martedì 21 maggio 2013

Tra la fede in Dio e la sociologia il presidente del Censis si confessa DE RITA

sservando Giuseppe De Rita dietro una scrivania affollata di og-getti (tra l’altro due testi di Lévinas sul Talmud e un crocifisso) si
nota la compostezza elegante di un uomo che non dimostra ot-tant’anni. Chiede se può fumarsi il toscano che da un po’ si rigi-ra tra le mani. E quando parla, argomenta con la voce sottile e pe-netrante che a me fa venire in mente l’ago delle vecchie macchi-ne da cucire. Si avverte, ogni tanto, l’inflessione delle sue origi-ni romane. E l’impressione che se ne ricava è che i sodi e puntu-ti ragionamenti non abbiano del tutto rinunciato a un leggero
scetticismo, a quell’averne viste troppe perché davvero non si
debba tener conto della natura italiana, così prodigiosa un tem-po e oggi così inconcludente. De Rita non è un uomo di potere.
Non lo è nel senso in cui abitualmente pensiamo a questa cate-goria. E tuttavia, egli ha fatto della sua creatura — il Censis che a
novembre compirà quarantanove anni — un luogo effettivo di
potere intellettuale. Grazie al quale ha spiegato, continuando a
farlo, cos’è questo Paese, insieme paradossale e unico.
Vedo sulla scrivania L’italiano di Giulio Bollati. Chi siamo
veramente?
«C’è un pensiero di Giulio, del quale sono sta-to molto amico, che ho fatto mio. L’Italia si com-pone di due popoli: il primo, la maggioranza,
che spende la propria vita nel lavoro quotidiano;
e un secondo popolo che pensa il sentimento del
primo e per questo ritiene di essere il legittimo
sovrano. Nessuno meglio di Bollati ha descritto
la nostra élite».
Anche le sue velleità?
«Certamente. Scaturite dall’essere una realtà
astratta e privilegiata. Ma soprattutto inconclu-dente. Non conosco élite italiana, tranne forse
quella risorgimentale, che abbia dato prova di
coraggio, di lucidità, di efficienza».
Lei fa parte di una élite.
«Parlo principalmente di élite politica. Il mio
compito è stato quello di interpretare fenomeni
sociali ed economici».
Ho appreso di una sua laurea in giurispru-denza.
«Sì, ma non mi interessava la carriera in quel-la direzione. Tanto è vero che alla metà degli an-ni Cinquanta fui assunto alla Svimez».
Si occupava di sviluppo del Mezzogiorno. Che giudizio ne
dà?
«Positivo, se penso sia alla gente di qualità che ci ha lavorato,
sia al grande sforzo di quegli anni di programmare un interven-to così vasto e articolato. Il limite fu di aver sottovalutato le spe-cificità locali, quell’incognita antropologica che il Sud ancora
rappresentava».
A capo della Svimez c’era Pasquale Saraceno. Che perso-naggio è stato?
«Sembrava un contadino vestito a festa. Con un suo tratto di
imprevedibilità. Ma la sua cultura meridionalistica gli derivava
dai vari Caglioti, Cenzato, Menichella. Gente che era stata, co-me lui, nell’Iri. Io fui assunto da Giorgio Sebregondi, una straor-dinaria personalità intellettuale che sarebbe interessante risco-prire. Fu lui a creare alla Svimez la sezione di sociologia».
Personaggi quasi tutti nati dal fascismo.
«Non nel caso di Sebregondi che attraverso Felice Balbo en-trò in contatto con i cattolici comunisti. Quanto agli altri è vero,
ma non ebbero nessuna empatia con la cultura fascista. Il loro ruolo, ai diversi livelli, si avvalse dell’importante direzione di Al-berto Beneduce».
C’era anche Enrico Cuccia nel gruppo?
«Con noi non c’entrava, anche se ci capitava di in-contrarlo. Aveva intrapreso un’altra strada. Dall’Iri —
grazie anche all’appoggio del suocero Beneduce —
passò alla Comit di Raffaele Mattioli. Noi, allora ra-gazzi, vedevamo con ammirazione questi personag-gi che lavoravano alla ricostruzione del Paese. E pro-prio Mattioli secondo me era il più autorevole. Si era
preso una passione sincera per Claudio Napoleoni,
anche lui alla Svimez in qualità di economista. A vol-te Mattioli se lo portava al “Buco”, un ristorante ro-mano dove ogni tanto capitava che li raggiungesse Pie-ro Sraffa».
Lei vi partecipò mai?
«No, io non ero un economista».
Ha conosciuto Sraffa? «Tutto quello che so di lui l’ho appreso, in larga parte, dal mio
amico Napoleoni. Claudio era il vero intellettuale del gruppo,
ma anche l’uomo più pigro che io abbia mai conosciuto. Per tor-nare a Sraffa non ho mai capito il successo del suo Produzione di
merci a mezzo di merci, un libro che sospetto nessuno abbia ca-pito. Io almeno lo trovai indecifrabile. E mi viene il dubbio che
quest’uomo, amico di Wittgenstein e di Gramsci, che dialogava
alla pari con Togliatti, fosse diventato il punto di riferimento del-la sinistra snob».
La sinistra, nel suo complesso, ha avuto diversi economisti
come punto di riferimento. Tra questi, oltre Napoleoni, Paolo
Sylos Labini e Federico Caffè. Le cito questi nomi, perché sono
quelli che hanno gravitato sulla Svimez e poi sul Censis. Non le
sembra che in loro pesasse una visione ideologica?
