lla fine, al prode
Andreas rimasto
senza un soldo,
han proposto di
lavare i cessi. Nella prima vita
di “motoretta” Brehme, quella degli scudetti e dei rigori
utili ad alzare la Coppa del
Mondo davanti a un Maradona furibondo, nessun ex
collega di turno, nessun Oliver Straube si sarebbe permesso di rispondere all’a ppello di Franz Beckenbauer
(“dobbiamo aiutare Brehme,
abbiamo il dovere di restituirgli qualcosa di ciò che ha
dato al calcio tedesco”) offrendo un lavoro al reprobo
con la scusa di fargli la morale: “Siamo disposti a impiegare Brehme nella nostra impresa di pulizie. Potrà lavare i
bagni e sanitari così si renderà conto davvero cosa significa lavorare e qual è la vera vita”.
L’O R I Z ZO N T E cambia, i temporali arrivano e nel fango del
dio pallone impantanarsi è facile. C’è chi si sporca le mani e
tira avanti reinventandosi e
chi affonda nelle sabbie mobili. Roberto Tavola, ex centrocampista della Juventus,
consegna i giornali a edicole e
supermercati osservando l’al -ba. Un altro Dimas passato
nella Torino recentemente scudettata, Manuel, vende fiori. Fabio Macellari, ex Inter,
canta a tempo perso e fa il taglialegna Fra n co
B e r ga m a s c h i , ex Verona e Milan, diede il resto
come casellante sulla A4 e un Kova c i c meno
fortunato del coevo assunto da Erik Thohir,
un altro croato già assunto a suo tempo da
Gino Corioni per illuminare il Brescia, zappa
terra a due passi da casa.
Per altri, quelli che al fischio finale, svuotato lo
stadio da adoratori e questuanti, a fare i conti
con la nuova condizione non ce l’hanno fatta,
infortuni, depressione, droga, alcool, marginalità, lutti sofferti e tanti suicidi come quello
dei due portieri tedeschi, E n ke e Biermann. Il
delitto di un altro ex ragazzo di Germania
Brehme, senza un mestiere
stabile dal 2006, è aver depauperato ogni cosa. Soldi, gloria
e rispetto per se stesso. Da
Garrincha a G a s co i g n e , accadde a stuoli di campioni. Il terzino che spazzava l’area di
una splendida Inter trapattoniana lasciando la polvere di
stelle agli avversari, è solo l’ul -tima meteora di una lunga serie di calciatori incapace di
venire a patti col destino. Storie di tutti i tipi. Derive mistiche come quelle di Totò Rondon e Ta r i b o
We st e in mancanza di misericordia, ravvedimento o peggio pentimento, finali di partita
simili. C’è chi come Jorge Cadete, ex nazionale
portoghese ed ex idolo del Celtic Glasgow
transitato anche nel Brescia, si mette in mano
ai
mediatori finanziari, perde tutto ed è costretto a sopravvivere con il
sussidio di povertà: “Dei 4 milioni di euro guadagnati in
carriera non ho più niente. Ho investito, ma
non è andata bene. Avevo attorno a me gente
che non ha agito onestamente. Nel momento
in cui smetti di giocare, tutto cambia: gli agenti
smettono di chiamarti, non sei più nessuno. A
volte sento ex atleti che dicono di avere un
sacco di amici nel calcio: è una bugia, quando
lasci, nessuno vuole più saperne di te”. Ec’è
chi come Maurizio Schillaci, una quarantina di
presenze in serie B, Zdenek Zeman come allenatore: “Mi adorava”, da anni ancheggia ai
bordi di Palermo dormendo dove capita, di
preferenza alla Stazione. Schillaci (cugino del
diavolo di Italia ’90, in una famiglia senza pace
che ieri al Cep, in una sparatoria, ha visto tra i
feriti anche la zia di Totò) era forte.
GLI
FECERO male in campo. Lo curarono peggio fuori. Maurizio provava a
ripartire e regolarmente si fermava. “’U malato immaginario”, inseguito
dalle cattiverie, si perse definitivamente dopo una cessione alla Juve
Stabia. Cocaina. Eroina. A S i c i l i a i n fo r m a z i o n i .co m ,
nel 2013, raccontò senza filtri la discesa
nell’abisso: “Il mio declino è stato velocissimo
e ora mi ritrovo per strada. Come si vive? La
prendo quasi a ridere, mi diverto, sdrammatizzo, cerco di farcela”. Schillaci, Cadete e gli
ex imperatori decaduti. Ieri come oggi. Adria -no costretto a mettere in vendita la sua villa nel
2014
è parente stretto del George Best in bianco e nero che sperpera e poi
ad un tratto muore. Al sosia dell’attore Woody Harrelson, Andreas
Brehme, difensore che nell’attacco ritrovava il suo cinema preferito,
resta ancora
l’ultimo spettacolo. Prima che si spengano le
luci. Prima che sia notte.
mercoledì 15 ottobre 2014
Dino Zoff “La dura vita del por tiere: distr uggere i colpi di genio” Campione del Mondo TRA I PALI FINO A 42 ANNI Portiere, allenatore, dirigente Dino Zoff ha giocato 570 partite in serie A tra il 1961 e il 1983 con le maglie di Udinese (4), Mantova (93), Napoli (143) e Juventus (330), con cui ha vinto sei scudetti e una coppa Uefa. 112 presenze in Nazionale Campione del Mondo 1982 Ansa
S e il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era:
“A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse
puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò
il guado a tempo debito confessa che avrebbe
avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se
mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco
le persone che comandano il gioco e loro sanno
perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così
alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi
sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non
avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria
e centinaia di presenze in serie A tra Udine,
Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano
la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama
soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è
finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff
salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte
importante, forse la migliore della mia vita, si
chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”. Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano “Nembo Kid”. Il supereroe razionale
che a diecimila metri ballava con Pertini tra le
insidie dello scopone scientifico non ha mai
truccato il mazzo delle carte. Quando risponde,
pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il
ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando
una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di
quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex
portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo
sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto,
devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’”
e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi
sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià,
con la gente che sembra che ti cada addosso,
gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che
sembra un fotogramma di Cartier-Bresson. In
Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade
Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e
Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e
delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per
maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al
sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il
padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra
della svastica: “Un uomo libero, un contadino di
vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di
casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena
Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche
L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era
un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano
dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo
stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide
che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano,
in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i
baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in
silenzio”.
La sua condizione preferita.
Da calciatore mi trattenevo perché del mondo
che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e
così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.
Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dic h i a ra z i o n i ste .
Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà.
Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui,
poi, diventavo pazzo.
Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ ex della Fiorentina che all’ estro e alle stranezze doveva anche il
s o p ra n n o m e .
L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una
corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi
mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare
l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara,
nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a
stringere la mano.
Dav ve ro?
Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore
che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.
Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta
tanta...
Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non
c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è
cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali
mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi
neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone
di esecuzione.
Lei qualche Madonna
la tirava?
Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche
a me. Siamo esseri
umani.
Di umanità varia si nutriva anche Sivori.
Omar era un mostro di
simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si
considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di
commemorazioni indebite, lo infilzava:
“Omar, ti ricordi di
quella partita che giocammo insieme?”.E
lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri i campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li
ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar
nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.
A volte gli artisti si perdevano.
E vedere l’autodistruzione del talento era uno
strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A
Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori
l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne,
di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente
orfano.
Episodi?
Si presentava spesso
ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si
pentiva: “Io vincio
niente, io no buono” e
poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso
e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui
andavamo con la
squadra: “Mister, ho
saputo che mi ha convocato, eccomi qui,
non ho fatto in tempo
a vestirmi”. Era nudo.
Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e
poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da
chi voleva calmarlo, s sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima
fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male,
mi dispiace molto.
Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia,
divise l’ esperienza del Mondiale 1974 in Germania.
Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a
Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non
era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in
una sede terza per una seduta psicanalitica di
gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo
vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non
era neanche strano che accadesse quel che poi
accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo
conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un c dottiero, un trascinatore straordinario e
nient’affatto stupido che si dilettava con pistole,
immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera,
mentre in Italia montava una polemica politica
sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino
dell’hotel. Dormiva sotto un albero.
In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità,
le fece gol un carneade di Haiti.
Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo
da un biennio magico, N ewswe e k mi aveva dedicato persino la copertina.
“The world’ s best”. Senza necessità di traduzione.
Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non
ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre:
“Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo
diritto viene a mancare per costituzione”.
T ra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la
scortavano c’ era il potersela giocare alla pari con
lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon.
Tutti secondi. Gregari per l’ e te r n i t à .
A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime
persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente
autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un
sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca
di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di
spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.
Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.
Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.
Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.
Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo,
era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati
all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi
nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di
allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava
in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In
seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito
non mi ha mai convinto. Amo vedere
le cose da più prospettive e credo in
una sola politica. Quella dei piccoli
gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla
dignità di un popolo. La politica
del fare le cose come Dio comanda.
Una delle grandi passioni dell’ Av -vocato Agnelli, un signore che la
politica la conobbe da vicino, era
proprio il calcio.
Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava
illudendosi che avessi chissà quali
competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale.
Era di una distaccata eleganza, non
urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria,
durante i festeggiamenti per l’inatteso
scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta
calcio e totalmente trasfigurati dalla passione,
Agnelli custodiva un suo ironico contegno.
I ro n i co?
Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una
volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar
Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato
si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”.
Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età
giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in
spaventose puttanate”.
L’ Avvocato telefonava anche a lei?
Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le
otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere
che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto.
Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.
Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’ anni torinesi,
finì anche la sua storia juventina.
Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era
la prima volta che ci andavo e rimase anche
l’unica. Parlammo in generale della squadra e
poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando.
Scendendo dalla collina mi resi conto di essere
arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e
non si chiudeva nel modo migliore. In qualche
modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo,
era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata
all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.
Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi,
ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si
tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e
coppa Uefa.
Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o
qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci
tondo non muori quadro. Non puoi decidere di
snaturarti. Di essere altro da quel che sei.
Prima del dolore per lo strappo con la Juventus,
mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte
di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.
Era così puro, educato e sincero che all’inizio
pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano
era proprio così. Sereno, coraggioso, buono.
Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso
nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La
notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la
passammo nella nostra stanza. Una cena parca,
una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci
somigliava.
Zeman le somiglia?
Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non
eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un
difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo
qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella
divisione dei ruoli.
Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il
pessimo Mondiale brasiliano.
Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e
un’assunzione di responsabilità collettiva che
non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il
plurale. Non più l’io, ma il noi.
De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro
reazione qualcuno ha scorto una dura critica a
B a l o te l l i .
Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare
da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti
esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non
ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un
passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva
giocato un pessimo torneo anche lui.
Certe competizioni segnano. Ricorda l’E u ro p e o
del 2000?
Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi.
Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di
Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in
pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul
banco degli imputati.
Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non
ge n t i l i .
Disse che ero stato indegno e mi ero comportato
come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una
notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia
l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non
l’ho capito.
“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor
B e r l u s co n i ” disse. Le sue dimissioni colpirono
l’ opinione pubblica.
Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia,
rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi
sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo
momento hai preso una decisione, significa che
fare altrimenti ti risultava insopportabile.
Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”,
un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.
E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero
esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono
certo che sapesse che al telefono non c’era il vero
Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne
accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito
la mattina non fumo”).
Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?
E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri
profondi e malinconici come Guccini e il suo
omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante.
Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine
chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce.
Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.
Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un
attimo, la gloria” però scrive che la sua partita
l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?
In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla,
forse proprio del tutto non l’ho pers
“A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse
puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò
il guado a tempo debito confessa che avrebbe
avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se
mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco
le persone che comandano il gioco e loro sanno
perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così
alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi
sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non
avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria
e centinaia di presenze in serie A tra Udine,
Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano
la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama
soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è
finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff
salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte
importante, forse la migliore della mia vita, si
chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”. Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano “Nembo Kid”. Il supereroe razionale
che a diecimila metri ballava con Pertini tra le
insidie dello scopone scientifico non ha mai
truccato il mazzo delle carte. Quando risponde,
pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il
ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando
una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di
quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex
portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo
sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto,
devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’”
e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi
sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià,
con la gente che sembra che ti cada addosso,
gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che
sembra un fotogramma di Cartier-Bresson. In
Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade
Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e
Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e
delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per
maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al
sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il
padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra
della svastica: “Un uomo libero, un contadino di
vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di
casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena
Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche
L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era
un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano
dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo
stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide
che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano,
in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i
baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in
silenzio”.
La sua condizione preferita.
Da calciatore mi trattenevo perché del mondo
che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e
così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.
Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dic h i a ra z i o n i ste .
Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà.
Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui,
poi, diventavo pazzo.
Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ ex della Fiorentina che all’ estro e alle stranezze doveva anche il
s o p ra n n o m e .
L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una
corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi
mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare
l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara,
nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a
stringere la mano.
Dav ve ro?
Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore
che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.
Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta
tanta...
Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non
c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è
cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali
mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi
neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone
di esecuzione.
Lei qualche Madonna
la tirava?
Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche
a me. Siamo esseri
umani.
Di umanità varia si nutriva anche Sivori.
Omar era un mostro di
simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si
considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di
commemorazioni indebite, lo infilzava:
“Omar, ti ricordi di
quella partita che giocammo insieme?”.E
lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri i campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li
ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar
nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.
A volte gli artisti si perdevano.
E vedere l’autodistruzione del talento era uno
strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A
Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori
l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne,
di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente
orfano.
Episodi?
Si presentava spesso
ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si
pentiva: “Io vincio
niente, io no buono” e
poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso
e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui
andavamo con la
squadra: “Mister, ho
saputo che mi ha convocato, eccomi qui,
non ho fatto in tempo
a vestirmi”. Era nudo.
Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e
poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da
chi voleva calmarlo, s sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima
fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male,
mi dispiace molto.
Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia,
divise l’ esperienza del Mondiale 1974 in Germania.
Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a
Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non
era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in
una sede terza per una seduta psicanalitica di
gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo
vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non
era neanche strano che accadesse quel che poi
accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo
conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un c dottiero, un trascinatore straordinario e
nient’affatto stupido che si dilettava con pistole,
immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera,
mentre in Italia montava una polemica politica
sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino
dell’hotel. Dormiva sotto un albero.
In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità,
le fece gol un carneade di Haiti.
Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo
da un biennio magico, N ewswe e k mi aveva dedicato persino la copertina.
“The world’ s best”. Senza necessità di traduzione.
Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non
ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre:
“Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo
diritto viene a mancare per costituzione”.
T ra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la
scortavano c’ era il potersela giocare alla pari con
lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon.
Tutti secondi. Gregari per l’ e te r n i t à .
A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime
persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente
autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un
sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca
di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di
spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.
Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.
Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.
Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.
Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo,
era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati
all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi
nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di
allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava
in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In
seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito
non mi ha mai convinto. Amo vedere
le cose da più prospettive e credo in
una sola politica. Quella dei piccoli
gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla
dignità di un popolo. La politica
del fare le cose come Dio comanda.
Una delle grandi passioni dell’ Av -vocato Agnelli, un signore che la
politica la conobbe da vicino, era
proprio il calcio.
Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava
illudendosi che avessi chissà quali
competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale.
Era di una distaccata eleganza, non
urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria,
durante i festeggiamenti per l’inatteso
scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta
calcio e totalmente trasfigurati dalla passione,
Agnelli custodiva un suo ironico contegno.
I ro n i co?
Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una
volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar
Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato
si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”.
Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età
giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in
spaventose puttanate”.
L’ Avvocato telefonava anche a lei?
Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le
otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere
che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto.
Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.
Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’ anni torinesi,
finì anche la sua storia juventina.
Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era
la prima volta che ci andavo e rimase anche
l’unica. Parlammo in generale della squadra e
poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando.
Scendendo dalla collina mi resi conto di essere
arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e
non si chiudeva nel modo migliore. In qualche
modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo,
era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata
all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.
Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi,
ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si
tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e
coppa Uefa.
Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o
qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci
tondo non muori quadro. Non puoi decidere di
snaturarti. Di essere altro da quel che sei.
Prima del dolore per lo strappo con la Juventus,
mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte
di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.
Era così puro, educato e sincero che all’inizio
pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano
era proprio così. Sereno, coraggioso, buono.
Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso
nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La
notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la
passammo nella nostra stanza. Una cena parca,
una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci
somigliava.
Zeman le somiglia?
Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non
eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un
difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo
qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella
divisione dei ruoli.
Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il
pessimo Mondiale brasiliano.
Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e
un’assunzione di responsabilità collettiva che
non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il
plurale. Non più l’io, ma il noi.
De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro
reazione qualcuno ha scorto una dura critica a
B a l o te l l i .
Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare
da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti
esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non
ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un
passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva
giocato un pessimo torneo anche lui.
Certe competizioni segnano. Ricorda l’E u ro p e o
del 2000?
Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi.
Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di
Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in
pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul
banco degli imputati.
Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non
ge n t i l i .
Disse che ero stato indegno e mi ero comportato
come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una
notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia
l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non
l’ho capito.
“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor
B e r l u s co n i ” disse. Le sue dimissioni colpirono
l’ opinione pubblica.
Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia,
rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi
sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo
momento hai preso una decisione, significa che
fare altrimenti ti risultava insopportabile.
Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”,
un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.
E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero
esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono
certo che sapesse che al telefono non c’era il vero
Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne
accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito
la mattina non fumo”).
Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?
E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri
profondi e malinconici come Guccini e il suo
omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante.
Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine
chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce.
Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.
Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un
attimo, la gloria” però scrive che la sua partita
l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?
In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla,
forse proprio del tutto non l’ho pers
giovedì 13 marzo 2014
lea vergine
embra di attraversare una nuvola di bianca tristezza. E invece sono le
sue parole. Quelle di Lea Vergine. Un nome d’artista, pensavo. In
realtà critica d’arte che ha scritto saggi acuti e importanti sul linguaggio del corpo e la Body art. E di lei avevo apprezzato, giusto un
paio di anni fa, la bellissima mostra, curata al Mart di Rovereto, sul
gruppo di Bloomsbury. Ha una voce piena di spigoli. Lea. Che sembra dica: stai abusando della mia pazienza. In realtà sono soprattutto le Esportazioni che fuma a eccitare una certa asprezza. Una certa
rabbia che l’età non più giovane contiene con rassegnata saggezza.
