lla fine, al prode
Andreas rimasto
senza un soldo,
han proposto di
lavare i cessi. Nella prima vita
di “motoretta” Brehme, quella degli scudetti e dei rigori
utili ad alzare la Coppa del
Mondo davanti a un Maradona furibondo, nessun ex
collega di turno, nessun Oliver Straube si sarebbe permesso di rispondere all’a ppello di Franz Beckenbauer
(“dobbiamo aiutare Brehme,
abbiamo il dovere di restituirgli qualcosa di ciò che ha
dato al calcio tedesco”) offrendo un lavoro al reprobo
con la scusa di fargli la morale: “Siamo disposti a impiegare Brehme nella nostra impresa di pulizie. Potrà lavare i
bagni e sanitari così si renderà conto davvero cosa significa lavorare e qual è la vera vita”.
L’O R I Z ZO N T E cambia, i temporali arrivano e nel fango del
dio pallone impantanarsi è facile. C’è chi si sporca le mani e
tira avanti reinventandosi e
chi affonda nelle sabbie mobili. Roberto Tavola, ex centrocampista della Juventus,
consegna i giornali a edicole e
supermercati osservando l’al -ba. Un altro Dimas passato
nella Torino recentemente scudettata, Manuel, vende fiori. Fabio Macellari, ex Inter,
canta a tempo perso e fa il taglialegna Fra n co
B e r ga m a s c h i , ex Verona e Milan, diede il resto
come casellante sulla A4 e un Kova c i c meno
fortunato del coevo assunto da Erik Thohir,
un altro croato già assunto a suo tempo da
Gino Corioni per illuminare il Brescia, zappa
terra a due passi da casa.
Per altri, quelli che al fischio finale, svuotato lo
stadio da adoratori e questuanti, a fare i conti
con la nuova condizione non ce l’hanno fatta,
infortuni, depressione, droga, alcool, marginalità, lutti sofferti e tanti suicidi come quello
dei due portieri tedeschi, E n ke e Biermann. Il
delitto di un altro ex ragazzo di Germania
Brehme, senza un mestiere
stabile dal 2006, è aver depauperato ogni cosa. Soldi, gloria
e rispetto per se stesso. Da
Garrincha a G a s co i g n e , accadde a stuoli di campioni. Il terzino che spazzava l’area di
una splendida Inter trapattoniana lasciando la polvere di
stelle agli avversari, è solo l’ul -tima meteora di una lunga serie di calciatori incapace di
venire a patti col destino. Storie di tutti i tipi. Derive mistiche come quelle di Totò Rondon e Ta r i b o
We st e in mancanza di misericordia, ravvedimento o peggio pentimento, finali di partita
simili. C’è chi come Jorge Cadete, ex nazionale
portoghese ed ex idolo del Celtic Glasgow
transitato anche nel Brescia, si mette in mano
ai
mediatori finanziari, perde tutto ed è costretto a sopravvivere con il
sussidio di povertà: “Dei 4 milioni di euro guadagnati in
carriera non ho più niente. Ho investito, ma
non è andata bene. Avevo attorno a me gente
che non ha agito onestamente. Nel momento
in cui smetti di giocare, tutto cambia: gli agenti
smettono di chiamarti, non sei più nessuno. A
volte sento ex atleti che dicono di avere un
sacco di amici nel calcio: è una bugia, quando
lasci, nessuno vuole più saperne di te”. Ec’è
chi come Maurizio Schillaci, una quarantina di
presenze in serie B, Zdenek Zeman come allenatore: “Mi adorava”, da anni ancheggia ai
bordi di Palermo dormendo dove capita, di
preferenza alla Stazione. Schillaci (cugino del
diavolo di Italia ’90, in una famiglia senza pace
che ieri al Cep, in una sparatoria, ha visto tra i
feriti anche la zia di Totò) era forte.
GLI
FECERO male in campo. Lo curarono peggio fuori. Maurizio provava a
ripartire e regolarmente si fermava. “’U malato immaginario”, inseguito
dalle cattiverie, si perse definitivamente dopo una cessione alla Juve
Stabia. Cocaina. Eroina. A S i c i l i a i n fo r m a z i o n i .co m ,
nel 2013, raccontò senza filtri la discesa
nell’abisso: “Il mio declino è stato velocissimo
e ora mi ritrovo per strada. Come si vive? La
prendo quasi a ridere, mi diverto, sdrammatizzo, cerco di farcela”. Schillaci, Cadete e gli
ex imperatori decaduti. Ieri come oggi. Adria -no costretto a mettere in vendita la sua villa nel
2014
è parente stretto del George Best in bianco e nero che sperpera e poi
ad un tratto muore. Al sosia dell’attore Woody Harrelson, Andreas
Brehme, difensore che nell’attacco ritrovava il suo cinema preferito,
resta ancora
l’ultimo spettacolo. Prima che si spengano le
luci. Prima che sia notte.
