria leggerezza. Abbado
è un mito musicale. Eppure non c’è mitologia nella semplicità del
suo tratto. Persino nel pieno del lavoro, quand’è in prova con una
LEONETTA BENTIVOGLIO
delle “sue” orchestre (“sue” perché le fonda e le modella, impri-mendo loro una fisionomia all’insegna dell’eccellenza), esprime na-turalezza e capacità di non farsi prendere dall’ansia. È una delle sue
virtù più sorprendenti. Qualcosa che somiglia a un modo d’essere
orientale, cui sono ascrivibili anche il suo amore per la natura, la sua
profonda sintonia con gli amici e il suo vivere immerso totalmente
nella musica.
Per il fedele e immenso pubblico che lo ammira, i suoi ottant’an-ni sono una festa. La celebreranno tra l’altro i suoi prossimi concer-ti a Berlino (18, 19, 21 maggio, con i Berliner Philharmoniker) e un
concerto a Bologna il 9 con l’Orchestra Mozart e Radu Lupu al pia-noforte, che sarà replicato alla Salle Pleyel di Parigi l’11. Nell’arco di
mezzo secolo, l’insieme delle sue interpretazioni offre uno spacca-to tra i più significativi e alti della direzione orchestrale del Nove-cento. Ne è una riprova il cofanetto che Deutsche Grammophon lan-cia per il compleanno, contenente vari cicli sinfonici da lui diretti e
selezionati in 41 cd.
(segue nelle pagine successive)
DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI
FOTO LELLI & MASOTTI/ALINARI
CLAUDIO ABBADO
“Musica
maestra”
La guerra, la famiglia, l’amore, le montagne
e l’arte di sapere ascoltare
Alla vigilia dei suoi ottant’anni
il grande direttore d’orchestra
si confessa a “Repubblica”
Qe orchestre sono quelle che
hanno scandito la sua carriera:
la Mozart di Bologna (l’ultima
nata, nel 2004), la Chamber Or-chestra of Europe, la London
Symphony, i Berliner Philhar-moniker, i Wiener Philharmoniker, la Mah-ler Chamber Orchestra e la Lucerne Festival
Orchestra. È anche in uscita il disco con la
sua lettura della Seconda di Schumann, ese-guita dall’Orchestra Mozart: «Forse tra le
sinfonie di Schumann è la più nuova e ap-passionata», sostiene. «La scrisse in anni in
cui era innamoratissimo di Clara. Cosa che
emerge dalla ricchezza del pezzo». L’amore
è uno spunto ideale per dare il via alla nostra
conversazione.
Conta di più l’amore o l’amicizia nella vi-ta di Claudio Abbado?
«Sono sentimenti inseparabili, entrambi
essenziali e spesso complementari. Amo
certi amici e nutro amore per i figli. A Danie-le, il maggiore, che fa il regista, mi unisce
un’autentica amicizia. Abbiamo un rappor-to libero e aperto».
E per quanto riguarda gli altri tre?
«L’amicizia e l’affetto sono una cosa sola
sia con mia figlia Alessandra, sia con Seba-stian che fa l’architetto a Londra e sia con Mi-sha, il più giovane, che vive tra Londra e
Cambridge. Suona il corno e il pianoforte, ol-tre al basso elettrico in un gruppo rock, e fre-quenta l’università. Un gentleman versati-le».
Chi sono le persone alle quali oggi pensa
con più amore, oltre ai suoi figli?
«Di sicuro una è mia madre, che fu donna
di generosità meravigliosa. Fece scappare
vari partigiani durante la guerra e riuscì a far
passare in Svizzera molti ebrei. Tanti sono
tornati a ringraziarla, nel dopoguerra».
Sua mamma Maria Carmela scrisse bei
libri per ragazzi.
«Fu autrice di una raccolta di novelle sici-liane ascoltate durante la sua infanzia in Si-cilia e di un volume di fiabe tradotte da mio
nonno Guglielmo Savagnone dal poeta per-siano Ferdowsi».
Un nonno formidabile, narrano le cro-nache di famiglia.
«Un grande saggio, docente di diritto ro-mano all’università di Palermo. Morì a novantasei anni, restando lucido fino alla fi-ne. La sua sapienza delle lingue antiche era
sterminata. Aveva tradotto dall’aramaico il
testo originale del Vangelo, e dalla tradu-zione emerse l’esistenza di altri figli di Ma-ria oltre a Gesù. L’aver rivelato che Gesù
aveva fratelli e sorelle gli costò la scomuni-ca. Ne andava fiero, perché era un ricono-scimento della rilevanza della sua scoper-ta. Quando io ero bambino veniva con noi
in Val d’Aosta, e passeggiando in monta-gna mi consegnava frasi che sarebbero ri-maste dentro di me per sempre. Rapide e
lapidarie».