«Direi di no, anche se in modi diversi hanno tenuto conto del-la lezione di Marx. Erano dei tecnici con uno sguardo rivolto al
sociale. Mescolavano la cultura del sapere con quella del fare. Ad
esempio molti allievi di Caffè si rivelarono bravissimi nella col-laborazione con noi al Censis».
Che ricordo ha di Caffè?
«Era un cattedratico, semplice fino alla freddezza. Non aveva
passioni. O forse le riversava interamente nei suoi mitici scritti.
Era però un formatore. Teneva tantissimo a questo ruolo maieu-tico».
Che idea si è fatto della sua scomparsa?
«Ci sono oramai molte leggende. Personalmente non credo
che sia sparito per suicidarsi. Ha voluto allontanarsi da questo
mondo con il quale non si riconosceva più. Mi fermerei a que-sto».
A proposito del Censis come nacque questa avventura?
«Saraceno ci licenziò dalla Svimez e ci trovammo di punto in
bianco senza lavoro. Un gruppo di noi decise, con la liquidazio-ne e qualche altro capitale prestato, di dar vita a questo piccolo
istituto di ricerca. Ci dovevamo misurare con il mercato. Ricor-do che Tommaso Morlino mi disse: dimentica quello che hai ap-preso alla Svimez, la programmazione, l’approccio sistemico, fai fenomenologia, occupati dei fenomeni che accadono nel
Paese. Ed è quello che l’istituto ha fatto nel corso dei suoi cin-quant’anni».
Tra le ragioni del vostro successo c’è stata l’invenzione di un
lessico: “economia sommersa”, “localismo industriale”, “ce-tomedizzazione”. Come nascevano queste espressioni?
«L’esigenza era di dare un nome alle cose. Venimmo accusa-ti di fare, con i nostri rapporti, folclore economico. In realtà cer-cavamo di interpretare le pulsioni profonde del Paese. E spesso
ci riuscivamo. Non accadde con la parola “cetomedizzazione”,
Pasolini disse che l’Italia si era semplicemente imborghesita e
forse aveva ragione».
Le piacevano le sue analisi?
«Erano seducenti. Non tutto quello che ha scritto è condivisi-bile. Ma certamente mi affascinava la sua natura proteiforme.
Uno stile analogo l’aveva Davide Maria Turoldo. Le sue poesie e
l’afflato religioso coglievano splendidamente la natura poli-morfa del mondo. Davide mi ha insegnato che cosa è il vigore
intellettuale. Prima che morisse andai più volte a trovarlo.
Aveva un tumore, e lui gli urlava contro, lo sfidava. Questo fu
padre Turoldo».
Come è stata la sua educazione?
«Ho studiato con i gesuiti al “Massimo” di Roma. Sono
stato segnato dalla loro cultura, dalla fedeltà all’oggetto».
L’hanno soprannominata “il monaco delle cose”.
«È vero, in seguito, però, ho avuto una frequenta-zione con i padri rosminiani, che sono gli eredi del
cattolicesimo liberale e perfino con una scuola lai-ca di ispirazione quacchera. Dai gesuiti ho appre-so la determinazione, dai rosminiani l’apertura,
dai quaccheri il minimalismo».
Dove è nato?
«A Roma, anche se i miei erano di Pontecorvo, nel
basso Lazio. La mia infanzia si è svolta praticamen-te sotto la guerra. Ero un bambino allegro. Abita-vamo vicino alla basilica di San Giovanni e facevo
parte del gruppo dell’“Alberata”, la piazza dove
oggi si tengono i comizi e i concerti. Con i miei
amici avevamo sviluppato un senso quotidia-no e plebeo della vita di strada che credo di
aver conservato».
Rimpiange qualcosa di quel periodo?
«Nulla. Ho avuto una vita bellissima:
una moglie straordinaria, otto figli, quat-tordici nipoti, un lavoro faticoso ma ap-passionante. Non ho nostalgie né ran-cori».
Che visione ultima ha della vita?
«Non sono un fatalista, ma un
creaturale. Il Signore mi ha messo al
mondo e lui mi verrà a prendere».
Per alcuni la vita è una decisio-ne personale. Cosa pensa del sui-cidio assistito?
«Non lo condivido. Ma non so-no un guelfo fottuto. Rispetto le
scelte altrui che nascono da sensi-bilità diverse. Accadde, tempo fa,
che si suicidò un giovane amico. E
il parroco di Fiesole volle tenere i
funerali in chiesa. A molti sembrò
una bestemmia. Lui mi disse una
cosa alla quale ripenso spesso:
Dio arriva tra la staffa e il terreno.
Dio arriva nel momento in cui
cadi. E non importa come cadi.
Martin Buber traduceva la paro-la Dio non con “Io sono colui che
sono”, ma “Io sarò là per voi”.
C’è una bella differenza».
È la visione di un Dio soccor-revole.
«E cosa dovrebbe fare altri-menti? Le dico una cosa che mi
costa fatica raccontare. Ho un
fratello che sta morendo e non
posso non pensare alla fragilità
dell’esistenza, a ciò che di significativo lui ha realizzato per la fa-miglia, per noi. E quanto ci mancheranno i suoi gesti, la sua vita.
Ma al tempo stesso, sento crescere intorno a lui la serenità dei fi-gli e dei nipoti. Il dramma della morte e la paura della sofferenza
sfumano in questa presenza che ai miei occhi è la forza del divi-no, quel giungere tra la staffa e il terreno, prima che si cada del
tutto».
Per chi crede è entrare nella luce.
