embra di attraversare una nuvola di bianca tristezza. E invece sono le
sue parole. Quelle di Lea Vergine. Un nome d’artista, pensavo. In
realtà critica d’arte che ha scritto saggi acuti e importanti sul linguaggio del corpo e la Body art. E di lei avevo apprezzato, giusto un
paio di anni fa, la bellissima mostra, curata al Mart di Rovereto, sul
gruppo di Bloomsbury. Ha una voce piena di spigoli. Lea. Che sembra dica: stai abusando della mia pazienza. In realtà sono soprattutto le Esportazioni che fuma a eccitare una certa asprezza. Una certa
rabbia che l’età non più giovane contiene con rassegnata saggezza.
Contro chi? Le chiedo. Mi guarda incuriosita: «Contro me stessa innanzitutto. Conosco come pochi l’arte dell’autolesionismo». E allora torna quella sensazione di tristezza iniziale. Quelle parole che
scendono come pioggia invisibile. Lea è stata una donna bella. Non
che non lo sia ancora. Ma è infastidita dal ricordo di un’immagine remota. Dalla tara che ogni memoria deve fare su di sé. Dall’avvilimento che non siamo più ciò che un tempo fummo. Mi guarda perplessa
dalla teatralità morale dello studio milanese dove sediamo. I libri, i
cataloghi, le schede raccontano «la vita, forse l’arte», come recita il titolo del suo nuovo libro appena edito da Archinto.
Quando ha avuto questa sensazione?
«Quale sensazione?».
Di essere cambiata. Di non essere più quella di una volta.
«C’è stato un momento in cui ho pensato che i miei piccoli anni
eroici non andassero più visti nella compostezza dell’indifferenza,
come qualcosa che semplicemente non c’era più. Ma nel vuoto che
avevano scavato. In quel momento ho provato la sensazione che la
malinconia non fosse più un sentimento sterile, ma dannoso».
Collocabile in quale tempo?
«In questi anni, così prossimi da sentirne il respiro e il disagio, anni in cui tutto è maledettamente cambiato».
In peggio?
«È una china invisibile. Si scende senza far troppo rumore. Cosa c’è
di più deprimente?».
Ma è una depressione che ha origine dalla memoria o dal fisico?
«Direi da entrambi. Se penso alla mia nascita mi vedo senza una
madre e consegnata ai nonni all’età di tre mesi».
Cosa accadde?
«Venni concepita, fuori dal matrimonio, da una fanciulla totalmente estranea al mondo di mio padre. Una ragazza povera, bella e
sventata. Nel 1938 non si davano nozze riparatrici. Mio padre, famiglia borghese, si presentò a mia nonna, una Ruffo di Calabria, e disse: “Mammà, ho una figlia”».
Suo padre cosa faceva?
«Era laureato in legge. Ma i sogni si legavano alla musica. Il nonno
lo mise davanti alla scelta: abbandoni la musica ed entri in uno studio legale e noi ci occuperemo della piccola».
E si occuparono di lei?
«Pienamente. Sono stata con loro per lungo tempo. A Napoli. Crescevo con le attenzioni che si dedicano a una signorina. Ero bella e
agiata. Ma anche stupida».
Stupida?
«Non nel senso dell’oca giuliva. Ma per le opportunità che ho mancato nella vita. Ho sempre fatto il contrario di ciò che sarebbe stato
meglio per me. Non sono mai stata capace di scegliere il male minore».
È considerata tra le eccellenze della critica d’arte. Perché si denigra?
«Quello che ho realizzato nel mondo dell’arte avrei potuto farlo
con mille altri mestieri. Dov’è l’unicità? Aver scritto di artisti che pensano che il loro mondo sia il mondo? E che tutto inizia e finisce varcata la soglia del loro studio?».
In fondo sono loro le primedonne. Perché sorprendersi o restarne delusi?
«Perché dietro il “genio” scopri spesso l’ometto, la mezza caumana. Ricordo la volta che andai a Parigi a trovare Jean Fautrier.
Mi aspettavo di incontrare un maestro. Vidi quest’uomo sdraiato
nel suo atelier circondato da un clan di fanciulle che lo accarezzavano. Restai allibita. Dai suoi sorrisetti, dalle sue frasi ambigue di
vecchio Ganimede».