Contro chi? Le chiedo. Mi guarda incuriosita: «Contro me stessa innanzitutto. Conosco come pochi l’arte dell’autolesionismo». E allora torna quella sensazione di tristezza iniziale. Quelle parole che
scendono come pioggia invisibile. Lea è stata una donna bella. Non
che non lo sia ancora. Ma è infastidita dal ricordo di un’immagine remota. Dalla tara che ogni memoria deve fare su di sé. Dall’avvilimento che non siamo più ciò che un tempo fummo. Mi guarda perplessa
dalla teatralità morale dello studio milanese dove sediamo. I libri, i
cataloghi, le schede raccontano «la vita, forse l’arte», come recita il titolo del suo nuovo libro appena edito da Archinto.
Quando ha avuto questa sensazione?
«Quale sensazione?».
Di essere cambiata. Di non essere più quella di una volta.
«C’è stato un momento in cui ho pensato che i miei piccoli anni
eroici non andassero più visti nella compostezza dell’indifferenza,
come qualcosa che semplicemente non c’era più. Ma nel vuoto che
avevano scavato. In quel momento ho provato la sensazione che la
malinconia non fosse più un sentimento sterile, ma dannoso».
Collocabile in quale tempo?
«In questi anni, così prossimi da sentirne il respiro e il disagio, anni in cui tutto è maledettamente cambiato».
In peggio?
«È una china invisibile. Si scende senza far troppo rumore. Cosa c’è
di più deprimente?».
Ma è una depressione che ha origine dalla memoria o dal fisico?
«Direi da entrambi. Se penso alla mia nascita mi vedo senza una
madre e consegnata ai nonni all’età di tre mesi».
Cosa accadde?
«Venni concepita, fuori dal matrimonio, da una fanciulla totalmente estranea al mondo di mio padre. Una ragazza povera, bella e
sventata. Nel 1938 non si davano nozze riparatrici. Mio padre, famiglia borghese, si presentò a mia nonna, una Ruffo di Calabria, e disse: “Mammà, ho una figlia”».
Suo padre cosa faceva?
«Era laureato in legge. Ma i sogni si legavano alla musica. Il nonno
lo mise davanti alla scelta: abbandoni la musica ed entri in uno studio legale e noi ci occuperemo della piccola».
E si occuparono di lei?
«Pienamente. Sono stata con loro per lungo tempo. A Napoli. Crescevo con le attenzioni che si dedicano a una signorina. Ero bella e
agiata. Ma anche stupida».
Stupida?
«Non nel senso dell’oca giuliva. Ma per le opportunità che ho mancato nella vita. Ho sempre fatto il contrario di ciò che sarebbe stato
meglio per me. Non sono mai stata capace di scegliere il male minore».
È considerata tra le eccellenze della critica d’arte. Perché si denigra?
«Quello che ho realizzato nel mondo dell’arte avrei potuto farlo
con mille altri mestieri. Dov’è l’unicità? Aver scritto di artisti che pensano che il loro mondo sia il mondo? E che tutto inizia e finisce varcata la soglia del loro studio?».
In fondo sono loro le primedonne. Perché sorprendersi o restarne delusi?
«Perché dietro il “genio” scopri spesso l’ometto, la mezza caumana. Ricordo la volta che andai a Parigi a trovare Jean Fautrier.
Mi aspettavo di incontrare un maestro. Vidi quest’uomo sdraiato
nel suo atelier circondato da un clan di fanciulle che lo accarezzavano. Restai allibita. Dai suoi sorrisetti, dalle sue frasi ambigue di
vecchio Ganimede».
Però un grande artista.
«Non ne dubito, almeno nel suo caso. Ma ciò che le racconto
non è per puro pettegolezzo, ma perché sono convinta che uno
dei risultati della modernità è il divorzio tra ciò che sei e ciò che
appari».
Le dà così fastidio?
«Non mi dà fastidio. Constato la presenza di più stili di vita
e di maschere. Semmai quello che ho notato più spesso negli
artisti è ciò che gli psichiatri chiamerebbero disturbo della
personalità. Sono spesso legati al proprio Io in maniera patologica».
A chi pensa?
«Una persona, che pur nella mediocrità del proprio talento, ha saputo sfruttare le numerose potenzialità del proprio
Io è stato Salvador Dalì».
Un artista scandaloso che fiutò il proprio tempo come un
cane da caccia la sua preda.
«È vero, aveva fiuto. Ma non si tradusse mai in una grande
opera. Fu un surrealista di terz’ordine; un mitomane in grado
di autopromuoversi come pochi. I suoi quadri “metafisici” non
hanno nulla della grandezza allucinatoria di De Chirico, le sue opere
scandalose viste oggi sono solo rancidamente sentimentali o oleografiche».
Eppure, è considerato un grande del Novecento.
«Ci sono ragioni diverse da quelle smaccatamente commerciali?
Tutto in lui è stato kitsch e pop».
Buñuel, per fare un solo esempio, vide in quest’uomo contraddittorio l’artista totale.
«Buñuel gli fu amico in gioventù. Ma non smise mai di considerarlo un esibizionista e, per le sue idee politiche, un cinico che si mise a
disposizione del franchismo. La protervia del suo Io si tradusse in
qualcosa di grottesco. Corteggiò Freud senza esito. Volle ingraziarsi
Lacan, che era stato surrealista, senza riuscirci. Si è dovuto accontentare dell’omaggio di Armando Verdiglione».
È molto dura e sarcastica verso gli altri.
«Forse perché lo sono verso me stessa. Bisogna saper ritrovare negli altri le proprie patologie».
Da quali è affetta?
«Il mio psichiatra mi assicura che non sono psicotica, come certi
artisti, ma solo una banale nevrotica».
Sembra quasi delus «No, affatto. Ma l’arte, quella vera, si nutre di follie insondabili e di
sofferenze e dolori profondissimi. Da dove crede sia nata la serie Otages, gli “Ostaggi”, che Fautrier dipinse tra il 1942 e il ‘45, se non dallo
sconvolgimento per le atrocità commesse dai nazisti?».
L’arte ha solo l’aspetto tragico?
«È il lato che più di ogni altro mi ha coinvolto. L’arte di oggi, invece, è sempre meno una faccenda di persone per bene».
In che senso?
«È un luogo dove non ci sono quasi più valori tragici, ma solo prezzi di mercato».
Può immaginare un’arte senza il mercato?
«Sarebbe impensabile. In passato accadeva però che una nuova
tendenza – pensi all’Impressionismo, alla Body art o all’Arte Povera
– nascesse in contrasto con il mercato e solo in un secondo momento ne veniva riassorbita. Oggi il “mercato” è il feticcio per eccellenza.
Ma la verità è che siamo in uno stagno dove sguazzano piccoli squali travestiti da papere».
Chi decide?
«Non è più il mercante o il gallerista a determinare le cose. Sono i
collezionisti a stabilire le quotazioni di un artista o chi deve dirigere il tal museo o il talaltro. In fondo non è neanche così insolito. Nel Cinquecento era la committenza di principi e cardinali a decidere il destino dell’arte. Allora non andò così male».
E i critici?
«Annaspiamo. Ricorda qualcosa di memorabile, al di là delle contese da cortile? Siamo come quei battitori di tamburi disposti lungo
una battuta di caccia per spaventare la tigre. Una volta, a Procida, incontrai Cesare Brandi, grande storico dell’arte, cultura poliedrica
con tendenze omo. Fece una mossetta e poi con quel suo accento senese mi disse: “Fiorellino, mi spiace dirtelo, ma non hai più il fulgore
di una volta”. Ecco, non abbiamo più il fulgore. Ci siamo spenti».
Ha conosciuto anche Argan?
«Molto bene. Un giorno mi raccontò che aveva passato parte dell’adolescenza nel manicomio di Torino, dove sembra che il padre ricoprisse qualche incarico. Mi disse che spesso faceva giocare la piccola Carol Rama, che credo avesse ricoverata la vecchia madre. Pensi che allegria!».
Cos’è per lei la felicità?
«Non saprei. Mi sono quasi sempre sentita alla stregua di un cane.
C’è un dipinto di Botticelli nel quale si vede una ragazza con la testa
china, le mani che nascondono la faccia, si intitola La derelitta. Ecco,
mi sento così».
Cosa pensa di dover espiare?
«Dicono che sono un po’ cattivella. La verità è che sono cresciuta
nella paura di sbagliare e di non essere accettata».
Che rapporto è stato quello con suo padre?
«Per me è stato come un fidanzato che vedevo poco. Credo che mi
amasse molto e quando è morto, all’età di 46 anni, sono stata malissimo. Mi ha inferocito quella morte. Come se mi avessero rubato la
cosa più preziosa. Per vent’anni non sono riuscita a parlarne. E per
mettere tutto a tacere, poco dopo, mi sposai. Un matrimonio compensatorio durato nove anni. Non mi sarei aspettata che alla fine di
quella lunga e noiosa stagione avrei ritrovato il grande amore».
Nella persona di chi?
«Di Enzo Mari. Mi sarei volentieri trasferita a Roma, volevo vivere
nella bellezza meteca e sguaiata di quella città. Per Enzo decisi di andare a Milano. Era il 1966. Stiamo insieme da 48 anni. E nei suoi riguardi ho sviluppato un’ossessione amorosa».
Che tradurrebbe come?
«Una situazione in cui sai che non puoi fare a meno dell’altro, anche se tutto consiglierebbe che dovresti allontanartene. È questo che
intendo. Una malattia, come tutte le ossessioni».
Lei ha scritto ne La vita, forse l’arte: «È un pezzo che Milano è diventata un luogo a forte rischio di ridicolo». Di cosa l’accusa?
«Quando vi arrivai mi parve una città bruttina ma gradevole. Piena di voglia di fare. Adesso è giuliva come un cimitero. Una città sciagurata».
Una città in ogni caso importante per l’arte.
«Per la musica continua a esserlo. Ma per il resto? E poi quando mai
è stata rilevante per l’arte? Importanti furono Torino e Roma. Non
certo Milano, la cui riconoscibilità finì con Lucio Fontana. Che fu un
uomo stupendo e generoso. Assolutamente raro in un mondo afflitto da egolatria».
Che visione si è fatta del mondo in cui vive?
«La visione vorrebbe essere disincantata».
Crede in Dio?
«Non credo dall’età di 14 anni. Però certe notti, mentre mi rivolto
nel letto, metto la testa sotto il cuscino e dico: chiunque tu sia fammi
morire nel sonno. Almeno questo concedimelo».
In cambio di cosa?
«Del dolore, dello smarrimento, dell’ansia, del panico. Sono conciata malissimo. Chiedo solo un piccolo risarcimento. Del resto questi ultimi anni sono stati un vortice di sorprese e non tutte gradevoli».
Cosa è accaduto?
«Con Enzo ci siamo fortemente impoveriti. Siamo un esempio antropologico di quella classe media, un tempo orgogliosa e florida, oggi messa a durissima prova. Inoltre sono stata operata al cuore. Un
organo ricostruito, come dico io, con dei pezzi presi da una mucca.
Ogni volta che passo davanti a una macelleria penso al sacrificio di
quei poveri animali».
È sempre così paradossale?
«Paradossale? Diciamo lievemente patetica».
E un po’ snob. Non trova?
«Lo snobismo è morto da tempo. Va di moda il grottesco. Lo snobismo fu un’arte difficile, severa, sempre sul punto di cadere nell’affettazione. Una snob straordinaria fu Virginia Woolf».
Come del resto lo fu tutto il circolo di Bloomsbury.
«Me ne sono occupata. E sono giunta alla conclusione che solo Virginia poteva aspirare a quella forma di “santità”. Gli altri – come Lytton Strachey, Vanessa Bell, Duncan Grant e lo stesso grande economista Keynes – furono piuttosto personaggi intelligentissimi, curiosi e forniti di quella promiscua libertà che li portava, tra loro, ad andare a letto con tutti. Si opponevano al regime vittoriano e furono uno
degli ultimi esempi di una società letteraria autoreferenziale».
E lei?
«Io cosa?».
Si sente dentro un mondo chiuso o autoreferenziale?
«Molte immagini esterne mi rimandano i miei stati d’animo. Ma
cosa posso farci? Più invecchi e più ti isoli. I vecchi non credono più
all’anagrafe. Ma c’è un momento della giornata in cui tornano giovani, quando avevano i loro sogni nelle tasche. Poi basta passare davanti a uno specchio o uscire da una doccia perché l’incantesimo si
rompa».
È il corpo che non mente?
«Ci parla. E non è arte. Non sono di
sue parole. Quelle di Lea Vergine. Un nome d’artista, pensavo. In
realtà critica d’arte che ha scritto saggi acuti e importanti sul linguaggio del corpo e la Body art. E di lei avevo apprezzato, giusto un
paio di anni fa, la bellissima mostra, curata al Mart di Rovereto, sul
gruppo di Bloomsbury. Ha una voce piena di spigoli. Lea. Che sembra dica: stai abusando della mia pazienza. In realtà sono soprattutto le Esportazioni che fuma a eccitare una certa asprezza. Una certa
rabbia che l’età non più giovane contiene con rassegnata saggezza.
Contro chi? Le chiedo. Mi guarda incuriosita: «Contro me stessa innanzitutto. Conosco come pochi l’arte dell’autolesionismo». E allora torna quella sensazione di tristezza iniziale. Quelle parole che
scendono come pioggia invisibile. Lea è stata una donna bella. Non
che non lo sia ancora. Ma è infastidita dal ricordo di un’immagine remota. Dalla tara che ogni memoria deve fare su di sé. Dall’avvilimento che non siamo più ciò che un tempo fummo. Mi guarda perplessa
dalla teatralità morale dello studio milanese dove sediamo. I libri, i
cataloghi, le schede raccontano «la vita, forse l’arte», come recita il titolo del suo nuovo libro appena edito da Archinto.
Quando ha avuto questa sensazione?
«Quale sensazione?».
Di essere cambiata. Di non essere più quella di una volta.
«C’è stato un momento in cui ho pensato che i miei piccoli anni
eroici non andassero più visti nella compostezza dell’indifferenza,
come qualcosa che semplicemente non c’era più. Ma nel vuoto che
avevano scavato. In quel momento ho provato la sensazione che la
malinconia non fosse più un sentimento sterile, ma dannoso».
Collocabile in quale tempo?
«In questi anni, così prossimi da sentirne il respiro e il disagio, anni in cui tutto è maledettamente cambiato».
In peggio?
«È una china invisibile. Si scende senza far troppo rumore. Cosa c’è
di più deprimente?».
Ma è una depressione che ha origine dalla memoria o dal fisico?
«Direi da entrambi. Se penso alla mia nascita mi vedo senza una
madre e consegnata ai nonni all’età di tre mesi».
Cosa accadde?
«Venni concepita, fuori dal matrimonio, da una fanciulla totalmente estranea al mondo di mio padre. Una ragazza povera, bella e
sventata. Nel 1938 non si davano nozze riparatrici. Mio padre, famiglia borghese, si presentò a mia nonna, una Ruffo di Calabria, e disse: “Mammà, ho una figlia”».
Suo padre cosa faceva?
«Era laureato in legge. Ma i sogni si legavano alla musica. Il nonno
lo mise davanti alla scelta: abbandoni la musica ed entri in uno studio legale e noi ci occuperemo della piccola».
E si occuparono di lei?
«Pienamente. Sono stata con loro per lungo tempo. A Napoli. Crescevo con le attenzioni che si dedicano a una signorina. Ero bella e
agiata. Ma anche stupida».
Stupida?
«Non nel senso dell’oca giuliva. Ma per le opportunità che ho mancato nella vita. Ho sempre fatto il contrario di ciò che sarebbe stato
meglio per me. Non sono mai stata capace di scegliere il male minore».
È considerata tra le eccellenze della critica d’arte. Perché si denigra?
«Quello che ho realizzato nel mondo dell’arte avrei potuto farlo
con mille altri mestieri. Dov’è l’unicità? Aver scritto di artisti che pensano che il loro mondo sia il mondo? E che tutto inizia e finisce varcata la soglia del loro studio?».
In fondo sono loro le primedonne. Perché sorprendersi o restarne delusi?
«Perché dietro il “genio” scopri spesso l’ometto, la mezza caumana. Ricordo la volta che andai a Parigi a trovare Jean Fautrier.
Mi aspettavo di incontrare un maestro. Vidi quest’uomo sdraiato
nel suo atelier circondato da un clan di fanciulle che lo accarezzavano. Restai allibita. Dai suoi sorrisetti, dalle sue frasi ambigue di
vecchio Ganimede».
Però un grande artista.
«Non ne dubito, almeno nel suo caso. Ma ciò che le racconto
non è per puro pettegolezzo, ma perché sono convinta che uno
dei risultati della modernità è il divorzio tra ciò che sei e ciò che
appari».
Le dà così fastidio?
«Non mi dà fastidio. Constato la presenza di più stili di vita
e di maschere. Semmai quello che ho notato più spesso negli
artisti è ciò che gli psichiatri chiamerebbero disturbo della
personalità. Sono spesso legati al proprio Io in maniera patologica».
A chi pensa?
«Una persona, che pur nella mediocrità del proprio talento, ha saputo sfruttare le numerose potenzialità del proprio
Io è stato Salvador Dalì».
Un artista scandaloso che fiutò il proprio tempo come un
cane da caccia la sua preda.
«È vero, aveva fiuto. Ma non si tradusse mai in una grande
opera. Fu un surrealista di terz’ordine; un mitomane in grado
di autopromuoversi come pochi. I suoi quadri “metafisici” non
hanno nulla della grandezza allucinatoria di De Chirico, le sue opere
scandalose viste oggi sono solo rancidamente sentimentali o oleografiche».
Eppure, è considerato un grande del Novecento.
«Ci sono ragioni diverse da quelle smaccatamente commerciali?
Tutto in lui è stato kitsch e pop».
Buñuel, per fare un solo esempio, vide in quest’uomo contraddittorio l’artista totale.
«Buñuel gli fu amico in gioventù. Ma non smise mai di considerarlo un esibizionista e, per le sue idee politiche, un cinico che si mise a
disposizione del franchismo. La protervia del suo Io si tradusse in
qualcosa di grottesco. Corteggiò Freud senza esito. Volle ingraziarsi
Lacan, che era stato surrealista, senza riuscirci. Si è dovuto accontentare dell’omaggio di Armando Verdiglione».
È molto dura e sarcastica verso gli altri.
«Forse perché lo sono verso me stessa. Bisogna saper ritrovare negli altri le proprie patologie».
Da quali è affetta?
«Il mio psichiatra mi assicura che non sono psicotica, come certi
artisti, ma solo una banale nevrotica».
Sembra quasi delus «No, affatto. Ma l’arte, quella vera, si nutre di follie insondabili e di
sofferenze e dolori profondissimi. Da dove crede sia nata la serie Otages, gli “Ostaggi”, che Fautrier dipinse tra il 1942 e il ‘45, se non dallo
sconvolgimento per le atrocità commesse dai nazisti?».
