lunedì 23 settembre 2013

Griffith

E
mile era già morto, in un
certo senso. Soffriva di
demenza, ti parlava e si
addormentava. «Colpa
delle pillole». Campava male, in
povertà. Gli piaceva sempre be-re e scherzare con i camerieri.
Non si nascondeva. Era e restava
un pugile: al collo portava una
catena con il guantone d’oro, al-le dita anelli con la cintura mon-diale, in testa un basco di pelle
nera. Viveva a Hempstead, Long
Island, dove è morto a 75 anni, in
ospedale. C’era un ragazzo, Luis,
adottato, che lo assisteva. La
pensione era di appena 300 dol-lari. Non ricordava molto, forse
non voleva. Però con la voce che
faceva le fusa diceva: «Nessuno
ha il diritto di offendermi, io da-vanti a certe parole reagisco da
bestia. Sì vado ancora nei bar
gay, e allora?». Gli bastava per di-re che era gay, ma anche un pu-gile. L’avevano pestato così tan-to in strada, alla Pasolini, che a
Nino Benvenuti venne voglia di
rimettersi i guantoni e di partire
per New York per vendicarlo. Si
volevano bene, i tre incontri de-gli anni sessanta quando i pugili
erano ancora re, li avevano resi
amici. Nulla affratella di più del
dolore della carne. Una vita non
facile quella di Griffith. Nel ‘62 al
Madison Square Garden, mon-diale welter, Emile salì al peso in
mutande e calzini. Il suo avver-sario Benny “Kid” Paret, gli si
strofinò contro, gli afferrò il culo,
e fece il gesto. «Ehi, frocio, stase-ra mi faccio te e tuo marito». Sei
mesi prima Paret aveva osato di-re la parola: «Maricon». La stam-pa fece finta di non aver sentito.
Paret vinse quel match ai punti,
dopo una decisione contrastata,
e si riprese il titolo dei welter da
Griffith. Era il loro terzo incon-tro. Nel ‘62 i gay ufficiali in Ame-rica erano tre: Allen Ginsberg, Ja-mes Baldwin, Gore Vidal. Tutti e
tre scrittori. Paret, 25 anni, era
cubano, un tagliatore di canna
da zucchero, al suo ultimo in-contro. Griffith, 24 anni, veniva
dalle Isole Vergini, e non aveva
mai desiderato salire sul ring. La-vorava in una fabbrica di cappel-li sulla 39esima West e in una tor-rida estate aveva chiesto di po-tersi togliere la maglia. Il pro-prietario, ex pugile, vide quello
che c’era sotto: vita sottile, spal-le poderose. Anzi: «Un torace
che fa per sei». Due mesi dopo il
ragazzo era in finale nei Golden
Gloves. Era dolce, ma se qualco-sa gli bruciava dentro, era capa-ce di reagire. Non gli piaceva es-sere insultato: il padre se ne era
andato presto da casa, la madre
si era trasferita a fare la cuoca a
Porto Rico, i fratelli erano sparsi
qua e là, in adozione, lui era cre-sciuto all’orfanatrofio. Ma in pa-lestra sussurravano: quella voci-na così stridula, quei canti, quei
pantaloncini attillati, quella pas-sione per i cappelli da donna. E
poi quei maschi latini che lo se-guivano sempre, quei ragazzini
a cui prestava la macchina. Alla
12esima ripresa Griffith sor-prende Paret con un destro cor-to. Il cubano crolla, senza difesa.
Emile spara uppercut a ripeti-zione: frocio a chi? L’arbitro la-scia fare, non è il primo regola-mento di conti sul ring. In sei se-condi Paret para con la testa 18
pugni, poi ne arrivano altri 29,
sventole che staccano il cervello.
L’arbitro ferma Griffith. Per mol-ti è un omicidio a sfondo sessua-le. Paret lascia in barella: è in co-UNITI
A sinistra uno
dei match fra
Griffith e
Benvenuti:
Emile è poi
stato padrino
di uno dei
figli del
pugile
italiano, che
lo ha aiutato
negli ultimi
anni della
sua vita
TRE GIGANTI
Emile Griffith
insieme a Joe
Frazier
(a sinistra)
e Buster Mathis
a New York
Nel 1962 una resa
dei conti sul ring
con Benny Paret
che lo aveva
chiamato “frocio”
R2CRONACA
@
la Repubblica
ma. Morirà dieci giorni dopo.
Griffith torna sul ring 16 settima-ne dopo contro Ralph Dupas.
Vince in 15 round, ma esita.
