lunedì 27 gennaio 2014

Mazzacurati, lo sguardo gentile sul volto perdente del Nord Est Morto il regista che amava le storie umili della sua provincia

L
a malattia se l’è portato via ieri a 57
anni (i prossimi li avrebbe compiuti il 3 marzo), dopo una lotta durata
due anni. Il che non gli aveva impedito di girare un bel documentario sull’impegno umanitario —  Medici con l’Africa,
presentato nel 2012 a Venezia — e di portare a termine il suo ultimo lungometraggio,
La sedia della felicità, presentato in anteprima al festival di Torino 2013 dove aveva
ricevuto il Gran Premio della città.
Se ne è andato in punta di piedi, lottando contro il dolore, con la determinazione
e la silenziosa ritrosia sue tipiche, le stesse
che l’avevano fatto tornare a vivere nella
natia Padova dopo un inizio professionale
a Roma, una città — e un modo di essere
— con cui non aveva mai legato. Lo si intuiva bene anche dai suoi film, che spesso
raccontavano lo scontro tra periferia e centro, tra provincia e città. I suoi personaggi
più riusciti e belli erano marginali, poco
importa se per censo o per scelta o per autodifesa. Non era certo un vincente il protagonista del suo primo film, Notte italiana
(che nel 1987 segnò anche l’esordio produttivo della Sacher Film di Nanni Moretti
e Angelo Barbagallo), l’avvocato che scopre
le malefatte e le connivenze di un signorotto del Polesine. Né lo era il timido dentista
romano di Un’altra vita (1992) che si innamora di una russa senza fissa dimora e per
amore finisce invischiato in un mondo di
piccoli delinquenti.
In mezzo c’era stato il passo falso della
riduzione da Il prete bello di Parise, ma anche quell’«errore» era comunque indicativo del tipo di letteratura cui far riferimento. Nel 2004 tornerà a un romanzo, questa
volta di Cassola, per L’amore ritrovato: un
altro film non completamente riuscito, ma
appunto significativo di un gusto decisamente lontano dalle mode. Il che non è
qualità da sottovalutare.
Le sue cose migliori, comunque, la sua
mano più felice si vede nella descrizione di
questo mondo di provincia — geografico o
mentale  poco  importa  —  cui  evidentemente era molto legato e che sapeva ispirarlo al meglio. Un critico non certo tenero
come Goffredo Fofi scrisse che Un’altra vita era girato con uno stile «poco italiano»,
a indicare una qualità preziosa e poco frequentata: la capacità di staccarsi dai peggiori cascami della «commedia» per cercare una strada originale, capace di raccontare un Paese vero e concreto, che era stato a
lungo  tenuto  lontano  dall’occhio  delle
macchine da presa. Era il mondo di Il tor(1994, con due amici che cercano di vendere in Ungheria un animale da riproduzione
che  hanno  rubato),  di  Vesna  va  veloce
(1996, sull’incontro tra una ventenne ceca
che si mantiene facendo la prostituta e un
operaio solo e sradicato), di L’estate di Davide (1998,  storia  delle  vacanze  di  un
18enne che scopre le delusioni dell’amore
e della vita). Un mondo che Mazzacurati
racconta anche attraverso un gruppo di attori che sotto la sua direzione hanno spesso dato il meglio: Marco Messeri, Silvio Orlando, Claudio Amendola, Antonio Albanese (indimenticabile il suo «esordio» in
Vesna  va  veloce), Roberto Citran, Diego
Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio (che ritrova  Albanese  in  La  lingua  del  santo,
2000).  Sempre Bentivoglio è il protagonista nel 2002 del film forse più ambizioso di
Mazzacurati, il remake di A cavallo della tigre(già girato da Comencini nel ‘61), dove
si riavvicina alla lezione della commedia
all’italiana nella speranza di riconquistare
un pubblico che negli anni del passaggio
del secolo aveva dimostrato una certa insofferenza verso il cinema nazionale. E i cui
effetti si ritroveranno in La giusta distanza
(2007) e soprattutto nel mezzo passo falso
di La passione (2010). Ma sarebbe ingiusto
attribuirne la colpa solo a Mazzacurati, che
si era «allontanato» dal cinema tradizionale dirigendo tre bellissimi ritratti di scrittori  conterranei:  Rigoni  Stern,  Zanzotto  e
Meneghello. Quella «caduta» era stato uno
scivolone  di  tutta  l’industria  nazionale,
convinta che copiare fosse meglio che cercare soluzioni nuove.
