E
mile era già morto, in un
certo senso. Soffriva di
demenza, ti parlava e si
addormentava. «Colpa
delle pillole». Campava male, in
povertà. Gli piaceva sempre be-re e scherzare con i camerieri.
Non si nascondeva. Era e restava
un pugile: al collo portava una
catena con il guantone d’oro, al-le dita anelli con la cintura mon-diale, in testa un basco di pelle
nera. Viveva a Hempstead, Long
Island, dove è morto a 75 anni, in
ospedale. C’era un ragazzo, Luis,
adottato, che lo assisteva. La
pensione era di appena 300 dol-lari. Non ricordava molto, forse
non voleva. Però con la voce che
faceva le fusa diceva: «Nessuno
ha il diritto di offendermi, io da-vanti a certe parole reagisco da
bestia. Sì vado ancora nei bar
gay, e allora?». Gli bastava per di-re che era gay, ma anche un pu-gile. L’avevano pestato così tan-to in strada, alla Pasolini, che a
Nino Benvenuti venne voglia di
rimettersi i guantoni e di partire
per New York per vendicarlo. Si
volevano bene, i tre incontri de-gli anni sessanta quando i pugili
erano ancora re, li avevano resi
amici. Nulla affratella di più del
dolore della carne. Una vita non
facile quella di Griffith. Nel ‘62 al
Madison Square Garden, mon-diale welter, Emile salì al peso in
mutande e calzini. Il suo avver-sario Benny “Kid” Paret, gli si
strofinò contro, gli afferrò il culo,
e fece il gesto. «Ehi, frocio, stase-ra mi faccio te e tuo marito». Sei
mesi prima Paret aveva osato di-re la parola: «Maricon». La stam-pa fece finta di non aver sentito.
Paret vinse quel match ai punti,
dopo una decisione contrastata,
e si riprese il titolo dei welter da
Griffith. Era il loro terzo incon-tro. Nel ‘62 i gay ufficiali in Ame-rica erano tre: Allen Ginsberg, Ja-mes Baldwin, Gore Vidal. Tutti e
tre scrittori. Paret, 25 anni, era
cubano, un tagliatore di canna
da zucchero, al suo ultimo in-contro. Griffith, 24 anni, veniva
dalle Isole Vergini, e non aveva
mai desiderato salire sul ring. La-vorava in una fabbrica di cappel-li sulla 39esima West e in una tor-rida estate aveva chiesto di po-tersi togliere la maglia. Il pro-prietario, ex pugile, vide quello
che c’era sotto: vita sottile, spal-le poderose. Anzi: «Un torace
che fa per sei». Due mesi dopo il
ragazzo era in finale nei Golden
Gloves. Era dolce, ma se qualco-sa gli bruciava dentro, era capa-ce di reagire. Non gli piaceva es-sere insultato: il padre se ne era
andato presto da casa, la madre
si era trasferita a fare la cuoca a
Porto Rico, i fratelli erano sparsi
qua e là, in adozione, lui era cre-sciuto all’orfanatrofio. Ma in pa-lestra sussurravano: quella voci-na così stridula, quei canti, quei
pantaloncini attillati, quella pas-sione per i cappelli da donna. E
poi quei maschi latini che lo se-guivano sempre, quei ragazzini
a cui prestava la macchina. Alla
12esima ripresa Griffith sor-prende Paret con un destro cor-to. Il cubano crolla, senza difesa.
Emile spara uppercut a ripeti-zione: frocio a chi? L’arbitro la-scia fare, non è il primo regola-mento di conti sul ring. In sei se-condi Paret para con la testa 18
pugni, poi ne arrivano altri 29,
sventole che staccano il cervello.
L’arbitro ferma Griffith. Per mol-ti è un omicidio a sfondo sessua-le. Paret lascia in barella: è in co-UNITI
A sinistra uno
dei match fra
Griffith e
Benvenuti:
Emile è poi
stato padrino
di uno dei
figli del
pugile
italiano, che
lo ha aiutato
negli ultimi
anni della
sua vita
TRE GIGANTI
Emile Griffith
insieme a Joe
Frazier
(a sinistra)
e Buster Mathis
a New York
Nel 1962 una resa
dei conti sul ring
con Benny Paret
che lo aveva
chiamato “frocio”
R2CRONACA
@
la Repubblica
ma. Morirà dieci giorni dopo.
Griffith torna sul ring 16 settima-ne dopo contro Ralph Dupas.
Vince in 15 round, ma esita.
«Non voglio più fare male». Spie-gava la sua diversità: «Ero nero,
pugile, ambiguo. A quei tempi
per l’America eravamo tutti mo-stri, la polizia ci picchiava per la
strada. Io mi sentivo effeminato
nel cuore». Quando nel ‘63 Hur-ricane Carter (quello della can-zone di Dylan) lo mette ko al pri-mo round, lui giulivo, augura a
tutti: «Buon Natale». Emile cerca
libertà nei bar sull’Ottava strada,
ma è sempre capace di correre
cinque miglia sulle colline di
Catskill e di combattere: batte
Louis Rodriguez, vince il mon-diale welter, sale di categoria,
strappa il titolo dei medi a Dick
Tiger, lo difende due volte contro
Joey Archer, lo perde contro Ni-no Benvenuti, lo riprende, lo ri-perde. «Con Nino ho avuto un
rapporto ottimo, sono anche pa-drino di suo figlio». Quei tre mat-ch di Benvenuti, quelle sveglie
all’alba, fanno scoprire all’Italia
il tifo per la boxe. Nino, faccia da
yankee, diventa ancora più bello
e famoso. Griffith nel ‘71 a Saint
Thomas, scopre una ragazza di
24 anni che balla bene. La sposa
e due anni dopo divorzia. Lei
confessa che non c’era stato con-sumo: «Diceva che il sesso intral-ciava il suo lavoro». Nel ‘77 Emi-le si ritira: ha 39 anni, 112 incon-tri alle spalle, ha lottato contro
Monzon, Napoles, Minter. È il re
del Madison Square Garden con
26 match, e ha un altro record: 51
round mondiali più di Sugar Ray
Robinson e 69 più di Ali. È stato
cinque volte campione del mon-do. Nel ‘92 all’uscita di un bar gay
nel Westside, una banda lo ag-gredisce, lo picchia e lo deruba.
«Mi tiravano calci con gli stivali,
mi colpivano con le mazze da ba-seball». Emile è conciato male,
perde un rene, va in dialisi, rime-dia un’infezione al midollo. Due
mesi in ospedale, nessuna inda-gine. Pochi anni fa era venuto in
Italia, Nino lo aveva abbracciato
e aiutato. Ma su certi ring bastar-di non c’è niente da fare. Emile è
morto da pugile: solo
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