«Non voglio più fare male». Spie-gava la sua diversità: «Ero nero,
pugile, ambiguo. A quei tempi
per l’America eravamo tutti mo-stri, la polizia ci picchiava per la
strada. Io mi sentivo effeminato
nel cuore». Quando nel ‘63 Hur-ricane Carter (quello della can-zone di Dylan) lo mette ko al pri-mo round, lui giulivo, augura a
tutti: «Buon Natale». Emile cerca
libertà nei bar sull’Ottava strada,
ma è sempre capace di correre
cinque miglia sulle colline di
Catskill e di combattere: batte
Louis Rodriguez, vince il mon-diale welter, sale di categoria,
strappa il titolo dei medi a Dick
Tiger, lo difende due volte contro
Joey Archer, lo perde contro Ni-no Benvenuti, lo riprende, lo ri-perde. «Con Nino ho avuto un
rapporto ottimo, sono anche pa-drino di suo figlio». Quei tre mat-ch di Benvenuti, quelle sveglie
all’alba, fanno scoprire all’Italia
il tifo per la boxe. Nino, faccia da
yankee, diventa ancora più bello
e famoso. Griffith nel ‘71 a Saint
Thomas, scopre una ragazza di
24 anni che balla bene. La sposa
e due anni dopo divorzia. Lei
confessa che non c’era stato con-sumo: «Diceva che il sesso intral-ciava il suo lavoro». Nel ‘77 Emi-le si ritira: ha 39 anni, 112 incon-tri alle spalle, ha lottato contro
Monzon, Napoles, Minter. È il re
del Madison Square Garden con
26 match, e ha un altro record: 51
round mondiali più di Sugar Ray
Robinson e 69 più di Ali. È stato
cinque volte campione del mon-do. Nel ‘92 all’uscita di un bar gay
nel Westside, una banda lo ag-gredisce, lo picchia e lo deruba.
«Mi tiravano calci con gli stivali,
mi colpivano con le mazze da ba-seball». Emile è conciato male,
perde un rene, va in dialisi, rime-dia un’infezione al midollo. Due
mesi in ospedale, nessuna inda-gine. Pochi anni fa era venuto in
Italia, Nino lo aveva abbracciato
e aiutato. Ma su certi ring bastar-di non c’è niente da fare. Emile è
morto da pugile: solo

Via della Seta

A
zamat Kulyenov, 26
anni, spinge l’accele-ratore e il treno merci
da 1800 tonnellate,
lungo quasi 800 me-tri, si mette in marcia verso ovest,
percorrendo le distese erbose del
Kazakhstan orientale e lasciando-si alle spalle la frontiera cinese.
Percorre la rotta della favolosa
Via della Seta, l’antica strada che
collegava Cina ed Europa ed era
usata per trasportare spezie, pietre
preziose e la seta, prima di cadere
in disuso sei secoli fa. Oggi la linea
ferroviaria via terra è stata ripresa
per un carico prezioso: svariati mi-lioni di computer, laptop e acces-sori prodotti in Cina e diretti ai con-sumatori di Londra, Parigi, Berlino
e Roma.
La Hewlett-Packard, azienda
elettronica della Silicon Valley, è
stata una delle prime a rimettere in
uso la rotta famosa in Occidente
sin dall’Impero romano. Negli ulti-mi due anni ha spedito laptop e ac-cessori alle grandi catene di nego-zi dell’Europa con una frequenza
in costante aumento a bordo di tre-ni espresso che attraversano l’Asia
centrale a 80 chilometri l’ora. Il pri-mo esperimento risale ai mesi esti-vi, ma adesso HP
spedisce treni
lungo la ferrovia
di 11.265 chilo-metri almeno
una volta a setti-mana, e fino a tre
quando la do-manda aumen-ta.
Anche se que-sto collegamen-to è solo una mi-nima parte delle
spedizioni dei
produttori dalla
Cina all’Europa,
altre aziende se-guono l’esem-pio. Le autorità
cinesi hanno ap-pena annuncia-to il primo di sei
lunghi treni
merci in parten-za quest’anno
da Zhengzhou
ad Amburgo, in
Germania, se-guendo lo stesso
tragitto attra-verso Cina occi-dentale, Ka-zakhstan, Rus-sia, Bielorussia e
Polonia. Dicono
inoltre di aver
programmato la
partenza di 50
treni lungo que-sta tratta per il
prossimo anno.
Trasporteranno
merci di un valo-re pari a un mi-liardo di dollari.
Il primo treno,
questo mese,
dovrebbe tra-sportare pneumatici, scarpe, arti-coli di abbigliamento per un valo-re di 1,5 milioni di dollari, e tornerà
indietro con oggetti elettronici te-deschi, apparecchiature per l’edi-lizia, componenti per auto e attrez-zature mediche.