Però un grande artista.
«Non ne dubito, almeno nel suo caso. Ma ciò che le racconto
non è per puro pettegolezzo, ma perché sono convinta che uno
dei risultati della modernità è il divorzio tra ciò che sei e ciò che
appari».
Le dà così fastidio?
«Non mi dà fastidio. Constato la presenza di più stili di vita
e di maschere. Semmai quello che ho notato più spesso negli
artisti è ciò che gli psichiatri chiamerebbero disturbo della
personalità. Sono spesso legati al proprio Io in maniera patologica».
A chi pensa?
«Una persona, che pur nella mediocrità del proprio talento, ha saputo sfruttare le numerose potenzialità del proprio
Io è stato Salvador Dalì».
Un artista scandaloso che fiutò il proprio tempo come un
cane da caccia la sua preda.
«È vero, aveva fiuto. Ma non si tradusse mai in una grande
opera. Fu un surrealista di terz’ordine; un mitomane in grado
di autopromuoversi come pochi. I suoi quadri “metafisici” non
hanno nulla della grandezza allucinatoria di De Chirico, le sue opere
scandalose viste oggi sono solo rancidamente sentimentali o oleografiche».
Eppure, è considerato un grande del Novecento.
«Ci sono ragioni diverse da quelle smaccatamente commerciali?
Tutto in lui è stato kitsch e pop».
Buñuel, per fare un solo esempio, vide in quest’uomo contraddittorio l’artista totale.
«Buñuel gli fu amico in gioventù. Ma non smise mai di considerarlo un esibizionista e, per le sue idee politiche, un cinico che si mise a
disposizione del franchismo. La protervia del suo Io si tradusse in
qualcosa di grottesco. Corteggiò Freud senza esito. Volle ingraziarsi
Lacan, che era stato surrealista, senza riuscirci. Si è dovuto accontentare dell’omaggio di Armando Verdiglione».
È molto dura e sarcastica verso gli altri.
«Forse perché lo sono verso me stessa. Bisogna saper ritrovare negli altri le proprie patologie».
Da quali è affetta?
«Il mio psichiatra mi assicura che non sono psicotica, come certi
artisti, ma solo una banale nevrotica».
Sembra quasi delus «No, affatto. Ma l’arte, quella vera, si nutre di follie insondabili e di
sofferenze e dolori profondissimi. Da dove crede sia nata la serie Otages, gli “Ostaggi”, che Fautrier dipinse tra il 1942 e il ‘45, se non dallo
sconvolgimento per le atrocità commesse dai nazisti?».
L’arte ha solo l’aspetto tragico?
«È il lato che più di ogni altro mi ha coinvolto. L’arte di oggi, invece, è sempre meno una faccenda di persone per bene».
In che senso?
«È un luogo dove non ci sono quasi più valori tragici, ma solo prezzi di mercato».
Può immaginare un’arte senza il mercato?
«Sarebbe impensabile. In passato accadeva però che una nuova
tendenza – pensi all’Impressionismo, alla Body art o all’Arte Povera
– nascesse in contrasto con il mercato e solo in un secondo momento ne veniva riassorbita. Oggi il “mercato” è il feticcio per eccellenza.
Ma la verità è che siamo in uno stagno dove sguazzano piccoli squali travestiti da papere».
Chi decide?
«Non è più il mercante o il gallerista a determinare le cose. Sono i
collezionisti a stabilire le quotazioni di un artista o chi deve dirigere il tal museo o il talaltro. In fondo non è neanche così insolito. Nel Cinquecento era la committenza di principi e cardinali a decidere il destino dell’arte. Allora non andò così male».
E i critici?
«Annaspiamo. Ricorda qualcosa di memorabile, al di là delle contese da cortile? Siamo come quei battitori di tamburi disposti lungo
una battuta di caccia per spaventare la tigre. Una volta, a Procida, incontrai Cesare Brandi, grande storico dell’arte, cultura poliedrica
con tendenze omo. Fece una mossetta e poi con quel suo accento senese mi disse: “Fiorellino, mi spiace dirtelo, ma non hai più il fulgore
di una volta”. Ecco, non abbiamo più il fulgore. Ci siamo spenti».