Con  La sedia della felicità  Carlo aveva
dimostrato ancora una volta la sua voglia di
non percorrere strade già sfruttate e il risultato, che il pubblico italiano vedrà speriamo presto, era una specie di riscoperta
del piacere della commedia, deliziosamente leggera e spensierata, all’inseguimento
di due anti-eroi marginali (Mastandrea e la
Ragonese) che inseguono un tesoro capace — forse — di cambiare le loro vite. Un
film tenero, delicato, gentile, girato in uno
stato di grazia che solo la crudeltà della
malattia gli ha impedito di coltivare di più.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 6 gennaio 2014

Mr. Momix

Il padre si uccise quando lui aveva
dodici anni. Anche la madre tentò
ma senza riuscirci. Da tanto dolore
nasce la contagiosa allegria
di una delle più amate compagnie
di danza del mondo
Quella creata
da Moses Pendleton,
americano e montanaro,
sportivo e filosofo:
“Ho pensato
che valesse la pena vivere
solo per dare il massimo
e rendere felici gli altri”




A
chiamarlo Mister Momix non si sbaglia: è lui
l’inventore di una delle
compagnie di danza
più popolari al mondo, creatore di un
mix unico di atletica, passione per la
natura e coreografia, da oltre trent’anni amatissimo, soprattutto in Italia.
Moses Pendleton è un americano di
montagna, nato nel Vermont sessantaquattro anni fa, ha un fisico asciutto
e scattante, occhi grigi come lampi,
mani che mimano continuamente i
gesti mentre parla velocissimo, carico
di un’energia rara. Campione di sci di
fondo, per tutta la vita danzatore, ha
sempre amato dare prove di resistenza sulla lunga distanza. Oggi vive connesso: la figlia Elizabeth lo ha messo su
Facebook, il suo amico Philip gli telefona via Skype e lui porta sempre con
sé un piccolo registratore che tiene in
pugno acceso e, in un tascapane, una
telecamera: «Non scrivo mai. La penna è troppo lenta. Quando ho finito di
scrivere una parola il pensiero è arrivato già da un’altra parte. È il metodo di
lavoro, la mia dream reality, il punto di
incontro tra il pensiero e la realtà».
Sulla terrazza romana del Waldorf
Astoria ordina un espresso doppio, per
niente scoraggiato dalle nuvole, dal
vento, dalla temperatura invernale:
«L’aria, la luce, sono la vita per noi. Da
quassù c’è una visuale a 360 gradi. Si
respira aria libera. Io ho bisogno di stare in alto, di sentire addosso il potere
del sole che ci permette di vivere, percepire la nostra energia. Come i girasoli, i fiori che coltivo nella mia fattoria». Tutto torna. Pendleton è il creatore infaticabile di equilibrismi e giochi
di corpi, illusioni di animali fantastici,
luci e ombre, mix di danza e, appunto,
di sport. Con spettacoli come Bothanicao MoMix Remix, Baseballe Opus
Cactus, e naturalmente come l’ultima
creazione in tournée, Alchemy (che
tornerà in Italia da fine gennaio a fine
marzo), ha fatto innamorare le platee
di mezzo mondo. I suoi spettacoli
esprimono sempre un senso di felicità,
bambini e adulti ne escono con un’allegria, un buonumore, vertiginosi, con
la voglia di vivere a mille e l’impulso di
fare una corsa in un prato.