«Non vorrei fare la figura del predicatore. È semplicemente
ciò in cui ho fede. Anche se, dopotutto, resto un sociologo. Un
sociologo romano, come amo dire. La sera spesso leggo qualche
pagina del Belli e ci ritrovo quella saggezza un po’ plebea che è
attenzione per le cose che vengono dal basso. Abbiamo dimen-ticato ciò che accade sotto di noi. E a proposito di luce penso che
per troppo tempo la nostra politica è stata rancorosamente buia,
perdendo l’orientamento e il senso delle cose. Ecco, anche lì ci
vorrebbe un po’ più di rischiarament

Gael García Bernal

Figlio d’arte, l’attore messicano
del momento è sempre a caccia
di ruoli da rivoluzionario. È stato
il “Che” dei “Diari
della motocicletta”,
ora è il pubblicitario
che sconfisse Pinochet,
nel prossimo film sarà
un fanta Zorro difensore
dei deboli :“In realtà
per poter fare
ciò che davvero mi piace
accetto anche gli spot
Qualunque cosa pur di non lavorare
mai più in una telenovela.


cchi bambini e lingua
tagliente, fisico minuto
e grinta da pugile. Gael
García Bernal è l’attore
messicano più famoso al mondo, un
miscuglio perfetto di allegria, tenerez-za e impegno, anche politico. È stato il
giovane Che Guevara nei  Diari della
motociclettaper Walter Salles, Pedro
Almodóvar lo ha voluto in tre perso-naggi diversi nel cupo  La mala educa-ción . Ha galoppato nel mondo onirico
di cartapesta di Michel Gondry, era
L’arte del sogno , e affiancato Brad Pitt
in Babel di Alejandro Gonzales Iñárri-tu. «Alejandro è il mio mentore. Gli de-vo tutto. Venne a vedermi a teatro e poi
mi chiese di lavorare nel suo Amores
Perros . Ci invitarono al Festival di Can-nes. Non avevamo soldi, dormivamo
tutti pigiati in un appartamento, qual-cuno per terra. E non sapevamo come
avremmo fatto a noleggiare lo
smoking richiesto alla proiezione uffi-ciale». Alla Mostra di Venezia sarebbe
andata meglio: con Y tu mamá Tam-bién , girato con Alfonso Cuarón, Ber-nal conquistò il Premio Mastroianni
insieme a Diego Luna: «Una sorpresa,
e poi Diego è il mio migliore amico».
È stato subito chiaro che il ragazzo di
Guadalajara fosse fatto per il cinema.
«Anche se in realtà io sono figlio del
teatro, in senso letterale» racconta
Gael in un pomeriggio umido di pri-mavera parigina: «Sono figlio di due at-tori politicamente impegnati. Stavo
sempre con loro. Tra i miei primi ricor-di ho l’immagine di me che guardo il
palco. Dei miei che si cambiano i co-stumi dietro le quinte. Della platea
affollata. Non ricordo dove, avrò avuto
quattro o cinque anni, ma ricordo che
volevo stare con loro in scena, condivi-dere il loro mondo, le loro emozioni.
Del resto era infinitamente meglio che
aspettarli in camerino o al bar. Sono
sempre stato orgoglioso dei miei geni-tori, perché li ho visti pieni di gioia an-che se molto professionali. Mia madre
mi faceva ridere, diceva a tutti gli atto-ri prima di entrare in scena “Se non ti
diverti, non funzionerà”. Insomma,
tutto questo per dire che dentro il tea-tro ci sono cresciuto, ma per davvero,
e che per me passare sotto i riflettori è
stata una cosa naturale».
Cresciuto a pane e repliche. «Sono
fiero di aver debuttato ufficialmente
nel teatro intitolato a Juana Inéz de la
Cruz, una poetessa e letterata messi-cana del Seicento. Una donna straor-dinaria». Si ferma a riflettere: «Il teatro
per me è più ancora di una casa, è il mio
tempio. È qualcosa di sacro in cui si
compie il rito dello spettacolo. Del re-sto anche la messa, qualcosa di estre-mamente sentito in Messico, è un rito
teatrale». Gael si è sempre definito
«culturalmente cattolico», ma anche
libero pensatore: «molto libero». «A di-ciott’anni sono andato a Londra per
studiare recitazione, mi mantenevo
lavorando in un bar». Imparò così a
parlare un ottimo inglese, cosa che lo
ha aiutato non poco ad entrare nel cir-cuito internazionale. È dotato di un
naturale talento per lingue e per gli ac-centi. In  No - I giorni dell’arcobaleno di
Pablo Larrain, appena uscito nelle sa-le italiane, parla uno spagnolo-cileno
talmente perfetto che il regista gli ha
chiesto di «sporcarlo» con qualche in-tercalare messicano (il personaggio
principale torna in Cile dopo aver vis-suto dieci anni in Messico).