L’arte ha solo l’aspetto tragico?
«È il lato che più di ogni altro mi ha coinvolto. L’arte di oggi, invece, è sempre meno una faccenda di persone per bene».
In che senso?
«È un luogo dove non ci sono quasi più valori tragici, ma solo prezzi di mercato».
Può immaginare un’arte senza il mercato?
«Sarebbe impensabile. In passato accadeva però che una nuova
tendenza – pensi all’Impressionismo, alla Body art o all’Arte Povera
– nascesse in contrasto con il mercato e solo in un secondo momento ne veniva riassorbita. Oggi il “mercato” è il feticcio per eccellenza.
Ma la verità è che siamo in uno stagno dove sguazzano piccoli squali travestiti da papere».
Chi decide?
«Non è più il mercante o il gallerista a determinare le cose. Sono i
collezionisti a stabilire le quotazioni di un artista o chi deve dirigere il tal museo o il talaltro. In fondo non è neanche così insolito. Nel Cinquecento era la committenza di principi e cardinali a decidere il destino dell’arte. Allora non andò così male».
E i critici?
«Annaspiamo. Ricorda qualcosa di memorabile, al di là delle contese da cortile? Siamo come quei battitori di tamburi disposti lungo
una battuta di caccia per spaventare la tigre. Una volta, a Procida, incontrai Cesare Brandi, grande storico dell’arte, cultura poliedrica
con tendenze omo. Fece una mossetta e poi con quel suo accento senese mi disse: “Fiorellino, mi spiace dirtelo, ma non hai più il fulgore
di una volta”. Ecco, non abbiamo più il fulgore. Ci siamo spenti».
Ha conosciuto anche Argan?
«Molto bene. Un giorno mi raccontò che aveva passato parte dell’adolescenza nel manicomio di Torino, dove sembra che il padre ricoprisse qualche incarico. Mi disse che spesso faceva giocare la piccola Carol Rama, che credo avesse ricoverata la vecchia madre. Pensi che allegria!».
Cos’è per lei la felicità?
«Non saprei. Mi sono quasi sempre sentita alla stregua di un cane.
C’è un dipinto di Botticelli nel quale si vede una ragazza con la testa
china, le mani che nascondono la faccia, si intitola La derelitta. Ecco,
mi sento così».
Cosa pensa di dover espiare?
«Dicono che sono un po’ cattivella. La verità è che sono cresciuta
nella paura di sbagliare e di non essere accettata».
Che rapporto è stato quello con suo padre?
«Per me è stato come un fidanzato che vedevo poco. Credo che mi
amasse molto e quando è morto, all’età di 46 anni, sono stata malissimo. Mi ha inferocito quella morte. Come se mi avessero rubato la
cosa più preziosa. Per vent’anni non sono riuscita a parlarne. E per
mettere tutto a tacere, poco dopo, mi sposai. Un matrimonio compensatorio durato nove anni. Non mi sarei aspettata che alla fine di
quella lunga e noiosa stagione avrei ritrovato il grande amore».
Nella persona di chi?
«Di Enzo Mari. Mi sarei volentieri trasferita a Roma, volevo vivere
nella bellezza meteca e sguaiata di quella città. Per Enzo decisi di andare a Milano. Era il 1966. Stiamo insieme da 48 anni. E nei suoi riguardi ho sviluppato un’ossessione amorosa».
Che tradurrebbe come?
«Una situazione in cui sai che non puoi fare a meno dell’altro, anche se tutto consiglierebbe che dovresti allontanartene. È questo che
intendo. Una malattia, come tutte le ossessioni».
Lei ha scritto ne La vita, forse l’arte: «È un pezzo che Milano è diventata un luogo a forte rischio di ridicolo». Di cosa l’accusa?
«Quando vi arrivai mi parve una città bruttina ma gradevole. Piena di voglia di fare. Adesso è giuliva come un cimitero. Una città sciagurata».
Una città in ogni caso importante per l’arte.
«Per la musica continua a esserlo. Ma per il resto? E poi quando mai
è stata rilevante per l’arte? Importanti furono Torino e Roma. Non
certo Milano, la cui riconoscibilità finì con Lucio Fontana. Che fu un
uomo stupendo e generoso. Assolutamente raro in un mondo afflitto da egolatria».
Che visione si è fatta del mondo in cui vive?
«La visione vorrebbe essere disincantata».
Crede in Dio?
«Non credo dall’età di 14 anni. Però certe notti, mentre mi rivolto
nel letto, metto la testa sotto il cuscino e dico: chiunque tu sia fammi
morire nel sonno. Almeno questo concedimelo».
In cambio di cosa?
«Del dolore, dello smarrimento, dell’ansia, del panico. Sono conciata malissimo. Chiedo solo un piccolo risarcimento. Del resto questi ultimi anni sono stati un vortice di sorprese e non tutte gradevoli».
Cosa è accaduto?
«Con Enzo ci siamo fortemente impoveriti. Siamo un esempio antropologico di quella classe media, un tempo orgogliosa e florida, oggi messa a durissima prova. Inoltre sono stata operata al cuore. Un
organo ricostruito, come dico io, con dei pezzi presi da una mucca.
Ogni volta che passo davanti a una macelleria penso al sacrificio di
quei poveri animali».
È sempre così paradossale?
«Paradossale? Diciamo lievemente patetica».
E un po’ snob. Non trova?
«Lo snobismo è morto da tempo. Va di moda il grottesco. Lo snobismo fu un’arte difficile, severa, sempre sul punto di cadere nell’affettazione. Una snob straordinaria fu Virginia Woolf».
Come del resto lo fu tutto il circolo di Bloomsbury.
«Me ne sono occupata. E sono giunta alla conclusione che solo Virginia poteva aspirare a quella forma di “santità”. Gli altri – come Lytton Strachey, Vanessa Bell, Duncan Grant e lo stesso grande economista Keynes – furono piuttosto personaggi intelligentissimi, curiosi e forniti di quella promiscua libertà che li portava, tra loro, ad andare a letto con tutti. Si opponevano al regime vittoriano e furono uno
degli ultimi esempi di una società letteraria autoreferenziale».
E lei?
«Io cosa?».
Si sente dentro un mondo chiuso o autoreferenziale?
«Molte immagini esterne mi rimandano i miei stati d’animo. Ma
cosa posso farci? Più invecchi e più ti isoli. I vecchi non credono più
all’anagrafe. Ma c’è un momento della giornata in cui tornano giovani, quando avevano i loro sogni nelle tasche. Poi basta passare davanti a uno specchio o uscire da una doccia perché l’incantesimo si
rompa».
È il corpo che non mente?
«Ci parla. E non è arte. Non sono di
Cate Blanchett
Specializzata in ruoli regali, l’attrice
australiana stanotte potrebbe vincere
l’Oscar indossando i panni di una donna
ricca e depressa. “Non avrei detto di no
a Woody neanche se mi avesse proposto
di fare il cadavere
E poi mi esaltano
i personaggi
che mi terrorizzano
Come Jasmine, quanto
di più lontano da me
si possa immaginare. Eppure è proprio
grazie a lei che ho imparato
a rappresentare il vuoto”
L
a statuetta per la magistrale Blue Jasmine di
Woody Allen, annunciata
da mesi e rodata dai recenti Bafta, gli oscar britannici, e Golden Globe, potrebbe essere accarezzata dalle sue mani proprio stanotte, nella hollywoodiana Notte degli Oscar, a
patto però che il risorto dibattito sull’accusa (in giudizio archiviata da oltre
vent’anni) di abusi sessuali del regista
su una delle figlie adottive non rovini la
festa. Con fare salomonico Cate Blanchett, al Festival di Santa Barbara, aveva indirizzato a Allen un auguriosincero: «È dunque un problema persistente e doloroso per gli ex familiari: spero
riuscirete a risolverlo con buona pace
di tutti». A Parigi, dove Anne Fontaine
l’ha diretta in uno spot per Armani, di
cui è diventata musa lo scorso settembre, l’attrice australiana evoca con voce calda cosa voglia dire lavorare con
Allen: «Con il suo mutismo e l’espressione d’eterno insoddisfatto, Woody
riesce a rendere tutto scorrrevole, naturale, anche l’impossibile: si scosta
poco dalla sceneggiatura e dalle battute già scritte, lasciando ciascuno di noi
libero — fin troppo — di costruire il
personaggio, senza mai interferire».
Stanca, si sfila le scarpe dal mezzo
tacco («Mi scusi, non ne posso più ») e
allunga le gambe sul divano, fluttuanti nel nero prediletto d’un tailleurpantalone che esalta la candida lacca
della sua celebrata epidermide. Di colpo, e a piedi nudi, s’inanellano sul divano del Grand hôtel — immaginaria
dissolvenza incrociata — volti, corpi,
personaggi con cui l’attrice ci ha incantati: Elizabeth(suo primo Oscar
mancato), l’androgino Bob Dylan di
I’m Not There(Coppa Volpi, ma altro
Oscar sfumato), Marianne nel Robin
Hooddi Ridley Scott, Sheba nel faccia
a faccia con Judi Dench in Diario di
uno scandalodi Eyre (altra nomination all’Oscar), la dolce Daisy nel
Benjamin Buttondi Fincher, fino alla
Katharine Hepburn (Oscar stavolta)
nell’Aviatordi Scorsese. In nemmeno
vent’anni, più di quaranta film, e nei
generi più disparati, dal fantasy al noir,
con predilezione seriale per ruoli di regina, da Elizabeth: The Golden Age, bis
con Shekhar Kapur (e altro Oscar svaporato) a Galadriel regina degli Elfi, per
sei volte nelle saghe di Peter Jackson Il
Signore degli Anellie Hobbit.
Considerando, signora, la famiglia
impegnativa (marito e tre figli piccoli),
una fervida attività teatrale e il trasloco
da un emisfero all’altro, Sydney-Los
Angeles, richiesto da quasi ogni set,
due o tre film di media all’anno sono
un bella media, vero? «E quest’anno
sarò una valanga, non ne potrete più di
me!», ride soddisfatta la Blanchett, che
il 14 maggio festeggerà i quarantacinque anni: «Dopo The Monuments Men
di Clooney, vi toccano in blocco un thriller di David Mamet, una love story
tra donne che Todd Haynes di I’m Not
Thereha tratto da Patricia Highsmith,
il nuovo Terrence Malick di Knight of
Cupse — indovini! — un’altra regina:
la matrigna di Cenerentolasecondo
Kenneth Branagh. Ma nessuna fatica.
Fin da bambina mi sono abituata a imbottire fino all’impossibile ogni ora del
giorno. Avevo dieci anni quando è
morto mio padre, era sergente della
marina, un texano d’origine quebechese. Cominciò allora una vita di ristrettezze per la nostra famiglia. Mia
madre insegnante, mio fratello, mia
sorella e mia nonna vivevamo a
Ivanhoe, vicino Melbourne, dove ho
poi frequentato l’università, imparando subito a dividermi tra due attività: i
corsi di economia e belle arti e le recite
in teatri amatoriali che hanno finito
per assorbirmi al punto di iscrivermi a
una scuola d’arte drammatica».
Il teatro s’è radicato così nella sua vita: tra un film e l’altro riesce sempre a
infilare messinscene, con relativo
tour. L’ultima, l’estate scorsa, Les Bonnesdi Genet a Sydney, con Isabelle
Huppert: «Sì, finalmente insieme!
Un’idea nata due anni fa, quando è venuta a vedermi a Parigi, al Théâtre de la
Ville, in Big and Small di Botho
Strauss, con la regia di Benedict Andrews. E lui ci ha riunito. Adoro Isabelle: è una pila elettrica, un’attrice che
non ha paura di nulla». Con il commediografo australiano Andrew Upton,
suo marito dal 1997, lei ha diretto e gestito per dieci anni la Sydney Theatre
Company, quattro palcoscenici e
quattro cartelloni diversi. Che cosa ne
ha tratto? «Un importante savoir-faire.
E una lezione d’umiltà. Sono state stagioni vissute con il piacere di lavorare
per il pubblico e di calamitare nelle
pièces (spesso novità assolute) talenti
che in Australia rimangono isolati,
messi così in condizione di affrontare
tournées internazionali. Ne vado piuttosto fiera». Come ha vissuto l’esperienza di Elizabeth, che nel 1998 è stata la miccia della sua carriera cinematografica? La regina scalza risponde
con una bella risata: «In realtà, dopo i
film d’esordio, tra cui, l’anno precedente, Paradise Roaddi Bruce Beresford, ero convinta che la mia carriera
fosse finita, prima ancora di cominciare. Mai avrei immaginato conseguenze tanto lusinghiere. Sul set ero ossessionata dalla complessità della parte e
dallo stuolo di splendide interpreti che
mi avevano preceduto in quel personaggio. È stato un do or die: se avessi
fallito, non mi sarebbe più capitata
un’opportunità simile. Ma all’inizio
d’ogni percorso artistico, si ha la fortuna di non aver nulla da perdere. Certo,
c’è il puntiglio di farcela: e la responsabilità d’un film che porta la tua immagine in giro per il mondo. Ma, in caso di
disastro, non cadi da una grande altezza. E poi mi dicevo: se non ce la fai, potrai sempre tornare al teatro.Per un’attrice, la scena è il fondamento della vita: perché il teatro ti obbliga a pensare
in profondità, a provare sensazioni e
sentimenti nell’enfasi massima per
poi riuscire a filtrarli nella loro più quotidiana elementarità. Il teatro ci apre e
ingigantisce, perché ci allena a tornare
semplici e minuscoli: ci insegna a confrontarci con la perdita, la mancanza,
il vuoto». Come in Blue Jasmine, pièce
grande schermo dove Allen, anche
grazie a lei e alle sue sorsate di bravura,
d’alcol e antidepressivi, è tornato finalmente cineasta dopo troppe stagioni da cineturista. «Non sarei mai
riuscita a interpretare quel personaggio, un’arricchita della Fifth Avenue
distrutta dai bluff finanziari e costretta
a rifugiarsi e riprendere fiato dalla sorella proletaria a San Francisco, se prima non avessi interpretato in teatro
Blanche DuBois in Un tram che si chiama desideriodiretto nel 2009 da Liv Ullmann, da allora mia grande amica.
Sono personaggi gemelli: che fingono
quel che sono e recitano quel che vorrebbero essere. Appartengono a una
galleria d’altre figure teatrali che ho
portato in scena anche a Parigi: Hedda
Gabler o l’eroina di Big and Small, tutte donne distrutte dal confronto con la
realtà. Stavolta, però, Woody Allen, cui
non avrei detto di no neanche se mi
avesse proposto d’interpretare un cadavere, mi ha indotto, con la sua aria di
quello che fa finta di nulla, alla maggiore sfida della mia vita: rappresentare il vuoto. Fin da Elizabeth, m’ha sempre esaltato interpretare personaggi
che mi terrorizzano, proprio perché
non so da che parte prenderli. Non ho
la minima esperienza di quel che può
aver vissuto Jasmine, donna disillusa,
depressa, sbriciolata: la sua camminata chic, che ho dovuto inventarmi, mi
dava la nausea. Quel che me l’ha resa,
se non familiare, affascinante e aliena,
è che non ha per identità che una maschera improvvisata, fragilissima. È
l’attrice di se stessa. Si trova per la prima volta davanti a un baratro che finora il denaro le aveva permesso di evitare: se stessa, appunto. Lei non ha mai
saputo chi è: perché non è». Blue Jasmineè l’America della bancarotta,
della derivaeconomica: «Sì, ci annuncia il naufragio, attraverso il corpo
martire d’una delle sue vittime: il film
è la zattera della società occidentale,
della cultura Usa, materialista, farmaco-dipendente, cocktail d’ascensioni sociali e cadute vertiginose».
Prepara o allarma i suoi figli davanti a
questa realtà? «Sono ancora abbastanza piccoli, dai sei ai dodici anni.
Continuo a aiutarmi con le favole, anche se loro navigano tra Guerre stellarie 007. Perciò, per darmi più autorità,
m’approprio talora degli effetti speciali del cinema: ho sempre a portata
di mano le orecchie da hobbit della regina Galadriel».
australiana stanotte potrebbe vincere
l’Oscar indossando i panni di una donna
ricca e depressa. “Non avrei detto di no
a Woody neanche se mi avesse proposto
di fare il cadavere
E poi mi esaltano
i personaggi
che mi terrorizzano
Come Jasmine, quanto
di più lontano da me
si possa immaginare. Eppure è proprio
grazie a lei che ho imparato
a rappresentare il vuoto”
L
a statuetta per la magistrale Blue Jasmine di
Woody Allen, annunciata
da mesi e rodata dai recenti Bafta, gli oscar britannici, e Golden Globe, potrebbe essere accarezzata dalle sue mani proprio stanotte, nella hollywoodiana Notte degli Oscar, a
patto però che il risorto dibattito sull’accusa (in giudizio archiviata da oltre
vent’anni) di abusi sessuali del regista
su una delle figlie adottive non rovini la
festa. Con fare salomonico Cate Blanchett, al Festival di Santa Barbara, aveva indirizzato a Allen un auguriosincero: «È dunque un problema persistente e doloroso per gli ex familiari: spero
riuscirete a risolverlo con buona pace
di tutti». A Parigi, dove Anne Fontaine
l’ha diretta in uno spot per Armani, di
cui è diventata musa lo scorso settembre, l’attrice australiana evoca con voce calda cosa voglia dire lavorare con
Allen: «Con il suo mutismo e l’espressione d’eterno insoddisfatto, Woody
riesce a rendere tutto scorrrevole, naturale, anche l’impossibile: si scosta
poco dalla sceneggiatura e dalle battute già scritte, lasciando ciascuno di noi
libero — fin troppo — di costruire il
personaggio, senza mai interferire».
Stanca, si sfila le scarpe dal mezzo
tacco («Mi scusi, non ne posso più ») e
allunga le gambe sul divano, fluttuanti nel nero prediletto d’un tailleurpantalone che esalta la candida lacca
della sua celebrata epidermide. Di colpo, e a piedi nudi, s’inanellano sul divano del Grand hôtel — immaginaria
dissolvenza incrociata — volti, corpi,
personaggi con cui l’attrice ci ha incantati: Elizabeth(suo primo Oscar
mancato), l’androgino Bob Dylan di
I’m Not There(Coppa Volpi, ma altro
Oscar sfumato), Marianne nel Robin
Hooddi Ridley Scott, Sheba nel faccia
a faccia con Judi Dench in Diario di
uno scandalodi Eyre (altra nomination all’Oscar), la dolce Daisy nel
Benjamin Buttondi Fincher, fino alla
Katharine Hepburn (Oscar stavolta)
nell’Aviatordi Scorsese. In nemmeno
vent’anni, più di quaranta film, e nei
generi più disparati, dal fantasy al noir,
con predilezione seriale per ruoli di regina, da Elizabeth: The Golden Age, bis
con Shekhar Kapur (e altro Oscar svaporato) a Galadriel regina degli Elfi, per
sei volte nelle saghe di Peter Jackson Il
Signore degli Anellie Hobbit.
