Per Fellini era una Fata Turchina,
Ferreri la volle ne “La carne”
mentre per lei Prince perse la testa
(e non fu il solo). Poi, d’improvviso,
il silenzio e il lungo esilio
dalle scene . “Ero soltanto
una ragazza, il successo
mi ha tolto la vita,
fui travolta dall’invidia
e dalla crudeltà
E se ancora oggi
pago un prezzo altissimo
è perché ho sempre
preteso di restare libera”
H
aappenafinito di leggere Il lupo di Wall Street
da cui è stato tratto il
film con Di Caprio e le è
piaciuto moltissimo «per la sincerità
con cui l’autore racconta la sua vita, non
tralasciando neanche i particolari più
scabrosi, più autolesionisti. Mi sono rivista in quel coraggio e infatti sto scrivendo la mia autobiografia per affrontare finalmente la verità, contro le invenzioni maligne e crudeli che mi hanno aggredito lungo tutta la mia vita; come quella pazzesca di questi giorni, di
chiacchiere tra camorristi in galera negli anni ’90, messe a verbale, in cui si fa
il mio nome. Questi attacchi vergognosi e menzogneri alla mia riservatezza mi
feriscono profondamente e ho incaricato gli avvocati di occuparsene».
I ricordi di Francesca Dellera sono altri, indimenticabili. Lei stava entrando
nella casa di Giuseppe Patroni Griffi in
via Margutta, Federico Fellini ne stava
uscendo e fece immediato dietrofront,
perché quella creatura diafana e carnale che si era materializzata davanti a lui
era la femminilità che la sua fantasia
aveva sempre inseguito e che aveva
tentato di catturare nei suoi film: ma
mai così lucente, così morbida, così accogliente. Era la Fata Turchina che cercava da qualche anno per il suo Pinocchio, che doveva essere Benigni. Poi
Fellini morì prima di poter realizzare il
film, mentre Benigni ce la fece, scegliendo però come magica visione l’amata moglie Nicoletta Braschi. Di quell’incantamento senza seguito è rimasta
una traccia nella biografia felliniana di
John Baxter, in cui il regista, elencando
gli attori che amava particolarmente cita, oltre alla Masina, Mastroianni, Villaggio e Benigni, anche lei, Francesca
Dellera. Nel 1988, e con la regia di Patroni Griffi, quella ragazza silenziosa, di
una bellezza antica, ottocentesca, vistosa senza sfacciataggine, era diventata in una miniserie televisiva Adriana, la
prostituta che trentaquattro anni prima aveva avuto il viso bellissimo e sgomento di Gina Lollobrigida, nel film in
bianco e nero diretto da Luigi Zampa.
La Romanaè un romanzo di Alberto
Moravia pubblicato nel 1947: la ventitreenne Francesca era un’Adriana incantevole, e ispirò allo scrittore, per l’Espresso, una delle sue rare interviste a
un’attrice (a Sophia Loren, a Claudia
Cardinale). «Non mi rendevo conto del
dono che mi faceva occupandosi di me:
andai due o tre volte a casa sua, e lui scriveva direttamente a macchina quel che
dicevo». Il grande cinecritico Tullio Kezich si soffermò sulla «fisicità parlante»
della ragazza: «Davvero Francesca
sembra possedere quel qualcosa in più
che hanno le figure schermiche d’eccezione: tanto a suo agio che quand’è nuda sembra vestita e quando è vestita
sembra nuda».
È ancora vero. Le rare persone che,
segreta e diffidente, incontra, si trovano
davanti a una donna accecante di
splendore, che cerca di proteggere e occultare dentro un grande scialle nero la
morbidezza perlacea di un seno vero
come non se ne vedono più, e un viso
delicato dentro una massa di lunghi ricci rossi. Forse un largo maglione dal collo alto aiuterebbe, e forse no: e poi la sua
immagine è questa da sempre, intoccata anche quando piange, pensando alla perdita di sua madre, e perché non è
detto che tanta ricchezza fisica assicuri
una trionfante felicità. C’è un vuoto nella sua vita privata che ha generato storie, pettegolezzi, e l’ha trasformata in
una persona che sulla strada del successo si è vista prima spalancare e poi di
colpo chiudere tutte le porte. Nell’era
del gossip ostentato e moltiplicato, si
trovano molte illazioni e sussurri, ma
non una fotografia, non una notizia documentata, di quel legame che nessuno
può dimostrare. È strano che di quell’uomo, della cui vita privata tumultuosa da tempo si occupa anche la giustizia, con la piccola folla di maldestre giovani ospiti a pagamento e attualmente
la presenza di una fidanzata con cane
entrambi impiccioni, si eviti di ricordare che un tempo questa persona era entrata prepotentemente nella vita di
Francesca. È proibito anche solo accennarne, e se proprio uno è pignolo all’eccesso, può risalire a un articolo di
Novella2000del 2009, intitolato “I dieci
rospi ingoiati da Veronica”. Seguono le
dieci foto di belle signore, prima tra tutte quella di Francesca. Era il 1987. Nessuno sa, se non i diretti interessati,
quando quel legame è cominciato,
quando è terminato: di mezzo c’è, nel
1989, un famoso Telegatto consegnato
alla protagonista de La Romana, e un
giornalista ricorda come il problema
degli organizzatori fosse collocare lontane in platea sia la premiata che Veronica Lario, la bellissima compagna di
