giovedì 13 marzo 2014

Cate Blanchett

Specializzata in ruoli regali, l’attrice
australiana stanotte potrebbe vincere
l’Oscar indossando i panni di una donna
ricca e depressa. “Non avrei detto di no
a Woody neanche se mi avesse proposto
di fare il cadavere
E poi mi esaltano
i personaggi
che mi terrorizzano
Come Jasmine, quanto
di più lontano da me
si possa immaginare. Eppure è proprio
grazie a lei che ho imparato
a rappresentare il vuoto”


L
a statuetta per la magistrale  Blue Jasmine di
Woody Allen, annunciata
da mesi e rodata dai recenti Bafta, gli oscar britannici, e Golden Globe, potrebbe essere accarezzata dalle sue mani proprio stanotte, nella hollywoodiana Notte degli Oscar, a
patto però che il risorto dibattito sull’accusa (in giudizio archiviata da oltre
vent’anni) di abusi sessuali del regista
su una delle figlie adottive non rovini la
festa. Con fare salomonico Cate Blanchett, al Festival di Santa Barbara, aveva indirizzato a Allen un auguriosincero: «È dunque un problema persistente e doloroso per gli ex familiari: spero
riuscirete a risolverlo con buona pace
di tutti». A Parigi, dove Anne Fontaine
l’ha diretta in uno spot per Armani, di
cui è diventata musa lo scorso settembre, l’attrice australiana evoca con voce calda cosa voglia dire lavorare con
Allen: «Con il suo mutismo e l’espressione d’eterno insoddisfatto, Woody
riesce a rendere tutto scorrrevole, naturale, anche l’impossibile: si scosta
poco dalla sceneggiatura e dalle battute già scritte, lasciando ciascuno di noi
libero — fin troppo — di costruire il
personaggio, senza mai interferire».
Stanca, si sfila le scarpe dal mezzo
tacco («Mi scusi, non ne posso più ») e
allunga le gambe sul divano, fluttuanti nel nero prediletto d’un tailleurpantalone che esalta la candida lacca
della sua celebrata epidermide. Di colpo, e a piedi nudi, s’inanellano sul divano del Grand hôtel — immaginaria
dissolvenza incrociata — volti, corpi,
personaggi con cui l’attrice ci ha incantati: Elizabeth(suo primo Oscar
mancato), l’androgino Bob Dylan di
I’m Not There(Coppa Volpi, ma altro
Oscar sfumato), Marianne nel Robin
Hooddi Ridley Scott, Sheba nel faccia
a faccia con Judi Dench in Diario di
uno scandalodi Eyre (altra nomination all’Oscar), la dolce Daisy nel
Benjamin Buttondi Fincher, fino alla
Katharine Hepburn (Oscar stavolta)
nell’Aviatordi Scorsese. In nemmeno
vent’anni, più di quaranta film, e nei
generi più disparati, dal fantasy al noir,
con predilezione seriale per ruoli di regina, da Elizabeth: The Golden Age, bis
con Shekhar Kapur (e altro Oscar svaporato) a Galadriel regina degli Elfi, per
sei volte nelle saghe di Peter Jackson Il
Signore degli Anellie Hobbit.
Considerando, signora, la famiglia
impegnativa (marito e tre figli piccoli),
una fervida attività teatrale e il trasloco
da un emisfero all’altro, Sydney-Los
Angeles, richiesto da quasi ogni set,
due o tre film di media all’anno sono
un bella media, vero? «E quest’anno
sarò una valanga, non ne potrete più di
me!», ride soddisfatta la Blanchett, che
il 14 maggio festeggerà i quarantacinque anni: «Dopo The Monuments Men
di Clooney, vi toccano in blocco un thriller di David Mamet, una love story
tra donne che Todd Haynes di I’m Not
Thereha tratto da Patricia Highsmith,
il nuovo Terrence Malick di Knight of
Cupse — indovini! — un’altra regina:
la matrigna di Cenerentolasecondo
Kenneth Branagh. Ma nessuna fatica.
Fin da bambina mi sono abituata a imbottire fino all’impossibile ogni ora del
giorno. Avevo dieci anni quando è
morto mio padre, era sergente della
marina, un texano d’origine quebechese. Cominciò allora una vita di ristrettezze per la nostra famiglia. Mia
madre insegnante, mio fratello, mia
sorella e mia nonna vivevamo a
Ivanhoe, vicino Melbourne, dove ho
poi frequentato l’università, imparando subito a dividermi tra due attività: i
corsi di economia e belle arti e le recite
in teatri amatoriali che hanno finito
per assorbirmi al punto di iscrivermi a
una scuola d’arte drammatica».
Il teatro s’è radicato così nella sua vita: tra un film e l’altro riesce sempre a
infilare messinscene, con relativo
tour. L’ultima, l’estate scorsa, Les Bonnesdi Genet a Sydney, con Isabelle
Huppert: «Sì, finalmente insieme!
Un’idea nata due anni fa, quando è venuta a vedermi a Parigi, al Théâtre de la
Ville, in Big and Small di Botho