Considerando, signora, la famiglia
impegnativa (marito e tre figli piccoli),
una fervida attività teatrale e il trasloco
da un emisfero all’altro, Sydney-Los
Angeles, richiesto da quasi ogni set,
due o tre film di media all’anno sono
un bella media, vero? «E quest’anno
sarò una valanga, non ne potrete più di
me!», ride soddisfatta la Blanchett, che
il 14 maggio festeggerà i quarantacinque anni: «Dopo The Monuments Men
di Clooney, vi toccano in blocco un thriller di David Mamet, una love story
tra donne che Todd Haynes di I’m Not
Thereha tratto da Patricia Highsmith,
il nuovo Terrence Malick di Knight of
Cupse — indovini! — un’altra regina:
la matrigna di Cenerentolasecondo
Kenneth Branagh. Ma nessuna fatica.
Fin da bambina mi sono abituata a imbottire fino all’impossibile ogni ora del
giorno. Avevo dieci anni quando è
morto mio padre, era sergente della
marina, un texano d’origine quebechese. Cominciò allora una vita di ristrettezze per la nostra famiglia. Mia
madre insegnante, mio fratello, mia
sorella e mia nonna vivevamo a
Ivanhoe, vicino Melbourne, dove ho
poi frequentato l’università, imparando subito a dividermi tra due attività: i
corsi di economia e belle arti e le recite
in teatri amatoriali che hanno finito
per assorbirmi al punto di iscrivermi a
una scuola d’arte drammatica».
Il teatro s’è radicato così nella sua vita: tra un film e l’altro riesce sempre a
infilare messinscene, con relativo
tour. L’ultima, l’estate scorsa, Les Bonnesdi Genet a Sydney, con Isabelle
Huppert: «Sì, finalmente insieme!
Un’idea nata due anni fa, quando è venuta a vedermi a Parigi, al Théâtre de la
Ville, in Big and Small di Botho
Strauss, con la regia di Benedict Andrews. E lui ci ha riunito. Adoro Isabelle: è una pila elettrica, un’attrice che
non ha paura di nulla». Con il commediografo australiano Andrew Upton,
suo marito dal 1997, lei ha diretto e gestito per dieci anni la Sydney Theatre
Company, quattro palcoscenici e
quattro cartelloni diversi. Che cosa ne
ha tratto? «Un importante savoir-faire.
E una lezione d’umiltà. Sono state stagioni vissute con il piacere di lavorare
per il pubblico e di calamitare nelle
pièces (spesso novità assolute) talenti
che in Australia rimangono isolati,
messi così in condizione di affrontare
tournées internazionali. Ne vado piuttosto fiera». Come ha vissuto l’esperienza di Elizabeth, che nel 1998 è stata la miccia della sua carriera cinematografica? La regina scalza risponde
con una bella risata: «In realtà, dopo i
film d’esordio, tra cui, l’anno precedente, Paradise Roaddi Bruce Beresford, ero convinta che la mia carriera
fosse finita, prima ancora di cominciare. Mai avrei immaginato conseguenze tanto lusinghiere. Sul set ero ossessionata dalla complessità della parte e
dallo stuolo di splendide interpreti che
mi avevano preceduto in quel personaggio. È stato un do or die: se avessi
fallito, non mi sarebbe più capitata
un’opportunità simile. Ma all’inizio
d’ogni percorso artistico, si ha la fortuna di non aver nulla da perdere. Certo,
c’è il puntiglio di farcela: e la responsabilità d’un film che porta la tua immagine in giro per il mondo. Ma, in caso di
disastro, non cadi da una grande altezza. E poi mi dicevo: se non ce la fai, potrai sempre tornare al teatro.Per un’attrice, la scena è il fondamento della vita: perché il teatro ti obbliga a pensare
in profondità, a provare sensazioni e
sentimenti nell’enfasi massima per
poi riuscire a filtrarli nella loro più quotidiana elementarità. Il teatro ci apre e
ingigantisce, perché ci allena a tornare
semplici e minuscoli: ci insegna a confrontarci con la perdita, la mancanza,
il vuoto». Come in Blue Jasmine, pièce
grande schermo dove Allen, anche
grazie a lei e alle sue sorsate di bravura,
d’alcol e antidepressivi, è tornato finalmente cineasta dopo troppe stagioni da cineturista. «Non sarei mai
riuscita a interpretare quel personaggio, un’arricchita della Fifth Avenue
distrutta dai bluff finanziari e costretta
a rifugiarsi e riprendere fiato dalla sorella proletaria a San Francisco, se prima non avessi interpretato in teatro
Blanche DuBois in Un tram che si chiama desideriodiretto nel 2009 da Liv Ullmann, da allora mia grande amica.
Sono personaggi gemelli: che fingono
quel che sono e recitano quel che vorrebbero essere. Appartengono a una
galleria d’altre figure teatrali che ho
portato in scena anche a Parigi: Hedda
Gabler o l’eroina di Big and Small, tutte donne distrutte dal confronto con la
realtà. Stavolta, però, Woody Allen, cui
non avrei detto di no neanche se mi
avesse proposto d’interpretare un cadavere, mi ha indotto, con la sua aria di
quello che fa finta di nulla, alla maggiore sfida della mia vita: rappresentare il vuoto. Fin da Elizabeth, m’ha sempre esaltato interpretare personaggi
che mi terrorizzano, proprio perché
non so da che parte prenderli. Non ho
la minima esperienza di quel che può
aver vissuto Jasmine, donna disillusa,
depressa, sbriciolata: la sua camminata chic, che ho dovuto inventarmi, mi
dava la nausea. Quel che me l’ha resa,
se non familiare, affascinante e aliena,
è che non ha per identità che una maschera improvvisata, fragilissima. È
l’attrice di se stessa. Si trova per la prima volta davanti a un baratro che finora il denaro le aveva permesso di evitare: se stessa, appunto. Lei non ha mai
saputo chi è: perché non è». Blue Jasmineè l’America della bancarotta,
della derivaeconomica: «Sì, ci annuncia il naufragio, attraverso il corpo
martire d’una delle sue vittime: il film
è la zattera della società occidentale,
della cultura Usa, materialista, farmaco-dipendente, cocktail d’ascensioni sociali e cadute vertiginose».
Prepara o allarma i suoi figli davanti a
questa realtà? «Sono ancora abbastanza piccoli, dai sei ai dodici anni.
Continuo a aiutarmi con le favole, anche se loro navigano tra Guerre stellarie 007. Perciò, per darmi più autorità,
m’approprio talora degli effetti speciali del cinema: ho sempre a portata
di mano le orecchie da hobbit della regina Galadriel».
domenica 2 febbraio 2014
FUKSAS
n questa piccola storia orale affiora, ogni tanto, l’idea che il successo sia solo un ingrediente di una personalità che ha cercato altre ragioni nella vita. Almeno è ciò che Massimiliano Fuksas lascia
filtrare di sé. Con indubbia abilità. È come se tutto ciò che vedo,
che mi fa vedere, sia il frutto prospettico di una lieve illusione. Non
è questo che in fondo regalano gli architetti più dotati: una solida
e fondata (o fondabile) illusione? E allora eccomi calato, non lontano da Campo de’ Fiori, nei tre piani di morbidezza che sono poi
quelli dello studio: bello, accogliente e abitato da una legione di
giovani che si danno da fare intorno ai tanti progetti che Fuksas sta
realizzando. Gli chiedo com’è il rapporto con questa generazione
che ci ostiniamo a definire senza futuro. «Se ho cento persone qui,
altre cento divise tra Parigi e la Cina, e quasi tutte sotto i trent’anni, è segno che qualcosa si muove. Al di là della crisi. Ma l’architettura è un mondo strano. Abitato da nani nelle viscere delle montagne e da elfi nelle foreste».
Un mondo fantastico?
«Diciamo dove la fantasia può ancora galoppare. E i giovani
possono ritagliarsi la loro parte».
Di sogni ne sono rimasti pochi.
«Però è l’unica merce non ancora venduta in saldo. Penso alla
mia storia come a una successione di eventi incompleti che i sogni hanno colmato di gioia e delusione. Piccolo inciso. A me non
frega niente se un sogno si realizza o meno. Importante è averlo. È
la risorsa inesauribile dei miei perché. Dalle mie origini in poi».
Da dove viene? Il nome non ha nulla di italiano.
«Nel periodo luterano, la mia famiglia, ebraica, emigrò dalla
Germania in Lituania. Il mio bisnonno era un mercante di sale a
Kaunas. Poi si trasferì a Vilnius. Fece abbastanza soldi per mandare i figli all’università. Ma era il periodo del dominio zarista e gli
ebrei non potevano accedervi. Perciò spedì mio nonno ad Heidelberg. Dove conobbe Elisa e la sposò. Nacquero due figli: mio padre Raimondas e Anatole Pierre».
Che anni erano?
«Gli anni Dieci dello scorso secolo. Nel 1914 scoppiò il conflitto.
Nel corso della prima settimana di guerra il nonno, medico, fu investito da una bomba. Una scheggia lo colpì in pieno e morì dissanguato. Nonna Elisa si rifugiò a Mosca con i due figli. Sposò in
seconde nozze Harry Basin, direttore delle acciaierie moscovite.
Anni tumultuosi. Poi, nel 1918, la Lituania proclamò l’indipendenza. Con il nuovo marito Elisa tornò a Vilnius. Non era la fotografia di una famiglia felice».
Perché?
«Perché Harry era un uomo autoritario e duro. Pretendeva che
il figliastro studiasse ingegneria. Mio padre cominciò a detestarlo
e alla fine decise di andarsene a Roma. Sulle orme del padre studiò
medicina. Conobbe mia madre. Felicità presto interrotta dalle
leggi razziali, dalla guerra e da tutte le aberrazioni legate al conflitto e al fascismo. Superammo anche quelle. Non bastò. Nel 1950
papà morì. Avevo sei anni».
Cosa faceste?
«La mamma accettò l’invito della nonna, che viveva non lontana da Vienna. La città divisa in zone di influenza. Eravamo nella
parte inglese. Sebbene fossi nato a Roma avevo ancora il passaporto lituano e per questo non potevo accedere alle altri parti della città. Insomma, dopo un po’ tornammo a Roma. Andammo a vivere dalle parti del Gianicolo, vicino a Villa Sciarra. Iniziai le scuole elementari al Francesco Crispi. Una delle prime cose che chiesi
fu chi era Crispi. Immaginavo fosse il proprietario della scuola. La
mamma mi disse vagamente che era stato uno statista italiano. Ma
fu Giorgio Caproni a fornirmi qualche dettaglio in più».
Caproni il poeta?
«Proprio lui. Fu il mio maestro alle elementari. Un giorno ci
spiegò che gli uomini sono strani. E che la coerenza non è quasmai il loro forte. Ci raccontò che Crispi era stato rivoluzionario da
giovane. Che aveva perfino seguito Garibaldi nella spedizione dei
Mille e che da vecchio, a capo del Governo, stroncò i primi scioperi operai. Insomma diventò “pompiere”».
E lei ha paura di fare la stessa fine?
«Almeno sul piano politico non ho mai cambiato opinione. Le
ingiustizie non mi piacevano quando avevo vent’anni e non mi
piacciono ora che ne ho settanta».
Com’era Caproni insegnante?
«Grande sensibilità e ironia sommessa. Mi prese a ben volere.
Forse incuriosito dalle mie origini o dalla mia timidezza. Non lo so.
A volte mi invitava a casa. Viveva in un tristissimo palazzo in via dei
Quattro Venti. Ricordo l’edificio in mattoni, il portone incongruamente monumentale, le piccole finestre verdi, l’appartamento
povero. Una vita grama segnata però da due grandi passioni».
Quali?
«Il violino che ogni tanto suonava e il treno. Possedeva i piccoli
treni Rivarossi. Confesso che ero più interessato a questi giocattoli che non alle sue poesie o alle sue traduzioni. Un pomeriggio mi
parlò della dolce bellezza della lingua francese. Era un uomo semplice. Seppi in seguito che aveva sofferto enormemente. Nella suo
dolore rispecchiò il mio, di bambino solo. In un certo senso mi
adottò».
Ha avuto un’infanzia complicata?
«No, semmai disciplinata da una madre forte. Avevo un carattere ombroso. Ero magro, fragile e soprattutto mi sentivo solo al
mondo. Con il tempo ho imparato a convivere con questa solitudine».
Non dà l’impressione di un uomo solo.
«La mia socialità è forzata. Per il mestiere che faccio devo incontrare le persone, frequentarle. Ma vivo meglio con me stesso».
Come è giunto al mestiere di architetto?
«Non era tra le mie aspirazioni. La sola cosa che intendessi fare
era l’artista. A 16 anni, grazie all’interessamento di Giorgio Castelfranco, andai a lavorare con Giorgio De Chirico. Mi sentivo pittore. Stare nella bottega di un grande artista, pensavo, era il modo
migliore per migliorarsi».
Non andò così?
«Scartabellavo nell’archivio, rassettavo. Niente di creativo. E
poi non si capiva mai se il maestro era contento. Mascherava la sua
stizza permanente sotto un sorriso sornione. Per farla breve, finii
il liceo — al Virgilio dove, tra l’altro, ebbi come professore di italiano un giovane Alberto Asor Rosa — e dissi a mia madre che volevo fare il pittore. Lei mi guardò e tutta seria commentò: vedo già
l’ombra del fallimento dietro le tue spalle. Fu scoraggiante».
Ma aveva torto? «Penso che valutasse una professione in termini di riuscita sociale. Pochi giorni dopo le risposi dicendole che mi sarei iscritto ad
architettura. Fu laconica: ecco, è già meglio. Insomma feci rapidamente i miei studi. Ebbi la fortuna di scoprire, nella Londra degli anni Sessanta, il lato creativo dell’architettura. Di innamorarmi di una ragazza danese, raggiungerla a Copenaghen, e alla fine
lavorare negli studio di Henning Larsen e poi in quello di Jorn Utzon».
In che anno si laurea?
«Nel 1969. Ero uno dei pochi che non voleva fare carriera universitaria ma costruire. Fui considerato un traditore ideologico».
In che senso?
«Si pensava che l’architetto dovesse essere testimone della crisi. In linea con l’idea della morte dell’arte. Non credevo a quelle
stronzate e sostenevo che se intraprendi una professione devi anche dimostrare cosa sai fare».
Cos’è per lei l’architettura?
«Non lo so, ogni volta mi trovo a dire una cosa differente. Però
non può essere solo una struttura che funziona. Deve dare un’emozione. Essere il risultato di una passione».
Niente di razionale?
«La razionalità conta tanto quanto il caos».
Si spieghi. «Senza il disordine non nasce niente. La disciplina, le scuole
vanno bene. Ma fino a un certo punto. Poi ci sei tu e un oceano di
passioni. Non c’è niente di romantico in ciò che dico. Ma devi seguire i flussi. Non sono mai stato il seguace di nessuno. Ho preso
un po’ da tutti. Come il surf. Vai sulle onde se ci sono le onde».
Qualche nome.
«Louis Kahn mi insegnò il passaggio di scala; da Wright ho appreso la varietà dei soggetti; da Le Corbusier l’aspetto scultoreo e
plastico; da Prouvé il lavoro nel dettaglio. Ma non li ho sposati.
Semmai li ho traditi».
E tra gli italiani?
«Ammirazione per Gio Ponti. Un dandy meraviglioso. Capace
di passare, con la stessa naturalezza, dal cucchiaino alla città. E poi
Libera, Terragni, Piacentini. Una generazione straordinaria».
Cosa è lo spazio per lei?
«Non è la cosa più importante. È un mito che l’architetto si occupi di spazi. Semmai è lo spazio che si occupa di te».
E la luce?
«Fondamentale. Non ci sarebbe architettura senza la luce che
esalta i volumi e il colore».
Accosterebbe la luce al divino?
«No. Piuttosto la vedrei come una realizzazione dello spirituale. Il divino, o meglio il sacro, non mi coinvolge. Richiede una fede
che non ho. La spiritualità è un’esperienza che anche un non credente può vivere. Ci deve essere qualcosa che superi il pragmatismo. Quando l’architettura riesce ad andare oltre le sue funzioni,
allora si scopre lo spirituale».
Prima faceva l’elogio del disordine. Da dove le nasce?
«Da una forma di indisciplina cronica».
Come quella che esibì negli anni della contestazione?
«Me lo chiede come se abbia commesso chissà cosa».
Si dice che fosse tra i più determinati.
«Non ho mai preso in mano un bastone. I poliziotti ci scacciarono dall’università di Valle Giulia, protestammo, ci inseguirono
manganellandoci senza pietà. Vedere quei vecchi celerini, spesso
con la pancia, che arrancavano era uno spettacolo terribile. Ricordo che con le mie Clark ai piedi non facevo che scivolare. E pensavo: ma cosa cazzo si inseguono, cosa cazzo si picchiano. Avevo
il cuore in gola e l’adrenalina che girava a mille».
Il bello della rivolta?
«Era un mondo che stava cambiando».
Pasolini pensò che stesse cambiando in peggio.
«E aveva torto. Diceva che eravamo borghesi e fighetti.
Tra di noi c’era il proletariato che cresceva e, soprattutto,
piccola borghesia. Ho polemizzato con lui».
Lo ha conosciuto?
«Non bene. Vivevamo nello stesso quartiere. Abitava
nella stessa palazzina di Attilio Bertolucci. Una volta lo incrociai mentre, con la madre, andava da Caproni. Ricordo che facemmo una partita di pallone in un campetto di
periferia. Vidi una figura nervosa, muscolosetta, dotata
di un indiscutibile stile. Finalmente rilassata. Poi, nello
spogliatoio, si mise a fare a “dito di ferro” con dei compagni di squadra. Gli piaceva la vigoria fisica e la sfida virile».
Politicamente che giudizio ne dà?
«Aveva posizioni apocalittiche. Diverse comunque dal
mio modo di essere di sinistra».
Cosa intende per “mio modo”?
«Dopo tante “seghe” mentali, alla fine penso che la sinistra va
giudicata a seconda di quanti “no” dice. Se pronuncia troppi “sì”
occorre diffidare».
Si sente un uomo contro?
«Credo che esistono ancora le ingiustizie e che possono essere
contrastate. L’infelicità fa male a tutti: sia a chi la subisce direttamente, sia a chi la vive di riflesso».