Silvio Berlusconi, già madre di suoi tre
figli, che diventerà sua moglie un anno
dopo. C’è un libro di Mario Guarino , Veronica & Silvio, pubblicato da Dedalo
nel 2009, che si azzarda a sostenere che
la signora Lario avrebbe scoperto il tradimento dopo il matrimonio, imponendo al marito l’aut-aut, e riconquistando una sua (molto temporanea) fedeltà. Ma Francesca è decisa. «A lasciarlo sono stata io, e le cose scritte su di me
in quel libro sono del tutto false». Intanto La carnedi Marco Ferreri, regista
osannato di film intelligenti ed eccentrici, era stato invitato a Cannes nel
1991: e la protagonista era la Dellera,
che in quel ruolo, secondo il Mereghetti, “inquieta con la sua esuberante presenza”. Francesca ricorda che contro di
lei c’era già un veto, che non aveva scoraggiato Ferreri: «Mi disse che a lui non
importava niente, che il film l’aveva
scritto su di me, venendo ogni giorno a
casa mia a sentirmi parlare, a studiarmi». La carne, dove Castellitto, cui misero una pancia finta perché non doveva essere attraente, per non perderla
l’ammazzava e se la mangiava, fece di
lei una star soprattutto in Francia. Eppure passarono tre anni prima che le offrissero un altro ruolo, nel 1994, in un
film di Deray non riuscito, L’orso di pelucheaccanto ad Alain Delon; ne passarono altri cinque prima che la chiamassero per la miniserie televisiva Nanàdal
romanzo di Zola, e altri sei per arrivare
in video con la costosa e grandiosa Contessa di Castiglione. Poi ci furono solo
incontri tra avvocati. Da allora, e sono
passati otto anni, attorno a lei si è fatto
un gelido vuoto professionale. In questo silenzio amaro, che le ha interrotto
la carriera, lei ravvisa una punizione
cieca, una vendetta troppo lunga, un
umiliante esilio. Ma è lei, Francesca
Dellera, protagonista e vittima di questa specie di persecuzione o comunque
cancellazione, a non pronunciare nomi, come se avesse paura, o se ne vergognasse, o si rifiutasse di ricordare, o
tenesse soprattutto alla sua dignità malamente ferita. «Ero molto giovane, non
avevo alcuna esperienza e poi lui non
era come adesso, pareva meglio, per me
era una cosa di testa, perché nella sua
follia non è stupido. E io mi sono trovata preda di una situazione che non avevo cercato. Ma siccome lui era ricco e
importante, si rovesciò su di me una valanga di invidia crudele. E poi la gente è
meschina, e quella brutta è complessata e capace delle peggiori cattiverie».
Tra l’altro a lei sono sempre piaciuti solo «i bellissimi pazzeschi a letto, e quelli cattiverie non ne fanno mai»: e non se
li è fatta mancare neppure quando
qualcuno ha pensato di domarla, di imprigionarla. Per esempio l’attore Christopher Lambert, un tipo, dice Francesca, «trasgressivo, libero, anarchico,
che secondo Ferreri mi assomigliava e
voleva girare con noi due una storia di
incesto. Ma io sono dispersiva, non sono mai riuscita a far durare i rapporti,
me ne stufo presto: non posso sentirmi
ingabbiata, fuggo». Prince se ne era innamorato solo vedendo le sue foto, la
corteggiava telefonicamente dagli Stati Uniti, affittò un cinema per vedere e
rivedere da solo La carne. «Era un genio
affascinante, mi offrì di fare un videoclip con lui, da girare a Minneapolis, ma
lasciai perdere perché ero innamorata,
ricambiata, di Adnan, un modello slavo
di bellezza travolgente, e per me l’amore contava di più in quel momento della carriera». Nella sua vita è passato il
tennista Noah e persino Emanuele Filiberto di Savoia che la inseguì a Los Angeles dove lei era fuggita con un altro.
«Ma io non sopporto la coppia, quella
che si ostina a durare quando il mistero
è finito. Non credo nel matrimonio,
non riesco a dire per sempre, non me la
sento di avere figli anche se amo moltissimo i due bambini di mia sorella».
Adesso ha un compagno di cui non parla, non italiano, specifica, e che non vive in Italia. «Odio la curiosità nei miei
confronti, detesto Facebook e pure
Twitter, non sopporto la mondanità,
l’esibizionismo. Io sto pagando ancora
un prezzo altissimo perché ho sempre
voluto essere libera, non appiattirmi
nelle regole di tutti. E certo da ragazza
ero impreparata a un successo troppo
precoce e stordente». Era giovanissima
quando come protagonista di Capricciola volle Tinto Brass, che dopo lo
scandalo di La chiaveera il regista più ricercato dalle attrici in cerca di fama: a
venticinque anni le offrirono una cifra
sproporzionata per uno spot, vollero
fotografarla Helmut Newton e Annie
Leibovitz, la scelsero come modella
d’eccezione gli stilisti d’epoca più importanti, Gaultier, Alaia, Mugler: e per
un suo compleanno a Parigi, fu organizzata una festa al “Les bains douches”, cui parteciparono le grandi star
del momento. «Tutto quel successo improvviso mi ha tolto la vita. Ma adesso,
dopo tanto silenzio, ho deciso di raccontarla tutta con un libro».
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