Ha conosciuto anche Argan?
«Molto bene. Un giorno mi raccontò che aveva passato parte dell’adolescenza nel manicomio di Torino, dove sembra che il padre ricoprisse qualche incarico. Mi disse che spesso faceva giocare la piccola Carol Rama, che credo avesse ricoverata la vecchia madre. Pensi che allegria!».
Cos’è per lei la felicità?
«Non saprei. Mi sono quasi sempre sentita alla stregua di un cane.
C’è un dipinto di Botticelli nel quale si vede una ragazza con la testa
china, le mani che nascondono la faccia, si intitola La derelitta. Ecco,
mi sento così».
Cosa pensa di dover espiare?
«Dicono che sono un po’ cattivella. La verità è che sono cresciuta
nella paura di sbagliare e di non essere accettata».
Che rapporto è stato quello con suo padre?
«Per me è stato come un fidanzato che vedevo poco. Credo che mi
amasse molto e quando è morto, all’età di 46 anni, sono stata malissimo. Mi ha inferocito quella morte. Come se mi avessero rubato la
cosa più preziosa. Per vent’anni non sono riuscita a parlarne. E per
mettere tutto a tacere, poco dopo, mi sposai. Un matrimonio compensatorio durato nove anni. Non mi sarei aspettata che alla fine di
quella lunga e noiosa stagione avrei ritrovato il grande amore».
Nella persona di chi?
«Di Enzo Mari. Mi sarei volentieri trasferita a Roma, volevo vivere
nella bellezza meteca e sguaiata di quella città. Per Enzo decisi di andare a Milano. Era il 1966. Stiamo insieme da 48 anni. E nei suoi riguardi ho sviluppato un’ossessione amorosa».
Che tradurrebbe come?
«Una situazione in cui sai che non puoi fare a meno dell’altro, anche se tutto consiglierebbe che dovresti allontanartene. È questo che
intendo. Una malattia, come tutte le ossessioni».
Lei ha scritto ne La vita, forse l’arte: «È un pezzo che Milano è diventata un luogo a forte rischio di ridicolo». Di cosa l’accusa?
«Quando vi arrivai mi parve una città bruttina ma gradevole. Piena di voglia di fare. Adesso è giuliva come un cimitero. Una città sciagurata».
Una città in ogni caso importante per l’arte.
«Per la musica continua a esserlo. Ma per il resto? E poi quando mai
è stata rilevante per l’arte? Importanti furono Torino e Roma. Non
certo Milano, la cui riconoscibilità finì con Lucio Fontana. Che fu un
uomo stupendo e generoso. Assolutamente raro in un mondo afflitto da egolatria».
Che visione si è fatta del mondo in cui vive?
«La visione vorrebbe essere disincantata».
Crede in Dio?
«Non credo dall’età di 14 anni. Però certe notti, mentre mi rivolto
nel letto, metto la testa sotto il cuscino e dico: chiunque tu sia fammi
morire nel sonno. Almeno questo concedimelo».
In cambio di cosa?
«Del dolore, dello smarrimento, dell’ansia, del panico. Sono conciata malissimo. Chiedo solo un piccolo risarcimento. Del resto questi ultimi anni sono stati un vortice di sorprese e non tutte gradevoli».
Cosa è accaduto?
«Con Enzo ci siamo fortemente impoveriti. Siamo un esempio antropologico di quella classe media, un tempo orgogliosa e florida, oggi messa a durissima prova. Inoltre sono stata operata al cuore. Un
organo ricostruito, come dico io, con dei pezzi presi da una mucca.
Ogni volta che passo davanti a una macelleria penso al sacrificio di
quei poveri animali».
È sempre così paradossale?
«Paradossale? Diciamo lievemente patetica».
E un po’ snob. Non trova?
«Lo snobismo è morto da tempo. Va di moda il grottesco. Lo snobismo fu un’arte difficile, severa, sempre sul punto di cadere nell’affettazione. Una snob straordinaria fu Virginia Woolf».
Come del resto lo fu tutto il circolo di Bloomsbury.