Strauss, con la regia di Benedict Andrews. E lui ci ha riunito. Adoro Isabelle: è una pila elettrica, un’attrice che
non ha paura di nulla». Con il commediografo australiano Andrew Upton,
suo marito dal 1997, lei ha diretto e gestito per dieci anni la Sydney Theatre
Company, quattro palcoscenici e
quattro cartelloni diversi. Che cosa ne
ha tratto? «Un importante savoir-faire.
E una lezione d’umiltà. Sono state stagioni vissute con il piacere di lavorare
per il pubblico e di calamitare nelle
pièces (spesso novità assolute) talenti
che in Australia rimangono isolati,
messi così in condizione di affrontare
tournées internazionali. Ne vado piuttosto fiera». Come ha vissuto l’esperienza di Elizabeth, che nel 1998 è stata la miccia della sua carriera cinematografica? La regina scalza risponde
con una bella risata: «In realtà, dopo i
film d’esordio, tra cui, l’anno precedente, Paradise Roaddi Bruce Beresford, ero convinta che la mia carriera
fosse finita, prima ancora di cominciare. Mai avrei immaginato conseguenze tanto lusinghiere. Sul set ero ossessionata dalla complessità della parte e
dallo stuolo di splendide interpreti che
mi avevano preceduto in quel personaggio. È stato un do or die: se avessi
fallito, non mi sarebbe più capitata
un’opportunità simile. Ma all’inizio
d’ogni percorso artistico, si ha la fortuna di non aver nulla da perdere. Certo,
c’è il puntiglio di farcela: e la responsabilità d’un film che porta la tua immagine in giro per il mondo. Ma, in caso di
disastro, non cadi da una grande altezza. E poi mi dicevo: se non ce la fai, potrai sempre tornare al teatro.Per un’attrice, la scena è il fondamento della vita: perché il teatro ti obbliga a pensare
in profondità, a provare sensazioni e
sentimenti nell’enfasi massima per
poi riuscire a filtrarli nella loro più quotidiana elementarità. Il teatro ci apre e
ingigantisce, perché ci allena a tornare
semplici e minuscoli: ci insegna a confrontarci con la perdita, la mancanza,
il vuoto». Come in Blue Jasmine, pièce
grande schermo dove Allen, anche
grazie a lei e alle sue sorsate di bravura,
d’alcol e antidepressivi, è tornato finalmente cineasta dopo troppe stagioni da cineturista. «Non sarei mai
riuscita a interpretare quel personaggio, un’arricchita della Fifth Avenue
distrutta dai bluff finanziari e costretta
a rifugiarsi e riprendere fiato dalla sorella proletaria a San Francisco, se prima non avessi interpretato in teatro
Blanche DuBois in Un tram che si chiama desideriodiretto nel 2009 da Liv Ullmann, da allora mia grande amica.
Sono personaggi gemelli: che fingono
quel che sono e recitano quel che vorrebbero essere. Appartengono a una
galleria d’altre figure teatrali che ho
portato in scena anche a Parigi: Hedda
Gabler o l’eroina di Big and Small, tutte donne distrutte dal confronto con la
realtà. Stavolta, però, Woody Allen, cui
non avrei detto di no neanche se mi
avesse proposto d’interpretare un cadavere, mi ha indotto, con la sua aria di
quello che fa finta di nulla, alla maggiore sfida della mia vita: rappresentare il vuoto. Fin da Elizabeth, m’ha sempre esaltato interpretare personaggi
che mi terrorizzano, proprio perché
non so da che parte prenderli. Non ho
la minima esperienza di quel che può
aver vissuto Jasmine, donna disillusa,
depressa, sbriciolata: la sua camminata chic, che ho dovuto inventarmi, mi
dava la nausea. Quel che me l’ha resa,
se non familiare, affascinante e aliena,
è che non ha per identità che una maschera improvvisata, fragilissima. È
l’attrice di se stessa. Si trova per la prima volta davanti a un baratro che finora il denaro le aveva permesso di evitare: se stessa, appunto. Lei non ha mai
saputo chi è: perché non è». Blue Jasmineè l’America della bancarotta,
della derivaeconomica: «Sì, ci annuncia il naufragio, attraverso il corpo
martire d’una delle sue vittime: il film
è la zattera della società occidentale,
della cultura Usa, materialista, farmaco-dipendente, cocktail d’ascensioni sociali e cadute vertiginose».
Prepara o allarma i suoi figli davanti a
questa realtà? «Sono ancora abbastanza piccoli, dai sei ai dodici anni.
Continuo a aiutarmi con le favole, anche se loro navigano tra Guerre stellarie 007. Perciò, per darmi più autorità,
m’approprio talora degli effetti speciali del cinema: ho sempre a portata
di mano le orecchie da hobbit della regina Galadriel».

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