Il 20 giugno il corriere interna-zionale DHL ha annunciato di aver
iniziato un servizio di treni merci
espresso settimanali, in partenza
da Chendu, nella Cina occidenta-le, attraverso il Kazakhstan e con destinazione Polonia.
Spedire le merci dalle fabbriche
dell’interno ai porti di Shenzhen o
Shanghai sulla costa e poi per nave
attorno l’India e attraverso il Cana-le di Suez richiede cinque settima-ne. Il treno che percorre la Via del-la Seta taglia i tempi di spedizione
dalla Cina occidentale a tre setti-mane. La rotta via mare è più eco-nomica del 25 per cento, ma i costi
del tempo in più che si impiega si
fanno sentire.
Negli ultimi anni, Chongqing si
è affermata come hub industriale
della Cina occidentale, attirando
varie multinazionali, tra le quali il
colosso della chimica Basf e la Ford
Motor Company. HP è stata tra le
prime aziende a spostare la produ-zione a ovest di Shanghai, quattro
anni fa. Adesso i suoi fornitori dan-no lavoro a 80mila operai, e fabbri-cano 20 milioni di laptop e 15 mi-lioni di stampanti l’anno.
La città ha costruito una pista di
atterraggio in più nel suo aeropor-to, lunga a sufficienza da poter ac-cogliere i cargo jet Boeing 747. Le
spedizioni aeree per l’Europa im-piegano soltanto una settimana.
Ma il persistere degli aumenti del
petrolio ha reso una sfida questo ti-po di spedizione. E così HP ha de-ciso di spedire i suoi prodotti in Oc-cidente via terra, attraverso il Ka-zakhstan.
Il presidente kazako Nursultan
A. Nazarbayev ha incoraggiato
questa idea e nel dicembre scorso ha invitato il suo paese a migliora-re la rete ferroviaria. Il paese, che
ha già 14mila chilometri di ferro-vie, sta realizzando altre linee ai
confini con la Cina a est e con il
Turkmenistan a sud. L’iniziativa
ha messo in moto la concorrenza
nella regione. Il 21 giugno il presi-dente russo Vladimir Putin ha an-nunciato un piano da 43 milioni di
dollari per realizzare un’infra-struttura dedicata a migliorare i
trasporti ferroviari con la Cina,
puntando sulla linea transiberia-na.
Sul treno guidato da Kulyenov,
gli operai hanno caricato i laptop
finiti su 43 speciali container blu
scuri progettati da HP. In altri sette
container sono stati caricati i mo-nitor. Tutti sono stati sigillati con
una serie di serrature, caricati sui
vagoni alla stazione merci di
Chongqing e partiti dalla stazione
il 14 giugno. Il treno ha raggiunto
con puntualità Dzungarian Gate.
Lì le autorità doganali cinesi hanno
aperto i documenti sigillati. Per un
container c’era qualcosa che non
andava. Dai docu-menti risultava che il
peso era di 10.135 chi-li, ma la bilancia ne ha
accertati 10.153. Il
treno è rimasto fermo
per ben 26 ore.
Ma questi ritardi
sono insoliti: i mana-ger di HP dicono che
fino ad allora mo-mento il ritardo più
lungo era stato di die-ci ore.
Una volta risolto il
problema delle cifre
scambiate, il treno è
ripartito e ha attra-versato il Kazakh-stan.
Al confine tra Bie-lorussia e Polonia, i
container sono stati
spostati su vagoni piatti a scarta-mento ridotto. Mentre 41 vagoni
proseguono attraverso l’Europa,
altri 9 devono attendere un’altra
locomotiva, perché altrimenti il
treno supererebbe per lunghezza i
regolamenti sui treni merci. Il pri-mo treno raggiunge Duisburg in
Germania, il 3 luglio, 19 giorni do-po che i container hanno lasciato
Chongqing. I camion nell’arco di
una sola notte portano alla desti-nazione finale i container, nel cen-tro europeo di distribuzione di HP,
a Oostrum, nei Paesi Bassi.
Tutti i 50 container raggiungono
questo centro in 21 giorni. Il Ka-zakhstan prevede che il traffico
merci crescerà a 7,5 milioni di con-tainer da 12 metri entro il 2020, dai
2500 trasportati l’anno scorso dal-la Cina occidentale all’Europa.
Prophet, vice presidente di HP,
dice l’azienda pianifica ulteriori
spedizioni. La decisione di
Zhengzhou e di DHL di offrire un
servizio ferroviario di trasporto
merci attraverso il Kazakhstan, e il
lungo elenco di aziende che sta
passando al trasporto merci su ro-taia, lascia intuire che molte so-cietà condividono le idee di HP se-condo le quali la Via della Seta è tor-nata a essere una strada commer-ciale praticabile.
(Copyright New York Times - La
Repubblica. Traduzione di Anna
Bissanti)