«Me ne sono occupata. E sono giunta alla conclusione che solo Virginia poteva aspirare a quella forma di “santità”. Gli altri – come Lytton Strachey, Vanessa Bell, Duncan Grant e lo stesso grande economista Keynes – furono piuttosto personaggi intelligentissimi, curiosi e forniti di quella promiscua libertà che li portava, tra loro, ad andare a letto con tutti. Si opponevano al regime vittoriano e furono uno
degli ultimi esempi di una società letteraria autoreferenziale».
E lei?
«Io cosa?».
Si sente dentro un mondo chiuso o autoreferenziale?
«Molte immagini esterne mi rimandano i miei stati d’animo. Ma
cosa posso farci? Più invecchi e più ti isoli. I vecchi non credono più
all’anagrafe. Ma c’è un momento della giornata in cui tornano giovani, quando avevano i loro sogni nelle tasche. Poi basta passare davanti a uno specchio o uscire da una doccia perché l’incantesimo si
rompa».
È il corpo che non mente?
«Ci parla. E non è arte. Non sono di
giovedì 13 marzo 2014
Cate Blanchett
Specializzata in ruoli regali, l’attrice
australiana stanotte potrebbe vincere
l’Oscar indossando i panni di una donna
ricca e depressa. “Non avrei detto di no
a Woody neanche se mi avesse proposto
di fare il cadavere
E poi mi esaltano
i personaggi
che mi terrorizzano
Come Jasmine, quanto
di più lontano da me
si possa immaginare. Eppure è proprio
grazie a lei che ho imparato
a rappresentare il vuoto”
L
a statuetta per la magistrale Blue Jasmine di
Woody Allen, annunciata
da mesi e rodata dai recenti Bafta, gli oscar britannici, e Golden Globe, potrebbe essere accarezzata dalle sue mani proprio stanotte, nella hollywoodiana Notte degli Oscar, a
patto però che il risorto dibattito sull’accusa (in giudizio archiviata da oltre
vent’anni) di abusi sessuali del regista
su una delle figlie adottive non rovini la
festa. Con fare salomonico Cate Blanchett, al Festival di Santa Barbara, aveva indirizzato a Allen un auguriosincero: «È dunque un problema persistente e doloroso per gli ex familiari: spero
riuscirete a risolverlo con buona pace
di tutti». A Parigi, dove Anne Fontaine
l’ha diretta in uno spot per Armani, di
cui è diventata musa lo scorso settembre, l’attrice australiana evoca con voce calda cosa voglia dire lavorare con
Allen: «Con il suo mutismo e l’espressione d’eterno insoddisfatto, Woody
riesce a rendere tutto scorrrevole, naturale, anche l’impossibile: si scosta
poco dalla sceneggiatura e dalle battute già scritte, lasciando ciascuno di noi
libero — fin troppo — di costruire il
personaggio, senza mai interferire».
Stanca, si sfila le scarpe dal mezzo
tacco («Mi scusi, non ne posso più ») e
allunga le gambe sul divano, fluttuanti nel nero prediletto d’un tailleurpantalone che esalta la candida lacca
della sua celebrata epidermide. Di colpo, e a piedi nudi, s’inanellano sul divano del Grand hôtel — immaginaria
dissolvenza incrociata — volti, corpi,
personaggi con cui l’attrice ci ha incantati: Elizabeth(suo primo Oscar
mancato), l’androgino Bob Dylan di
I’m Not There(Coppa Volpi, ma altro
Oscar sfumato), Marianne nel Robin
Hooddi Ridley Scott, Sheba nel faccia
a faccia con Judi Dench in Diario di
uno scandalodi Eyre (altra nomination all’Oscar), la dolce Daisy nel
Benjamin Buttondi Fincher, fino alla
Katharine Hepburn (Oscar stavolta)
nell’Aviatordi Scorsese. In nemmeno
vent’anni, più di quaranta film, e nei
generi più disparati, dal fantasy al noir,
con predilezione seriale per ruoli di regina, da Elizabeth: The Golden Age, bis
con Shekhar Kapur (e altro Oscar svaporato) a Galadriel regina degli Elfi, per
sei volte nelle saghe di Peter Jackson Il
Signore degli Anellie Hobbit.