Però il peso è diverso. Come vive i suoi privilegi?
«Quali?»
È ricco, famoso e per giunta di sinistra.
«Frank Gary una volta mi disse: fai tutto quello che devi, e se hai
successo non te ne vergognare. L’importante è che non venga dalle cattive azioni».
Ha mai progettato per un costruttore, un palazzinaro?
«Mai. Non è il mio mondo. Quasi tutto il lavoro, a parte qualche
cliente privato, passa attraverso i concorsi».
Le capita di dire: ho sbagliato?
«Sono un accumulo di errori. Se non ci fosse Doriana, mia moglie, a ricordarmelo e a correggermi finirei per perdermi. Lei mi
protegge da me stesso».
Si sente psicologicamente dipendente?
«Si dipende da chi si ama. Mia madre ha toccato i 97 anni e non
riesco a immaginare di poter fare a meno della sua onesta durezza».
È sposato da quanto tempo?
«Con Doriana da 34 anni. Prima c’è stata un’altra moglie. E quattro figli equamente ripartiti».
Come sono i rapporti?
«Con uno non ci parliamo da anni. E lo considero una mia sconfitta. Con gli altri va bene. Elisa ha da poco scritto un libro. Generazionale. Credo parli anche di me. E, sospetto, non del tutto favorevolmente».
Teme il giudizio degli altri?
«Dovrei temere quello di Dio. Ma sono ateo. Preferisco che si
parli bene di me. Non sono di quelli che dicono: purché se ne parli»
filtrare di sé. Con indubbia abilità. È come se tutto ciò che vedo,
che mi fa vedere, sia il frutto prospettico di una lieve illusione. Non
è questo che in fondo regalano gli architetti più dotati: una solida
e fondata (o fondabile) illusione? E allora eccomi calato, non lontano da Campo de’ Fiori, nei tre piani di morbidezza che sono poi
quelli dello studio: bello, accogliente e abitato da una legione di
giovani che si danno da fare intorno ai tanti progetti che Fuksas sta
realizzando. Gli chiedo com’è il rapporto con questa generazione
che ci ostiniamo a definire senza futuro. «Se ho cento persone qui,
altre cento divise tra Parigi e la Cina, e quasi tutte sotto i trent’anni, è segno che qualcosa si muove. Al di là della crisi. Ma l’architettura è un mondo strano. Abitato da nani nelle viscere delle montagne e da elfi nelle foreste».
Un mondo fantastico?
«Diciamo dove la fantasia può ancora galoppare. E i giovani
possono ritagliarsi la loro parte».
Di sogni ne sono rimasti pochi.
«Però è l’unica merce non ancora venduta in saldo. Penso alla
mia storia come a una successione di eventi incompleti che i sogni hanno colmato di gioia e delusione. Piccolo inciso. A me non
frega niente se un sogno si realizza o meno. Importante è averlo. È
la risorsa inesauribile dei miei perché. Dalle mie origini in poi».
Da dove viene? Il nome non ha nulla di italiano.
«Nel periodo luterano, la mia famiglia, ebraica, emigrò dalla
Germania in Lituania. Il mio bisnonno era un mercante di sale a
Kaunas. Poi si trasferì a Vilnius. Fece abbastanza soldi per mandare i figli all’università. Ma era il periodo del dominio zarista e gli
ebrei non potevano accedervi. Perciò spedì mio nonno ad Heidelberg. Dove conobbe Elisa e la sposò. Nacquero due figli: mio padre Raimondas e Anatole Pierre».
Che anni erano?
«Gli anni Dieci dello scorso secolo. Nel 1914 scoppiò il conflitto.
Nel corso della prima settimana di guerra il nonno, medico, fu investito da una bomba. Una scheggia lo colpì in pieno e morì dissanguato. Nonna Elisa si rifugiò a Mosca con i due figli. Sposò in
seconde nozze Harry Basin, direttore delle acciaierie moscovite.
Anni tumultuosi. Poi, nel 1918, la Lituania proclamò l’indipendenza. Con il nuovo marito Elisa tornò a Vilnius. Non era la fotografia di una famiglia felice».
Perché?
«Perché Harry era un uomo autoritario e duro. Pretendeva che
il figliastro studiasse ingegneria. Mio padre cominciò a detestarlo
e alla fine decise di andarsene a Roma. Sulle orme del padre studiò
medicina. Conobbe mia madre. Felicità presto interrotta dalle
leggi razziali, dalla guerra e da tutte le aberrazioni legate al conflitto e al fascismo. Superammo anche quelle. Non bastò. Nel 1950
papà morì. Avevo sei anni».
Cosa faceste?
«La mamma accettò l’invito della nonna, che viveva non lontana da Vienna. La città divisa in zone di influenza. Eravamo nella
parte inglese. Sebbene fossi nato a Roma avevo ancora il passaporto lituano e per questo non potevo accedere alle altri parti della città. Insomma, dopo un po’ tornammo a Roma. Andammo a vivere dalle parti del Gianicolo, vicino a Villa Sciarra. Iniziai le scuole elementari al Francesco Crispi. Una delle prime cose che chiesi
fu chi era Crispi. Immaginavo fosse il proprietario della scuola. La
mamma mi disse vagamente che era stato uno statista italiano. Ma
fu Giorgio Caproni a fornirmi qualche dettaglio in più».
Caproni il poeta?
«Proprio lui. Fu il mio maestro alle elementari. Un giorno ci
spiegò che gli uomini sono strani. E che la coerenza non è quasmai il loro forte. Ci raccontò che Crispi era stato rivoluzionario da
giovane. Che aveva perfino seguito Garibaldi nella spedizione dei
Mille e che da vecchio, a capo del Governo, stroncò i primi scioperi operai. Insomma diventò “pompiere”».
E lei ha paura di fare la stessa fine?
«Almeno sul piano politico non ho mai cambiato opinione. Le
ingiustizie non mi piacevano quando avevo vent’anni e non mi
piacciono ora che ne ho settanta».
Com’era Caproni insegnante?
«Grande sensibilità e ironia sommessa. Mi prese a ben volere.
Forse incuriosito dalle mie origini o dalla mia timidezza. Non lo so.
A volte mi invitava a casa. Viveva in un tristissimo palazzo in via dei
Quattro Venti. Ricordo l’edificio in mattoni, il portone incongruamente monumentale, le piccole finestre verdi, l’appartamento
povero. Una vita grama segnata però da due grandi passioni».
Quali?
«Il violino che ogni tanto suonava e il treno. Possedeva i piccoli
treni Rivarossi. Confesso che ero più interessato a questi giocattoli che non alle sue poesie o alle sue traduzioni. Un pomeriggio mi
parlò della dolce bellezza della lingua francese. Era un uomo semplice. Seppi in seguito che aveva sofferto enormemente. Nella suo
dolore rispecchiò il mio, di bambino solo. In un certo senso mi
adottò».
Ha avuto un’infanzia complicata?
«No, semmai disciplinata da una madre forte. Avevo un carattere ombroso. Ero magro, fragile e soprattutto mi sentivo solo al
mondo. Con il tempo ho imparato a convivere con questa solitudine».
Non dà l’impressione di un uomo solo.
«La mia socialità è forzata. Per il mestiere che faccio devo incontrare le persone, frequentarle. Ma vivo meglio con me stesso».
Come è giunto al mestiere di architetto?
«Non era tra le mie aspirazioni. La sola cosa che intendessi fare
era l’artista. A 16 anni, grazie all’interessamento di Giorgio Castelfranco, andai a lavorare con Giorgio De Chirico. Mi sentivo pittore. Stare nella bottega di un grande artista, pensavo, era il modo
migliore per migliorarsi».
Non andò così?
«Scartabellavo nell’archivio, rassettavo. Niente di creativo. E
poi non si capiva mai se il maestro era contento. Mascherava la sua
stizza permanente sotto un sorriso sornione. Per farla breve, finii
il liceo — al Virgilio dove, tra l’altro, ebbi come professore di italiano un giovane Alberto Asor Rosa — e dissi a mia madre che volevo fare il pittore. Lei mi guardò e tutta seria commentò: vedo già
l’ombra del fallimento dietro le tue spalle. Fu scoraggiante».
Ma aveva torto? «Penso che valutasse una professione in termini di riuscita sociale. Pochi giorni dopo le risposi dicendole che mi sarei iscritto ad
architettura. Fu laconica: ecco, è già meglio. Insomma feci rapidamente i miei studi. Ebbi la fortuna di scoprire, nella Londra degli anni Sessanta, il lato creativo dell’architettura. Di innamorarmi di una ragazza danese, raggiungerla a Copenaghen, e alla fine
lavorare negli studio di Henning Larsen e poi in quello di Jorn Utzon».
In che anno si laurea?
«Nel 1969. Ero uno dei pochi che non voleva fare carriera universitaria ma costruire. Fui considerato un traditore ideologico».
In che senso?
«Si pensava che l’architetto dovesse essere testimone della crisi. In linea con l’idea della morte dell’arte. Non credevo a quelle
stronzate e sostenevo che se intraprendi una professione devi anche dimostrare cosa sai fare».
Cos’è per lei l’architettura?
«Non lo so, ogni volta mi trovo a dire una cosa differente. Però
non può essere solo una struttura che funziona. Deve dare un’emozione. Essere il risultato di una passione».
Niente di razionale?
«La razionalità conta tanto quanto il caos».
Si spieghi. «Senza il disordine non nasce niente. La disciplina, le scuole
vanno bene. Ma fino a un certo punto. Poi ci sei tu e un oceano di
passioni. Non c’è niente di romantico in ciò che dico. Ma devi seguire i flussi. Non sono mai stato il seguace di nessuno. Ho preso
un po’ da tutti. Come il surf. Vai sulle onde se ci sono le onde».
Qualche nome.
«Louis Kahn mi insegnò il passaggio di scala; da Wright ho appreso la varietà dei soggetti; da Le Corbusier l’aspetto scultoreo e
plastico; da Prouvé il lavoro nel dettaglio. Ma non li ho sposati.
Semmai li ho traditi».
E tra gli italiani?
«Ammirazione per Gio Ponti. Un dandy meraviglioso. Capace
di passare, con la stessa naturalezza, dal cucchiaino alla città. E poi
Libera, Terragni, Piacentini. Una generazione straordinaria».
Cosa è lo spazio per lei?
«Non è la cosa più importante. È un mito che l’architetto si occupi di spazi. Semmai è lo spazio che si occupa di te».
E la luce?
«Fondamentale. Non ci sarebbe architettura senza la luce che
esalta i volumi e il colore».
Accosterebbe la luce al divino?
«No. Piuttosto la vedrei come una realizzazione dello spirituale. Il divino, o meglio il sacro, non mi coinvolge. Richiede una fede
che non ho. La spiritualità è un’esperienza che anche un non credente può vivere. Ci deve essere qualcosa che superi il pragmatismo. Quando l’architettura riesce ad andare oltre le sue funzioni,
allora si scopre lo spirituale».
Prima faceva l’elogio del disordine. Da dove le nasce?
«Da una forma di indisciplina cronica».
Come quella che esibì negli anni della contestazione?
«Me lo chiede come se abbia commesso chissà cosa».
Si dice che fosse tra i più determinati.
«Non ho mai preso in mano un bastone. I poliziotti ci scacciarono dall’università di Valle Giulia, protestammo, ci inseguirono
manganellandoci senza pietà. Vedere quei vecchi celerini, spesso
con la pancia, che arrancavano era uno spettacolo terribile. Ricordo che con le mie Clark ai piedi non facevo che scivolare. E pensavo: ma cosa cazzo si inseguono, cosa cazzo si picchiano. Avevo
il cuore in gola e l’adrenalina che girava a mille».
Il bello della rivolta?
«Era un mondo che stava cambiando».
Pasolini pensò che stesse cambiando in peggio.
«E aveva torto. Diceva che eravamo borghesi e fighetti.
Tra di noi c’era il proletariato che cresceva e, soprattutto,
piccola borghesia. Ho polemizzato con lui».
Lo ha conosciuto?
«Non bene. Vivevamo nello stesso quartiere. Abitava
nella stessa palazzina di Attilio Bertolucci. Una volta lo incrociai mentre, con la madre, andava da Caproni. Ricordo che facemmo una partita di pallone in un campetto di
periferia. Vidi una figura nervosa, muscolosetta, dotata
di un indiscutibile stile. Finalmente rilassata. Poi, nello
spogliatoio, si mise a fare a “dito di ferro” con dei compagni di squadra. Gli piaceva la vigoria fisica e la sfida virile».
Politicamente che giudizio ne dà?
«Aveva posizioni apocalittiche. Diverse comunque dal
mio modo di essere di sinistra».
Cosa intende per “mio modo”?
«Dopo tante “seghe” mentali, alla fine penso che la sinistra va
giudicata a seconda di quanti “no” dice. Se pronuncia troppi “sì”
occorre diffidare».
Si sente un uomo contro?
«Credo che esistono ancora le ingiustizie e che possono essere
contrastate. L’infelicità fa male a tutti: sia a chi la subisce direttamente, sia a chi la vive di riflesso».
Però il peso è diverso. Come vive i suoi privilegi?
«Quali?»
È ricco, famoso e per giunta di sinistra.
«Frank Gary una volta mi disse: fai tutto quello che devi, e se hai
successo non te ne vergognare. L’importante è che non venga dalle cattive azioni».
Ha mai progettato per un costruttore, un palazzinaro?
«Mai. Non è il mio mondo. Quasi tutto il lavoro, a parte qualche
cliente privato, passa attraverso i concorsi».
Le capita di dire: ho sbagliato?
«Sono un accumulo di errori. Se non ci fosse Doriana, mia moglie, a ricordarmelo e a correggermi finirei per perdermi. Lei mi
protegge da me stesso».
Si sente psicologicamente dipendente?
«Si dipende da chi si ama. Mia madre ha toccato i 97 anni e non
riesco a immaginare di poter fare a meno della sua onesta durezza».
È sposato da quanto tempo?
«Con Doriana da 34 anni. Prima c’è stata un’altra moglie. E quattro figli equamente ripartiti».
Come sono i rapporti?
«Con uno non ci parliamo da anni. E lo considero una mia sconfitta. Con gli altri va bene. Elisa ha da poco scritto un libro. Generazionale. Credo parli anche di me. E, sospetto, non del tutto favorevolmente».
Teme il giudizio degli altri?
«Dovrei temere quello di Dio. Ma sono ateo. Preferisco che si
parli bene di me. Non sono di quelli che dicono: purché se ne parli»
Francesca Dellera
Per Fellini era una Fata Turchina,
Ferreri la volle ne “La carne”
mentre per lei Prince perse la testa
(e non fu il solo). Poi, d’improvviso,
il silenzio e il lungo esilio
dalle scene . “Ero soltanto
una ragazza, il successo
mi ha tolto la vita,
fui travolta dall’invidia
e dalla crudeltà
E se ancora oggi
pago un prezzo altissimo
è perché ho sempre
preteso di restare libera”
H
aappenafinito di leggere Il lupo di Wall Street
da cui è stato tratto il
film con Di Caprio e le è
piaciuto moltissimo «per la sincerità
con cui l’autore racconta la sua vita, non
tralasciando neanche i particolari più
scabrosi, più autolesionisti. Mi sono rivista in quel coraggio e infatti sto scrivendo la mia autobiografia per affrontare finalmente la verità, contro le invenzioni maligne e crudeli che mi hanno aggredito lungo tutta la mia vita; come quella pazzesca di questi giorni, di
chiacchiere tra camorristi in galera negli anni ’90, messe a verbale, in cui si fa
il mio nome. Questi attacchi vergognosi e menzogneri alla mia riservatezza mi
feriscono profondamente e ho incaricato gli avvocati di occuparsene».
I ricordi di Francesca Dellera sono altri, indimenticabili. Lei stava entrando
nella casa di Giuseppe Patroni Griffi in
via Margutta, Federico Fellini ne stava
uscendo e fece immediato dietrofront,
perché quella creatura diafana e carnale che si era materializzata davanti a lui
era la femminilità che la sua fantasia
aveva sempre inseguito e che aveva
tentato di catturare nei suoi film: ma
mai così lucente, così morbida, così accogliente. Era la Fata Turchina che cercava da qualche anno per il suo Pinocchio, che doveva essere Benigni. Poi
Fellini morì prima di poter realizzare il
film, mentre Benigni ce la fece, scegliendo però come magica visione l’amata moglie Nicoletta Braschi. Di quell’incantamento senza seguito è rimasta
una traccia nella biografia felliniana di
John Baxter, in cui il regista, elencando
gli attori che amava particolarmente cita, oltre alla Masina, Mastroianni, Villaggio e Benigni, anche lei, Francesca
Dellera. Nel 1988, e con la regia di Patroni Griffi, quella ragazza silenziosa, di
una bellezza antica, ottocentesca, vistosa senza sfacciataggine, era diventata in una miniserie televisiva Adriana, la
prostituta che trentaquattro anni prima aveva avuto il viso bellissimo e sgomento di Gina Lollobrigida, nel film in
bianco e nero diretto da Luigi Zampa.
La Romanaè un romanzo di Alberto
Moravia pubblicato nel 1947: la ventitreenne Francesca era un’Adriana incantevole, e ispirò allo scrittore, per l’Espresso, una delle sue rare interviste a
un’attrice (a Sophia Loren, a Claudia
Cardinale). «Non mi rendevo conto del
dono che mi faceva occupandosi di me:
andai due o tre volte a casa sua, e lui scriveva direttamente a macchina quel che
dicevo». Il grande cinecritico Tullio Kezich si soffermò sulla «fisicità parlante»
della ragazza: «Davvero Francesca
sembra possedere quel qualcosa in più
che hanno le figure schermiche d’eccezione: tanto a suo agio che quand’è nuda sembra vestita e quando è vestita
sembra nuda».