Non è mai stato tanto bravo, Gael
García Bernal, come in questo film, già
candidato all’Oscar, che racconta le
elezioni cilene del 1988. Quindici anni
dopo il golpe militare, l’economia cile-na è florida, i dissidenti sono sotto con-trollo e gli Stati Uniti, che appoggiano
il regime, chiedono a Pinochet di mi-gliorare la sua immagine. Così il ditta-tore indice un referendum e chiede al
popolo di rinnovargli il potere. È sicu-ro di vincere, ma non prevede che i suoi
rivali chiamino un pubblicitario che
ha fatto esperienza anche negli Usa
per curare la campagna televisiva a fa-vore del “No”. «Mi è piaciuto subito
questo personaggio che ha lanciato il
“No” proprio come aveva fatto con la
Coca Cola, con slogan e spot, arcoba-leni, famiglie felici al picnic, balletti e
canzoni corali di attori e artisti, tutto
molto anni Ottanta». A rivederli oggi
questi spot sono surreali. «È vero, ma
credo comunque che il personaggio
che interpreto nel film sia stato un uo-mo coraggioso e consapevole. Era uno
pagato bene, aveva un figlio da mante-nere, ma decise lo stesso di rischiare
perché credeva nella giustizia. Grazie a
lui la tecnica pubblicitaria diventò
un’arma che ha permesso di abbatte-re il regime di Pinochet».
Vita privata? Dopo un tormentato fi-danzamento con Natalie Portman (si
sono messi insieme e lasciati nel 2004,
e poi di nuovo nel 2007) Bernal si è spo-sato con la collega Dolores Fonzi, star
delle telenovelas argentine. Hanno
due figli, Làzaro e Libertad. «Non è fa-cile stare tutti insieme, ma quando è
possibile porto i bimbi sul set con me».
Idealista per indole, a trentaquattro
anni ha imparato l’arte del cinismo.
«Anche in campo artistico bisogna es-serlo, esattamente come in politica».
Oltre che attore e regista (nel 2007 ha
diretto Deficit , su una riunione di fa-miglia in cui si incontrano varie classi
sociali) Bernal è anche produttore
(con Diego Luna ha fondato una so-cietà per produrre il lavoro di giovani
artisti messicani) ma non disdegna af-fatto le pellicole più commercialmen-te hollywoodiane e neppure gli spot
pubblicitari: «Sono soldi che servono
per finanziare i progetti in cui credo. E
comunque è sempre meglio che fare le
telenovelas. Da giovane ne ho fatta
qualcuna. Piacevoli sì, ma erano quel
che erano. Leggere, veloci e un po’ effi-mere come tutte le cose della tv. Sono
viste da tanta gente e non mi pento di
averle fatte, ma non credo che mi capi-terà ancora nella vita», ride. Lo fa spes-so, mentre racconta della sua passione
per la boxe, e di quella per la jarana ,
una piccola chitarra che si diverte a
suonare in un gruppo. Sembra un uo-mo ormai sereno e sicuro, «in realtà so-no uno che dubita di se stesso in ogni
momento. Non riesco a pianificare la
carriera, cerco di mantenere la recita-zione come una gioiosa necessità, la
possibilità di conoscere culture diver-se, lavorare con persone che ammiri.
Se inizi a fare calcoli perdi subito tutta
la felicità che un mestiere come questo
porta con sé e allora tutto diventa solo
marketing, marketing di te stesso. Una
cosa vuota».
Ovviamente «fare questo lavoro con
gioia non significa che vada sempre
tutto bene, ci sono anche i rischi, le dif-ficoltà». I set, del resto, non sono tutti
uguali. Di quello con Almodóvar ha
raccontato che «in ogni scena Pedro ti
dice dove andare, come muovere la te-sta, è uno che sente se entri in crisi, che
ti sostiene». Se però deve parlarti dei ci-neasti che sono «fratelli maggiori e
mentori» i nomi sono quelli di Iñárritu,
Salles, Cuarón. E se deve scegliere tre
ricordi cinematografici di felicità pura,
non ha dubbi: «Le notti che ho passato
a nuotare nel fiume per l’ultima scena
dei  Diari della motocicletta: non mi
rendevo nemmeno conto della trou-pe, c’ero con tutto me stesso in quel
ruolo, in quel momento.  L’arte del so-gno di Gondry, il film più bello e pazzo
che ho fatto in vita mia. E la scena fina-le di Y tu mamá también: io e il mio
amico Diego entrambi ubriachi e c’è
un piano sequenza lungo sette minuti,
una scena bellissima».
Nel suo presente una marea di pic-coli progetti indipendenti, impegno
civile nel suo paese e umanitario con le
organizzazioni internazionali. Ma an-che una grande produzione hollywoo-diana:  Zorro Reborn , rivisitazione in
chiave post-apocalittica dello spadac-cino mascherato. Un ruolo perfetto
per Bernal. «Non ho mai lavorato in un
vero kolossal degli Studios e sono cu-rioso di vedere l’effetto che fa. E se è ve-ro che l’idea di associare Zorro alla fan-tascienza effettivamente è piuttosto
strana, è altrettanto vero che ci saran-no sempre deboli da difendere. In que-sto senso possiamo dire che Zorro è un
eroe che prescinde il suo tempo

Abbado

ando Claudio Abbado affronta un’intervista, circo-stanza molto rara, il suo interlocutore dovrà misu-rarsi con le fertili qualità dell’attesa. Ci sono misteri
piccoli e grandi nei suoi silenzi. In un mondo in cui
tutti parlano di sé, e l’esposizione dell’ego è una pra-tica ossessiva, Abbado tende a ritrarsi, scansando
l’esternazione per dare spazio all’ascolto. È come se sottolineasse
che ogni parola ha un suono e un senso. Atteggiamento legato al fa-re musica. Perché «la musica insegna ad ascoltare», dice. «Ascoltan-do s’impara, e così dovrebbe essere anche nella vita: se tutti gli uo-mini conoscessero la musica, le cose funzionerebbero assai meglio».