mercoledì 15 ottobre 2014
Dino Zoff “La dura vita del por tiere: distr uggere i colpi di genio” Campione del Mondo TRA I PALI FINO A 42 ANNI Portiere, allenatore, dirigente Dino Zoff ha giocato 570 partite in serie A tra il 1961 e il 1983 con le maglie di Udinese (4), Mantova (93), Napoli (143) e Juventus (330), con cui ha vinto sei scudetti e una coppa Uefa. 112 presenze in Nazionale Campione del Mondo 1982 Ansa
S e il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era:
“A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse
puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò
il guado a tempo debito confessa che avrebbe
avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se
mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco
le persone che comandano il gioco e loro sanno
perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così
alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi
sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non
avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria
e centinaia di presenze in serie A tra Udine,
Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano
la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama
soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è
finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff
salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte
importante, forse la migliore della mia vita, si
chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”. Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano “Nembo Kid”. Il supereroe razionale
che a diecimila metri ballava con Pertini tra le
insidie dello scopone scientifico non ha mai
truccato il mazzo delle carte. Quando risponde,
pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il
ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando
una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di
quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex
portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo
sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto,
devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’”
e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi
sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià,
con la gente che sembra che ti cada addosso,
gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che
sembra un fotogramma di Cartier-Bresson. In
Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade
Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e
Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e
delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per
maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al
sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il
padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra
della svastica: “Un uomo libero, un contadino di
vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di
casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena
Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche
L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era
un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano
dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo
stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide
che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano,
in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i
baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in
silenzio”.
La sua condizione preferita.
Da calciatore mi trattenevo perché del mondo
che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e
così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.
Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dic h i a ra z i o n i ste .
Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà.
Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui,
poi, diventavo pazzo.
Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ ex della Fiorentina che all’ estro e alle stranezze doveva anche il
s o p ra n n o m e .
L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una
corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi
mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare
l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara,
nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a
stringere la mano.
Dav ve ro?
Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore
che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.
Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta
tanta...
Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non
c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è
cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali
mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi
neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone
di esecuzione.
Lei qualche Madonna
la tirava?
Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche
a me. Siamo esseri
umani.
Di umanità varia si nutriva anche Sivori.
Omar era un mostro di
simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si
considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di
commemorazioni indebite, lo infilzava:
“Omar, ti ricordi di
quella partita che giocammo insieme?”.E
lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri i campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li
ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar
nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.
A volte gli artisti si perdevano.
E vedere l’autodistruzione del talento era uno
strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A
Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori
l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne,
di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente
orfano.
Episodi?
Si presentava spesso
ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si
pentiva: “Io vincio
niente, io no buono” e
poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso
e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui
andavamo con la
squadra: “Mister, ho
saputo che mi ha convocato, eccomi qui,
non ho fatto in tempo
a vestirmi”. Era nudo.
Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e
poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da
chi voleva calmarlo, s sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima
fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male,
mi dispiace molto.
Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia,
divise l’ esperienza del Mondiale 1974 in Germania.
Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a
Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non
era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in
una sede terza per una seduta psicanalitica di
gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo
vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non
era neanche strano che accadesse quel che poi
accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo
conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un c dottiero, un trascinatore straordinario e
nient’affatto stupido che si dilettava con pistole,
immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera,
mentre in Italia montava una polemica politica
sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino
dell’hotel. Dormiva sotto un albero.
In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità,
le fece gol un carneade di Haiti.
Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo
da un biennio magico, N ewswe e k mi aveva dedicato persino la copertina.
“The world’ s best”. Senza necessità di traduzione.
Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non
ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre:
“Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo
diritto viene a mancare per costituzione”.
T ra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la
scortavano c’ era il potersela giocare alla pari con
lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon.
Tutti secondi. Gregari per l’ e te r n i t à .
A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime
persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente
autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un
sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca
di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di
spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.
Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.
Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.
Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.
Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo,
era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati
all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi
nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di
allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava
in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In
seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito
non mi ha mai convinto. Amo vedere
le cose da più prospettive e credo in
una sola politica. Quella dei piccoli
gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla
dignità di un popolo. La politica
del fare le cose come Dio comanda.