È ancora vero. Le rare persone che,
segreta e diffidente, incontra, si trovano
davanti a una donna accecante di
splendore, che cerca di proteggere e occultare dentro un grande scialle nero la
morbidezza perlacea di un seno vero
come non se ne vedono più, e un viso
delicato dentro una massa di lunghi ricci rossi. Forse un largo maglione dal collo alto aiuterebbe, e forse no: e poi la sua
immagine è questa da sempre, intoccata anche quando piange, pensando alla perdita di sua madre, e perché non è
detto che tanta ricchezza fisica assicuri
una trionfante felicità. C’è un vuoto nella sua vita privata che ha generato storie, pettegolezzi, e l’ha trasformata in
una persona che sulla strada del successo si è vista prima spalancare e poi di
colpo chiudere tutte le porte. Nell’era
del gossip ostentato e moltiplicato, si
trovano molte illazioni e sussurri, ma
non una fotografia, non una notizia documentata, di quel legame che nessuno
può dimostrare. È strano che di quell’uomo, della cui vita privata tumultuosa da tempo si occupa anche la giustizia, con la piccola folla di maldestre giovani ospiti a pagamento e attualmente
la presenza di una fidanzata con cane
entrambi impiccioni, si eviti di ricordare che un tempo questa persona era entrata prepotentemente nella vita di
Francesca. È proibito anche solo accennarne, e se proprio uno è pignolo all’eccesso, può risalire a un articolo di
Novella2000del 2009, intitolato “I dieci
rospi ingoiati da Veronica”. Seguono le
dieci foto di belle signore, prima tra tutte quella di Francesca. Era il 1987. Nessuno sa, se non i diretti interessati,
quando quel legame è cominciato,
quando è terminato: di mezzo c’è, nel
1989, un famoso Telegatto consegnato
alla protagonista de La Romana, e un
giornalista ricorda come il problema
degli organizzatori fosse collocare lontane in platea sia la premiata che Veronica Lario, la bellissima compagna di
Silvio Berlusconi, già madre di suoi tre
figli, che diventerà sua moglie un anno
dopo. C’è un libro di Mario Guarino , Veronica & Silvio, pubblicato da Dedalo
nel 2009, che si azzarda a sostenere che
la signora Lario avrebbe scoperto il tradimento dopo il matrimonio, imponendo al marito l’aut-aut, e riconquistando una sua (molto temporanea) fedeltà. Ma Francesca è decisa. «A lasciarlo sono stata io, e le cose scritte su di me
in quel libro sono del tutto false». Intanto La carnedi Marco Ferreri, regista
osannato di film intelligenti ed eccentrici, era stato invitato a Cannes nel
1991: e la protagonista era la Dellera,
che in quel ruolo, secondo il Mereghetti, “inquieta con la sua esuberante presenza”. Francesca ricorda che contro di
lei c’era già un veto, che non aveva scoraggiato Ferreri: «Mi disse che a lui non
importava niente, che il film l’aveva
scritto su di me, venendo ogni giorno a
casa mia a sentirmi parlare, a studiarmi». La carne, dove Castellitto, cui misero una pancia finta perché non doveva essere attraente, per non perderla
l’ammazzava e se la mangiava, fece di
lei una star soprattutto in Francia. Eppure passarono tre anni prima che le offrissero un altro ruolo, nel 1994, in un
film di Deray non riuscito, L’orso di pelucheaccanto ad Alain Delon; ne passarono altri cinque prima che la chiamassero per la miniserie televisiva Nanàdal
romanzo di Zola, e altri sei per arrivare
in video con la costosa e grandiosa Contessa di Castiglione. Poi ci furono solo
incontri tra avvocati. Da allora, e sono
passati otto anni, attorno a lei si è fatto
un gelido vuoto professionale. In questo silenzio amaro, che le ha interrotto
la carriera, lei ravvisa una punizione
cieca, una vendetta troppo lunga, un
umiliante esilio. Ma è lei, Francesca
Dellera, protagonista e vittima di questa specie di persecuzione o comunque
cancellazione, a non pronunciare nomi, come se avesse paura, o se ne vergognasse, o si rifiutasse di ricordare, o
tenesse soprattutto alla sua dignità malamente ferita. «Ero molto giovane, non
avevo alcuna esperienza e poi lui non
era come adesso, pareva meglio, per me
era una cosa di testa, perché nella sua
follia non è stupido. E io mi sono trovata preda di una situazione che non avevo cercato. Ma siccome lui era ricco e
importante, si rovesciò su di me una valanga di invidia crudele. E poi la gente è
meschina, e quella brutta è complessata e capace delle peggiori cattiverie».
Tra l’altro a lei sono sempre piaciuti solo «i bellissimi pazzeschi a letto, e quelli cattiverie non ne fanno mai»: e non se
li è fatta mancare neppure quando
qualcuno ha pensato di domarla, di imprigionarla. Per esempio l’attore Christopher Lambert, un tipo, dice Francesca, «trasgressivo, libero, anarchico,
che secondo Ferreri mi assomigliava e
voleva girare con noi due una storia di
incesto. Ma io sono dispersiva, non sono mai riuscita a far durare i rapporti,
me ne stufo presto: non posso sentirmi
ingabbiata, fuggo». Prince se ne era innamorato solo vedendo le sue foto, la
corteggiava telefonicamente dagli Stati Uniti, affittò un cinema per vedere e
rivedere da solo La carne. «Era un genio
affascinante, mi offrì di fare un videoclip con lui, da girare a Minneapolis, ma
lasciai perdere perché ero innamorata,
ricambiata, di Adnan, un modello slavo
di bellezza travolgente, e per me l’amore contava di più in quel momento della carriera». Nella sua vita è passato il
tennista Noah e persino Emanuele Filiberto di Savoia che la inseguì a Los Angeles dove lei era fuggita con un altro.
«Ma io non sopporto la coppia, quella
che si ostina a durare quando il mistero
è finito. Non credo nel matrimonio,
non riesco a dire per sempre, non me la
sento di avere figli anche se amo moltissimo i due bambini di mia sorella».
Adesso ha un compagno di cui non parla, non italiano, specifica, e che non vive in Italia. «Odio la curiosità nei miei
confronti, detesto Facebook e pure
Twitter, non sopporto la mondanità,
l’esibizionismo. Io sto pagando ancora
un prezzo altissimo perché ho sempre
voluto essere libera, non appiattirmi
nelle regole di tutti. E certo da ragazza
ero impreparata a un successo troppo
precoce e stordente». Era giovanissima
quando come protagonista di Capricciola volle Tinto Brass, che dopo lo
scandalo di La chiaveera il regista più ricercato dalle attrici in cerca di fama: a
venticinque anni le offrirono una cifra
sproporzionata per uno spot, vollero
fotografarla Helmut Newton e Annie
Leibovitz, la scelsero come modella
d’eccezione gli stilisti d’epoca più importanti, Gaultier, Alaia, Mugler: e per
un suo compleanno a Parigi, fu organizzata una festa al “Les bains douches”, cui parteciparono le grandi star
del momento. «Tutto quel successo improvviso mi ha tolto la vita. Ma adesso,
dopo tanto silenzio, ho deciso di raccontarla tutta con un libro».
Ferreri la volle ne “La carne”
mentre per lei Prince perse la testa
(e non fu il solo). Poi, d’improvviso,
il silenzio e il lungo esilio
dalle scene . “Ero soltanto
una ragazza, il successo
mi ha tolto la vita,
fui travolta dall’invidia
e dalla crudeltà
E se ancora oggi
pago un prezzo altissimo
è perché ho sempre
preteso di restare libera”
H
aappenafinito di leggere Il lupo di Wall Street
da cui è stato tratto il
film con Di Caprio e le è
piaciuto moltissimo «per la sincerità
con cui l’autore racconta la sua vita, non
tralasciando neanche i particolari più
scabrosi, più autolesionisti. Mi sono rivista in quel coraggio e infatti sto scrivendo la mia autobiografia per affrontare finalmente la verità, contro le invenzioni maligne e crudeli che mi hanno aggredito lungo tutta la mia vita; come quella pazzesca di questi giorni, di
chiacchiere tra camorristi in galera negli anni ’90, messe a verbale, in cui si fa
il mio nome. Questi attacchi vergognosi e menzogneri alla mia riservatezza mi
feriscono profondamente e ho incaricato gli avvocati di occuparsene».
I ricordi di Francesca Dellera sono altri, indimenticabili. Lei stava entrando
nella casa di Giuseppe Patroni Griffi in
via Margutta, Federico Fellini ne stava
uscendo e fece immediato dietrofront,
perché quella creatura diafana e carnale che si era materializzata davanti a lui
era la femminilità che la sua fantasia
aveva sempre inseguito e che aveva
tentato di catturare nei suoi film: ma
mai così lucente, così morbida, così accogliente. Era la Fata Turchina che cercava da qualche anno per il suo Pinocchio, che doveva essere Benigni. Poi
Fellini morì prima di poter realizzare il
film, mentre Benigni ce la fece, scegliendo però come magica visione l’amata moglie Nicoletta Braschi. Di quell’incantamento senza seguito è rimasta
una traccia nella biografia felliniana di
John Baxter, in cui il regista, elencando
gli attori che amava particolarmente cita, oltre alla Masina, Mastroianni, Villaggio e Benigni, anche lei, Francesca
Dellera. Nel 1988, e con la regia di Patroni Griffi, quella ragazza silenziosa, di
una bellezza antica, ottocentesca, vistosa senza sfacciataggine, era diventata in una miniserie televisiva Adriana, la
prostituta che trentaquattro anni prima aveva avuto il viso bellissimo e sgomento di Gina Lollobrigida, nel film in
bianco e nero diretto da Luigi Zampa.
La Romanaè un romanzo di Alberto
Moravia pubblicato nel 1947: la ventitreenne Francesca era un’Adriana incantevole, e ispirò allo scrittore, per l’Espresso, una delle sue rare interviste a
un’attrice (a Sophia Loren, a Claudia
Cardinale). «Non mi rendevo conto del
dono che mi faceva occupandosi di me:
andai due o tre volte a casa sua, e lui scriveva direttamente a macchina quel che
dicevo». Il grande cinecritico Tullio Kezich si soffermò sulla «fisicità parlante»
della ragazza: «Davvero Francesca
sembra possedere quel qualcosa in più
che hanno le figure schermiche d’eccezione: tanto a suo agio che quand’è nuda sembra vestita e quando è vestita
sembra nuda».
È ancora vero. Le rare persone che,
segreta e diffidente, incontra, si trovano
davanti a una donna accecante di
splendore, che cerca di proteggere e occultare dentro un grande scialle nero la
morbidezza perlacea di un seno vero
come non se ne vedono più, e un viso
delicato dentro una massa di lunghi ricci rossi. Forse un largo maglione dal collo alto aiuterebbe, e forse no: e poi la sua
immagine è questa da sempre, intoccata anche quando piange, pensando alla perdita di sua madre, e perché non è
detto che tanta ricchezza fisica assicuri
una trionfante felicità. C’è un vuoto nella sua vita privata che ha generato storie, pettegolezzi, e l’ha trasformata in
una persona che sulla strada del successo si è vista prima spalancare e poi di
colpo chiudere tutte le porte. Nell’era
del gossip ostentato e moltiplicato, si
trovano molte illazioni e sussurri, ma
non una fotografia, non una notizia documentata, di quel legame che nessuno
può dimostrare. È strano che di quell’uomo, della cui vita privata tumultuosa da tempo si occupa anche la giustizia, con la piccola folla di maldestre giovani ospiti a pagamento e attualmente
la presenza di una fidanzata con cane
entrambi impiccioni, si eviti di ricordare che un tempo questa persona era entrata prepotentemente nella vita di
Francesca. È proibito anche solo accennarne, e se proprio uno è pignolo all’eccesso, può risalire a un articolo di
Novella2000del 2009, intitolato “I dieci
rospi ingoiati da Veronica”. Seguono le
dieci foto di belle signore, prima tra tutte quella di Francesca. Era il 1987. Nessuno sa, se non i diretti interessati,
quando quel legame è cominciato,
quando è terminato: di mezzo c’è, nel
1989, un famoso Telegatto consegnato
alla protagonista de La Romana, e un
giornalista ricorda come il problema
degli organizzatori fosse collocare lontane in platea sia la premiata che Veronica Lario, la bellissima compagna di
Silvio Berlusconi, già madre di suoi tre
figli, che diventerà sua moglie un anno
dopo. C’è un libro di Mario Guarino , Veronica & Silvio, pubblicato da Dedalo
nel 2009, che si azzarda a sostenere che
la signora Lario avrebbe scoperto il tradimento dopo il matrimonio, imponendo al marito l’aut-aut, e riconquistando una sua (molto temporanea) fedeltà. Ma Francesca è decisa. «A lasciarlo sono stata io, e le cose scritte su di me
in quel libro sono del tutto false». Intanto La carnedi Marco Ferreri, regista
osannato di film intelligenti ed eccentrici, era stato invitato a Cannes nel
1991: e la protagonista era la Dellera,
che in quel ruolo, secondo il Mereghetti, “inquieta con la sua esuberante presenza”. Francesca ricorda che contro di
lei c’era già un veto, che non aveva scoraggiato Ferreri: «Mi disse che a lui non
importava niente, che il film l’aveva
scritto su di me, venendo ogni giorno a
casa mia a sentirmi parlare, a studiarmi». La carne, dove Castellitto, cui misero una pancia finta perché non doveva essere attraente, per non perderla
l’ammazzava e se la mangiava, fece di
lei una star soprattutto in Francia. Eppure passarono tre anni prima che le offrissero un altro ruolo, nel 1994, in un
film di Deray non riuscito, L’orso di pelucheaccanto ad Alain Delon; ne passarono altri cinque prima che la chiamassero per la miniserie televisiva Nanàdal
romanzo di Zola, e altri sei per arrivare
in video con la costosa e grandiosa Contessa di Castiglione. Poi ci furono solo
incontri tra avvocati. Da allora, e sono
passati otto anni, attorno a lei si è fatto
un gelido vuoto professionale. In questo silenzio amaro, che le ha interrotto
la carriera, lei ravvisa una punizione
cieca, una vendetta troppo lunga, un
umiliante esilio. Ma è lei, Francesca
Dellera, protagonista e vittima di questa specie di persecuzione o comunque
cancellazione, a non pronunciare nomi, come se avesse paura, o se ne vergognasse, o si rifiutasse di ricordare, o
tenesse soprattutto alla sua dignità malamente ferita. «Ero molto giovane, non
avevo alcuna esperienza e poi lui non
era come adesso, pareva meglio, per me
era una cosa di testa, perché nella sua
follia non è stupido. E io mi sono trovata preda di una situazione che non avevo cercato. Ma siccome lui era ricco e
importante, si rovesciò su di me una valanga di invidia crudele. E poi la gente è
meschina, e quella brutta è complessata e capace delle peggiori cattiverie».
Tra l’altro a lei sono sempre piaciuti solo «i bellissimi pazzeschi a letto, e quelli cattiverie non ne fanno mai»: e non se
li è fatta mancare neppure quando
qualcuno ha pensato di domarla, di imprigionarla. Per esempio l’attore Christopher Lambert, un tipo, dice Francesca, «trasgressivo, libero, anarchico,
che secondo Ferreri mi assomigliava e
voleva girare con noi due una storia di
incesto. Ma io sono dispersiva, non sono mai riuscita a far durare i rapporti,
me ne stufo presto: non posso sentirmi
ingabbiata, fuggo». Prince se ne era innamorato solo vedendo le sue foto, la
corteggiava telefonicamente dagli Stati Uniti, affittò un cinema per vedere e
rivedere da solo La carne. «Era un genio
affascinante, mi offrì di fare un videoclip con lui, da girare a Minneapolis, ma
lasciai perdere perché ero innamorata,
ricambiata, di Adnan, un modello slavo
di bellezza travolgente, e per me l’amore contava di più in quel momento della carriera». Nella sua vita è passato il
tennista Noah e persino Emanuele Filiberto di Savoia che la inseguì a Los Angeles dove lei era fuggita con un altro.
«Ma io non sopporto la coppia, quella
che si ostina a durare quando il mistero
è finito. Non credo nel matrimonio,
non riesco a dire per sempre, non me la
sento di avere figli anche se amo moltissimo i due bambini di mia sorella».
Adesso ha un compagno di cui non parla, non italiano, specifica, e che non vive in Italia. «Odio la curiosità nei miei
confronti, detesto Facebook e pure
Twitter, non sopporto la mondanità,
l’esibizionismo. Io sto pagando ancora
un prezzo altissimo perché ho sempre
voluto essere libera, non appiattirmi
nelle regole di tutti. E certo da ragazza
ero impreparata a un successo troppo
precoce e stordente». Era giovanissima
quando come protagonista di Capricciola volle Tinto Brass, che dopo lo
scandalo di La chiaveera il regista più ricercato dalle attrici in cerca di fama: a
venticinque anni le offrirono una cifra
sproporzionata per uno spot, vollero
fotografarla Helmut Newton e Annie
Leibovitz, la scelsero come modella
d’eccezione gli stilisti d’epoca più importanti, Gaultier, Alaia, Mugler: e per
un suo compleanno a Parigi, fu organizzata una festa al “Les bains douches”, cui parteciparono le grandi star
del momento. «Tutto quel successo improvviso mi ha tolto la vita. Ma adesso,
dopo tanto silenzio, ho deciso di raccontarla tutta con un libro».
lunedì 27 gennaio 2014
Mazzacurati, lo sguardo gentile sul volto perdente del Nord Est Morto il regista che amava le storie umili della sua provincia
L
a malattia se l’è portato via ieri a 57
anni (i prossimi li avrebbe compiuti il 3 marzo), dopo una lotta durata
due anni. Il che non gli aveva impedito di girare un bel documentario sull’impegno umanitario — Medici con l’Africa,
presentato nel 2012 a Venezia — e di portare a termine il suo ultimo lungometraggio,
La sedia della felicità, presentato in anteprima al festival di Torino 2013 dove aveva
ricevuto il Gran Premio della città.
Se ne è andato in punta di piedi, lottando contro il dolore, con la determinazione
e la silenziosa ritrosia sue tipiche, le stesse
che l’avevano fatto tornare a vivere nella
natia Padova dopo un inizio professionale
a Roma, una città — e un modo di essere
— con cui non aveva mai legato. Lo si intuiva bene anche dai suoi film, che spesso
raccontavano lo scontro tra periferia e centro, tra provincia e città. I suoi personaggi
più riusciti e belli erano marginali, poco
importa se per censo o per scelta o per autodifesa. Non era certo un vincente il protagonista del suo primo film, Notte italiana
(che nel 1987 segnò anche l’esordio produttivo della Sacher Film di Nanni Moretti
e Angelo Barbagallo), l’avvocato che scopre
le malefatte e le connivenze di un signorotto del Polesine. Né lo era il timido dentista
romano di Un’altra vita (1992) che si innamora di una russa senza fissa dimora e per
amore finisce invischiato in un mondo di
piccoli delinquenti.
In mezzo c’era stato il passo falso della
riduzione da Il prete bello di Parise, ma anche quell’«errore» era comunque indicativo del tipo di letteratura cui far riferimento. Nel 2004 tornerà a un romanzo, questa
volta di Cassola, per L’amore ritrovato: un
altro film non completamente riuscito, ma
appunto significativo di un gusto decisamente lontano dalle mode. Il che non è
qualità da sottovalutare.