Il 26 giugno Claudio Abbado compie ottant’anni, ed è un’età che
il direttore d’orchestra milanese, uno dei più amati e ammirati mu-sicisti del nostro tempo, porta con straordinaria leggerezza. Abbado
è un mito musicale. Eppure non c’è mitologia nella semplicità del
suo tratto. Persino nel pieno del lavoro, quand’è in prova con una
LEONETTA BENTIVOGLIO
delle “sue” orchestre (“sue” perché le fonda e le modella, impri-mendo loro una fisionomia all’insegna dell’eccellenza), esprime na-turalezza e capacità di non farsi prendere dall’ansia. È una delle sue
virtù più sorprendenti. Qualcosa che somiglia a un modo d’essere
orientale, cui sono ascrivibili anche il suo amore per la natura, la sua
profonda sintonia con gli amici e il suo vivere immerso totalmente
nella musica.
Per il fedele e immenso pubblico che lo ammira, i suoi ottant’an-ni sono una festa. La celebreranno tra l’altro i suoi prossimi concer-ti a Berlino (18, 19, 21 maggio, con i Berliner Philharmoniker) e un
concerto a Bologna il 9 con l’Orchestra Mozart e Radu Lupu al pia-noforte, che sarà replicato alla Salle Pleyel di Parigi l’11. Nell’arco di
mezzo secolo, l’insieme delle sue interpretazioni offre uno spacca-to tra i più significativi e alti della direzione orchestrale del Nove-cento. Ne è una riprova il cofanetto che Deutsche Grammophon lan-cia per il compleanno, contenente vari cicli sinfonici da lui diretti e
selezionati in 41 cd.
(segue nelle pagine successive)
DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI
FOTO LELLI & MASOTTI/ALINARI
CLAUDIO ABBADO
“Musica
maestra”
La guerra, la famiglia, l’amore, le montagne
e l’arte di sapere ascoltare
Alla vigilia dei suoi ottant’anni
il grande direttore d’orchestra
si confessa a “Repubblica”
Qe orchestre sono quelle che
hanno scandito la sua carriera:
la Mozart di Bologna (l’ultima
nata, nel 2004), la Chamber Or-chestra of Europe, la London
Symphony, i Berliner Philhar-moniker, i Wiener Philharmoniker, la Mah-ler Chamber Orchestra e la Lucerne Festival
Orchestra. È anche in uscita il disco con la
sua lettura della  Seconda di Schumann, ese-guita dall’Orchestra Mozart: «Forse tra le
sinfonie di Schumann è la più nuova e ap-passionata», sostiene. «La scrisse in anni in
cui era innamoratissimo di Clara. Cosa che
emerge dalla ricchezza del pezzo». L’amore
è uno spunto ideale per dare il via alla nostra
conversazione.
Conta di più l’amore o l’amicizia nella vi-ta di Claudio Abbado?
«Sono sentimenti inseparabili, entrambi
essenziali e spesso complementari. Amo
certi amici e nutro amore per i figli. A Danie-le, il maggiore, che fa il regista, mi unisce
un’autentica amicizia. Abbiamo un rappor-to libero e aperto».
E per quanto riguarda gli altri tre?
«L’amicizia e l’affetto sono una cosa sola
sia con mia figlia Alessandra, sia con Seba-stian che fa l’architetto a Londra e sia con Mi-sha, il più giovane, che vive tra Londra e
Cambridge. Suona il corno e il pianoforte, ol-tre al basso elettrico in un gruppo rock, e fre-quenta l’università. Un gentleman versati-le».
Chi sono le persone alle quali oggi pensa
con più amore, oltre ai suoi figli?
«Di sicuro una è mia madre, che fu donna
di generosità meravigliosa. Fece scappare
vari partigiani durante la guerra e riuscì a far
passare in Svizzera molti ebrei. Tanti sono
tornati a ringraziarla, nel dopoguerra».
Sua mamma Maria Carmela scrisse bei
libri per ragazzi.
«Fu autrice di una raccolta di novelle sici-liane ascoltate durante la sua infanzia in Si-cilia e di un volume di fiabe tradotte da mio
nonno Guglielmo Savagnone dal poeta per-siano Ferdowsi».
Un nonno formidabile, narrano le cro-nache di famiglia.
«Un grande saggio, docente di diritto ro-mano all’università di Palermo. Morì a novantasei anni, restando lucido fino alla fi-ne. La sua sapienza delle lingue antiche era
sterminata. Aveva tradotto dall’aramaico il
testo originale del Vangelo, e dalla tradu-zione emerse l’esistenza di altri figli di Ma-ria oltre a Gesù. L’aver rivelato che Gesù
aveva fratelli e sorelle gli costò la scomuni-ca. Ne andava fiero, perché era un ricono-scimento della rilevanza della sua scoper-ta. Quando io ero bambino veniva con noi
in Val d’Aosta, e passeggiando in monta-gna mi consegnava frasi che sarebbero ri-maste dentro di me per sempre. Rapide e
lapidarie».
Mi dia un esempio.
«La generosità arricchisce».
Che ricordo serba di suo padre?
«Mio papà Michelangelo, violinista e in-segnante al conservatorio, mi ha insegna-to la disciplina. Da ragazzo odiavo certe sue
durezze, ma crescendo ho capito l’impor-tanza di quell’impostazione. Facevo il li-ceo e parallelamente studiavo musica:
composizione, pianoforte, direzione d’or-chestra… Alle due di notte non mi lasciava
andare a letto se non avevo terminato tut-to. Grazie a lui ho imparato che le cose co-minciate vanno concluse e non rinviate».