Una delle grandi passioni dell’ Av -vocato Agnelli, un signore che la
politica la conobbe da vicino, era
proprio il calcio.
Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava
illudendosi che avessi chissà quali
competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale.
Era di una distaccata eleganza, non
urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria,
durante i festeggiamenti per l’inatteso
scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta
calcio e totalmente trasfigurati dalla passione,
Agnelli custodiva un suo ironico contegno.
I ro n i co?
Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una
volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar
Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato
si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”.
Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età
giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in
spaventose puttanate”.
L’ Avvocato telefonava anche a lei?
Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le
otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere
che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto.
Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.
Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’ anni torinesi,
finì anche la sua storia juventina.
Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era
la prima volta che ci andavo e rimase anche
l’unica. Parlammo in generale della squadra e
poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando.
Scendendo dalla collina mi resi conto di essere
arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e
non si chiudeva nel modo migliore. In qualche
modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo,
era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata
all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.
Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi,
ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si
tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e
coppa Uefa.
Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o
qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci
tondo non muori quadro. Non puoi decidere di
snaturarti. Di essere altro da quel che sei.
Prima del dolore per lo strappo con la Juventus,
mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte
di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.
Era così puro, educato e sincero che all’inizio
pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano
era proprio così. Sereno, coraggioso, buono.
Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso
nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La
notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la
passammo nella nostra stanza. Una cena parca,
una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci
somigliava.
Zeman le somiglia?
Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non
eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un
difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo
qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella
divisione dei ruoli.
Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il
pessimo Mondiale brasiliano.
Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e
un’assunzione di responsabilità collettiva che
non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il
plurale. Non più l’io, ma il noi.
De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro
reazione qualcuno ha scorto una dura critica a
B a l o te l l i .
Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare
da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti
esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non
ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un
passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva
giocato un pessimo torneo anche lui.
Certe competizioni segnano. Ricorda l’E u ro p e o
del 2000?
Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi.
Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di
Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in
pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul
banco degli imputati.
Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non
ge n t i l i .
Disse che ero stato indegno e mi ero comportato
come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una
notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia
l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non
l’ho capito.
“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor
B e r l u s co n i ” disse. Le sue dimissioni colpirono
l’ opinione pubblica.
Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia,
rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi
sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo
momento hai preso una decisione, significa che
fare altrimenti ti risultava insopportabile.
Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”,
un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.
E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero
esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono
certo che sapesse che al telefono non c’era il vero
Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne
accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito
la mattina non fumo”).
Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?
E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri
profondi e malinconici come Guccini e il suo
omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante.
Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine
chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce.
Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.
Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un
attimo, la gloria” però scrive che la sua partita
l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?
In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla,
forse proprio del tutto non l’ho pers
“A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse
puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò
il guado a tempo debito confessa che avrebbe
avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se
mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco
le persone che comandano il gioco e loro sanno
perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così
alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi
sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non
avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria
e centinaia di presenze in serie A tra Udine,
Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano
la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama
soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è
finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff
salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte
importante, forse la migliore della mia vita, si
chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”. Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano “Nembo Kid”. Il supereroe razionale
che a diecimila metri ballava con Pertini tra le
insidie dello scopone scientifico non ha mai
truccato il mazzo delle carte. Quando risponde,
pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il
ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando
una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di
quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex
portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo
sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto,
devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’”
e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi
sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià,
con la gente che sembra che ti cada addosso,
gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che
sembra un fotogramma di Cartier-Bresson. In
Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade
Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e
Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e
delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per
maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al
sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il
padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra
della svastica: “Un uomo libero, un contadino di
vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di
casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena
Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche
L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era
un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano
dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo
stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide
che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano,
in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i
baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in
silenzio”.
La sua condizione preferita.
Da calciatore mi trattenevo perché del mondo
che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e
così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.
Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dic h i a ra z i o n i ste .
Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà.
Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui,
poi, diventavo pazzo.
Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ ex della Fiorentina che all’ estro e alle stranezze doveva anche il
s o p ra n n o m e .
L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una
corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi
mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare
l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara,
nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a
stringere la mano.
Dav ve ro?
Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore
che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.
Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta
tanta...
Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non
c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è
cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali
mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi
neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone
di esecuzione.
Lei qualche Madonna
la tirava?
Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche
a me. Siamo esseri
umani.
Di umanità varia si nutriva anche Sivori.
Omar era un mostro di
simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si
considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di
commemorazioni indebite, lo infilzava:
“Omar, ti ricordi di
quella partita che giocammo insieme?”.E
lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri i campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li
ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar
nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.