Un quadro forse fin troppo perfetto
dentro il quale si scova non a caso un
nucleo oscuro che è poi la vera origine
di tutto. Un fatto, una ferita da cui questo magma ancora bollente di passione è scaturito. Il dark side di Moses è legato a una tragedia famigliare, datata
22 luglio 1961, giorno in cui suo padre
si toglie la vita. Moses ha dodici anni:
«Non sono stato mai più la stessa persona. Ho pensato che valesse la pena di
vivere solo per tirare fuori il meglio da
me. In qualche modo per rendere felici gli altri, esprimere un’energia». Tra
gli episodi di quel periodo di sofferenza indicibile sceglie di ricordarne uno:
«Noi ragazzi eravamo seduti a tavola,
tutti e sei. Sentimmo uno sparo. Io e
uno dei miei fratello ci siamo guardati
e ci siamo detti: “Ok, sali tu o salgo io?”.
Eravamo terrorizzati che fosse successa un’altra tragedia. Mia madre, l’infermiera che si era innamorata del suo
paziente nello sforzo di tenerlo in vita
dopo che un incendio gli aveva completamente bruciato il corpo, aveva
fallito. E quel giorno, in un momento di
disperazione, aveva voluto vedere se la
pistola funzionava. Per fortuna il colpo
andò a vuoto. La nostra rabbia non si
placò». L’immagine del padre è ancora nitidissima: «Portava sempre guanti e occhiali neri. Ma non mi faceva
paura, eravamo abituati. Lo conoscevamo attraverso i suoi occhi, che hanno fatto innamorare mia madre da dietro le bende di grande ustionato, in
ospedale. Io ero il suo preferito: mi
portava in giro sul trattore. Il suo sogno
era che facessi il veterinario e che lo
aiutassi a creare la mucca perfetta».
Ma il ragazzo Moses prende un’altra
strada: si iscrive al Dartmouth college
nel New Hampshire dove diventa un
campione di sci di fondo. I suoi «padri
surrogati», come lui stesso li chiama,
sono alcuni campioni di sci austriaco.
«Mi piaceva dare prova di me sulla lunga distanza, resistere dosando le forze
per molto tempo. Da quei maestri ho
appreso la disciplina, la prova dura del
corpo. Poi a un certo punto mi sono
rotto una gamba e, durante il periodo
della riabilitazione, ho provato una lezione di danza. Mi piacque. Ecco, è cominciato tutto così». In quel leggendario college nei primi anni Settanta è nata la compagnia dei Pilobolus, e di quegli anni Pendleton rievoca le occupazioni stile fragole&sangue: «Ma a un
certo punto ho lasciato stare, erano
troppo estremisti per i miei gusti, e sono passato a fare altro». «Altro» furono
anche certe feste che duravano giorni,
imprevedibile scenario delle prime
coreografie pendletoniane: «Le protagoniste erano cinquanta mucche
bianche e nere. Io correvo con un lenzuolo bianco e una torcia. Loro mi seguivano, perché le mucche sono animali molto curiosi. Seguendomi davano vita a una vera coreografia. A un certo punto, io cadevo dentro un buco del
terreno e sparivo. Loro restavano
smarrite, e dopo un po’ si rimettevano
a mangiare l’erba sul prato. Una cosa
fantastica, surreale, che piaceva a tutti. È stata la mia prima cow-reography,
una coreografia di mucche. La serata si
concludeva intorno a una grande tavolata apparecchiata in mezzo a un
campo di girasoli: di notte sembrano
ancora più alti, li illuminavamo piantando delle torce nel terreno a formare
una specie di labirinto, un bosco. A
quel punto, succedeva di tutto. Erano i
magnifici anni Settanta... In quella casa, la bellissima casa di famiglia in cui
andammo ad abitare grazie a mio nonno Moses, molto affermato, che ci volle dare una mano dopo la tragedia di
mio padre, ci vivono ancora i miei fratelli. Io ci torno solo con il pensiero».
I leoni di bronzo a grandezza naturale disseminati sul prato dell’albergo
romano all’improvviso attirano la sua
attenzione (forse gli ricordano le famose mucche): sono il simbolo della
catena americana che lo ospita e bizzarramente hanno ciascuno un’espressione diversa. La cosa non gli
sfugge, li filma, ci gioca, si mette in posa accanto a loro, poi ordina pane e olive, un altro paio di caffè. Racconta: «È
che io qui a Roma mi sento come i poeti romantici. Di tutti i posti, adoro la casa di Keats in piazza di Spagna perché
è il più segreto fra tutti i posti segreti. Ci
sono gli stessi fiori sul soffitto che il
poeta ha guardato un momento prima
di chiudere gli occhi, finalmente pronto ad andare di là... Anche mio padre
era un poeta romantico, come i poeti
romantici aveva una immaginazione
straordinaria. Io, invece, sono passato
dall’allevamento di mucche allo sci e
poi per un periodo al desiderio di diventare sceneggiatore, ma non ho mai
scritto molto».