La sua memoria del fascismo e della
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DOMENICA 12 MAGGIO 2013
la Repubblica
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non ha limiti. Si continua a esplorarla e affio-rano idee sempre nuove. L’interpretazione
musicale è un viaggio sconfinato».
Riascolta i suoi dischi del passato?
«Cerco continuamente di andare avanti e
di comprendere di più. Avevo inciso la  Prima
Sinfonia di Bruckner trent’anni fa, e di re-cente l’ho registrata in una nuova edizione
(contenuta nel cofanetto in uscita per Deut-sche Grammophon,  ndr) che mi ha aperto
un mondo: Bruckner, dopo venticinque an-ni dalla prima versione, riscrisse la sinfonia
facendone un pezzo tanto più moderno,
pieno di anticipazioni della scuola di Vienna.
Si dice, giustamente, che Mahler sia stato un
precursore della musica moderna. Ora, con
quest’edizione più tarda della Prima Sinfo-nia, capiamo che anche Bruckner aveva una
genialità profetica».
A Berlino ha lavorato per dodici anni co-me direttore musicale dei Berliner. È stata
la città più importante del suo percorso ar-tistico?
«Ovviamente per me ha contato molto
Milano, dove sono nato e cresciuto e dove
per vent’anni ho fatto progetti e diretto alla
Scala. È stato decisivo anche il mio periodo a
Vienna, città culturalmente ricchissima,
nella quale tra l’altro ho fondato il festival
Wien Modern. Ma credo che non esista al
mondo una città che si sia sviluppata tanto
velocemente come Berlino dopo la guerra. È
viva, civile, stimolante, piena di verde e ge-nerosa di cultura, con nove orchestre sinfo-niche, tre teatri d’opera e vari teatri di prosa».
Come trova oggi l’orchestra dei Berli-ner?
«Magnifica e molto ringiovanita».
Che significa per lei essere giovani?
«L’età come dato anagrafico non signi-fica nulla. Quello che conta negli individui
è la personalità».
Un uomo riservato come lei ha fatica-to a vivere per decenni sotto i riflettori?
«Spesso è molto bello sentirsi utili. Ie-ri camminavo qui a Bologna con mia fi-glia Alessandra, e continuavo a incon-trare gente che mi ringraziava per
quanto cerco di fare in questa città, do-ve suoniamo con la Mozart e dove sto
sostenendo il progetto del nuovo auditorio
di Renzo Piano. Ma confesso che quando, a
fine Novanta, mi ammalai gravemente, i
giornali scrissero troppo di me. Tanta inva-denza».
Come si difende dagli assalti?
«Se è una cosa è ingiusta o mediocre, io
l’accantono. È una risorsa».
Oggi lei lavora meno di prima: dilaziona
gli impegni.
«Sono comunque numerosi. Molti sono i
concerti con la Mozart, anche in tournée, co-sì come i dischi. E in estate sarò a Lucerna,
con l’orchestra del festival. Inoltre con la Mo-zart abbiamo una residenza al Musikverein
di Vienna e un’altra in Oman, Paese in gran-de espansione, dove hanno costruito un
nuovo auditorio nel quale portiamo cicli re-golari di concerti».
Quando non dirige quali sono le sue prio-rità?
«Lo studio, la lettura, i figli, i nipoti, gli ami-ci, la natura. Mi piace camminare in Engadi-na, una valle a duemila metri d’altezza, luo-go incontaminato che ritrovo ogni anno.
Quanto alla Sardegna nove ettari di costa, di
fronte a casa mia, sono diventati un parco
naturale. Li strappai alla speculazione alcu-ni decenni fa, quando i soliti costruttori sta-vano per edificare qualche mostruosità edi-lizia. Vi piantai novemila piante. Ora sono
tante, è diventato un bosco fiorito».

Ottavio Missoni, una vita a colori

di Natalia Aspesi

QUANDO Tai Missoni
parlava, controvoglia,
del suo lavoro, con l’ac-cento dolce della sua origine
dalmata, era sempre per smi-nuire il suo talento: abbiamo
dovuto fare quelle righe perché
le macchine non sapevano fa-re altro, il misto dei colori è ve-nuto così, per caso, lo zig zag è
capitato per sbaglio e poi chis-sà perché è piaciuto tanto…Q
UANDO a parlare del loro lavoro era
sua moglie Rosita, lei serenamente lo
contraddiceva: è lui il creatore, quello
che conta, che si impegna, che sa trasforma-re le sue idee in disegni e a costringere le mac-chine ad adattarsi alle sue invenzioni…
Era stato il genio di Tai per i colori e i miste-riosi intrecci di fili in un vorticare di disegni,
era stata la capacità organizzativa di Rosita e
il suo entusiasmo nei rapporti con gli altri, a
trasformare un piccolo laboratorio di ma-glieria di Gallarate nella fabbrica ultramo-derna di Sumirago e a lanciare il marchio
Missoni; scoperto dalla grande giornalista
Anna Piaggi negli anni 60 e lanciato nel mon-do come uno dei primi nomi di grande suc-cesso del nascente pret-à-porter italiano. Nel
1970 è già nei prestigiosi grandi magazzini
americani Bloomingdale, nel 1973 i Missoni
vincono il più prestigioso premio della moda,
il Neiman Marcus, a Dallas: con quel vestire
di maglia preziosa e leggera, mai spiegazza-ta, quelle fantasie cromatiche irresistibili,
quella diversità da tutta l’altra moda e il pre-gio del materiale e delle forme lineari, quei
capi risultati indistruttibili e mai fuori moda,
che alcune entusiaste pioniere della griffe, da
più di 30 anni conservano e ancora indossa-no.