Mi dia un esempio.
«La generosità arricchisce».
Che ricordo serba di suo padre?
«Mio papà Michelangelo, violinista e in-segnante al conservatorio, mi ha insegna-to la disciplina. Da ragazzo odiavo certe sue
durezze, ma crescendo ho capito l’impor-tanza di quell’impostazione. Facevo il li-ceo e parallelamente studiavo musica:
composizione, pianoforte, direzione d’or-chestra… Alle due di notte non mi lasciava
andare a letto se non avevo terminato tut-to. Grazie a lui ho imparato che le cose co-minciate vanno concluse e non rinviate».
La sua memoria del fascismo e della
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DOMENICA 12 MAGGIO 2013
la Repubblica
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non ha limiti. Si continua a esplorarla e affio-rano idee sempre nuove. L’interpretazione
musicale è un viaggio sconfinato».
Riascolta i suoi dischi del passato?
«Cerco continuamente di andare avanti e
di comprendere di più. Avevo inciso la Prima
Sinfonia di Bruckner trent’anni fa, e di re-cente l’ho registrata in una nuova edizione
(contenuta nel cofanetto in uscita per Deut-sche Grammophon, ndr) che mi ha aperto
un mondo: Bruckner, dopo venticinque an-ni dalla prima versione, riscrisse la sinfonia
facendone un pezzo tanto più moderno,
pieno di anticipazioni della scuola di Vienna.
Si dice, giustamente, che Mahler sia stato un
precursore della musica moderna. Ora, con
quest’edizione più tarda della Prima Sinfo-nia, capiamo che anche Bruckner aveva una
genialità profetica».
A Berlino ha lavorato per dodici anni co-me direttore musicale dei Berliner. È stata
la città più importante del suo percorso ar-tistico?
«Ovviamente per me ha contato molto
Milano, dove sono nato e cresciuto e dove
per vent’anni ho fatto progetti e diretto alla
Scala. È stato decisivo anche il mio periodo a
Vienna, città culturalmente ricchissima,
nella quale tra l’altro ho fondato il festival
Wien Modern. Ma credo che non esista al
mondo una città che si sia sviluppata tanto
velocemente come Berlino dopo la guerra. È
viva, civile, stimolante, piena di verde e ge-nerosa di cultura, con nove orchestre sinfo-niche, tre teatri d’opera e vari teatri di prosa».
Come trova oggi l’orchestra dei Berli-ner?
«Magnifica e molto ringiovanita».
Che significa per lei essere giovani?
«L’età come dato anagrafico non signi-fica nulla. Quello che conta negli individui
è la personalità».
Un uomo riservato come lei ha fatica-to a vivere per decenni sotto i riflettori?
«Spesso è molto bello sentirsi utili. Ie-ri camminavo qui a Bologna con mia fi-glia Alessandra, e continuavo a incon-trare gente che mi ringraziava per
quanto cerco di fare in questa città, do-ve suoniamo con la Mozart e dove sto
sostenendo il progetto del nuovo auditorio
di Renzo Piano. Ma confesso che quando, a
fine Novanta, mi ammalai gravemente, i
giornali scrissero troppo di me. Tanta inva-denza».
Come si difende dagli assalti?
«Se è una cosa è ingiusta o mediocre, io
l’accantono. È una risorsa».
Oggi lei lavora meno di prima: dilaziona
gli impegni.
«Sono comunque numerosi. Molti sono i
concerti con la Mozart, anche in tournée, co-sì come i dischi. E in estate sarò a Lucerna,
con l’orchestra del festival. Inoltre con la Mo-zart abbiamo una residenza al Musikverein
di Vienna e un’altra in Oman, Paese in gran-de espansione, dove hanno costruito un
nuovo auditorio nel quale portiamo cicli re-golari di concerti».
Quando non dirige quali sono le sue prio-rità?
«Lo studio, la lettura, i figli, i nipoti, gli ami-ci, la natura. Mi piace camminare in Engadi-na, una valle a duemila metri d’altezza, luo-go incontaminato che ritrovo ogni anno.
Quanto alla Sardegna nove ettari di costa, di
fronte a casa mia, sono diventati un parco
naturale. Li strappai alla speculazione alcu-ni decenni fa, quando i soliti costruttori sta-vano per edificare qualche mostruosità edi-lizia. Vi piantai novemila piante. Ora sono
tante, è diventato un bosco fiorito».
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