Il padre si uccise quando lui aveva
dodici anni. Anche la madre tentò
ma senza riuscirci. Da tanto dolore
nasce la contagiosa allegria
di una delle più amate compagnie
di danza del mondo
Quella creata
da Moses Pendleton,
americano e montanaro,
sportivo e filosofo:
“Ho pensato
che valesse la pena vivere
solo per dare il massimo
e rendere felici gli altri”
A
chiamarlo Mister Momix non si sbaglia: è lui
l’inventore di una delle
compagnie di danza
più popolari al mondo, creatore di un
mix unico di atletica, passione per la
natura e coreografia, da oltre trent’anni amatissimo, soprattutto in Italia.
Moses Pendleton è un americano di
montagna, nato nel Vermont sessantaquattro anni fa, ha un fisico asciutto
e scattante, occhi grigi come lampi,
mani che mimano continuamente i
gesti mentre parla velocissimo, carico
di un’energia rara. Campione di sci di
fondo, per tutta la vita danzatore, ha
sempre amato dare prove di resistenza sulla lunga distanza. Oggi vive connesso: la figlia Elizabeth lo ha messo su
Facebook, il suo amico Philip gli telefona via Skype e lui porta sempre con
sé un piccolo registratore che tiene in
pugno acceso e, in un tascapane, una
telecamera: «Non scrivo mai. La penna è troppo lenta. Quando ho finito di
scrivere una parola il pensiero è arrivato già da un’altra parte. È il metodo di
lavoro, la mia dream reality, il punto di
incontro tra il pensiero e la realtà».
Sulla terrazza romana del Waldorf
Astoria ordina un espresso doppio, per
niente scoraggiato dalle nuvole, dal
vento, dalla temperatura invernale:
«L’aria, la luce, sono la vita per noi. Da
quassù c’è una visuale a 360 gradi. Si
respira aria libera. Io ho bisogno di stare in alto, di sentire addosso il potere
del sole che ci permette di vivere, percepire la nostra energia. Come i girasoli, i fiori che coltivo nella mia fattoria». Tutto torna. Pendleton è il creatore infaticabile di equilibrismi e giochi
di corpi, illusioni di animali fantastici,
luci e ombre, mix di danza e, appunto,
di sport. Con spettacoli come Bothanicao MoMix Remix, Baseballe Opus
Cactus, e naturalmente come l’ultima
creazione in tournée, Alchemy (che
tornerà in Italia da fine gennaio a fine
marzo), ha fatto innamorare le platee
di mezzo mondo. I suoi spettacoli
esprimono sempre un senso di felicità,
bambini e adulti ne escono con un’allegria, un buonumore, vertiginosi, con
la voglia di vivere a mille e l’impulso di
fare una corsa in un prato.
Un quadro forse fin troppo perfetto
dentro il quale si scova non a caso un
nucleo oscuro che è poi la vera origine
di tutto. Un fatto, una ferita da cui questo magma ancora bollente di passione è scaturito. Il dark side di Moses è legato a una tragedia famigliare, datata
22 luglio 1961, giorno in cui suo padre
si toglie la vita. Moses ha dodici anni:
«Non sono stato mai più la stessa persona. Ho pensato che valesse la pena di
vivere solo per tirare fuori il meglio da
me. In qualche modo per rendere felici gli altri, esprimere un’energia». Tra
gli episodi di quel periodo di sofferenza indicibile sceglie di ricordarne uno:
«Noi ragazzi eravamo seduti a tavola,
tutti e sei. Sentimmo uno sparo. Io e
uno dei miei fratello ci siamo guardati
e ci siamo detti: “Ok, sali tu o salgo io?”.
Eravamo terrorizzati che fosse successa un’altra tragedia. Mia madre, l’infermiera che si era innamorata del suo
paziente nello sforzo di tenerlo in vita
dopo che un incendio gli aveva completamente bruciato il corpo, aveva
fallito. E quel giorno, in un momento di
disperazione, aveva voluto vedere se la
pistola funzionava. Per fortuna il colpo
andò a vuoto. La nostra rabbia non si
placò». L’immagine del padre è ancora nitidissima: «Portava sempre guanti e occhiali neri. Ma non mi faceva
paura, eravamo abituati. Lo conoscevamo attraverso i suoi occhi, che hanno fatto innamorare mia madre da dietro le bende di grande ustionato, in
ospedale. Io ero il suo preferito: mi
portava in giro sul trattore. Il suo sogno
era che facessi il veterinario e che lo
aiutassi a creare la mucca perfetta».
Ma il ragazzo Moses prende un’altra
strada: si iscrive al Dartmouth college
nel New Hampshire dove diventa un
campione di sci di fondo. I suoi «padri
surrogati», come lui stesso li chiama,
sono alcuni campioni di sci austriaco.