Per volontà di Rosita, Tai era costretto, re-ticente, a prendersi i premi, a essere la star
della coppia: una coppia che si era adocchia-ta per caso alle Olimpiadi di Londra del 1948,
lui in pista per i 400 metri ostacoli, lei giova-nissima spettatrice, lui che, da italiano, ave-va dovuto lasciare la sua amatissima città, Za-ra, ceduta alla Jugoslavia alla fine della guer-ra, lei arrivata in Inghilterra da Golasecca, in
provincia di Varese, per imparare l’inglese, e
subito decisa a non fare a meno di quel gio-vanotto alto alto, che infatti sposò 5 anni do-po. Sessant’anni insieme, una vita coniugale
con le sue tempeste ma incrollabile, legata
dalla cocciutaggine e dalla pazienza dell’a-more, dalla condivisione di un bellissimo e
fortunato lavoro, dalla famiglia che negli an-ni si estendeva; i figli che diventavano grandi
e entravano in azienda, le nuore. i generi, i
tanti nipoti. E poi quella meravigliosa casa,
vicina all’azienda, lontano dalle città, isolata
nella vastità serena della campagna, non una
sola costruzione in vista: un regno più che un
rifugio, con l’orto e i limoni a scaldarsi nei ri-flessi del sole sulle pareti di vetro, e la serra
con le piante tropicali, e la lunga tavola da
pranzo dentro una veranda da cui entravano
le stagioni con la luce della neve in inverno e
lo splendore dei fiori in primavera; una tavo-la sempre imbandita per i tanti amici, e i pran-zi semplici e squisiti, e tovaglie e vasellame
con gli stessi disegni squillanti, opera di Rosi-ta che si è inventata negli ultimi anni questo
impegno tutto suo. E i bei quadri, e la raccol-ta di porcellane anni 20, e i tappeti e divani
con le stoffe uscite dalla fabbrica vicina, e unamoltitudine di oggetti comprati in giro per
il mondo, o donati dagli amici, non per il
loro valore ma per l’allegria dei loro colori
e della loro bizzarria.
Rosita e Tai, a differenza di altri stilisti e
industriali, non hanno mai parlato di la-voro né dei successi o problemi aziendaliOttavio era lapidario, quando tentavano di
farlo parlare di moda: «Io non me ne intendo,
non ne so niente, non conosco gli stilisti e poi
credo che per vestirsi male non serve seguire
la moda, ma certo aiuta». Anche quando i fi-gli non avevano ancora cominciato ad affian-carli e a poco a poco a imparare a sostituirli, e
quindi la responsabilità era tutta di Tai e Ro-sita, ogni giorno se ne separavano per colora-re la vita con la semplicità delle loro passioni,
alcune condivise, altre meno: mai la monda-nità, mai le complicazioni cui obbliga la ric-chezza; ogni mattina anche d’inverno i tuffi
nella piccola piscina in giardino, poi l’opera e l calcio, i viaggi e il tennis, la raccolta di fun-ghi porcini da surgelare per tutto l’anno e la
casa sempre aperta, soprattutto agli amici
della giovinezza, ai complici del tifo sportivo,
ai compagni di nuoto, di camminate, di cor-sa, con Tai che ha continuato a vincere anche
le gare di atletica master, riservate agli ul-traottantenni.
Ottavio Missoni era autoironico, non gli
piaceva parlare di sé, agli amici chiedeva
qualche sapienza da condividere, come il
parlare di sport, leggeva e sapeva molto, però
fingendosi pigro, disimpegnato, comunque
sempre soggiogato dall’operosità risolutiva
di Rosita. È stato sino all’ultimo molto bello
e prestante, dimenticandosene sempre, co-me fosse un fastidio, si è sempre vestito solo
Missoni, mischiando con audacia capi ap-parentemente inconciliabili e che invece su
di lui creavano una virile armonia. Poi ci fu la
volta in cui dovette andare al Quirinale, e lì
camicia e giacca di maglia non erano con-sentiti: «Lo smoking era alieno nella nostra
vita, però quella volta era indispensabile,
l’ho comprato da Armani e l’ho messo una
volta sola».
Pareva la sua una di quelle vite fortunate
in cui invecchiare non impedisce di conti-nuare a godere di tutto, come sempre: poi la
tragedia piombata sui suoi 92 anni ancora
forti, quel piccolo aereo scomparso in Ve-nezuela in gennaio, con il primogenito Vit-torio e sua moglie. Tutta la famiglia, Rosita,
gli altri due figli, Angela e Luca, i nipoti, gli
amici, da tanti indizi preziosi, raggiungen-do più volte quel paese, hanno continuato
ad essere certi, serenamente, coraggiosa-mente, che siano ancora vivi: forse il pa-triarca Missoni è stato meno fiducioso, e si
è perduto


l patriarca gentile

GIANNI MURA

D
AL 4 gennaio era come
gli fosse caduta addos-so una montagna. Da
quando il piccolo aereo con a
bordo il figlio Vittorio, la sua
compagna e due amici, era
scomparso.S
vanito forse nel mare del Venezuela, for-se no. Non era il primo caso. Vittorio, il più
simile al padre nel fisico e nel piacere del-la competizione. Senza certezze di vita né
di morte, un colpo durissimo. E Ottavio Missoni
non voleva parlarne con nessuno. Nemmeno
con gli amici, che erano tanti.
Qualcuno era a pranzo a Sumirago, domenica.