Considerando, signora, la famiglia
impegnativa (marito e tre figli piccoli),
una fervida attività teatrale e il trasloco
da un emisfero all’altro, Sydney-Los
Angeles, richiesto da quasi ogni set,
due o tre film di media all’anno sono
un bella media, vero? «E quest’anno
sarò una valanga, non ne potrete più di
me!», ride soddisfatta la Blanchett, che
il 14 maggio festeggerà i quarantacinque anni: «Dopo The Monuments Men
di Clooney, vi toccano in blocco un thriller di David Mamet, una love story
tra donne che Todd Haynes di I’m Not
Thereha tratto da Patricia Highsmith,
il nuovo Terrence Malick di Knight of
Cupse — indovini! — un’altra regina:
la matrigna di Cenerentolasecondo
Kenneth Branagh. Ma nessuna fatica.
Fin da bambina mi sono abituata a imbottire fino all’impossibile ogni ora del
giorno. Avevo dieci anni quando è
morto mio padre, era sergente della
marina, un texano d’origine quebechese. Cominciò allora una vita di ristrettezze per la nostra famiglia. Mia
madre insegnante, mio fratello, mia
sorella e mia nonna vivevamo a
Ivanhoe, vicino Melbourne, dove ho
poi frequentato l’università, imparando subito a dividermi tra due attività: i
corsi di economia e belle arti e le recite
in teatri amatoriali che hanno finito
per assorbirmi al punto di iscrivermi a
una scuola d’arte drammatica».
Il teatro s’è radicato così nella sua vita: tra un film e l’altro riesce sempre a
infilare messinscene, con relativo
tour. L’ultima, l’estate scorsa, Les Bonnesdi Genet a Sydney, con Isabelle
Huppert: «Sì, finalmente insieme!
Un’idea nata due anni fa, quando è venuta a vedermi a Parigi, al Théâtre de la
Ville, in Big and Small di Botho
Strauss, con la regia di Benedict Andrews. E lui ci ha riunito. Adoro Isabelle: è una pila elettrica, un’attrice che
non ha paura di nulla». Con il commediografo australiano Andrew Upton,
suo marito dal 1997, lei ha diretto e gestito per dieci anni la Sydney Theatre
Company, quattro palcoscenici e
quattro cartelloni diversi. Che cosa ne
ha tratto? «Un importante savoir-faire.
E una lezione d’umiltà. Sono state stagioni vissute con il piacere di lavorare
per il pubblico e di calamitare nelle
pièces (spesso novità assolute) talenti
che in Australia rimangono isolati,
messi così in condizione di affrontare
tournées internazionali. Ne vado piuttosto fiera». Come ha vissuto l’esperienza di Elizabeth, che nel 1998 è stata la miccia della sua carriera cinematografica? La regina scalza risponde
con una bella risata: «In realtà, dopo i
film d’esordio, tra cui, l’anno precedente, Paradise Roaddi Bruce Beresford, ero convinta che la mia carriera
fosse finita, prima ancora di cominciare. Mai avrei immaginato conseguenze tanto lusinghiere. Sul set ero ossessionata dalla complessità della parte e
dallo stuolo di splendide interpreti che
mi avevano preceduto in quel personaggio. È stato un do or die: se avessi
fallito, non mi sarebbe più capitata
un’opportunità simile. Ma all’inizio
d’ogni percorso artistico, si ha la fortuna di non aver nulla da perdere. Certo,
c’è il puntiglio di farcela: e la responsabilità d’un film che porta la tua immagine in giro per il mondo. Ma, in caso di
disastro, non cadi da una grande altezza. E poi mi dicevo: se non ce la fai, potrai sempre tornare al teatro.Per un’attrice, la scena è il fondamento della vita: perché il teatro ti obbliga a pensare
in profondità, a provare sensazioni e
sentimenti nell’enfasi massima per
poi riuscire a filtrarli nella loro più quotidiana elementarità. Il teatro ci apre e
ingigantisce, perché ci allena a tornare
semplici e minuscoli: ci insegna a confrontarci con la perdita, la mancanza,
il vuoto». Come in Blue Jasmine, pièce
grande schermo dove Allen, anche
grazie a lei e alle sue sorsate di bravura,
d’alcol e antidepressivi, è tornato finalmente cineasta dopo troppe stagioni da cineturista. «Non sarei mai
riuscita a interpretare quel personaggio, un’arricchita della Fifth Avenue
distrutta dai bluff finanziari e costretta
a rifugiarsi e riprendere fiato dalla sorella proletaria a San Francisco, se prima non avessi interpretato in teatro
Blanche DuBois in Un tram che si chiama desideriodiretto nel 2009 da Liv Ullmann, da allora mia grande amica.