Le sue cose migliori, comunque, la sua
mano più felice si vede nella descrizione di
questo mondo di provincia — geografico o
mentale poco importa — cui evidentemente era molto legato e che sapeva ispirarlo al meglio. Un critico non certo tenero
come Goffredo Fofi scrisse che Un’altra vita era girato con uno stile «poco italiano»,
a indicare una qualità preziosa e poco frequentata: la capacità di staccarsi dai peggiori cascami della «commedia» per cercare una strada originale, capace di raccontare un Paese vero e concreto, che era stato a
lungo tenuto lontano dall’occhio delle
macchine da presa. Era il mondo di Il tor(1994, con due amici che cercano di vendere in Ungheria un animale da riproduzione
che hanno rubato), di Vesna va veloce
(1996, sull’incontro tra una ventenne ceca
che si mantiene facendo la prostituta e un
operaio solo e sradicato), di L’estate di Davide (1998, storia delle vacanze di un
18enne che scopre le delusioni dell’amore
e della vita). Un mondo che Mazzacurati
racconta anche attraverso un gruppo di attori che sotto la sua direzione hanno spesso dato il meglio: Marco Messeri, Silvio Orlando, Claudio Amendola, Antonio Albanese (indimenticabile il suo «esordio» in
Vesna va veloce), Roberto Citran, Diego
Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio (che ritrova Albanese in La lingua del santo,
2000). Sempre Bentivoglio è il protagonista nel 2002 del film forse più ambizioso di
Mazzacurati, il remake di A cavallo della tigre(già girato da Comencini nel ‘61), dove
si riavvicina alla lezione della commedia
all’italiana nella speranza di riconquistare
un pubblico che negli anni del passaggio
del secolo aveva dimostrato una certa insofferenza verso il cinema nazionale. E i cui
effetti si ritroveranno in La giusta distanza
(2007) e soprattutto nel mezzo passo falso
di La passione (2010). Ma sarebbe ingiusto
attribuirne la colpa solo a Mazzacurati, che
si era «allontanato» dal cinema tradizionale dirigendo tre bellissimi ritratti di scrittori conterranei: Rigoni Stern, Zanzotto e
Meneghello. Quella «caduta» era stato uno
scivolone di tutta l’industria nazionale,
convinta che copiare fosse meglio che cercare soluzioni nuove.
Con La sedia della felicità Carlo aveva
dimostrato ancora una volta la sua voglia di
non percorrere strade già sfruttate e il risultato, che il pubblico italiano vedrà speriamo presto, era una specie di riscoperta
del piacere della commedia, deliziosamente leggera e spensierata, all’inseguimento
di due anti-eroi marginali (Mastandrea e la
Ragonese) che inseguono un tesoro capace — forse — di cambiare le loro vite. Un
film tenero, delicato, gentile, girato in uno
stato di grazia che solo la crudeltà della
malattia gli ha impedito di coltivare di più.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
a malattia se l’è portato via ieri a 57
anni (i prossimi li avrebbe compiuti il 3 marzo), dopo una lotta durata
due anni. Il che non gli aveva impedito di girare un bel documentario sull’impegno umanitario — Medici con l’Africa,
presentato nel 2012 a Venezia — e di portare a termine il suo ultimo lungometraggio,
La sedia della felicità, presentato in anteprima al festival di Torino 2013 dove aveva
ricevuto il Gran Premio della città.
Se ne è andato in punta di piedi, lottando contro il dolore, con la determinazione
e la silenziosa ritrosia sue tipiche, le stesse
che l’avevano fatto tornare a vivere nella
natia Padova dopo un inizio professionale
a Roma, una città — e un modo di essere
— con cui non aveva mai legato. Lo si intuiva bene anche dai suoi film, che spesso
raccontavano lo scontro tra periferia e centro, tra provincia e città. I suoi personaggi
più riusciti e belli erano marginali, poco
importa se per censo o per scelta o per autodifesa. Non era certo un vincente il protagonista del suo primo film, Notte italiana
(che nel 1987 segnò anche l’esordio produttivo della Sacher Film di Nanni Moretti
e Angelo Barbagallo), l’avvocato che scopre
le malefatte e le connivenze di un signorotto del Polesine. Né lo era il timido dentista
romano di Un’altra vita (1992) che si innamora di una russa senza fissa dimora e per
amore finisce invischiato in un mondo di
piccoli delinquenti.
In mezzo c’era stato il passo falso della
riduzione da Il prete bello di Parise, ma anche quell’«errore» era comunque indicativo del tipo di letteratura cui far riferimento. Nel 2004 tornerà a un romanzo, questa
volta di Cassola, per L’amore ritrovato: un
altro film non completamente riuscito, ma
appunto significativo di un gusto decisamente lontano dalle mode. Il che non è
qualità da sottovalutare.
Le sue cose migliori, comunque, la sua
mano più felice si vede nella descrizione di
questo mondo di provincia — geografico o
mentale poco importa — cui evidentemente era molto legato e che sapeva ispirarlo al meglio. Un critico non certo tenero
come Goffredo Fofi scrisse che Un’altra vita era girato con uno stile «poco italiano»,
a indicare una qualità preziosa e poco frequentata: la capacità di staccarsi dai peggiori cascami della «commedia» per cercare una strada originale, capace di raccontare un Paese vero e concreto, che era stato a
lungo tenuto lontano dall’occhio delle
macchine da presa. Era il mondo di Il tor(1994, con due amici che cercano di vendere in Ungheria un animale da riproduzione
che hanno rubato), di Vesna va veloce
(1996, sull’incontro tra una ventenne ceca
che si mantiene facendo la prostituta e un
operaio solo e sradicato), di L’estate di Davide (1998, storia delle vacanze di un
18enne che scopre le delusioni dell’amore
e della vita). Un mondo che Mazzacurati
racconta anche attraverso un gruppo di attori che sotto la sua direzione hanno spesso dato il meglio: Marco Messeri, Silvio Orlando, Claudio Amendola, Antonio Albanese (indimenticabile il suo «esordio» in
Vesna va veloce), Roberto Citran, Diego
Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio (che ritrova Albanese in La lingua del santo,
2000). Sempre Bentivoglio è il protagonista nel 2002 del film forse più ambizioso di
Mazzacurati, il remake di A cavallo della tigre(già girato da Comencini nel ‘61), dove
si riavvicina alla lezione della commedia
all’italiana nella speranza di riconquistare
un pubblico che negli anni del passaggio
del secolo aveva dimostrato una certa insofferenza verso il cinema nazionale. E i cui
effetti si ritroveranno in La giusta distanza
(2007) e soprattutto nel mezzo passo falso
di La passione (2010). Ma sarebbe ingiusto
attribuirne la colpa solo a Mazzacurati, che
si era «allontanato» dal cinema tradizionale dirigendo tre bellissimi ritratti di scrittori conterranei: Rigoni Stern, Zanzotto e
Meneghello. Quella «caduta» era stato uno
scivolone di tutta l’industria nazionale,
convinta che copiare fosse meglio che cercare soluzioni nuove.
Con La sedia della felicità Carlo aveva
dimostrato ancora una volta la sua voglia di
non percorrere strade già sfruttate e il risultato, che il pubblico italiano vedrà speriamo presto, era una specie di riscoperta
del piacere della commedia, deliziosamente leggera e spensierata, all’inseguimento
di due anti-eroi marginali (Mastandrea e la
Ragonese) che inseguono un tesoro capace — forse — di cambiare le loro vite. Un
film tenero, delicato, gentile, girato in uno
stato di grazia che solo la crudeltà della
malattia gli ha impedito di coltivare di più.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
lunedì 6 gennaio 2014
Mr. Momix
Il padre si uccise quando lui aveva
dodici anni. Anche la madre tentò
ma senza riuscirci. Da tanto dolore
nasce la contagiosa allegria
di una delle più amate compagnie
di danza del mondo
Quella creata
da Moses Pendleton,
americano e montanaro,
sportivo e filosofo:
“Ho pensato
che valesse la pena vivere
solo per dare il massimo
e rendere felici gli altri”
A
chiamarlo Mister Momix non si sbaglia: è lui
l’inventore di una delle
compagnie di danza
più popolari al mondo, creatore di un
mix unico di atletica, passione per la
natura e coreografia, da oltre trent’anni amatissimo, soprattutto in Italia.
Moses Pendleton è un americano di
montagna, nato nel Vermont sessantaquattro anni fa, ha un fisico asciutto
e scattante, occhi grigi come lampi,
mani che mimano continuamente i
gesti mentre parla velocissimo, carico
di un’energia rara. Campione di sci di
fondo, per tutta la vita danzatore, ha
sempre amato dare prove di resistenza sulla lunga distanza. Oggi vive connesso: la figlia Elizabeth lo ha messo su
Facebook, il suo amico Philip gli telefona via Skype e lui porta sempre con
sé un piccolo registratore che tiene in
pugno acceso e, in un tascapane, una
telecamera: «Non scrivo mai. La penna è troppo lenta. Quando ho finito di
scrivere una parola il pensiero è arrivato già da un’altra parte. È il metodo di
lavoro, la mia dream reality, il punto di
incontro tra il pensiero e la realtà».
Sulla terrazza romana del Waldorf
Astoria ordina un espresso doppio, per
niente scoraggiato dalle nuvole, dal
vento, dalla temperatura invernale:
«L’aria, la luce, sono la vita per noi. Da
quassù c’è una visuale a 360 gradi. Si
respira aria libera. Io ho bisogno di stare in alto, di sentire addosso il potere
del sole che ci permette di vivere, percepire la nostra energia. Come i girasoli, i fiori che coltivo nella mia fattoria». Tutto torna. Pendleton è il creatore infaticabile di equilibrismi e giochi
di corpi, illusioni di animali fantastici,
luci e ombre, mix di danza e, appunto,
di sport. Con spettacoli come Bothanicao MoMix Remix, Baseballe Opus
Cactus, e naturalmente come l’ultima
creazione in tournée, Alchemy (che
tornerà in Italia da fine gennaio a fine
marzo), ha fatto innamorare le platee
di mezzo mondo. I suoi spettacoli
esprimono sempre un senso di felicità,
bambini e adulti ne escono con un’allegria, un buonumore, vertiginosi, con
la voglia di vivere a mille e l’impulso di
fare una corsa in un prato.
Un quadro forse fin troppo perfetto
dentro il quale si scova non a caso un
nucleo oscuro che è poi la vera origine
di tutto. Un fatto, una ferita da cui questo magma ancora bollente di passione è scaturito. Il dark side di Moses è legato a una tragedia famigliare, datata
22 luglio 1961, giorno in cui suo padre
si toglie la vita. Moses ha dodici anni:
«Non sono stato mai più la stessa persona. Ho pensato che valesse la pena di
vivere solo per tirare fuori il meglio da
me. In qualche modo per rendere felici gli altri, esprimere un’energia». Tra
gli episodi di quel periodo di sofferenza indicibile sceglie di ricordarne uno:
«Noi ragazzi eravamo seduti a tavola,
tutti e sei. Sentimmo uno sparo. Io e
uno dei miei fratello ci siamo guardati
e ci siamo detti: “Ok, sali tu o salgo io?”.
Eravamo terrorizzati che fosse successa un’altra tragedia. Mia madre, l’infermiera che si era innamorata del suo
paziente nello sforzo di tenerlo in vita
dopo che un incendio gli aveva completamente bruciato il corpo, aveva
fallito. E quel giorno, in un momento di
disperazione, aveva voluto vedere se la
pistola funzionava. Per fortuna il colpo
andò a vuoto. La nostra rabbia non si
placò». L’immagine del padre è ancora nitidissima: «Portava sempre guanti e occhiali neri. Ma non mi faceva
paura, eravamo abituati. Lo conoscevamo attraverso i suoi occhi, che hanno fatto innamorare mia madre da dietro le bende di grande ustionato, in
ospedale. Io ero il suo preferito: mi
portava in giro sul trattore. Il suo sogno
era che facessi il veterinario e che lo
aiutassi a creare la mucca perfetta».
Ma il ragazzo Moses prende un’altra
strada: si iscrive al Dartmouth college
nel New Hampshire dove diventa un
campione di sci di fondo. I suoi «padri
surrogati», come lui stesso li chiama,
sono alcuni campioni di sci austriaco.
«Mi piaceva dare prova di me sulla lunga distanza, resistere dosando le forze
per molto tempo. Da quei maestri ho
appreso la disciplina, la prova dura del
corpo. Poi a un certo punto mi sono
rotto una gamba e, durante il periodo
della riabilitazione, ho provato una lezione di danza. Mi piacque. Ecco, è cominciato tutto così». In quel leggendario college nei primi anni Settanta è nata la compagnia dei Pilobolus, e di quegli anni Pendleton rievoca le occupazioni stile fragole&sangue: «Ma a un
certo punto ho lasciato stare, erano
troppo estremisti per i miei gusti, e sono passato a fare altro». «Altro» furono
anche certe feste che duravano giorni,
imprevedibile scenario delle prime
coreografie pendletoniane: «Le protagoniste erano cinquanta mucche
bianche e nere. Io correvo con un lenzuolo bianco e una torcia. Loro mi seguivano, perché le mucche sono animali molto curiosi. Seguendomi davano vita a una vera coreografia. A un certo punto, io cadevo dentro un buco del
terreno e sparivo. Loro restavano
smarrite, e dopo un po’ si rimettevano
a mangiare l’erba sul prato. Una cosa
fantastica, surreale, che piaceva a tutti. È stata la mia prima cow-reography,
una coreografia di mucche. La serata si
concludeva intorno a una grande tavolata apparecchiata in mezzo a un
campo di girasoli: di notte sembrano
ancora più alti, li illuminavamo piantando delle torce nel terreno a formare
una specie di labirinto, un bosco. A
quel punto, succedeva di tutto. Erano i
magnifici anni Settanta... In quella casa, la bellissima casa di famiglia in cui
andammo ad abitare grazie a mio nonno Moses, molto affermato, che ci volle dare una mano dopo la tragedia di
mio padre, ci vivono ancora i miei fratelli. Io ci torno solo con il pensiero».
I leoni di bronzo a grandezza naturale disseminati sul prato dell’albergo
romano all’improvviso attirano la sua
attenzione (forse gli ricordano le famose mucche): sono il simbolo della
catena americana che lo ospita e bizzarramente hanno ciascuno un’espressione diversa. La cosa non gli
sfugge, li filma, ci gioca, si mette in posa accanto a loro, poi ordina pane e olive, un altro paio di caffè. Racconta: «È
che io qui a Roma mi sento come i poeti romantici. Di tutti i posti, adoro la casa di Keats in piazza di Spagna perché
è il più segreto fra tutti i posti segreti. Ci
sono gli stessi fiori sul soffitto che il
poeta ha guardato un momento prima
di chiudere gli occhi, finalmente pronto ad andare di là... Anche mio padre
era un poeta romantico, come i poeti
romantici aveva una immaginazione
straordinaria. Io, invece, sono passato
dall’allevamento di mucche allo sci e
poi per un periodo al desiderio di diventare sceneggiatore, ma non ho mai
scritto molto».
L’uomo che ha inventato i Momix
(che portano il suo nome: sono un Moses-Mix) mettendoci dentro sì la sua
energia ma anche il suo dolore, facendone un successo planetario, ancora
non conosce requie. Pendleton passa
dal raccontare le ferite della sua saga
famigliare a ragionare di ambiente,
energia, politica. «Politica è qualunque attività umana implichi più di due
persone. Del resto, c’è bisogno di un altro se stesso per sentirsi interi. Come in
una forma di autoerotismo, due immagini si mescolano a formare un ermafrodito che rappresenta la perfezione...».
Dilaga, divaga, e intanto si muove
come se ballasse, gioca con le parole ed
è automatico vedersi davanti agli occhi le sue coreografie. Nuota tutti i
giorni un’ora, va in bicicletta, mangia
sano, aborre lo zucchero («veleno tra i
peggiori al mondo»), sempre con la
musica dentro le orecchie. Ultimamente, fotografa. Moltissime cose, di
continuo, usando la tecnologia come
uno strumento di registrazione della
(sua) realtà. Soprattutto foglie: tantissime foglie, cose che si muovono, di
ciascun minuscolo essere in movimento vuole cogliere le trasformazioni anche microscopiche: «Mi piacerebbe fare una mostra alla Centrale
Montemartini di Roma, uno spazio
fuori dai circuiti del grande turismo,
dove mi hanno accompagnato in questi giorni. Era una centrale elettrica,
dentro ci sono statue di epoca romana
imperiale. È un luogo che ha mantenuto un’energia incredibile. Mi piacerebbe esporre le foto delle foglie: ne ho
raccolto un mucchio su un tavolo. Le
ho lasciate lì. Con il passare dei giorni
ne ho registrato i movimenti e i cambiamenti. Sono nella natura delle cose.
Proprio come la danza è nella naturalezza della vita».
dodici anni. Anche la madre tentò
ma senza riuscirci. Da tanto dolore
nasce la contagiosa allegria
di una delle più amate compagnie
di danza del mondo
Quella creata
da Moses Pendleton,
americano e montanaro,
sportivo e filosofo:
“Ho pensato
che valesse la pena vivere
solo per dare il massimo
e rendere felici gli altri”
A
chiamarlo Mister Momix non si sbaglia: è lui
l’inventore di una delle
compagnie di danza
più popolari al mondo, creatore di un
mix unico di atletica, passione per la
natura e coreografia, da oltre trent’anni amatissimo, soprattutto in Italia.
Moses Pendleton è un americano di
montagna, nato nel Vermont sessantaquattro anni fa, ha un fisico asciutto
e scattante, occhi grigi come lampi,
mani che mimano continuamente i
gesti mentre parla velocissimo, carico
di un’energia rara. Campione di sci di
fondo, per tutta la vita danzatore, ha
sempre amato dare prove di resistenza sulla lunga distanza. Oggi vive connesso: la figlia Elizabeth lo ha messo su
Facebook, il suo amico Philip gli telefona via Skype e lui porta sempre con
sé un piccolo registratore che tiene in
pugno acceso e, in un tascapane, una
telecamera: «Non scrivo mai. La penna è troppo lenta. Quando ho finito di
scrivere una parola il pensiero è arrivato già da un’altra parte. È il metodo di
lavoro, la mia dream reality, il punto di
incontro tra il pensiero e la realtà».
Sulla terrazza romana del Waldorf
Astoria ordina un espresso doppio, per
niente scoraggiato dalle nuvole, dal
vento, dalla temperatura invernale:
«L’aria, la luce, sono la vita per noi. Da
quassù c’è una visuale a 360 gradi. Si
respira aria libera. Io ho bisogno di stare in alto, di sentire addosso il potere
del sole che ci permette di vivere, percepire la nostra energia. Come i girasoli, i fiori che coltivo nella mia fattoria». Tutto torna. Pendleton è il creatore infaticabile di equilibrismi e giochi
di corpi, illusioni di animali fantastici,
luci e ombre, mix di danza e, appunto,
di sport. Con spettacoli come Bothanicao MoMix Remix, Baseballe Opus
Cactus, e naturalmente come l’ultima
creazione in tournée, Alchemy (che
tornerà in Italia da fine gennaio a fine
marzo), ha fatto innamorare le platee
di mezzo mondo. I suoi spettacoli
esprimono sempre un senso di felicità,
bambini e adulti ne escono con un’allegria, un buonumore, vertiginosi, con
la voglia di vivere a mille e l’impulso di
fare una corsa in un prato.