Gianni Clerici, Piero Ostellino, l’ex ministro Ro-gnoni. «Sorpresa, oggi Tai s’è pettinato», aveva
detto sorridendo Rosita. Sessant’anni di matri-monio. Sul muro, il foulard originale stampato
dagli organizzatori delle Olimpiadi di Londra,
con tutti i risultati della finali. “6. Missoni, Ita”, si
legge, bianco su nero. «Te son rivà ultimo», com-mentò Missoni padre, uomo di mare con radici
friulane e, più lontane, bretoni. La madre era una
bellissima nobildonna dalmata. Il gusto della li-bertà e dell’indipendenza Ottavio lo respirò in
casa, a Ragusa oggi Dubrovnik, a Zara, a Trieste.
L’accento triestino gli era rimasto.
Ultimo, con finale a sei, ma dopo quattro anni
ospite di sua maestà britannica, come amava di-re. Cioè in un campo di prigionia, in Egitto, dove
organizzava partite di pallavolo e dove divenne
amico di Carletto Colombo, regista teatrale mi-lanese. L’amicizia era una componente impor-tante nella vita di Missoni. Alla tavola di Sumira-go le mogli erano gradite, anche domenica scor-sa, ma al Club del Giovedì, fondato con Gianni
Brera, erano ammesse solo una volta, alla vigilia
di Natale. Poco prima di morire Brera aveva ab-bozzato il progetto di un libro sul suo amico Tai.
L’aveva visto correre in pista all’Arena, prima
della guerra, ed era rimasto incantato dallo stile.
È vero che si era pettinato. Dopo essersi fatto
dimettere dall’ospedale di Varese, minacciando
di strappare tutti quei cosi che aveva addosso,
era andato a controllare i fiori. Un’altra delle sue
passioni. Sapeva tutto di mughetti, tulipani, or-chidee ma anche aceri e betulle. Non il nome la-tino, ma dove metterli a dimora, quando semi-nare, quando scegliere l’ombra o il sole. Era ma-grissimo, negli ultimi mesi, e si capiva che fatica-va a muoversi e s’intuiva quanto dovesse pesar-gli, perché il suo corpo raramente l’aveva tradi-to. Fino a pochi anni fa gareggiava tra i Masters,
prima gli under 80, poi under 90. Aveva vinto me-daglie col salto in alto, poi col giavellotto, poi col
getto del peso, che chiamava «la bala». Sdram-matizzare sempre e comunque. Lo spirito era ri-masto.
«Tu dove hai studiato?», gli chiese a un certo
punto l’ex ministro Rognoni. «Verbo sbagliato,
chiedimi piuttosto dov’ero iscritto a scuola».
Missoni ha passato la vita cercando di convince-re sul fatto che non avesse mai lavorato sul serio.
Nel primo dopoguerra, quando a Milano arro-tondava facendo l’attore nei fotoromanzi, un
amico gli propose di accompagnarlo in Australia, perché là c’era lavoro sicuro, rispose: «In Val
Padana nessuno è mai morto di fame, andare fi-no in Australia per lavorare mi sembra una mo-nata». Era quasi stupito, nel ’93, quando lo no-minarono Cavaliere del Lavoro. «Dovevano no-minare la Rosita, che è riuscita a far lavorare uno
come me».
Il lavoro, all’inizio erano tute, in uno scantina-to di Gallarate. Nell’ambiente dello sport aveva
amici (Rubini, Oberweger). E molti altri ne
avrebbe incontrati. Ermanno Olmi, Lea Massari,
Walter Chiari, Enzo Biagi con cui cantava arie di
operette, Enzo Bettiza, Mario Fossati, Fulvio
Scaparro, il chirurgo Dioguardi. Si definiva «ro-manticamente anarchico», leggeva molti quoti-diani e molti libri. «Bella cosa la lettura, con po-chi soldi passi una serata o due col signor Voltai-re».
Non sopportava cravatte e cerimoniali. Era a
suo agio nella casetta sulle Isole del Diavolo,
quando parlava coi vecchi pescatori, Barba Pero,
Barba Toni, quando giocava a tressette sulla bar-ca, che non era uno yacht ma una panciuta, vec-chia imbarcazione nata per trasportare vino e
olio. Base Spalato, capitano Ivo Tomic, equipag-gio sua moglie Domina, ottima cuoca. Su quella
barca si poteva capire cosa significa non mon-tarsi la testa. Spesa ai mercatini (pecorino di Pa-go, grappa di albicocche), insalate di patate e ci-polle, spaghetti coi ricci appena tirati su, grandi
zuppe e frittate, pomodori dolci come frutti e una
diffusa sensazione di serenità.
Oggi gli stilisti sono tanti. Negli anni ’70, quan-do partì il loro volo, i Missoni rappresentavano il
made in Italy sullo stesso piano di Agnelli, Fellini
e Ferrari. Ottavio alla parola stilista si ribellava:
«Per vestir male non è indispensabile seguire la
moda, ma aiuta». Oppure la buttava sul parados-so: «Sti peruani, xé tremila anni che i me copia».
Lui e Rosita non erano il braccio e la mente, ma
due braccia e due menti, ognuno nel suo campo.
Altrimenti non avrebbero fatto tanto strada in-sieme, tra quotidianità e celebrità. Chi ha fatto un
po’ di strada con loro sa che Ottavio ha vissuto co-me ha voluto ed è anche morto quando ha volu-to. Al geniale e profondo dispensatore di uma-nità, al filosofo e all’atleta sia lieve la terra.