A volte gli artisti si perdevano.
E vedere l’autodistruzione del talento era uno
strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A
Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori
l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne,
di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente
orfano.
Episodi?
Si presentava spesso
ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si
pentiva: “Io vincio
niente, io no buono” e
poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso
e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui
andavamo con la
squadra: “Mister, ho
saputo che mi ha convocato, eccomi qui,
non ho fatto in tempo
a vestirmi”. Era nudo.
Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e
poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da
chi voleva calmarlo, s sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima
fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male,
mi dispiace molto.
Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia,
divise l’ esperienza del Mondiale 1974 in Germania.
Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a
Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non
era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in
una sede terza per una seduta psicanalitica di
gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo
vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non
era neanche strano che accadesse quel che poi
accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo
conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un c dottiero, un trascinatore straordinario e
nient’affatto stupido che si dilettava con pistole,
immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera,
mentre in Italia montava una polemica politica
sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino
dell’hotel. Dormiva sotto un albero.
In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità,
le fece gol un carneade di Haiti.
Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo
da un biennio magico, N ewswe e k mi aveva dedicato persino la copertina.
“The world’ s best”. Senza necessità di traduzione.
Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non
ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre:
“Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo
diritto viene a mancare per costituzione”.
T ra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la
scortavano c’ era il potersela giocare alla pari con
lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon.
Tutti secondi. Gregari per l’ e te r n i t à .
A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime
persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente
autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un
sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca
di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di
spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.
Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.
Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.
Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.
Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo,
era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati
all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi
nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di
allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava
in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In
seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito
non mi ha mai convinto. Amo vedere
le cose da più prospettive e credo in
una sola politica. Quella dei piccoli
gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla
dignità di un popolo. La politica
del fare le cose come Dio comanda.
Una delle grandi passioni dell’ Av -vocato Agnelli, un signore che la
politica la conobbe da vicino, era
proprio il calcio.
Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava
illudendosi che avessi chissà quali
competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale.
Era di una distaccata eleganza, non
urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria,
durante i festeggiamenti per l’inatteso
scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta
calcio e totalmente trasfigurati dalla passione,
Agnelli custodiva un suo ironico contegno.
I ro n i co?
Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una
volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar
Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato
si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”.
Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età
giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in
spaventose puttanate”.
L’ Avvocato telefonava anche a lei?
Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le
otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere
che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto.
Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.
Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’ anni torinesi,
finì anche la sua storia juventina.
Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era
la prima volta che ci andavo e rimase anche
l’unica. Parlammo in generale della squadra e
poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando.
Scendendo dalla collina mi resi conto di essere
arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e
non si chiudeva nel modo migliore. In qualche
modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo,
era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata
all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.
Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi,
ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si
tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e
coppa Uefa.
Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o
qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci
tondo non muori quadro. Non puoi decidere di
snaturarti. Di essere altro da quel che sei.
Prima del dolore per lo strappo con la Juventus,
mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte
di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.
Era così puro, educato e sincero che all’inizio
pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano
era proprio così. Sereno, coraggioso, buono.
Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso
nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La
notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la
passammo nella nostra stanza. Una cena parca,
una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci
somigliava.
Zeman le somiglia?
Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non
eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un
difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo
qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella
divisione dei ruoli.
Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il
pessimo Mondiale brasiliano.
Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e
un’assunzione di responsabilità collettiva che
non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il
plurale. Non più l’io, ma il noi.
De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro
reazione qualcuno ha scorto una dura critica a
B a l o te l l i .
Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare
da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti
esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non
ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un
passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva
giocato un pessimo torneo anche lui.
Certe competizioni segnano. Ricorda l’E u ro p e o
del 2000?
Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi.
Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di
Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in
pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul
banco degli imputati.
Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non
ge n t i l i .
Disse che ero stato indegno e mi ero comportato
come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una
notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia
l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non
l’ho capito.
“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor
B e r l u s co n i ” disse. Le sue dimissioni colpirono
l’ opinione pubblica.
Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia,
rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi
sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo
momento hai preso una decisione, significa che
fare altrimenti ti risultava insopportabile.
Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”,
un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.
E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero
esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono
certo che sapesse che al telefono non c’era il vero
Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne
accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito
la mattina non fumo”).
Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?
E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri
profondi e malinconici come Guccini e il suo
omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante.
Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine
chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce.
Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.
Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un
attimo, la gloria” però scrive che la sua partita
l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?
In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla,
forse proprio del tutto non l’ho pers
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