Sono personaggi gemelli: che fingono
quel che sono e recitano quel che vorrebbero essere. Appartengono a una
galleria d’altre figure teatrali che ho
portato in scena anche a Parigi: Hedda
Gabler o l’eroina di Big and Small, tutte donne distrutte dal confronto con la
realtà. Stavolta, però, Woody Allen, cui
non avrei detto di no neanche se mi
avesse proposto d’interpretare un cadavere, mi ha indotto, con la sua aria di
quello che fa finta di nulla, alla maggiore sfida della mia vita: rappresentare il vuoto. Fin da Elizabeth, m’ha sempre esaltato interpretare personaggi
che mi terrorizzano, proprio perché
non so da che parte prenderli. Non ho
la minima esperienza di quel che può
aver vissuto Jasmine, donna disillusa,
depressa, sbriciolata: la sua camminata chic, che ho dovuto inventarmi, mi
dava la nausea. Quel che me l’ha resa,
se non familiare, affascinante e aliena,
è che non ha per identità che una maschera improvvisata, fragilissima. È
l’attrice di se stessa. Si trova per la prima volta davanti a un baratro che finora il denaro le aveva permesso di evitare: se stessa, appunto. Lei non ha mai
saputo chi è: perché non è». Blue Jasmineè l’America della bancarotta,
della derivaeconomica: «Sì, ci annuncia il naufragio, attraverso il corpo
martire d’una delle sue vittime: il film
è la zattera della società occidentale,
della cultura Usa, materialista, farmaco-dipendente, cocktail d’ascensioni sociali e cadute vertiginose».
Prepara o allarma i suoi figli davanti a
questa realtà? «Sono ancora abbastanza piccoli, dai sei ai dodici anni.
Continuo a aiutarmi con le favole, anche se loro navigano tra Guerre stellarie 007. Perciò, per darmi più autorità,
m’approprio talora degli effetti speciali del cinema: ho sempre a portata
di mano le orecchie da hobbit della regina Galadriel».
australiana stanotte potrebbe vincere
l’Oscar indossando i panni di una donna
ricca e depressa. “Non avrei detto di no
a Woody neanche se mi avesse proposto
di fare il cadavere
E poi mi esaltano
i personaggi
che mi terrorizzano
Come Jasmine, quanto
di più lontano da me
si possa immaginare. Eppure è proprio
grazie a lei che ho imparato
a rappresentare il vuoto”
L
a statuetta per la magistrale Blue Jasmine di
Woody Allen, annunciata
da mesi e rodata dai recenti Bafta, gli oscar britannici, e Golden Globe, potrebbe essere accarezzata dalle sue mani proprio stanotte, nella hollywoodiana Notte degli Oscar, a
patto però che il risorto dibattito sull’accusa (in giudizio archiviata da oltre
vent’anni) di abusi sessuali del regista
su una delle figlie adottive non rovini la
festa. Con fare salomonico Cate Blanchett, al Festival di Santa Barbara, aveva indirizzato a Allen un auguriosincero: «È dunque un problema persistente e doloroso per gli ex familiari: spero
riuscirete a risolverlo con buona pace
di tutti». A Parigi, dove Anne Fontaine
l’ha diretta in uno spot per Armani, di
cui è diventata musa lo scorso settembre, l’attrice australiana evoca con voce calda cosa voglia dire lavorare con
Allen: «Con il suo mutismo e l’espressione d’eterno insoddisfatto, Woody
riesce a rendere tutto scorrrevole, naturale, anche l’impossibile: si scosta
poco dalla sceneggiatura e dalle battute già scritte, lasciando ciascuno di noi
libero — fin troppo — di costruire il
personaggio, senza mai interferire».