«Mi piaceva dare prova di me sulla lunga distanza, resistere dosando le forze
per molto tempo. Da quei maestri ho
appreso la disciplina, la prova dura del
corpo. Poi a un certo punto mi sono
rotto una gamba e, durante il periodo
della riabilitazione, ho provato una lezione di danza. Mi piacque. Ecco, è cominciato tutto così». In quel leggendario college nei primi anni Settanta è nata la compagnia dei Pilobolus, e di quegli anni Pendleton rievoca le occupazioni stile fragole&sangue: «Ma a un
certo punto ho lasciato stare, erano
troppo estremisti per i miei gusti, e sono passato a fare altro». «Altro» furono
anche certe feste che duravano giorni,
imprevedibile scenario delle prime
coreografie pendletoniane: «Le protagoniste erano cinquanta mucche
bianche e nere. Io correvo con un lenzuolo bianco e una torcia. Loro mi seguivano, perché le mucche sono animali molto curiosi. Seguendomi davano vita a una vera coreografia. A un certo punto, io cadevo dentro un buco del
terreno e sparivo. Loro restavano
smarrite, e dopo un po’ si rimettevano
a mangiare l’erba sul prato. Una cosa
fantastica, surreale, che piaceva a tutti. È stata la mia prima cow-reography,
una coreografia di mucche. La serata si
concludeva intorno a una grande tavolata apparecchiata in mezzo a un
campo di girasoli: di notte sembrano
ancora più alti, li illuminavamo piantando delle torce nel terreno a formare
una specie di labirinto, un bosco. A
quel punto, succedeva di tutto. Erano i
magnifici anni Settanta... In quella casa, la bellissima casa di famiglia in cui
andammo ad abitare grazie a mio nonno Moses, molto affermato, che ci volle dare una mano dopo la tragedia di
mio padre, ci vivono ancora i miei fratelli. Io ci torno solo con il pensiero».
I leoni di bronzo a grandezza naturale disseminati sul prato dell’albergo
romano all’improvviso attirano la sua
attenzione (forse gli ricordano le famose mucche): sono il simbolo della
catena americana che lo ospita e bizzarramente hanno ciascuno un’espressione diversa. La cosa non gli
sfugge, li filma, ci gioca, si mette in posa accanto a loro, poi ordina pane e olive, un altro paio di caffè. Racconta: «È
che io qui a Roma mi sento come i poeti romantici. Di tutti i posti, adoro la casa di Keats in piazza di Spagna perché
è il più segreto fra tutti i posti segreti. Ci
sono gli stessi fiori sul soffitto che il
poeta ha guardato un momento prima
di chiudere gli occhi, finalmente pronto ad andare di là... Anche mio padre
era un poeta romantico, come i poeti
romantici aveva una immaginazione
straordinaria. Io, invece, sono passato
dall’allevamento di mucche allo sci e
poi per un periodo al desiderio di diventare sceneggiatore, ma non ho mai
scritto molto».
L’uomo che ha inventato i Momix
(che portano il suo nome: sono un Moses-Mix) mettendoci dentro sì la sua
energia ma anche il suo dolore, facendone un successo planetario, ancora
non conosce requie. Pendleton passa
dal raccontare le ferite della sua saga
famigliare a ragionare di ambiente,
energia, politica. «Politica è qualunque attività umana implichi più di due
persone. Del resto, c’è bisogno di un altro se stesso per sentirsi interi. Come in
una forma di autoerotismo, due immagini si mescolano a formare un ermafrodito che rappresenta la perfezione...».
Dilaga, divaga, e intanto si muove
come se ballasse, gioca con le parole ed
è automatico vedersi davanti agli occhi le sue coreografie. Nuota tutti i
giorni un’ora, va in bicicletta, mangia
sano, aborre lo zucchero («veleno tra i
peggiori al mondo»), sempre con la
musica dentro le orecchie. Ultimamente, fotografa. Moltissime cose, di
continuo, usando la tecnologia come
uno strumento di registrazione della
(sua) realtà. Soprattutto foglie: tantissime foglie, cose che si muovono, di
ciascun minuscolo essere in movimento vuole cogliere le trasformazioni anche microscopiche: «Mi piacerebbe fare una mostra alla Centrale
Montemartini di Roma, uno spazio
fuori dai circuiti del grande turismo,
dove mi hanno accompagnato in questi giorni. Era una centrale elettrica,
dentro ci sono statue di epoca romana
imperiale. È un luogo che ha mantenuto un’energia incredibile. Mi piacerebbe esporre le foto delle foglie: ne ho
raccolto un mucchio su un tavolo. Le
ho lasciate lì. Con il passare dei giorni
ne ho registrato i movimenti e i cambiamenti. Sono nella natura delle cose.
Proprio come la danza è nella naturalezza della vita».
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