L’uomo che ha inventato i Momix
(che portano il suo nome: sono un Moses-Mix) mettendoci dentro sì la sua
energia ma anche il suo dolore, facendone un successo planetario, ancora
non conosce requie. Pendleton passa
dal raccontare le ferite della sua saga
famigliare a ragionare di ambiente,
energia, politica. «Politica è qualunque attività umana implichi più di due
persone. Del resto, c’è bisogno di un altro se stesso per sentirsi interi. Come in
una forma di autoerotismo, due immagini si mescolano a formare un ermafrodito che rappresenta la perfezione...».
Dilaga, divaga, e intanto si muove
come se ballasse, gioca con le parole ed
è automatico vedersi davanti agli occhi le sue coreografie. Nuota tutti i
giorni un’ora, va in bicicletta, mangia
sano, aborre lo zucchero («veleno tra i
peggiori al mondo»), sempre con la
musica dentro le orecchie. Ultimamente, fotografa. Moltissime cose, di
continuo, usando la tecnologia come
uno strumento di registrazione della
(sua) realtà. Soprattutto foglie: tantissime foglie, cose che si muovono, di
ciascun minuscolo essere in movimento vuole cogliere le trasformazioni anche microscopiche: «Mi piacerebbe fare una mostra alla Centrale
Montemartini di Roma, uno spazio
fuori dai circuiti del grande turismo,
dove mi hanno accompagnato in questi giorni. Era una centrale elettrica,
dentro ci sono statue di epoca romana
imperiale. È un luogo che ha mantenuto un’energia incredibile. Mi piacerebbe esporre le foto delle foglie: ne ho
raccolto un mucchio su un tavolo. Le
ho lasciate lì. Con il passare dei giorni
ne ho registrato i movimenti e i cambiamenti. Sono nella natura delle cose.
Proprio come la danza è nella naturalezza della vita».

venerdì 3 gennaio 2014

L’appello per salvare il soldato Snowden

P
ERDONARLO o crocefiggerlo? Giuda o redentore? Edward Snowden,
l’uomo che è costato all’onore degli Usa molto più di una
battaglia perduta, comincia il
2014 come aveva finito il 2013:
nel segno della contraddizione insanabile che ha scavato
nella coscienza americana e
che continuerà a tormentarla.
La sua intervista al Washington Post, con toni insieme trionfali e messianici —
«Ho vinto, la mia missione è finita» — gli merita una definizione di «insopportabile e arrogante ipocrita» dallo stesso
quotidiano di Washington
che lo accusa di non rendersi
conto di fare lezioni di trasparenza stando sotto l’ala protettiva di uno dei governi più
torbidi del mondo. Ma piace
molto al New York Times, che
gli riconosce di avere «reso un
grande servizio alla nazione»
e chiede «clemenza» a Obama. Per gli inglesi del Guardian, il giornale che per primo
diffuse le rivelazioni rubate
allo spionaggio Usa, è addirittura un «eroe civico che merita il perdono presidenziale  L
e due linee di chi lo accusa di essere
semplicemente un traditore e lo vorrebbe «appendere a una forca fino alla
morte», come l’ex direttore della Nsa, e
di chi invece guarda all’enormità degli abusi che
ha rivelato convergono verso un punto che non
è all’infinito, ma nel presente prossimo, e verso
una persona fisica: il presidente Barack Obama.
Nella grande discrezionalità del sistema giudiziario americano, che non contempla la obbligatorietà dell’azione penale come quello italiano, il capo dello Stato e del governo detiene il
potere assoluto non soltanto della grazia a posteriori, ma del perdono preventivo, come Gerald Ford utilizzò per chiudere ogni inchiesta,
anche futura, contro Richard Nixon. Magistratura ordinaria, tribunali militari, commissioni
parlamentari speciali con poteri giudiziari, tutti devono arrendersi se il Presidente copre con
il mantello del proprio legittimo, e costituzionale, potere di immunizzazione il possibile imputato.