Stanca, si sfila le scarpe dal mezzo
tacco («Mi scusi, non ne posso più ») e
allunga le gambe sul divano, fluttuanti nel nero prediletto d’un tailleurpantalone che esalta la candida lacca
della sua celebrata epidermide. Di colpo, e a piedi nudi, s’inanellano sul divano del Grand hôtel — immaginaria
dissolvenza incrociata — volti, corpi,
personaggi con cui l’attrice ci ha incantati: Elizabeth(suo primo Oscar
mancato), l’androgino Bob Dylan di
I’m Not There(Coppa Volpi, ma altro
Oscar sfumato), Marianne nel Robin
Hooddi Ridley Scott, Sheba nel faccia
a faccia con Judi Dench in Diario di
uno scandalodi Eyre (altra nomination all’Oscar), la dolce Daisy nel
Benjamin Buttondi Fincher, fino alla
Katharine Hepburn (Oscar stavolta)
nell’Aviatordi Scorsese. In nemmeno
vent’anni, più di quaranta film, e nei
generi più disparati, dal fantasy al noir,
con predilezione seriale per ruoli di regina, da Elizabeth: The Golden Age, bis
con Shekhar Kapur (e altro Oscar svaporato) a Galadriel regina degli Elfi, per
sei volte nelle saghe di Peter Jackson Il
Signore degli Anellie Hobbit.
Considerando, signora, la famiglia
impegnativa (marito e tre figli piccoli),
una fervida attività teatrale e il trasloco
da un emisfero all’altro, Sydney-Los
Angeles, richiesto da quasi ogni set,
due o tre film di media all’anno sono
un bella media, vero? «E quest’anno
sarò una valanga, non ne potrete più di
me!», ride soddisfatta la Blanchett, che
il 14 maggio festeggerà i quarantacinque anni: «Dopo The Monuments Men
di Clooney, vi toccano in blocco un thriller di David Mamet, una love story
tra donne che Todd Haynes di I’m Not
Thereha tratto da Patricia Highsmith,
il nuovo Terrence Malick di Knight of
Cupse — indovini! — un’altra regina:
la matrigna di Cenerentolasecondo
Kenneth Branagh. Ma nessuna fatica.
Fin da bambina mi sono abituata a imbottire fino all’impossibile ogni ora del
giorno. Avevo dieci anni quando è
morto mio padre, era sergente della
marina, un texano d’origine quebechese. Cominciò allora una vita di ristrettezze per la nostra famiglia. Mia
madre insegnante, mio fratello, mia
sorella e mia nonna vivevamo a
Ivanhoe, vicino Melbourne, dove ho
poi frequentato l’università, imparando subito a dividermi tra due attività: i
corsi di economia e belle arti e le recite
in teatri amatoriali che hanno finito
per assorbirmi al punto di iscrivermi a
una scuola d’arte drammatica».
Il teatro s’è radicato così nella sua vita: tra un film e l’altro riesce sempre a
infilare messinscene, con relativo
tour. L’ultima, l’estate scorsa, Les Bonnesdi Genet a Sydney, con Isabelle
Huppert: «Sì, finalmente insieme!
Un’idea nata due anni fa, quando è venuta a vedermi a Parigi, al Théâtre de la
Ville, in Big and Small di Botho
Strauss, con la regia di Benedict Andrews. E lui ci ha riunito. Adoro Isabelle: è una pila elettrica, un’attrice che
non ha paura di nulla». Con il commediografo australiano Andrew Upton,
suo marito dal 1997, lei ha diretto e gestito per dieci anni la Sydney Theatre
Company, quattro palcoscenici e
quattro cartelloni diversi. Che cosa ne
ha tratto? «Un importante savoir-faire.