Un quadro forse fin troppo perfetto
dentro il quale si scova non a caso un
nucleo oscuro che è poi la vera origine
di tutto. Un fatto, una ferita da cui questo magma ancora bollente di passione è scaturito. Il dark side di Moses è legato a una tragedia famigliare, datata
22 luglio 1961, giorno in cui suo padre
si toglie la vita. Moses ha dodici anni:
«Non sono stato mai più la stessa persona. Ho pensato che valesse la pena di
vivere solo per tirare fuori il meglio da
me. In qualche modo per rendere felici gli altri, esprimere un’energia». Tra
gli episodi di quel periodo di sofferenza indicibile sceglie di ricordarne uno:
«Noi ragazzi eravamo seduti a tavola,
tutti e sei. Sentimmo uno sparo. Io e
uno dei miei fratello ci siamo guardati
e ci siamo detti: “Ok, sali tu o salgo io?”.
Eravamo terrorizzati che fosse successa un’altra tragedia. Mia madre, l’infermiera che si era innamorata del suo
paziente nello sforzo di tenerlo in vita
dopo che un incendio gli aveva completamente bruciato il corpo, aveva
fallito. E quel giorno, in un momento di
disperazione, aveva voluto vedere se la
pistola funzionava. Per fortuna il colpo
andò a vuoto. La nostra rabbia non si
placò». L’immagine del padre è ancora nitidissima: «Portava sempre guanti e occhiali neri. Ma non mi faceva
paura, eravamo abituati. Lo conoscevamo attraverso i suoi occhi, che hanno fatto innamorare mia madre da dietro le bende di grande ustionato, in
ospedale. Io ero il suo preferito: mi
portava in giro sul trattore. Il suo sogno
era che facessi il veterinario e che lo
aiutassi a creare la mucca perfetta».
Ma il ragazzo Moses prende un’altra
strada: si iscrive al Dartmouth college
nel New Hampshire dove diventa un
campione di sci di fondo. I suoi «padri
surrogati», come lui stesso li chiama,
sono alcuni campioni di sci austriaco.
«Mi piaceva dare prova di me sulla lunga distanza, resistere dosando le forze
per molto tempo. Da quei maestri ho
appreso la disciplina, la prova dura del
corpo. Poi a un certo punto mi sono
rotto una gamba e, durante il periodo
della riabilitazione, ho provato una lezione di danza. Mi piacque. Ecco, è cominciato tutto così». In quel leggendario college nei primi anni Settanta è nata la compagnia dei Pilobolus, e di quegli anni Pendleton rievoca le occupazioni stile fragole&sangue: «Ma a un
certo punto ho lasciato stare, erano
troppo estremisti per i miei gusti, e sono passato a fare altro». «Altro» furono
anche certe feste che duravano giorni,
imprevedibile scenario delle prime
coreografie pendletoniane: «Le protagoniste erano cinquanta mucche
bianche e nere. Io correvo con un lenzuolo bianco e una torcia. Loro mi seguivano, perché le mucche sono animali molto curiosi. Seguendomi davano vita a una vera coreografia. A un certo punto, io cadevo dentro un buco del
terreno e sparivo. Loro restavano
smarrite, e dopo un po’ si rimettevano
a mangiare l’erba sul prato. Una cosa
fantastica, surreale, che piaceva a tutti. È stata la mia prima cow-reography,
una coreografia di mucche. La serata si
concludeva intorno a una grande tavolata apparecchiata in mezzo a un
campo di girasoli: di notte sembrano
ancora più alti, li illuminavamo piantando delle torce nel terreno a formare
una specie di labirinto, un bosco. A
quel punto, succedeva di tutto. Erano i
magnifici anni Settanta... In quella casa, la bellissima casa di famiglia in cui
andammo ad abitare grazie a mio nonno Moses, molto affermato, che ci volle dare una mano dopo la tragedia di
mio padre, ci vivono ancora i miei fratelli. Io ci torno solo con il pensiero».
I leoni di bronzo a grandezza naturale disseminati sul prato dell’albergo
romano all’improvviso attirano la sua
attenzione (forse gli ricordano le famose mucche): sono il simbolo della
catena americana che lo ospita e bizzarramente hanno ciascuno un’espressione diversa. La cosa non gli
sfugge, li filma, ci gioca, si mette in posa accanto a loro, poi ordina pane e olive, un altro paio di caffè. Racconta: «È
che io qui a Roma mi sento come i poeti romantici. Di tutti i posti, adoro la casa di Keats in piazza di Spagna perché
è il più segreto fra tutti i posti segreti. Ci
sono gli stessi fiori sul soffitto che il
poeta ha guardato un momento prima
di chiudere gli occhi, finalmente pronto ad andare di là... Anche mio padre
era un poeta romantico, come i poeti
romantici aveva una immaginazione
straordinaria. Io, invece, sono passato
dall’allevamento di mucche allo sci e
poi per un periodo al desiderio di diventare sceneggiatore, ma non ho mai
scritto molto».
L’uomo che ha inventato i Momix
(che portano il suo nome: sono un Moses-Mix) mettendoci dentro sì la sua
energia ma anche il suo dolore, facendone un successo planetario, ancora
non conosce requie. Pendleton passa
dal raccontare le ferite della sua saga
famigliare a ragionare di ambiente,
energia, politica. «Politica è qualunque attività umana implichi più di due
persone. Del resto, c’è bisogno di un altro se stesso per sentirsi interi. Come in
una forma di autoerotismo, due immagini si mescolano a formare un ermafrodito che rappresenta la perfezione...».
Dilaga, divaga, e intanto si muove
come se ballasse, gioca con le parole ed
è automatico vedersi davanti agli occhi le sue coreografie. Nuota tutti i
giorni un’ora, va in bicicletta, mangia
sano, aborre lo zucchero («veleno tra i
peggiori al mondo»), sempre con la
musica dentro le orecchie. Ultimamente, fotografa. Moltissime cose, di
continuo, usando la tecnologia come
uno strumento di registrazione della
(sua) realtà. Soprattutto foglie: tantissime foglie, cose che si muovono, di
ciascun minuscolo essere in movimento vuole cogliere le trasformazioni anche microscopiche: «Mi piacerebbe fare una mostra alla Centrale
Montemartini di Roma, uno spazio
fuori dai circuiti del grande turismo,
dove mi hanno accompagnato in questi giorni. Era una centrale elettrica,
dentro ci sono statue di epoca romana
imperiale. È un luogo che ha mantenuto un’energia incredibile. Mi piacerebbe esporre le foto delle foglie: ne ho
raccolto un mucchio su un tavolo. Le
ho lasciate lì. Con il passare dei giorni
ne ho registrato i movimenti e i cambiamenti. Sono nella natura delle cose.
Proprio come la danza è nella naturalezza della vita».
venerdì 3 gennaio 2014
L’appello per salvare il soldato Snowden
P
ERDONARLO o crocefiggerlo? Giuda o redentore? Edward Snowden,
l’uomo che è costato all’onore degli Usa molto più di una
battaglia perduta, comincia il
2014 come aveva finito il 2013:
nel segno della contraddizione insanabile che ha scavato
nella coscienza americana e
che continuerà a tormentarla.
La sua intervista al Washington Post, con toni insieme trionfali e messianici —
«Ho vinto, la mia missione è finita» — gli merita una definizione di «insopportabile e arrogante ipocrita» dallo stesso
quotidiano di Washington
che lo accusa di non rendersi
conto di fare lezioni di trasparenza stando sotto l’ala protettiva di uno dei governi più
torbidi del mondo. Ma piace
molto al New York Times, che
gli riconosce di avere «reso un
grande servizio alla nazione»
e chiede «clemenza» a Obama. Per gli inglesi del Guardian, il giornale che per primo
diffuse le rivelazioni rubate
allo spionaggio Usa, è addirittura un «eroe civico che merita il perdono presidenziale L
e due linee di chi lo accusa di essere
semplicemente un traditore e lo vorrebbe «appendere a una forca fino alla
morte», come l’ex direttore della Nsa, e
di chi invece guarda all’enormità degli abusi che
ha rivelato convergono verso un punto che non
è all’infinito, ma nel presente prossimo, e verso
una persona fisica: il presidente Barack Obama.
Nella grande discrezionalità del sistema giudiziario americano, che non contempla la obbligatorietà dell’azione penale come quello italiano, il capo dello Stato e del governo detiene il
potere assoluto non soltanto della grazia a posteriori, ma del perdono preventivo, come Gerald Ford utilizzò per chiudere ogni inchiesta,
anche futura, contro Richard Nixon. Magistratura ordinaria, tribunali militari, commissioni
parlamentari speciali con poteri giudiziari, tutti devono arrendersi se il Presidente copre con
il mantello del proprio legittimo, e costituzionale, potere di immunizzazione il possibile imputato.
Ma legittimo non significa praticabile, né
tanto meno politicamente accettabile. E l’incertezza dell’opinione pubblica, la contradditorietà dei tribunali che finora hanno affrontato quella legge che sembra giustificare la sorveglianza elettronica pervasiva e invasiva, il dissenso fra i leader di opinione sul giovane ex contractor dello spionaggio, mettono Obama in
una situazione impossibile.
Il New York Times, in un editoriale solenne e
impegnativo per la linea del quotidiano, pende
dalla parte del giudizio positivo sulle azioni di
Snowden: «Può darsi che abbia commesso reati, ma merita molto più di una vita in esilio, in fuga e nel terrore, perché ha reso un enorme servizio agli Stati Uniti». E il Guardianriflette gli
umori degli inglesi, e degli europei, che al 60%
considerano il whistle blower, il cittadino che
ha fischiato i tremendi falli dell’intelligence
Usa, si chiede come sia possibile che un uomo
che «fa il proprio dovere civico e costituzionale
sia trattato come un criminale».
Negli Usa, come Obama sa ovviamene bene,
il giudizio è molto più frammentato. Una maggioranza di coloro che si definiscono «Democratici», quindi suoi elettori, approvano quanto Snowden ha fatto e aborrono quelle tecniche
di sorveglianza che un giudice ha già definito
«quasi orwelliane». Ma una simmetrica maggioranza di repubblicani è per la crocifissione
giudiziaria e accetta il patto faustiano che era
scritto nella legge sulla sorveglianza varata da
Bush dopo il 9/11: la sicurezza e la prevenzione
dalle minacce terroristiche valgono bene l’intercettazione a tappeto di telefonate e di frequentazioni della Rete.
In questa lacerazione, che ha comunque
strappato il velo che copriva la metastasi dell’intelligence elettronica e che lo stesso Obama
ha condannato, scava e fruga con delizia quel
Vladimir Putin, uno che di intrusioni nella vita
degli altri, da ex ufficiale del Kgb, s’intende.
Snowden è completamente in suo potere e il
Cremlino stringe e apre il rubinetto delle rivelazioni e delle interviste che lui concede, sapendo che ogni parola, e ogni file, rilasciati saranno
altro sale nella ferita purulenta dello scandalo.
Snowden è la risposta che Mosca sfodera
quando sente che la pressione sulla propria microscopica credibilità civile aumenta e vuole,
almeno per qualche giorno, spingere fuori dalle pagine dei media americani e occidentali la
persecuzione del giornalismo critico in Russia,
la vergogna delle leggi anti omosessuali e l’incubo del terrorismo che grava sulle olimpiadi
invernali.
Ma se le tattiche di Putin sono riconoscibili,
e la disponibilità di Snowden — di fatto suo prigioniero — ad assecondarlo è inevitabile, il problema rimane fermamente sulla scrivania dello Studio Ovale. La tendenza di Obama all’evasività e alla procrastinazione è messa sotto il tiro dei media che non gli permetteranno, come
non gli permetteranno i tribunali, di ignorare
questo elefante nel soggiorno della credibilità
democratica americana.
Ci sarebbe una soluzione, ma politicamente, nell’anno delle elezioni parlamentari Usa,
sarebbe esplosivamente controversa: concedere a Snowden l’immunità giudiziaria in
cambio della sua piena collaborazione alla bonifica della palude spionistica, come infinite
volte fu fatto con autentici farabutti, mafiosi,
bancarottieri e con altri whistle blower, con chi
denunciava malefatte di privati o di governi. È
quella soluzione del male minore — l’infedeltà di Snowden — accettato per colpire un
male maggiore — l’infedeltà alla costituzione
di un braccio del governo — che restituirebbe
agli Stati Uniti l’onore violato non da un giovanotto inquieto, ma dal governo stesso che
ha giurato di difendere i diritti civili scolpiti
nella Costituzion
ERDONARLO o crocefiggerlo? Giuda o redentore? Edward Snowden,
l’uomo che è costato all’onore degli Usa molto più di una
battaglia perduta, comincia il
2014 come aveva finito il 2013:
nel segno della contraddizione insanabile che ha scavato
nella coscienza americana e
che continuerà a tormentarla.
La sua intervista al Washington Post, con toni insieme trionfali e messianici —
«Ho vinto, la mia missione è finita» — gli merita una definizione di «insopportabile e arrogante ipocrita» dallo stesso
quotidiano di Washington
che lo accusa di non rendersi
conto di fare lezioni di trasparenza stando sotto l’ala protettiva di uno dei governi più
torbidi del mondo. Ma piace
molto al New York Times, che
gli riconosce di avere «reso un
grande servizio alla nazione»
e chiede «clemenza» a Obama. Per gli inglesi del Guardian, il giornale che per primo
diffuse le rivelazioni rubate
allo spionaggio Usa, è addirittura un «eroe civico che merita il perdono presidenziale L
e due linee di chi lo accusa di essere
semplicemente un traditore e lo vorrebbe «appendere a una forca fino alla
morte», come l’ex direttore della Nsa, e
di chi invece guarda all’enormità degli abusi che
ha rivelato convergono verso un punto che non
è all’infinito, ma nel presente prossimo, e verso
una persona fisica: il presidente Barack Obama.
Nella grande discrezionalità del sistema giudiziario americano, che non contempla la obbligatorietà dell’azione penale come quello italiano, il capo dello Stato e del governo detiene il
potere assoluto non soltanto della grazia a posteriori, ma del perdono preventivo, come Gerald Ford utilizzò per chiudere ogni inchiesta,
anche futura, contro Richard Nixon. Magistratura ordinaria, tribunali militari, commissioni
parlamentari speciali con poteri giudiziari, tutti devono arrendersi se il Presidente copre con
il mantello del proprio legittimo, e costituzionale, potere di immunizzazione il possibile imputato.
Ma legittimo non significa praticabile, né
tanto meno politicamente accettabile. E l’incertezza dell’opinione pubblica, la contradditorietà dei tribunali che finora hanno affrontato quella legge che sembra giustificare la sorveglianza elettronica pervasiva e invasiva, il dissenso fra i leader di opinione sul giovane ex contractor dello spionaggio, mettono Obama in
una situazione impossibile.
Il New York Times, in un editoriale solenne e
impegnativo per la linea del quotidiano, pende
dalla parte del giudizio positivo sulle azioni di
Snowden: «Può darsi che abbia commesso reati, ma merita molto più di una vita in esilio, in fuga e nel terrore, perché ha reso un enorme servizio agli Stati Uniti». E il Guardianriflette gli
umori degli inglesi, e degli europei, che al 60%
considerano il whistle blower, il cittadino che
ha fischiato i tremendi falli dell’intelligence
Usa, si chiede come sia possibile che un uomo
che «fa il proprio dovere civico e costituzionale
sia trattato come un criminale».
Negli Usa, come Obama sa ovviamene bene,
il giudizio è molto più frammentato. Una maggioranza di coloro che si definiscono «Democratici», quindi suoi elettori, approvano quanto Snowden ha fatto e aborrono quelle tecniche
di sorveglianza che un giudice ha già definito
«quasi orwelliane». Ma una simmetrica maggioranza di repubblicani è per la crocifissione
giudiziaria e accetta il patto faustiano che era
scritto nella legge sulla sorveglianza varata da
Bush dopo il 9/11: la sicurezza e la prevenzione
dalle minacce terroristiche valgono bene l’intercettazione a tappeto di telefonate e di frequentazioni della Rete.
In questa lacerazione, che ha comunque
strappato il velo che copriva la metastasi dell’intelligence elettronica e che lo stesso Obama
ha condannato, scava e fruga con delizia quel
Vladimir Putin, uno che di intrusioni nella vita
degli altri, da ex ufficiale del Kgb, s’intende.
Snowden è completamente in suo potere e il
Cremlino stringe e apre il rubinetto delle rivelazioni e delle interviste che lui concede, sapendo che ogni parola, e ogni file, rilasciati saranno
altro sale nella ferita purulenta dello scandalo.
Snowden è la risposta che Mosca sfodera
quando sente che la pressione sulla propria microscopica credibilità civile aumenta e vuole,
almeno per qualche giorno, spingere fuori dalle pagine dei media americani e occidentali la
persecuzione del giornalismo critico in Russia,
la vergogna delle leggi anti omosessuali e l’incubo del terrorismo che grava sulle olimpiadi
invernali.
Ma se le tattiche di Putin sono riconoscibili,
e la disponibilità di Snowden — di fatto suo prigioniero — ad assecondarlo è inevitabile, il problema rimane fermamente sulla scrivania dello Studio Ovale. La tendenza di Obama all’evasività e alla procrastinazione è messa sotto il tiro dei media che non gli permetteranno, come
non gli permetteranno i tribunali, di ignorare
questo elefante nel soggiorno della credibilità
democratica americana.
Ci sarebbe una soluzione, ma politicamente, nell’anno delle elezioni parlamentari Usa,
sarebbe esplosivamente controversa: concedere a Snowden l’immunità giudiziaria in
cambio della sua piena collaborazione alla bonifica della palude spionistica, come infinite
volte fu fatto con autentici farabutti, mafiosi,
bancarottieri e con altri whistle blower, con chi
denunciava malefatte di privati o di governi. È
quella soluzione del male minore — l’infedeltà di Snowden — accettato per colpire un
male maggiore — l’infedeltà alla costituzione
di un braccio del governo — che restituirebbe
agli Stati Uniti l’onore violato non da un giovanotto inquieto, ma dal governo stesso che
ha giurato di difendere i diritti civili scolpiti
nella Costituzion
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