Ma legittimo non significa praticabile, né
tanto meno politicamente accettabile. E l’incertezza dell’opinione pubblica, la contradditorietà dei tribunali che finora hanno affrontato quella legge che sembra giustificare la sorveglianza elettronica pervasiva e invasiva, il dissenso fra i leader di opinione sul giovane ex contractor dello spionaggio, mettono Obama in
una situazione impossibile.
Il New York Times, in un editoriale solenne e
impegnativo per la linea del quotidiano, pende
dalla parte del giudizio positivo sulle azioni di
Snowden: «Può darsi che abbia commesso reati, ma merita molto più di una vita in esilio, in fuga e nel terrore, perché ha reso un enorme servizio agli Stati Uniti». E il Guardianriflette gli
umori degli inglesi, e degli europei, che al 60%
considerano il whistle blower, il cittadino che
ha fischiato i tremendi falli dell’intelligence
Usa, si chiede come sia possibile che un uomo
che «fa il proprio dovere civico e costituzionale
sia trattato come un criminale».
Negli Usa, come Obama sa ovviamene bene,
il giudizio è molto più frammentato. Una maggioranza di coloro che si definiscono «Democratici», quindi suoi elettori, approvano quanto Snowden ha fatto e aborrono quelle tecniche
di sorveglianza che un giudice ha già definito
«quasi orwelliane». Ma una simmetrica maggioranza di repubblicani è per la crocifissione
giudiziaria e accetta il patto faustiano che era
scritto nella legge sulla sorveglianza varata da
Bush dopo il 9/11: la sicurezza e la prevenzione
dalle minacce terroristiche valgono bene l’intercettazione a tappeto di telefonate e di frequentazioni della Rete.
In questa lacerazione, che ha comunque
strappato il velo che copriva la metastasi dell’intelligence elettronica e che lo stesso Obama
ha condannato, scava e fruga con delizia quel
Vladimir Putin, uno che di intrusioni nella vita
degli altri, da ex ufficiale del Kgb, s’intende.
Snowden è completamente in suo potere e il
Cremlino stringe e apre il rubinetto delle rivelazioni e delle interviste che lui concede, sapendo che ogni parola, e ogni file, rilasciati saranno
altro sale nella ferita purulenta dello scandalo.
Snowden è la risposta che Mosca sfodera
quando sente che la pressione sulla propria microscopica credibilità civile aumenta e vuole,
almeno per qualche giorno, spingere fuori dalle pagine dei media americani e occidentali la
persecuzione del giornalismo critico in Russia,
la vergogna delle leggi anti omosessuali e l’incubo del terrorismo che grava sulle olimpiadi
invernali.
Ma se le tattiche di Putin sono riconoscibili,
e la disponibilità di Snowden — di fatto suo prigioniero — ad assecondarlo è inevitabile, il problema rimane fermamente sulla scrivania dello Studio Ovale. La tendenza di Obama all’evasività e alla procrastinazione è messa sotto il tiro dei media che non gli permetteranno, come
non gli permetteranno i tribunali, di ignorare
questo elefante nel soggiorno della credibilità
democratica americana.
Ci sarebbe una soluzione, ma politicamente, nell’anno delle elezioni parlamentari Usa,
sarebbe esplosivamente controversa: concedere a Snowden l’immunità giudiziaria in
cambio della sua piena collaborazione alla bonifica della palude spionistica, come infinite
volte fu fatto con autentici farabutti, mafiosi,
bancarottieri e con altri whistle blower, con chi
denunciava malefatte di privati o di governi. È
quella soluzione del male minore — l’infedeltà di Snowden — accettato per colpire un
male maggiore — l’infedeltà alla costituzione
di un braccio del governo — che restituirebbe
agli Stati Uniti l’onore violato non da un giovanotto inquieto, ma dal governo stesso che
ha giurato di difendere i diritti civili scolpiti
nella Costituzion