E una lezione d’umiltà. Sono state stagioni vissute con il piacere di lavorare
per il pubblico e di calamitare nelle
pièces (spesso novità assolute) talenti
che in Australia rimangono isolati,
messi così in condizione di affrontare
tournées internazionali. Ne vado piuttosto fiera». Come ha vissuto l’esperienza di Elizabeth, che nel 1998 è stata la miccia della sua carriera cinematografica? La regina scalza risponde
con una bella risata: «In realtà, dopo i
film d’esordio, tra cui, l’anno precedente, Paradise Roaddi Bruce Beresford, ero convinta che la mia carriera
fosse finita, prima ancora di cominciare. Mai avrei immaginato conseguenze tanto lusinghiere. Sul set ero ossessionata dalla complessità della parte e
dallo stuolo di splendide interpreti che
mi avevano preceduto in quel personaggio. È stato un do or die: se avessi
fallito, non mi sarebbe più capitata
un’opportunità simile. Ma all’inizio
d’ogni percorso artistico, si ha la fortuna di non aver nulla da perdere. Certo,
c’è il puntiglio di farcela: e la responsabilità d’un film che porta la tua immagine in giro per il mondo. Ma, in caso di
disastro, non cadi da una grande altezza. E poi mi dicevo: se non ce la fai, potrai sempre tornare al teatro.Per un’attrice, la scena è il fondamento della vita: perché il teatro ti obbliga a pensare
in profondità, a provare sensazioni e
sentimenti nell’enfasi massima per
poi riuscire a filtrarli nella loro più quotidiana elementarità. Il teatro ci apre e
ingigantisce, perché ci allena a tornare
semplici e minuscoli: ci insegna a confrontarci con la perdita, la mancanza,
il vuoto». Come in Blue Jasmine, pièce
grande schermo dove Allen, anche
grazie a lei e alle sue sorsate di bravura,
d’alcol e antidepressivi, è tornato finalmente cineasta dopo troppe stagioni da cineturista. «Non sarei mai
riuscita a interpretare quel personaggio, un’arricchita della Fifth Avenue
distrutta dai bluff finanziari e costretta
a rifugiarsi e riprendere fiato dalla sorella proletaria a San Francisco, se prima non avessi interpretato in teatro
Blanche DuBois in Un tram che si chiama desideriodiretto nel 2009 da Liv Ullmann, da allora mia grande amica.
Sono personaggi gemelli: che fingono
quel che sono e recitano quel che vorrebbero essere. Appartengono a una
galleria d’altre figure teatrali che ho
portato in scena anche a Parigi: Hedda
Gabler o l’eroina di Big and Small, tutte donne distrutte dal confronto con la
realtà. Stavolta, però, Woody Allen, cui
non avrei detto di no neanche se mi
avesse proposto d’interpretare un cadavere, mi ha indotto, con la sua aria di
quello che fa finta di nulla, alla maggiore sfida della mia vita: rappresentare il vuoto. Fin da Elizabeth, m’ha sempre esaltato interpretare personaggi
che mi terrorizzano, proprio perché
non so da che parte prenderli. Non ho
la minima esperienza di quel che può
aver vissuto Jasmine, donna disillusa,
depressa, sbriciolata: la sua camminata chic, che ho dovuto inventarmi, mi
dava la nausea. Quel che me l’ha resa,
se non familiare, affascinante e aliena,
è che non ha per identità che una maschera improvvisata, fragilissima. È
l’attrice di se stessa. Si trova per la prima volta davanti a un baratro che finora il denaro le aveva permesso di evitare: se stessa, appunto. Lei non ha mai
saputo chi è: perché non è». Blue Jasmineè l’America della bancarotta,
della derivaeconomica: «Sì, ci annuncia il naufragio, attraverso il corpo
martire d’una delle sue vittime: il film
è la zattera della società occidentale,
della cultura Usa, materialista, farmaco-dipendente, cocktail d’ascensioni sociali e cadute vertiginose».
Prepara o allarma i suoi figli davanti a
questa realtà? «Sono ancora abbastanza piccoli, dai sei ai dodici anni.
Continuo a aiutarmi con le favole, anche se loro navigano tra Guerre stellarie 007. Perciò, per darmi più autorità,
m’approprio talora degli effetti speciali del cinema: ho sempre a portata
di mano le orecchie da hobbit della regina Galadriel».
Iscriviti a:
Commenti (Atom)